Premessa.
“L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Il primo articolo della Costituzione italiana è, come l’intero testo, risultato di complesse negoziazioni e trattative tra le differenti parti politiche partecipanti all’Assemblea Costituente. Il primo articolo riconosce e afferma il lavoro quale fondamento della neo-nata Repubblica italiana, ovvero stabilisce una qualche relazione tra costituzione politica e sfondo economico. È questo il problema che discuterò in questo articolo.
Primo livello di articolazione: dal piano materiale al piano del contenuto.
Un’interpretazione valida può abdurre: a partire dall’articolo inteso come Risultato, seguendo una Regola così enunciabile
“Un principio socialista afferma che una repubblica democratica è fondata sul lavoro o è repubblica dei lavoratori”,
il Caso in questione risulta essere che il primo articolo della Costituzione sottende un principio socialista. Non avrebbe modificato la sostanza delle cose – scrive Antonio Negri ne Il lavoro nella Costituzione, saggio steso nel 1964 ma pubblicato per la prima volta solo nel 1977 – se nel primo articolo avessimo avuto “repubblica democratica dei lavoratori” in luogo di “repubblica democratica fondata sul lavoro” (p. 10): trattasi comunque di principio socialista. In realtà vi è una distinzione non trascurabile: è scritto “lavoro” e non “lavoratori”, di conseguenza è differente l’assunzione di valore e tutto ciò che segue. Del resto non si può certo dire che la Costituzione è tutta di stampo socialista – o addirittura comunista, come vorrebbero i suoi detrattori; ma la fondazione della costituzione politica sul piano socio-economico dovrebbe legittimare, a un certo livello, la fondazione di uno Stato sociale, ovvero “fondato sul lavoro”, che è cosa ben diversa da uno Stato socialista, “fondato sui lavoratori”. Vedremo meglio questo punto più avanti.
Innanzitutto, vi è un piano materiale che è quello socio-economico. Su questo piano, in qualche modo, entra in azione la costituzione politica. Negri, p. 8, non ne vede un programma ma solo un giudizio di fatto; tuttavia vi è investimento di valore in un preciso oggetto, essendo il lavoro richiamato nel primo articolo “lavoro produttivo” (p. 11). Si ha, di fatto, un primo livello di articolazione, una sorta di semantica sociale. Ma l’operazione ha innanzitutto una sua valenza storica, poiché sancisce una condizione di diritto estesa ai lavoratori, e non più fondata sulla rendita, sia per il diritto di voto (condizione politica di diritto) sia per i diritti sociali (condizione giuridica di diritto). Tale operazione storica determina in semantica sociale l’opposizione tra “lavoro produttivo”, valorizzato, e “lavoro improduttivo”, il quale designa soprattutto quelle occupazioni che non ha risvolti sociali, che non producono esternalità positive per la società. All’interno della categoria “lavoro produttivo” è possibile articolare una serie di determinazioni, a partire dallo spazio di lavoro, soprattutto la fabbrica, e da qui a partire dal livello di impiego – operai, impiegati, ingegneri. Negri considera il “lavoro produttivo” come lavoro operaio; tuttavia ciascuno dei termini sopra elencati è suscettibile di essere compreso nella categoria “lavoro produttivo”. La pars pro toto (lavoro operaio per “lavoro produttivo”) non rende conto di due problemi: in primo luogo è possibile ipotizzare una gerarchizzazione entro la categoria “lavoro produttivo” tale da porre al primo posto il lavoro operaio, sebbene sia necessario riflettere, specie in termini storici, sui fenomeni politici connessi a tale proposta (per es.: sembra valida l’ipotesi che il PCI ragionasse in questo modo); in secondo luogo quali conseguenze sul piano socio-economico avrebbe comportato una tale sineddoche? Probabilmente il socialismo reale. Pertanto, al primo problema, ne va aggiunto un secondo: quali conseguenze sul piano socio-economico provocherebbe una gerarchizzazione di termini relativi compresi entro la categoria “lavoro produttivo”? Per cercare una risposta a questa domanda è necessario recuperare il filo del ragionamento.
Secondo livello di articolazione: dal piano materiale al piano dell’espressione.
Il lavoro, in quanto “lavoro produttivo”, è concretamente assunto a contenuto della costituzione materiale (p. 76) “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”: la Costituzione italiana è complesso intreccio di, e contrattazione tra, costituzione materiale (rapporto tra lo Stato e le condizioni socio-economiche del paese) e costituzione formale (rapporto tra Stato e normative). Ma vi è un secondo livello di articolazione che segue immediatamente: oltre a essere contenuto della complessa costituzione politica, che richiede ancora un qualche elemento di mediazione, il lavoro è fondamento della repubblica democratica e nello stesso tempo funge da riconoscimento principale nella struttura sociale, tematizzazione degli attori a partire da un’isotopia socio-economica in vista della strutturazione di istituzioni sociali. Insomma, il lavoro configura le persone e la loro appartenenza a un dato stato sociale. Anche questo appartiene al principio socialista sotteso nel primo articolo. Ne consegue che il lavoro, nella strutturazione sociale, diventa “forma costitutiva dello Stato” (p. 19): la struttura sociale riproduce, su altra scala, la struttura del lavoro, ovvero la struttura della fabbrica si estende a struttura sociale. L’ipotesi, pienamente assunta, fa del lavoro l’idea-valore preminente delle relazioni fra piano politico-giuridico e piano socio-economico – il che risulterebbe valido della cultura keynesiana-fordista – nonché della cultura politico-economica dell’Italia del secondo dopoguerra. Si pensi al passaggio dalla fabbrica alla società-fabbrica (cfr. Antonio Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale), e ai luoghi sociali strutturati sul piano dell’espressione come ri-articolazioni della fabbrica (bisognerebbe qui porre un confronto con gli studi di Michel Foucault sugli istituti sociali di disciplinamento e con le importanti riflessioni sugli scritti di Foucault di Gilles Deleuze).
Costruzione primo livello di articolazione: l’operatore politico-giuridico.
Ricapitolando, a un primo livello di articolazione, sul piano del contenuto, l’operazione politica della Costituente taglia sul piano materiale e articola una semantica storico-sociale valorizzando il “lavoro produttivo”: il lavoro è fondamento della repubblica democratica. È un taglio che si opera al costituirsi, o ricostituirsi, dello Stato. A un secondo livello di articolazione, la valorizzazione politico-giuridica del lavoro produttivo si somma, come riconoscimento politico, e dunque imprescindibile valore aggiunto, all’articolazione degli istituti sociali secondo il modello di disciplinamento del lavoro – la fabbrica. Il lavoro è “benedetto” dalla politica e della giurisprudenza (primo articolo della Costituzione) e diventa principio strutturante della società.
L’importanza che il lavoro assume nella società ha motivazioni storiche e culturali che qui non discuto. Mi interessa l’altra componente, la “benedizione” politico-giuridica. Da questo punto di vista, il lavoro non si presenta in modo naturale quale fondamento di un ordinamento politico-giuridico, ma come tale deve essere posto da qualcuno. Si è detto che il primo articolo della Costituzione è il risultato di complesse attività di negoziazione tra i partecipanti all’Assemblea Costituente (partecipanti che sono delegati). In termini teorici, tale fondamento non può che essere posto da un operatore politico – un attante, o, come nel caso italiano, una struttura attanziale in una complessa grammatica delle interazioni strategiche tra attori politici. Dunque è un operatore politico che deve operare questo taglio sul piano materiale e articolarlo.
Connessione tra piano del contenuto e piano dell’espressione: i macroattori politico-giuridici e socio-economici.
C’è ancora da considerare il problema del raccordo tra il primo e il secondo livello di articolazione. Si è detto, infatti, che la valorizzazione politico-giuridica del lavoro funge da valore aggiunto per l’articolazione sociale su modello di disciplinamento del lavoro – ne dà la benedizione. Pertanto, vi è un qualche collegamento tra il piano politico-giuridico e il piano socio-economico articolato (piano dell’espressione). Il primo collegamento è realizzato dallo Stato e dalle amministrazioni di Stato: amministrazione legislativa (Parlamento), amministrazione esecutiva (governo), amministrazione giudiziaria (organi della Magistratura). Questi sono i macroattori politico-giuridici. A questi bisogna aggiungere i rappresentanti di capitale e lavoro – per es. associazioni industriali e sindacati, ma anche ordini di professionisti, associazione delle banche, confederazione di artigiani, ecc. – che sono i macroattori socio-economici.
Le posizioni attoriali dello Stato.
La selezione del lavoro a fondamento della costituzione politica, confermata dall’abduzione di un orientamento socialista nel primo articolo, dovrebbe fungere da primo tassello per la legittimazione dello Stato sociale. Il passaggio non è meccanico. Nella seconda metà del Novecento si possono individuare linee di definizione di uno Stato sociale italiano? Vi sono molte perplessità a proposito. Ma che cosa s’intende con Stato sociale? Sulla base di quanto detto prima, lo Stato sociale è una possibile posizione attoriale che lo Stato ricopre nelle relazioni tra i rappresentanti di capitale e lavoro. Questa posizione attoriale include un ruolo tematico e un ruolo attanziale che vanno definiti per ogni situazione strategica.
Lo Stato si trova al centro dei rapporti tra capitale e lavoro. Ma con questi due termini non s’intende solo il capitale industriale e il lavoro operaio: capitale e lavoro possono essere assunti a denominazione di due ruoli attanziali che possono essere ricoperti da differenti macroattori socio-economici. Per es., le trattative per il rinnovo del contratto nazionale avvengono tra la rappresentanza imprenditoriale e le sigle sindacali. Ma se il problema da affrontare è il credito alle imprese, la rappresentanza imprenditoriale ricopre il ruolo attanziale del lavoro mentre il ruolo attanziale del capitale è ricoperto dall’associazione delle banche. Ciò che caratterizza le relazioni tra capitale e lavoro è l’interazione asimmetrica: un’inclinazione dell’asse di relazione a favore del capitale, ma con differenze di angolazione a seconda dell’effettivo rapporto in gioco. Richiamando l’es. di sopra, l’asimmetria tra rappresentanza industriale e sigle sindacali può essere maggiore di quella presente tra rappresentanza industriale e associazione delle banche. Tutto questo, però, va considerato a livello empirico, e non può essere teoricamente assunto come certo.
Rispetto all’interazione asimmetrica tra capitale e lavoro, lo Stato gioca un difficile ruolo attanziale e ricopre un importante ruolo tematico. Il punto di partenza è la rappresentazione dello Stato come arbitro-giudice delle relazioni tra capitale e lavoro. Da un lato, lo Stato è destinante-sanzionatore di tali relazioni rispetto a un determinato orientamento valoriale e muovendo secondo un certo principio politico-giuridico (lo “spirito”). Dall’altro lato, vi sono, a livello di forme del contenuto, le normative che regolano tali relazioni.
Si possono individuare quattro posizioni attoriali dello Stato nelle interazioni asimmetriche tra capitale e lavoro:
- Stato sociale (o socialdemocratico o liberalsociale): cerca di definire, per ogni interazione asimmetrica, un punto di equilibrio fra i vantaggi del capitale e i vantaggi del lavoro, in modo tale da distribuire equamente i benefici. Il principio politico-giuridico è favorire il patto tra capitale e lavoro. L’orientamento valoriale investe sull’aumento di capitale e sugli effetti positivi sul piano socio-economico nella prospettiva del lavoro. Lo Stato sociale, dunque, assume un atteggiamento da giudice salomonico.
- Stato neutrale (o liberale o liberista): sceglie di rimanere fuori dalle contese tra capitale e lavoro. Il principio politico-giuridico è lasciar-fare il mercato, non interferire, cioè, nell’autoregolazione del mercato: pertanto si può parlare anche di Stato minimo. L’investimento valoriale è volto a favorire le condizioni di autoregolazione del mercato e a ridurre al minimo le interferenze esterne su di esso.
- Stato conservatore (o liberalconservatore): avvantaggia il capitale nelle interazioni asimmetriche tra capitale e lavoro. Il principio politico-giuridico è consolidare i vantaggi del capitale sul lavoro perché è il capitale a organizzare e gestire il lavoro. Pertanto è probabile che, in quanto a norme, lo Stato conservatore applichi norme a favore del re-investimento del capitale in attività produttive, o a favore del capitale impiegato in attività produttive, o a favore del capitale in quanto tale – anche preservando un certo status quo conseguito. L’orientamento valoriale non è anti-sociale: lo Stato conservatore muove a consolidamento e vantaggio delle gerarchie socio-economiche come condizione migliore per le attività produttive e per “il bene del Paese”.
- Stato socialista: avvantaggia il lavoro sul capitale in modo non tanto da ri-equilibrare l’asse delle relazioni ma da inclinarlo a favore del lavoro. In condizioni estreme, vi è esclusione del mercato e inclusione del capitale nello Stato. Il principio politico-giuridico è favorire nell’ordinamento socio-economico il lavoro – nel caso estremo, fondare tale ordinamento sul lavoro. L’investimento valoriale è a favore del lavoro contro il capitale (se esso è presente) o come parte integrata dello Stato-capitale.
Le quattro posizioni attoriali non vanno considerate come configurazione ideologica generale di uno Stato, ma come posizionamento ideologico dello Stato per ogni trattativa. Con posizionamento ideologico s’intende la somma di orientamento valoriale e principi politico-giuridici che guidano l’azione: tale somma definisce il ruolo attanziale dello Stato rispetto agli altri attanti, e il ruolo tematico rispetto alle azioni intraprese. L’azione dipende anche dalle normative formalizzate riguardanti ogni singolo caso. Pertanto le norme co-determinano l’aspettualizzazione attoriale dello Stato, da un lato, e, dall’altro lato, lo svolgersi della rappresentazione della trattativa tra gli agenti di capitale e lavoro.

Schema
(La doppia freccia indica la relazione di contraddizione. La freccia unidirezionale la relazione di complementarietà: la direzione indica, per ipotesi, la relazione di orientamento e di sviluppo teorico. La linea indica la relazione di contrarietà)
Infine, è necessario porre il problema delle connessioni tra il piano socio-economico e il piano politico-giuridico sulla base di ulteriori elementi:
- I cambiamenti materiali e le trasformazioni sul piano socio-economico: cosa c’è dopo il modello della fabbrica? Quali conseguenze hanno questi cambiamenti sul piano politico-giuridico in termini di costituzione politica?
- Come si articolano le relazioni interne allo Stato tra le amministrazioni politico-giuridiche?
- Assumendo il punto di vista dei macroattori socio-economici, è possibile che un aggregato di individui sociali e di organizzazioni sociali abbia una rappresentanza istituzionale, o non abbia alcuna rappresentanza, o, a negazione delle due condizioni precedenti, decida per l’autorappresentazione. Rispetto all’interazione asimmetrica con l’altro soggetto e con il ruolo attanziale giocato dallo Stato, ognuna di queste tre possibilità definisce un particolare processo di attorializzazione sul piano socio-economico. Un’analisi attenta va fatta in questa direzione, poiché si tratta di problematizzare alcune tematiche importanti circa il patto e il conflitto socio-economico, le trattative e le spinte per le riforme politico-giuridiche.
Pubblicato da Kriminal 




Pubblicato da Francesca
Pubblicato da Mort Cinder 



Il tocco pittorico rimanda all’operazione linguistica: quale tipo di operazione linguistica compie Giotti? Pasolini parla di gusto del rifacimento specie nei toni dei versi triestini (p. 309), e allo stesso modo noi potremmo parlare di ricombinazione o anche invenzione linguistica. Giotti, infatti, non scrive nel vero e proprio dialetto triestino né ha una vera e propria tradizione (un canone) di versi triestini alle sue spalle; tuttavia non c’è alcuna necessità di correttezza sintattica o grammaticale nella proposizione dialettale: l’operazione linguistica che Giotti compie (di “grammaticalità depressa” o di variazioni “durante” la grammatica) non può che essere quella di vitalizzare e rivivificare continuamente il dialetto. Un’operazione di poetica immanente, dunque, simile a quella di Pascoli, ma questa volta orientata verso il dialetto (“durante” il dialetto), non verso il canone della tradizione letteraria.
La “lingua minore”, pertanto, non è qualcosa che sta fuori questo sistema, ma qualcosa che vi opera da dentro. Gilles Deleuze e Felix Guattari, in un capitolo su Kafka. Per una letteratura minore, si chiedono: “che cos’è una letteratura minore?”. La risposta generale che danno può essere accostata a ciò che Pasolini dice su Pascoli: operare una riduzione a minore della lingua maggiore:
Ciò segue immediatamente al giudizio di Pascoli come anticlassico (nel temperamento poetico, non in relazione alla sua storicizzazione): ma dire questo significa opporre qualcosa in negativo (anticlassico) a qualcosa che sussiste in positivo (classico), quando abbiamo visto che è la tradizione letteraria, cioè ciò che si presenta come positivo, a essere costruita, soprattutto con i classicisti, per via negativa e di riduzione. Bisogna invece fare luce sulle potenze del plurilinguismo, e non presentarlo come un oggetto derivato dal “rifiuto dei classici”: del resto il plurilinguismo non rifiuta i classici, bensì materialmente li analizza; al più rifiuta i classicisti, i quali sono a loro volta i veri soggetti dell’atto di rifiuto – rifiuto del plurilinguismo.
Il verso proposto all’inizio di questo paragrafo è preceduto qualche strofa più indietro da v’è di voi chi vide… vide… videvitt?. O, ancora, nel Fringuello cieco: “Finch… finché non vedo, non credo” / (…) / “Anch’io anch’io chio chio chio chio…”. Ancora, termini dotati di valore semantico registrato nei dizionari, vengono desemanticizzati, utilizzati con una funzione puramente evocativa a partire dalla loro massa fonica: per es. ne L’amorosa giornata: E le rondini zillano alle gronde / di qua, di là, vertiginosamente, dove “vertiginosamente”, collegato all’evocatore “zillano”, passa oltre la sua portata semantica investito in pieno di valorizzazione fonosimbolica.
Al contrario, in Pascoli opera una vera e propria democrazia poetica. Già Contini sembra collegare ciò alla posizione umanitarista, o meglio del socialismo umanitario, del poeta. Più esplicito ancora, Sanguineti, qualche anno dopo, in un saggio del 1962 Attraverso i Poemetti pascoliani (in Ideologia e linguaggio, pp. 11-34):
Tutto ciò segnala una dinamica di emersione dal fondo diffuso, o fondo di indeterminazione, di determinatezze. A questo procedimento partecipa anche il linguaggio pre-grammaticale: sempre nell’Assiuolo, il verso sentivo un fru fru tra le fratte è in parallelo con sentivo il cullare del mare e con sentivo nel cuore un sussulto; una indeterminazione fonosimbolica emerge dal fondo diffuso assieme a cose significate per mezzo di vocaboli, il valore semantico dei quali è registrato nei dizionari, ma che nella composizione si danno in quanto semanticamente instabili.
Linguaggio pre-grammaticale come desemantizzazione di termini registrati nel dizionario o come movimento alla deriva degli stessi, uso semantico di interiezioni e di onomatopee o risemantizzazione di termini resi indefiniti. Linguaggio post-grammaticale come nominazione appropriata di tutte le cose determinabili, in quanto punta di massimo perfezionamento tra gradi differenziali di precisazione a partire da uno sfondo di indeterminatezza. La determinazione a-grammaticale di un suono è emersione dal fondo diffuso che rinvia alla nominazione appropriata della cosa determinabile; nomi appropriati per cose possono richiedere elementi fonosimbolici o evocatori per maggiore precisione nella determinazione dell’immagine poetica: linguaggio pre-grammaticale e linguaggio post-grammaticale sono strettamente correlati: per es., ne L’amorosa giornata, e le rondini zillano alle gronde / di qua, di là, vertiginosamente: nominazione delle cose – le “rondini” – che rinvia a elemento fonosimbolico – “zillano” – quale grado di determinazione del suono delle rondini, e “vertiginosamente” qui desemantizzato rispetto alla sua definizione dizionariale. Anche il fondo diffuso – come si è visto – è nominato e qualitativamente specificato con il procedimento di messa in risalto dell’epiteto rispetto alla sostanza: da “nubi nere” a nero di nubi.
Le riflessioni critiche di Pasolini sulla poesia e sul cinema ci sembrano molto interessanti e fruttuose da un punto di vista teorico e metodologico. Questioni stilistiche, estetiche, linguistiche, semiotiche, sociolinguistiche, etiche e filosofiche sono densamente presenti negli articoli raccolti in Passione e ideologia e in Empirismo eretico, sui quali si concentreranno le nostre analisi. L’articolo che segue è la prima parte di un’indagine nel campo letterario e poetico, e prende in considerazione anche alcuni articoli di Gianfranco Contini raccolti in Varianti e altra linguistica. Seguirà un articolo di indagine sul campo cinematografico.
Le due categorie, come scrive Pasolini, sono proposte da Contini in un intervento orale poi stampato prima con il titolo Preliminari sulla lingua del Petrarca (nella rivista “Paragone”, 1951), poi con il titolo La lingua del Petrarca (nel volume collettivo Il Trecento, 1953). La prima stampa è edita nella raccolta di scritti Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, pp. 169-192, ed è a questa che faccio riferimento.
“Plurilinguismo”, dunque, non equivale a sperimentazione, ma include una certa tipologia di sperimentazioni: nel caso di Dante, Contini propone come esempi la compresenza di toni differenti sul piano del comico, cioè sulla base di un’isotopia comica, e un certo “realismo”. Soprattutto riguardo a quest’ultimo, Contini nota uno specimine di violenza sublime (…) (p. 172), distante parecchio da altre possibili sperimentazioni, quali quelle di Petrarca. Sperimentazione, dunque, non è pratica che appartiene al solo “plurilinguismo”, ma vi è inclusa in quanto sperimentazione incessante, ripetuta, violenta. Tali accezioni chiariscono evidentemente poco la sostanza di tali sperimentazioni, sostanza che – sostanza dell’espressione e sostanza del contenuto – va analizzata nella materia letteraria. Di che modo sono queste sperimentazioni? Cercheremo di vederlo meglio nel caso di Pascoli.
Passando a Petrarca, Contini parla di “unilinguismo” (che corrisponde a “monolinguismo”) o “bilinguismo” fatto di due varianti, e due varianti fatte di diverse modalità, che tendono a un assoluto stilistico. Tale assoluto stilistico è a sua volta un’idea, un modello: per es., in latino, il modello di Cicerone, modello che va imitato a perfezione – modello, cioè, di cui essere perfetta immagine – come nella tripartizione gerarchica degli stili; ma anche il modello di Virgilio e quello di Livio. In questa struttura arborescente



La rivoluzione per me significa la vita, la pienezza dell’esistenza; è la liberazione mentale: ciò trasforma la fantasia dell’inconscio in nuove realtà rivoluzionarie: è l’integrazione della vita nella rivoluzione (ovvero il divenire-esistenza della politica). Il rivoluzionario non deve soltanto fare la rivoluzione, deve essere la rivoluzione: questa è la grande lezione del Che.