Dalla società disciplinare alla società di controllo. Questa formula attrae e infastidisce numerosi addetti ai lavori. Ma cosa vuol dire? Cercheremo di indagare questo problema. Si tratta, infatti, di una questione che, per motivi che si possono facilmente immaginare (e pensare), è intrecciata ai problemi che abbiamo avanzato sul General Intellect, e sui quali ritorneremo. Ci sembra, infatti, che la questione sia stata per lo più posta in modo poco rigoroso. Possediamo una traccia, che lo stesso Foucault ci fornisce in Sicurezza, territorio, popolazione quando accenna al passaggio dalla società di sovranità alla società disciplinare: il problema non si pone in termini di sostituzione (su questo punto si veda anche Bisogna difendere la società). Ma, dunque: come agiscono i sistemi disciplinari? Come fabbricano soggetti? Come può avvenire una lotta contro i sistemi disciplinari? Come fare di un luogo disciplinare un campo di battaglia? “Che cosa è accaduto?” (le tre novelle…).
Il modello disciplinare ci sembra proprio della fabbrica, intesa non come singolo luogo di produzione, ma come sistema disciplinare del lavoro. Consideriamo la seguente definizione che Foucault dà delle discipline:
una coercizione ininterrotta, costante, che veglia sui processi dell’attività piuttosto che sul suo risultato e si esercita secondo una codificazione che suddivide in rigidi settori il tempo, lo spazio, i movimenti. Metodi che permettono il controllo minuzioso delle operazioni del corpo, che assicurano l’assoggettamento costante delle sue forze ed impongono loro un rapporto di docilità-utilità: è questo che possiamo chiamare “le discipline”.[1]
Conviene sottolineare alcuni punti: il sistema disciplinare concerne le attività, le attività in quanto processo che deve giungere a determinati risultati, risultati che sono per la maggior parte pre-stabiliti. Si tratta dunque di un sistema caratterizzato dalla modalità del dover-fare. Ma questo sistema agisce sulle azioni nei modi che possiamo considerare come dei processi di sistematizzazione. Tali processi possono essere considerati secondo specifiche procedure di messa in relazione asimmetrica rispetto ai corpi assoggettati, pratiche di assoggettamento: innanzitutto la modalità del sorvegliare, ovvero quella del controllare, di un controllo che deve essere minuzioso, dunque innanzitutto di un vedere. Si tratta della prima articolazione della modalità del sapere. Ma, contemporaneamente, per via del vedere e della produzione di saperi secondo l’articolazione del parlare, si attualizzano quelle che Deleuze, in una delle sue letture di Foucault, chiama “categorie di affezione del potere”[2]: “controllare” e “sorvegliare” nel senso di “governare”, quindi come categorie del potere. “Sapere” e “potere” come un solo universo coercitivo.
“Sapere” e “potere” sono modalità delle pratiche disciplinari che determinano l’assoggettamento dei corpi in una funzione dalla doppia articolazione di docilità e utilità secondo determinati processi di sistematizzazione. Quest’ultimi si realizzano come delle codificazioni, organizzazione precisa e formalizzata nei dettagli, dello spazio, del tempo e dei movimenti – o dei gesti. Le discipline esibiscono una messa in scena del “dover-fare”, allestiscono una ribalta teatrale ben distinta dalla platea: non si tratta solo di un’analogia (come ben sapeva il teatro d’avanguardia degli anni Sessanta-Settanta), perché è qui che si deve cogliere il problema della rappresentazione dell’elaborazione disciplinare, di ciò che è esposto attraverso l’imposizione di pratiche di assoggettamento. Così per esempio il panopticon allestisce un teatro di silhouette, che è anche un cinema di figure in campo, intercorrendo una qualche relazione con gli intrattenimenti del XIX secolo, come i panorama[3].
Ciò sembra implicare un preciso punto di osservazione-focalizzazione: la torre mobile al centro di una struttura poligonale, il tutto organizzato secondo precise istruzioni, per esempio, per svolgere la funzione del “vedere senza essere visti”. Ma non è questo il solo punto di vista possibile. Nel film di King Vidor, The crowd, l’inquadratura dello spazio dell’ufficio è data da un plongée, sebbene non puramente verticale, ma che traccia una diagonale secondo una certa ampiezza d’angolo, in modo da non perdere di vista i posti alle estremità dello spazio chiuso omogeneo. Il punto di vista dall’alto è quello della postazione dell’“ingegnere” nello spazio della fabbrica. Innanzitutto, dunque, bisogna considerare il punto in cui si installa l’istanza di osservazione-focalizzazione. Ciò comporta una determinata aspettualizzazione dello spazio e del tempo, ma ancora in termini generali. Nella fabbrica la sorveglianza agisce anche dal basso, per esempio per mezzo dei capireparto, sulla singola macchina o sul singolo operaio al lavoro. Non si tratta solo di considerare la modalità del “potere”, perché il controllo nei minimi dettagli dei gesti dell’operaio è fondamentale per affinare il sapere tecnico, concentrarsi su punti precisi al fine di migliorare in efficienza il lavoro, di ottimizzare i tempi attraverso uno studio dei modi di muoversi del corpo e delle funzioni esercitate. In questo senso si parla di codificazione dei movimenti, di articolazione del corpo assoggettato nelle funzioni di docilità-utilità. In questi casi, inoltre, i processi di sistematizzazione si definiscono in quanto processi di attorializzazione, e quindi di resa più specifica, in relazione a tali processi, dello spazio e del tempo.
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Un’analisi semiotica del sistema disciplinare richiede innanzitutto una breve riflessione sul problema del modo epistemologico di preparare l’analisi. Il problema può essere esposto nel modo seguente: non ci interessa analizzare una fabbrica in particolare, bensì la fabbrica come sistema disciplinare del lavoro, secondo processi di sistematizzazione suscettibili di riterritorializzazione su altri luoghi di lavoro – come si è visto nel caso del lavoro d’ufficio; ci interessa l’immagine che del lavoro si fa una determinata epoca, in particolare l’immagine costruita da una certa letteratura, il campo di immagini allestito da certe pratiche letterarie. Quest’ultimo problema mi pare che possa essere affrontato in base all’individuazione di certi tratti pertinenti del campo di immagini, grazie alle salienze che una griglia spaziale-temporale-attoriale ci permette di focalizzare, ovvero a partire dalle procedure di disciplinamento effettuabili in un sistema disciplinare del lavoro. Il sistema disciplinare è il teatro nel quale si effettua la messa in scena dei corpi assoggettati, sulla base di una scenografia e di una drammaturgia architettate e preparate seguendo i processi di sistematizzazione. Ciò richiede una riflessione sulla posizione e sulla com-posizione del sistema disciplinare, la quale ci permetterà anche di comprendere meglio la singolare natura del rapporto tra “sapere” e “potere”.
Il problema è stato affrontato, in modo semiotico, da Deleuze, nella sua lettura del saggio di Foucault sulla nascita della prigione[4]. In primo luogo si tratta di non pensare a un’analisi della prigione in senso semiologico: non bisogna dunque concepire la prigione come una cosa che viene designata dalla parola “prigione”, cioè non bisogna riprodurre la situazione nella quale si ha da un lato la parola e dall’altro la cosa che quella parola designa, indica, ovvero da un lato il significante e dall’altro il significato. Per leggere il saggio di Foucault, Deleuze usa i piani e gli strati hjelmsleviani: piano dell’espressione e piano del contenuto, ciascuno composto di una forma e di una sostanza – forma e sostanza dell’espressione, forma e sostanza del contenuto[5]. La coppia espressione e contenuto non equivale alla coppia significante e significato. Deleuze ricorda che lo stesso Foucault ha preso le distanze dalla doppia articolazione espressa in termini di significante e significato[6].
La prigione è una forma-prigione, forma di contenuto, la quale rinvia a una forma dell’espressione, che non consiste nella parola “prigione” ma in tutt’altro tipo di enunciati, per esempio sulla “delinquenza” o sul “delinquente”. La prima è una formazione d’ambito, cioè forma che struttura uno spazio chiuso, ristretto, e che organizza il tempo e i movimenti in questo spazio: una “composizione nello spazio-tempo”[7]. La seconda è una formazione d’enunciati, cioè forma che concerne e ordina ciò che “è enunciabile in materia criminale”[8]: si tratta del diritto penale, che stabilisce enunciati sulla delinquenza, nonché le pene in funzione della difesa della società.
Foucault dimostra che diritto penale (o criminale) e prigione non hanno la medesima origine, e che l’una non è ciò che dà origine all’altra. I riformatori nel XVIII secolo escogitano una “tecnica dei segni punitivi”, elaborano un calcolo economico per codificare i comportamenti criminali, ri-organizzano la materia criminale enunciabile con nuove regole di una “semio-tecnica”[9]. Ma a questa riforma della materia enunciabile si accompagna altresì una ricodificazione delle pratiche illecite, nuovi strumenti di difesa sociale per esempio dagli atti illegali compiuti contro la proprietà[10]. Per quanto riguarda il carcere, vi è “una tutt’altra fisica del potere” nel passare dal patibolo al teatro punitivo e alla grande architettura chiusa; ma il modello di quest’ultima è oltremodo complesso, deriva dalla casa di forza ma anche dal ricalco di forme di vita monastica[11]. In riferimento a questi dati storici, al contenuto storico di questi dati, si può dire che piano dell’espressione e piano del contenuto non sono conformi, bensì eterogenei[12]. Tra i due piani, inoltre, sussiste un rapporto di presupposizione reciproca. Questo rapporto è chiamato in certi punti anche mutua cattura[13]. Le due forme, infatti
entrano continuamente in contatto, si insinuano l’una nell’altra, ciascuna stacca un segmento dall’altra: il diritto penale non cessa di ricondurre alla prigione e di fornire prigionieri, mentre la prigione non cessa di riprodurre delinquenza, di farne un “oggetto” e di realizzare quegli obiettivi che il diritto penale concepiva in un altro modo (difesa della società, trasformazione del condannato, modulazione della pena, individuazione).[14]
Reciproco rapporto, reciproco scambio, ma anche reciproca intrusione, pur essendoci fra i due piani differenza di natura. Il diritto penale riconduce alla prigione e fornisce prigionieri: la carcerazione come forma dominante della punizione, della detenzione, della correzione[15]. La prigione riproduce l’“oggetto” delinquenza: non solo luogo chiuso del “sorvegliare e punire”, ma anche apparato di sapere, di archivi e schedari sui crimini e sui delinquenti, “luogo di formazione di un sapere clinico sui condannati”[16], dunque di un discorso scientifico. Un “singolare complesso scientifico-giuridico”[17], un nuovo regime di verità, è ciò che si fissa nella mutua cattura tra diritto penale e carcere, tra ciò che è enunciabile in materia criminale e ciò che è l’ambito carcerario. E qui si può porre il problema di chi parla, del soggetto dell’enunciato: ma si tratta di una funzione derivata del campo di enunciati, delle possibili posizioni nel reticolo del campo di enunciati[18].
Dalla doppia articolazione piano dell’espressione e piano del contenuto, Deleuze sviluppa tutta una serie di ulteriori articolazioni: enunciato e visibile, regime di linguaggio e regime di luce, curve di regolarità e quadri. In riferimento a tutte queste serie di doppie articolazioni, si può riprendere il caso della fabbrica, e considerarla come forma del contenuto rispetto a una forma dell’espressione eterogenea che organizza tutto ciò che è enunciabile in materia di produzione – per esempio in fatto di ingegneria dell’organizzazione del lavoro. Si possono riprodurre tutte le condizioni e i rapporti già considerati nel caso della prigione: eterogeneità dei piani, presupposizione reciproca, rifornimento di forza-lavoro da un lato e apparato di sapere dall’altro lato. Ma la fabbrica, come la prigione, si sviluppa in relazione alle discipline, secondo un altro tipo di rapporto oltre a quello interstratico del sapere, ovvero secondo un rapporto di potere.
Il rapporto di sapere è un rapporto di presupposizione reciproca, di intreccio, tra piano dell’espressione e piano del contenuto, dualità tra forma dell’espressione e forma del contenuto – diritto penale e prigione, ingegneria dell’organizzazione del lavoro e fabbrica. Si attinge a questo livello da un archivio audio-visivo, di enunciati e di materiali visibili, delle loro combinazioni, relativo a una formazione storica. Il rapporto di potere non passa fin da subito attraverso le forme, non concerne sostanze formate allo stesso modo del rapporto di sapere, ma solo rapporti di forze. Non per questo emana da un punto centrale unico, ma si diffonde all’interno di un campo di forze: passa per punti singolari – o singolarità – che indicano l’applicazione di una forza, la quale può esercitare il potere di affezione su altre forze o subire il potere di affezione di altre forze, sicchè il rapporto di potere non è un rapporto di forza, ma ogni forza implica rapporti di potere, differenti rapporti di forze[19].
Il potere di affezione su altre forze è una specie di funzione, il potere di subire affezione da altre forze è una specie di materia. Nel rapporto di sapere, si distinguono due significati della forma[20]: la forma organizza delle materie, elabora sostanze formate – prigione, ospedale, fabbrica, caserma, scuola; la forma finalizza delle funzioni, elabora funzioni formalizzate – punire, correggere, educare, produrre, ecc. Attraverso queste due componenti si definisce l’archivio. Nel rapporto di potere si tratta di considerare materie prese indipendentemente dalle sostanze formate e funzioni non formalizzate. Attraverso queste due componenti si definisce il diagramma. Questo può essere definito come lo schematismo relativo a ogni formazione storica, l’a-priori che ogni formazione storica presuppone:
ogni formazione storica stratificata rinvia infatti a un diagramma di forze come al suo fuori. Le nostre società disciplinari passano attraverso categorie di potere (azioni su azioni) che possono essere così definite: imporre un compito qualsiasi o produrre un effetto utile, controllare una popolazione qualunque o gestire la vita.[21]
Quando Foucault descrive il panopticon non lo considera solo come forma architettonica, per esempio della struttura carceraria, ma come un diagramma, “figura di tecnologia politica”[22]. Le sue funzioni sono ben diverse dalle funzioni formalizzate: “incitare”, “indurre”, “ampliare”, “rendere facile o difficile”, ecc.; sono pure funzioni di imporre una qualsiasi condotta a una molteplicità qualsiasi in un determinato limite di spazio, funzioni che sono in grado di integrarsi alle funzioni formalizzate e di intensificare queste. Lo schema panoptico è un intensificatore, un apparato che stabilisce relazioni di potere-sapere, che fa funzionare relazioni di potere e contemporaneamente intensifica relazioni di sapere[23]. Proprio per questa sua potenza intensificatrice, è possibile mettere in relazione materie formate, o trovare una forma-prigione nella fabbrica, nella scuola, nell’ospedale, o una forma-fabbrica nella prigione, ecc.
I rapporti di potere implicano i rapporti di sapere – e questi presuppongono quelli: rapporto di presupposizione reciproca. È il diagramma, cioè l’emissione di punti singolari, la distribuzione di rapporti di forze, che assicura la relazione tra le due forme, forma dell’espressione e forma del contenuto, da cui deriva il sapere. Ciò accade proprio in ragione della sua potenza intensificatrice delle relazioni di sapere e che fa funzionare le relazioni di potere tra i due piani. Non si ha repressione della sessualità nell’era vittoriana, ma al contrario si delinea lo spazio di una molteplicità di enunciati di sessualità[24]; allo stesso modo non si ha solo internamento dei detenuti, ma la prigione è innanzitutto un regime di visibilità che è un vero e proprio teatro di ombre e di luci, una molteplicità visibile. E non vi è un solo grande rapporto di forza, incarnato in istituzioni del potere, nello Stato o nel Mercato mondiale, ma una molteplicità di rapporti di forze, che è presupposta dalle istituzioni del potere.
Il diagramma agisce come causa-immanente delle stratificazioni in una formazione storica. Secondo Deleuze, questa formula permette di descrivere il rapporto tra diagramma e stratificazioni secondo tre significati della causa immanente[25]. In primo luogo i rapporti di potere sono virtuali, pura potenza ed emissione di singolarità; perciò devono attualizzarsi grazie a una forma che dia loro la possibilità di “esprimere l’immanenza”. Ma l’attualizzazione è anche integrazione: integrazione dei rapporti di forze in concatenamenti concreti – la legge come integrazione o gestione degli illegalismi, la scuola come integrazione dei bambini al fine di educare. Il diagramma effettua questi concatenamenti, i quali rappresentano la costruzione di tecnologie politiche, agendo direttamente sull’organizzazione delle materie e la formalizzazione delle funzioni, intensificando queste e gestendo la riproduzione di quelle. Tuttavia per procedere in questa direzione – gestire gli illegalismi, educare i bambini – bisogna considerare il terzo significato: l’attualizzazione, infatti, è sempre una differenziazione, innanzitutto differenziazione tra due forme eterogenee, forma dell’espressione e forma del contenuto, in cui il diagramma “si riversa per incarnarsi nelle due direzioni necessariamente divergenti, differenziate, irriducibili l’una all’altra”[26], ovvero non conformi.
I concatenamenti concreti, sul piano del contenuto, sono delle materie formate che integrano rapporti di forze. Il problema principale del cartografo è considerare questa integrazione, il rapporto tra diagramma, o macchina astratta, e concatenamenti: è infatti solo nella stretta correlazione di diagramma e concatenamenti concreti effettuati che si può parlare di dispositivo. Il panopticon è dispositivo disciplinare, schema di tecnologia politica in quanto effettua concatenamenti concreti e piuttosto flessibili, che non deve essere considerata solo nei termini della forma-prigione, diffusasi in età moderna in tutto il campo sociale.
Se i rapporti di potere hanno il primato sulle relazioni di sapere, e se quest’ultime sono derivate dal rapporto di presupposizione reciproca di una forma dell’espressione e di una forma del contenuto, allora un’analisi delle forme del contenuto e delle forme dell’espressione non può non tenere conto delle effettuazioni dei rapporti di potere. Attraverso le forme che strutturano la sostanza, attraverso la griglia che ripartisce lo spazio, organizza il tempo, compone i movimenti, è possibile analizzare l’attuazione delle funzioni formalizzate e la distribuzione dei rapporti di forze nella forma-prigione come nella forma-fabbrica[27]. Quest’ultima, dunque, intesa come concatenamento concreto che, preso in stretta correlazione con lo schema del panopticon, può essere considerato modo di effettuazione del dispositivo disciplinare, ovvero sistema disciplinare del lavoro.
2
Questa nota ci riconduce al punto di partenza della nostra analisi. Abbiamo così voluto rivedere la lettura che Deleuze fa di Foucault concentrandoci sull’interpretazione semiotica che si può dare di questa lettura, alla luce dell’uso deleuziano degli strati di Hjelmslev. Paolo Fabbri ne aveva proposto una sintesi che non mi sembra affatto soddisfacente[28]. Innanzitutto si ha un’inversione non motivata dei termini in gioco. La prigione è considerata forma dell’espressione e la delinquenza, l’illegalità – o anche la criminalità – forma del contenuto:
Per comprendere la nozione variabile di illegalità, ossia l’immagine che una certa epoca si fa della delinquenza, bisogna andare a vedere come in quell’epoca vengono costruite le prigioni reali, non i discorsi sulle prigioni.[29]
In questo senso la prigione come forma dell’espressione è intesa come la prigione reale in una determinata epoca. La forma del contenuto è intesa come la semantica che “opera sulla sostanza, cioè sulle nostre relazioni culturali, fisiche, percettive, affettive, concettuali”[30]. La nozione di illegalità, per esempio, varia a seconda delle culture e delle epoche storiche: per comprendere tale nozione bisogna andare a vedere come sono fatte le prigioni in quell’epoca. Ma, a parte che in certe epoche e in certe culture non ci sono le prigioni, o non sono le prigioni le principali sedi in cui sono rinchiusi i colpevoli di un qualche atto illegale, questa esposizione sembra avere a che fare più con la semiotica della cultura (penso in particolare alle analisi di Lotman, come quella sui concetti di onore e gloria) che con Deleuze e Foucault. Come si è visto sopra, gli enunciati di delinquenza costituiscono una forma del tutto eterogenea rispetto alla forma della prigione.
In secondo luogo, la lettura di Fabbri riguarda solo la distribuzione dei due piani, e non si preoccupa dei rapporti di potere. Segno di questa riformulazione è il modo in cui viene esposta la nozione di diagramma. Nella sintesi della concezione semiotica di Deleuze, Fabbri parla del diagramma come di “una istanza materiale che trasceglie nella materia generale alcuni tratti”[31], quindi, nell’esposizione della lettura deleuziana di Foucault, parla del diagramma come di una forma espressiva che organizza la forma del contenuto, traducibile anche in altre forme dell’espressione. Qui si parla di organizzazione dell’esperienza e sembra sottintesa un’affermazione di Hjelmslev – “una medesima forma del contenuto può venir espressa da parecchie forme d’espressione”[32]; ciò rimanda a un campo problematico della semiotica, tutto interno alle relazioni di sapere, che parte dalla necessità di superare la distinzione sostanzialista per sostituirla con divisioni “per forme organizzative, per diagrammi comuni”[33]. Oltre al fatto che Deleuze non considera la forma dell’espressione sotto questi aspetti, il gesto di spostare il diagramma abolisce: i rapporti di potere, la presupposizione reciproca tra rapporti di potere e relazioni di sapere, la distribuzione dei rapporti di forze, l’intensificazione delle funzioni formalizzate, i concatenamenti concreti e la macchina astratta, il dispositivo e in particolare il dispositivo disciplinare.
In sintesi l’esposizione di Fabbri ci sembra insoddisfacente perché non può rendere conto della nozione di “disciplina” per il semplice motivo che taglia tutti i collegamenti. Si potrebbe quasi dire che conservi solo una certa parte del rapporto di sapere e abolisce i rapporti di potere.
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[1] Foucault 1975, p. 149.
[2] Deleuze 1986, p. 106.
[3] Sul panopticon si veda Foucault 1975, pp. 213-247. Una bella resa cinematografica la si può vedere nella sequenza iniziale del capolavoro di Michail Room, Fantasma che non ritorna. Rispetto a questa componente disciplinare della rappresentazione credo si possa leggere la resa dei “quadri” in Foucault (pp. 161-162; cfr. anche Deleuze 1986, pp. 109-110).
[4] Deleuze 1986, p. 49, 69. Si veda anche Deleuze e Guattari 1980, pp. 115-116.
[5] Hjelmslev 1943, p. 53, 57 e 1954, p. 216.
[6] Cfr. Foucault 1969, Deleuze 1986, p. 49; si veda anche Deleuze e Guattari 1980, p. 115.
[7] Deleuze 1986, p. 52.
[8] Deleuze 1986, p. 50. Sembrerebbe trattarsi di una materia in qualche modo già scelta. Come vedremo più avanti, il panopticon richiede una precisa condizione: assunzione di una molteplicità in uno spazio ristretto. L’idea di una “materia criminale” mi pare possa essere un interessante punto di riflessione per descrivere le funzioni pure del dispositivo anche sul piano dell’espressione. Di fatti, poiché Foucault tratta della prigione, essendo questa forma del contenuto, e poiché ci interessa trattare della forma-fabbrica, considereremo il problema del dispositivo solo per quel che riguarda il piano del contenuto.
[9] Foucault 1975, p. 102.
[10] Foucault 1975, p. 95.
[11] Foucault 1975, pp. 131-136.
[12] Deleuze 1986, p. 51. Se c’è conformità fra piani, è necessario procedere, per principio di semplicità, alla sintesi dei due piani in un piano solo (cfr. l’esempio del codice semaforico in Marsciani e Zinna 1991, p. 28). Sui punti di convergenza e di disparità tra gli apparati punitivi e i castighi immaginati dai riformatori: Foucault 1975, pp. 139-144.
[13] Per esempio Deleuze 1986, p. 92, 94. Allo stesso modo Deleuze parla del rapporto tra sapere e potere (per esempio p. 100).
[14] Deleuze 1986, p. 51.
[15] Foucault 1975, p. 125.
[16] Foucault 1975, pp. 137-138, 272.
[17] Foucault 1975, p. 22.
[18] Sul soggetto d’enunciazione come funzione derivata: Foucault 1969 e Deleuze 1986, p. 20. Cfr. anche Foucault 1975, p. 24, sulle istanze annesse all’ambito carcerario.
[19] Deleuze 1986, p. 99, 101.
[20] Deleuze 1986, pp. 51-52.
[21] Deleuze 1986, p. 114. Si potrebbe pensare a un confronto tra il diagramma e la casella vuota (Deleuze 1967 e 1969): il diagramma sembrerebbe una sorta di evoluzione mobile della casella vuota, la quale comunque era costretta a circolare in almeno due serie. Quando Deleuze descrive il modo in cui in Foucault 1969 si costruiscono gli enunciati, sembrano ritornare elementi dello strutturalismo deleuziano – sebbene questa volta immersi in una problematica concernente i rapporti di potere (cfr. Deleuze 1986, pp. 106-108).
[22] Foucault 1975, p. 224.
[23] Deleuze 1986, p. 52, 98, 99; Foucault 1975, p. 225.
[24] Si veda a tal proposito Foucault 1976, pp. 9-36.
[25] Deleuze 1986, pp. 56-57.
[26] Deleuze 1986, p. 57.
[27] Si veda su questo punto Deleuze 1986, p. 98.
[28] I riferimenti sono: Fabbri 1998a e 2001, pp. 16-19. Cfr. anche Fabbri 1998b.
[29] Fabbri 2001, p. 17.
[30] Fabbri 1998a.
[31] Fabbri 1998a.
[32] Hjelmslev 1954, p. 228. Anche in altri passaggi di Fabbri 1998a, attraverso una lettura di Deleuze, vi è in gioco una sottintesa discussione di proposizioni hjelmsleviane.
[33] Fabbri 2001, p. 101. Cfr. a proposito l’esempio che segue sulla spazialità tra organizzazione linguistica e organizzazione effettiva dello spazio.
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Il tocco pittorico rimanda all’operazione linguistica: quale tipo di operazione linguistica compie Giotti? Pasolini parla di gusto del rifacimento specie nei toni dei versi triestini (p. 309), e allo stesso modo noi potremmo parlare di ricombinazione o anche invenzione linguistica. Giotti, infatti, non scrive nel vero e proprio dialetto triestino né ha una vera e propria tradizione (un canone) di versi triestini alle sue spalle; tuttavia non c’è alcuna necessità di correttezza sintattica o grammaticale nella proposizione dialettale: l’operazione linguistica che Giotti compie (di “grammaticalità depressa” o di variazioni “durante” la grammatica) non può che essere quella di vitalizzare e rivivificare continuamente il dialetto. Un’operazione di poetica immanente, dunque, simile a quella di Pascoli, ma questa volta orientata verso il dialetto (“durante” il dialetto), non verso il canone della tradizione letteraria.
La “lingua minore”, pertanto, non è qualcosa che sta fuori questo sistema, ma qualcosa che vi opera da dentro. Gilles Deleuze e Felix Guattari, in un capitolo su Kafka. Per una letteratura minore, si chiedono: “che cos’è una letteratura minore?”. La risposta generale che danno può essere accostata a ciò che Pasolini dice su Pascoli: operare una riduzione a minore della lingua maggiore:
Ciò segue immediatamente al giudizio di Pascoli come anticlassico (nel temperamento poetico, non in relazione alla sua storicizzazione): ma dire questo significa opporre qualcosa in negativo (anticlassico) a qualcosa che sussiste in positivo (classico), quando abbiamo visto che è la tradizione letteraria, cioè ciò che si presenta come positivo, a essere costruita, soprattutto con i classicisti, per via negativa e di riduzione. Bisogna invece fare luce sulle potenze del plurilinguismo, e non presentarlo come un oggetto derivato dal “rifiuto dei classici”: del resto il plurilinguismo non rifiuta i classici, bensì materialmente li analizza; al più rifiuta i classicisti, i quali sono a loro volta i veri soggetti dell’atto di rifiuto – rifiuto del plurilinguismo.
Il verso proposto all’inizio di questo paragrafo è preceduto qualche strofa più indietro da v’è di voi chi vide… vide… videvitt?. O, ancora, nel Fringuello cieco: “Finch… finché non vedo, non credo” / (…) / “Anch’io anch’io chio chio chio chio…”. Ancora, termini dotati di valore semantico registrato nei dizionari, vengono desemanticizzati, utilizzati con una funzione puramente evocativa a partire dalla loro massa fonica: per es. ne L’amorosa giornata: E le rondini zillano alle gronde / di qua, di là, vertiginosamente, dove “vertiginosamente”, collegato all’evocatore “zillano”, passa oltre la sua portata semantica investito in pieno di valorizzazione fonosimbolica.
Al contrario, in Pascoli opera una vera e propria democrazia poetica. Già Contini sembra collegare ciò alla posizione umanitarista, o meglio del socialismo umanitario, del poeta. Più esplicito ancora, Sanguineti, qualche anno dopo, in un saggio del 1962 Attraverso i Poemetti pascoliani (in Ideologia e linguaggio, pp. 11-34):
Tutto ciò segnala una dinamica di emersione dal fondo diffuso, o fondo di indeterminazione, di determinatezze. A questo procedimento partecipa anche il linguaggio pre-grammaticale: sempre nell’Assiuolo, il verso sentivo un fru fru tra le fratte è in parallelo con sentivo il cullare del mare e con sentivo nel cuore un sussulto; una indeterminazione fonosimbolica emerge dal fondo diffuso assieme a cose significate per mezzo di vocaboli, il valore semantico dei quali è registrato nei dizionari, ma che nella composizione si danno in quanto semanticamente instabili.
Linguaggio pre-grammaticale come desemantizzazione di termini registrati nel dizionario o come movimento alla deriva degli stessi, uso semantico di interiezioni e di onomatopee o risemantizzazione di termini resi indefiniti. Linguaggio post-grammaticale come nominazione appropriata di tutte le cose determinabili, in quanto punta di massimo perfezionamento tra gradi differenziali di precisazione a partire da uno sfondo di indeterminatezza. La determinazione a-grammaticale di un suono è emersione dal fondo diffuso che rinvia alla nominazione appropriata della cosa determinabile; nomi appropriati per cose possono richiedere elementi fonosimbolici o evocatori per maggiore precisione nella determinazione dell’immagine poetica: linguaggio pre-grammaticale e linguaggio post-grammaticale sono strettamente correlati: per es., ne L’amorosa giornata, e le rondini zillano alle gronde / di qua, di là, vertiginosamente: nominazione delle cose – le “rondini” – che rinvia a elemento fonosimbolico – “zillano” – quale grado di determinazione del suono delle rondini, e “vertiginosamente” qui desemantizzato rispetto alla sua definizione dizionariale. Anche il fondo diffuso – come si è visto – è nominato e qualitativamente specificato con il procedimento di messa in risalto dell’epiteto rispetto alla sostanza: da “nubi nere” a nero di nubi.
Le riflessioni critiche di Pasolini sulla poesia e sul cinema ci sembrano molto interessanti e fruttuose da un punto di vista teorico e metodologico. Questioni stilistiche, estetiche, linguistiche, semiotiche, sociolinguistiche, etiche e filosofiche sono densamente presenti negli articoli raccolti in Passione e ideologia e in Empirismo eretico, sui quali si concentreranno le nostre analisi. L’articolo che segue è la prima parte di un’indagine nel campo letterario e poetico, e prende in considerazione anche alcuni articoli di Gianfranco Contini raccolti in Varianti e altra linguistica. Seguirà un articolo di indagine sul campo cinematografico.
Le due categorie, come scrive Pasolini, sono proposte da Contini in un intervento orale poi stampato prima con il titolo Preliminari sulla lingua del Petrarca (nella rivista “Paragone”, 1951), poi con il titolo La lingua del Petrarca (nel volume collettivo Il Trecento, 1953). La prima stampa è edita nella raccolta di scritti Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, pp. 169-192, ed è a questa che faccio riferimento.
“Plurilinguismo”, dunque, non equivale a sperimentazione, ma include una certa tipologia di sperimentazioni: nel caso di Dante, Contini propone come esempi la compresenza di toni differenti sul piano del comico, cioè sulla base di un’isotopia comica, e un certo “realismo”. Soprattutto riguardo a quest’ultimo, Contini nota uno specimine di violenza sublime (…) (p. 172), distante parecchio da altre possibili sperimentazioni, quali quelle di Petrarca. Sperimentazione, dunque, non è pratica che appartiene al solo “plurilinguismo”, ma vi è inclusa in quanto sperimentazione incessante, ripetuta, violenta. Tali accezioni chiariscono evidentemente poco la sostanza di tali sperimentazioni, sostanza che – sostanza dell’espressione e sostanza del contenuto – va analizzata nella materia letteraria. Di che modo sono queste sperimentazioni? Cercheremo di vederlo meglio nel caso di Pascoli.
Passando a Petrarca, Contini parla di “unilinguismo” (che corrisponde a “monolinguismo”) o “bilinguismo” fatto di due varianti, e due varianti fatte di diverse modalità, che tendono a un assoluto stilistico. Tale assoluto stilistico è a sua volta un’idea, un modello: per es., in latino, il modello di Cicerone, modello che va imitato a perfezione – modello, cioè, di cui essere perfetta immagine – come nella tripartizione gerarchica degli stili; ma anche il modello di Virgilio e quello di Livio. In questa struttura arborescente