Introduzione a un’analisi della forma-fabbrica. Prima parte

febbraio 6, 2010

Dalla società disciplinare alla società di controllo. Questa formula attrae e infastidisce numerosi addetti ai lavori. Ma cosa vuol dire? Cercheremo di indagare questo problema. Si tratta, infatti, di una questione che, per motivi che si possono facilmente immaginare (e pensare), è intrecciata ai problemi che abbiamo avanzato sul General Intellect, e sui quali ritorneremo. Ci sembra, infatti, che la questione sia stata per lo più posta in modo poco rigoroso. Possediamo una traccia, che lo stesso Foucault ci fornisce in Sicurezza, territorio, popolazione quando accenna al passaggio dalla società di sovranità alla società disciplinare: il problema non si pone in termini di sostituzione (su questo punto si veda anche Bisogna difendere la società). Ma, dunque: come agiscono i sistemi disciplinari? Come fabbricano soggetti? Come può avvenire una lotta contro i sistemi disciplinari? Come fare di un luogo disciplinare un campo di battaglia? “Che cosa è accaduto?” (le tre novelle…).

Il modello disciplinare ci sembra proprio della fabbrica, intesa non come singolo luogo di produzione, ma come sistema disciplinare del lavoro. Consideriamo la seguente definizione che Foucault dà delle discipline:

una coercizione ininterrotta, costante, che veglia sui processi dell’attività piuttosto che sul suo risultato e si esercita secondo una codificazione che suddivide in rigidi settori il tempo, lo spazio, i movimenti. Metodi che permettono il controllo minuzioso delle operazioni del corpo, che assicurano l’assoggettamento costante delle sue forze ed impongono loro un rapporto di docilità-utilità: è questo che possiamo chiamare “le discipline”.[1]

Conviene sottolineare alcuni punti: il sistema disciplinare concerne le attività, le attività in quanto processo che deve giungere a determinati risultati, risultati che sono per la maggior parte pre-stabiliti. Si tratta dunque di un sistema caratterizzato dalla modalità del dover-fare. Ma questo sistema agisce sulle azioni nei modi che possiamo considerare come dei processi di sistematizzazione. Tali processi possono essere considerati secondo specifiche procedure di messa in relazione asimmetrica rispetto ai corpi assoggettati, pratiche di assoggettamento: innanzitutto la modalità del sorvegliare, ovvero quella del controllare, di un controllo che deve essere minuzioso, dunque innanzitutto di un vedere. Si tratta della prima articolazione della modalità del sapere. Ma, contemporaneamente, per via del vedere e della produzione di saperi secondo l’articolazione del parlare, si attualizzano quelle che Deleuze, in una delle sue letture di Foucault, chiama “categorie di affezione del potere”[2]: “controllare” e “sorvegliare” nel senso di “governare”, quindi come categorie del potere. “Sapere” e “potere” come un solo universo coercitivo.

“Sapere” e “potere” sono modalità delle pratiche disciplinari che determinano l’assoggettamento dei corpi in una funzione dalla doppia articolazione di docilità e utilità secondo determinati processi di sistematizzazione. Quest’ultimi si realizzano come delle codificazioni, organizzazione precisa e formalizzata nei dettagli, dello spazio, del tempo e dei movimenti – o dei gesti. Le discipline esibiscono una messa in scena del “dover-fare”, allestiscono una ribalta teatrale ben distinta dalla platea: non si tratta solo di un’analogia (come ben sapeva il teatro d’avanguardia degli anni Sessanta-Settanta), perché è qui che si deve cogliere il problema della rappresentazione dell’elaborazione disciplinare, di ciò che è esposto attraverso l’imposizione di pratiche di assoggettamento. Così per esempio il panopticon allestisce un teatro di silhouette, che è anche un cinema di figure in campo, intercorrendo una qualche relazione con gli intrattenimenti del XIX secolo, come i panorama[3].

Ciò sembra implicare un preciso punto di osservazione-focalizzazione: la torre mobile al centro di una struttura poligonale, il tutto organizzato secondo precise istruzioni, per esempio, per svolgere la funzione del “vedere senza essere visti”. Ma non è questo il solo punto di vista possibile. Nel film di King Vidor, The crowd, l’inquadratura dello spazio dell’ufficio è data da un plongée, sebbene non puramente verticale, ma che traccia una diagonale secondo una certa ampiezza d’angolo, in modo da non perdere di vista i posti alle estremità dello spazio chiuso omogeneo. Il punto di vista dall’alto è quello della postazione dell’“ingegnere” nello spazio della fabbrica. Innanzitutto, dunque, bisogna considerare il punto in cui si installa l’istanza di osservazione-focalizzazione. Ciò comporta una determinata aspettualizzazione dello spazio e del tempo, ma ancora in termini generali. Nella fabbrica la sorveglianza agisce anche dal basso, per esempio per mezzo dei capireparto, sulla singola macchina o sul singolo operaio al lavoro. Non si tratta solo di considerare la modalità del “potere”, perché il controllo nei minimi dettagli dei gesti dell’operaio è fondamentale per affinare il sapere tecnico, concentrarsi su punti precisi al fine di migliorare in efficienza il lavoro, di ottimizzare i tempi attraverso uno studio dei modi di muoversi del corpo e delle funzioni esercitate. In questo senso si parla di codificazione dei movimenti, di articolazione del corpo assoggettato nelle funzioni di docilità-utilità. In questi casi, inoltre, i processi di sistematizzazione si definiscono in quanto processi di attorializzazione, e quindi di resa più specifica, in relazione a tali processi, dello spazio e del tempo.

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Un’analisi semiotica del sistema disciplinare richiede innanzitutto una breve riflessione sul problema del modo epistemologico di preparare l’analisi. Il problema può essere esposto nel modo seguente: non ci interessa analizzare una fabbrica in particolare, bensì la fabbrica come sistema disciplinare del lavoro, secondo processi di sistematizzazione suscettibili di riterritorializzazione su altri luoghi di lavoro – come si è visto nel caso del lavoro d’ufficio; ci interessa l’immagine che del lavoro si fa una determinata epoca, in particolare l’immagine costruita da una certa letteratura, il campo di immagini allestito da certe pratiche letterarie. Quest’ultimo problema mi pare che possa essere affrontato in base all’individuazione di certi tratti pertinenti del campo di immagini, grazie alle salienze che una griglia spaziale-temporale-attoriale ci permette di focalizzare, ovvero a partire dalle procedure di disciplinamento effettuabili in un sistema disciplinare del lavoro. Il sistema disciplinare è il teatro nel quale si effettua la messa in scena dei corpi assoggettati, sulla base di una scenografia e di una drammaturgia architettate e preparate seguendo i processi di sistematizzazione. Ciò richiede una riflessione sulla posizione e sulla com-posizione del sistema disciplinare, la quale ci permetterà anche di comprendere meglio la singolare natura del rapporto tra “sapere” e “potere”.

Il problema è stato affrontato, in modo semiotico, da Deleuze, nella sua lettura del saggio di Foucault sulla nascita della prigione[4]. In primo luogo si tratta di non pensare a un’analisi della prigione in senso semiologico: non bisogna dunque concepire la prigione come una cosa che viene designata dalla parola “prigione”, cioè non bisogna riprodurre la situazione nella quale si ha da un lato la parola e dall’altro la cosa che quella parola designa, indica, ovvero da un lato il significante e dall’altro il significato. Per leggere il saggio di Foucault, Deleuze usa i piani e gli strati hjelmsleviani: piano dell’espressione e piano del contenuto, ciascuno composto di una forma e di una sostanza – forma e sostanza dell’espressione, forma e sostanza del contenuto[5]. La coppia espressione e contenuto non equivale alla coppia significante e significato. Deleuze ricorda che lo stesso Foucault ha preso le distanze dalla doppia articolazione espressa in termini di significante e significato[6].

La prigione è una forma-prigione, forma di contenuto, la quale rinvia a una forma dell’espressione, che non consiste nella parola “prigione” ma in tutt’altro tipo di enunciati, per esempio sulla “delinquenza” o sul “delinquente”. La prima è una formazione d’ambito, cioè forma che struttura uno spazio chiuso, ristretto, e che organizza il tempo e i movimenti in questo spazio: una “composizione nello spazio-tempo”[7]. La seconda è una formazione d’enunciati, cioè forma che concerne e ordina ciò che “è enunciabile in materia criminale”[8]: si tratta del diritto penale, che stabilisce enunciati sulla delinquenza, nonché le pene in funzione della difesa della società.

Foucault dimostra che diritto penale (o criminale) e prigione non hanno la medesima origine, e che l’una non è ciò che dà origine all’altra. I riformatori nel XVIII secolo escogitano una “tecnica dei segni punitivi”, elaborano un calcolo economico per codificare i comportamenti criminali, ri-organizzano la materia criminale enunciabile con nuove regole di una “semio-tecnica”[9]. Ma a questa riforma della materia enunciabile si accompagna altresì una ricodificazione delle pratiche illecite, nuovi strumenti di difesa sociale per esempio dagli atti illegali compiuti contro la proprietà[10]. Per quanto riguarda il carcere, vi è “una tutt’altra fisica del potere” nel passare dal patibolo al teatro punitivo e alla grande architettura chiusa; ma il modello di quest’ultima è oltremodo complesso, deriva dalla casa di forza ma anche dal ricalco di forme di vita monastica[11]. In riferimento a questi dati storici, al contenuto storico di questi dati, si può dire che piano dell’espressione e piano del contenuto non sono conformi, bensì eterogenei[12]. Tra i due piani, inoltre, sussiste un rapporto di presupposizione reciproca. Questo rapporto è chiamato in certi punti anche mutua cattura[13]. Le due forme, infatti

entrano continuamente in contatto, si insinuano l’una nell’altra, ciascuna stacca un segmento dall’altra: il diritto penale non cessa di ricondurre alla prigione e di fornire prigionieri, mentre la prigione non cessa di riprodurre delinquenza, di farne un “oggetto” e di realizzare quegli obiettivi che il diritto penale concepiva in un altro modo (difesa della società, trasformazione del condannato, modulazione della pena, individuazione).[14]

Reciproco rapporto, reciproco scambio, ma anche reciproca intrusione, pur essendoci fra i due piani differenza di natura. Il  diritto penale riconduce alla prigione e fornisce prigionieri: la carcerazione come forma dominante della punizione, della detenzione, della correzione[15]. La prigione riproduce l’“oggetto” delinquenza: non solo luogo chiuso del “sorvegliare e punire”, ma anche apparato di sapere, di archivi e schedari sui crimini e sui delinquenti, “luogo di formazione di un sapere clinico sui condannati”[16], dunque di un discorso scientifico. Un “singolare complesso scientifico-giuridico”[17], un nuovo regime di verità, è ciò che si fissa nella mutua cattura tra diritto penale e carcere, tra ciò che è enunciabile in materia criminale e ciò che è l’ambito carcerario. E qui si può porre il problema di chi parla, del soggetto dell’enunciato: ma si tratta di una funzione derivata del campo di enunciati, delle possibili posizioni nel reticolo del campo di enunciati[18].

Dalla doppia articolazione piano dell’espressione e piano del contenuto, Deleuze sviluppa tutta una serie di ulteriori articolazioni: enunciato e visibile, regime di linguaggio e regime di luce, curve di regolarità e quadri. In riferimento a tutte queste serie di doppie articolazioni, si può riprendere il caso della fabbrica, e considerarla come forma del contenuto rispetto a una forma dell’espressione eterogenea che organizza tutto ciò che è enunciabile in materia di produzione – per esempio in fatto di ingegneria dell’organizzazione del lavoro. Si possono riprodurre tutte le condizioni e i rapporti già considerati nel caso della prigione: eterogeneità dei piani, presupposizione reciproca, rifornimento di forza-lavoro da un lato e apparato di sapere dall’altro lato. Ma la fabbrica, come la prigione, si sviluppa in relazione alle discipline, secondo un altro tipo di rapporto oltre a quello interstratico del sapere, ovvero secondo un rapporto di potere.

Il rapporto di sapere è un rapporto di presupposizione reciproca, di intreccio, tra piano dell’espressione e piano del contenuto, dualità tra forma dell’espressione e forma del contenuto – diritto penale e prigione, ingegneria dell’organizzazione del lavoro e fabbrica. Si attinge a questo livello da un archivio audio-visivo, di enunciati e di materiali visibili, delle loro combinazioni, relativo a una formazione storica. Il rapporto di potere non passa fin da subito attraverso le forme, non concerne sostanze formate allo stesso modo del rapporto di sapere, ma solo rapporti di forze. Non per questo emana da un punto centrale unico, ma si diffonde all’interno di un campo di forze: passa per punti singolari – o singolarità – che indicano l’applicazione di una forza, la quale può esercitare il potere di affezione su altre forze o subire il potere di affezione di altre forze, sicchè il rapporto di  potere non è un rapporto di forza, ma ogni forza implica rapporti di potere, differenti rapporti di forze[19].

Il potere di affezione su altre forze è una specie di funzione, il potere di subire affezione da altre forze è una specie di materia. Nel rapporto di sapere, si distinguono due significati della forma[20]: la forma organizza delle materie, elabora sostanze formate – prigione, ospedale, fabbrica, caserma, scuola; la forma finalizza delle funzioni, elabora funzioni formalizzate – punire, correggere, educare, produrre, ecc. Attraverso queste due componenti si definisce l’archivio. Nel rapporto di potere si tratta di considerare materie prese indipendentemente dalle sostanze formate e funzioni non formalizzate. Attraverso queste due componenti si definisce il diagramma. Questo può essere definito come lo schematismo relativo a ogni formazione storica, l’a-priori che ogni formazione storica presuppone:

ogni formazione storica stratificata rinvia infatti a un diagramma di forze come al suo fuori. Le nostre società disciplinari passano attraverso categorie di potere (azioni su azioni) che possono essere così definite: imporre un compito qualsiasi o produrre un effetto utile, controllare una popolazione qualunque o gestire la vita.[21]

Quando Foucault descrive il panopticon non lo considera solo come forma architettonica, per esempio della struttura carceraria, ma come un diagramma, “figura di tecnologia politica”[22]. Le sue funzioni sono ben diverse dalle funzioni formalizzate: “incitare”, “indurre”, “ampliare”, “rendere facile o difficile”, ecc.; sono pure funzioni di imporre una qualsiasi condotta a una molteplicità qualsiasi in un determinato limite di spazio, funzioni che sono in grado di integrarsi alle funzioni formalizzate e di intensificare queste. Lo schema panoptico è un intensificatore, un apparato che stabilisce relazioni di potere-sapere, che fa funzionare relazioni di potere e contemporaneamente intensifica relazioni di sapere[23]. Proprio per questa sua potenza intensificatrice, è possibile mettere in relazione materie formate, o trovare una forma-prigione nella fabbrica, nella scuola, nell’ospedale, o una forma-fabbrica nella prigione, ecc.

I rapporti di potere implicano i rapporti di sapere – e questi presuppongono quelli: rapporto di presupposizione reciproca. È il diagramma, cioè l’emissione di punti singolari, la distribuzione di rapporti di forze, che assicura la relazione tra le due forme, forma dell’espressione e forma del contenuto, da cui deriva il sapere. Ciò accade proprio in ragione della sua potenza intensificatrice delle relazioni di sapere e che fa funzionare le relazioni di potere tra i due piani. Non si ha repressione della sessualità nell’era vittoriana, ma al contrario si delinea lo spazio di una molteplicità di enunciati di sessualità[24]; allo stesso modo non si ha solo internamento dei detenuti, ma la prigione è innanzitutto un regime di visibilità che è un vero e proprio teatro di ombre e di luci, una molteplicità visibile. E non vi è un solo grande rapporto di forza, incarnato in istituzioni del potere, nello Stato o nel Mercato mondiale, ma una molteplicità di rapporti di forze, che è presupposta dalle istituzioni del potere.

Il diagramma agisce come causa-immanente delle stratificazioni in una formazione storica. Secondo Deleuze, questa formula permette di descrivere il rapporto tra diagramma e stratificazioni secondo tre significati della causa immanente[25]. In primo luogo i rapporti di potere sono virtuali, pura potenza ed emissione di singolarità; perciò devono attualizzarsi grazie a una forma che dia loro la possibilità di “esprimere l’immanenza”. Ma l’attualizzazione è anche integrazione: integrazione dei rapporti di forze in concatenamenti concreti – la legge come integrazione o gestione degli illegalismi, la scuola come integrazione dei bambini al fine di educare. Il diagramma effettua questi concatenamenti, i quali rappresentano la costruzione di tecnologie politiche, agendo direttamente sull’organizzazione delle materie e la formalizzazione delle funzioni, intensificando queste e gestendo la riproduzione di quelle. Tuttavia per procedere in questa direzione – gestire gli illegalismi, educare i bambini – bisogna considerare il terzo significato: l’attualizzazione, infatti, è sempre una differenziazione, innanzitutto differenziazione tra due forme eterogenee, forma dell’espressione e forma del contenuto, in cui il diagramma “si riversa per incarnarsi nelle due direzioni necessariamente divergenti, differenziate, irriducibili l’una all’altra”[26], ovvero non conformi.

I concatenamenti concreti, sul piano del contenuto, sono delle materie formate che integrano rapporti di forze. Il problema principale del cartografo è considerare questa integrazione, il rapporto tra diagramma, o macchina astratta, e concatenamenti: è infatti solo nella stretta correlazione di diagramma e concatenamenti concreti effettuati che si può parlare di dispositivo. Il panopticon è dispositivo disciplinare, schema di tecnologia politica in quanto effettua concatenamenti concreti e piuttosto flessibili, che non deve essere considerata solo nei termini della forma-prigione, diffusasi in età moderna in tutto il campo sociale.

Se i rapporti di potere hanno il primato sulle relazioni di sapere, e se quest’ultime sono derivate dal rapporto di presupposizione reciproca di una forma dell’espressione e di una forma del contenuto, allora un’analisi delle forme del contenuto e delle forme dell’espressione non può non tenere conto delle effettuazioni dei rapporti di potere. Attraverso le forme che strutturano la sostanza, attraverso la griglia che ripartisce lo spazio, organizza il tempo, compone i movimenti, è possibile analizzare l’attuazione delle funzioni formalizzate e la distribuzione dei rapporti di forze nella forma-prigione come nella forma-fabbrica[27]. Quest’ultima, dunque, intesa come concatenamento concreto che, preso in stretta correlazione con lo schema del panopticon, può essere considerato modo di effettuazione del dispositivo disciplinare, ovvero sistema disciplinare del lavoro.

2

Questa nota ci riconduce al punto di partenza della nostra analisi. Abbiamo così voluto rivedere la lettura che Deleuze fa di Foucault concentrandoci sull’interpretazione semiotica che si può dare di questa lettura, alla luce dell’uso deleuziano degli strati di Hjelmslev. Paolo Fabbri ne aveva proposto una sintesi che non mi sembra affatto soddisfacente[28]. Innanzitutto si ha un’inversione non motivata dei termini in gioco. La prigione è considerata forma dell’espressione e la delinquenza, l’illegalità – o anche la criminalità – forma del contenuto:

Per comprendere la nozione variabile di illegalità, ossia l’immagine che una certa epoca si fa della delinquenza, bisogna andare a vedere come in quell’epoca vengono costruite le prigioni reali, non i discorsi sulle prigioni.[29]

In questo senso la prigione come forma dell’espressione è intesa come la prigione reale in una determinata epoca. La forma del contenuto è intesa come la semantica che “opera sulla sostanza, cioè sulle nostre relazioni culturali, fisiche, percettive, affettive, concettuali”[30]. La nozione di illegalità, per esempio, varia a seconda delle culture e delle epoche storiche: per comprendere tale nozione bisogna andare a vedere come sono fatte le prigioni in quell’epoca. Ma, a parte che in certe epoche e in certe culture non ci sono le prigioni, o non sono le prigioni le principali sedi in cui sono rinchiusi i colpevoli di un qualche atto illegale, questa esposizione sembra avere a che fare più con la semiotica della cultura (penso in particolare alle analisi di Lotman, come quella sui concetti di onore e gloria) che con Deleuze e Foucault. Come si è visto sopra, gli enunciati di delinquenza costituiscono una forma del tutto eterogenea rispetto alla forma della prigione.

In secondo luogo, la lettura di Fabbri riguarda solo la distribuzione dei due piani, e non si preoccupa dei rapporti di potere. Segno di questa riformulazione è il modo in cui viene esposta la nozione di diagramma. Nella sintesi della concezione semiotica di Deleuze, Fabbri parla del diagramma come di “una istanza materiale che trasceglie nella materia generale alcuni tratti”[31], quindi, nell’esposizione della lettura deleuziana di Foucault, parla del diagramma come di una forma espressiva che organizza la forma del contenuto, traducibile anche in altre forme dell’espressione. Qui si parla di organizzazione dell’esperienza e sembra sottintesa un’affermazione di Hjelmslev – “una medesima forma del contenuto può venir espressa da parecchie forme d’espressione”[32]; ciò rimanda a un campo problematico della semiotica, tutto interno alle relazioni di sapere, che parte dalla necessità di superare la distinzione sostanzialista per sostituirla con divisioni “per forme organizzative, per diagrammi comuni”[33]. Oltre al fatto che Deleuze non considera la forma dell’espressione sotto questi aspetti, il gesto di spostare il diagramma abolisce: i rapporti di potere, la presupposizione reciproca tra rapporti di potere e relazioni di sapere, la distribuzione dei rapporti di forze, l’intensificazione delle funzioni formalizzate, i concatenamenti concreti e la macchina astratta, il dispositivo e in particolare il dispositivo disciplinare.

In sintesi l’esposizione di Fabbri ci sembra insoddisfacente perché non può rendere conto della nozione di “disciplina” per il semplice motivo che taglia tutti i collegamenti. Si potrebbe quasi dire che conservi solo una certa parte del rapporto di sapere e abolisce i rapporti di potere.

Bibliografia

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Hjelmslev, L. 1954, La stratification du langage, Word, n. 10, pp. 163-188, trad. it., La stratificazione del linguaggio, in Hjelmslev 1988, pp. 213-246.

Hjelmslev, L., 1988, Saggi linguistici, vol. I, a cura di R. Galassi, Milano, Unicopli.


[1] Foucault 1975, p. 149.

[2] Deleuze 1986, p. 106.

[3] Sul panopticon si veda Foucault 1975, pp. 213-247. Una bella resa cinematografica la si può vedere nella sequenza iniziale del capolavoro di Michail Room, Fantasma che non ritorna. Rispetto a questa componente disciplinare della rappresentazione credo si possa leggere la resa dei “quadri” in Foucault (pp. 161-162; cfr. anche Deleuze 1986, pp. 109-110).

[4] Deleuze 1986, p. 49, 69. Si veda anche Deleuze e Guattari 1980, pp. 115-116.

[5] Hjelmslev 1943, p. 53, 57 e 1954, p. 216.

[6] Cfr. Foucault 1969, Deleuze 1986, p. 49; si veda anche Deleuze e Guattari 1980, p. 115.

[7] Deleuze 1986, p. 52.

[8] Deleuze 1986, p. 50. Sembrerebbe trattarsi di una materia in qualche modo già scelta. Come vedremo più avanti, il panopticon richiede una precisa condizione: assunzione di una molteplicità in uno spazio ristretto. L’idea di una “materia criminale” mi pare possa essere un interessante punto di riflessione per descrivere le funzioni pure del dispositivo anche sul piano dell’espressione. Di fatti, poiché Foucault tratta della prigione, essendo questa forma del contenuto, e poiché ci interessa trattare della forma-fabbrica, considereremo il problema del dispositivo solo per quel che riguarda il piano del contenuto.

[9] Foucault 1975, p. 102.

[10] Foucault 1975, p. 95.

[11] Foucault 1975, pp. 131-136.

[12] Deleuze 1986, p. 51. Se c’è conformità fra piani, è necessario procedere, per principio di semplicità, alla sintesi dei due piani in un piano solo (cfr. l’esempio del codice semaforico in Marsciani e Zinna 1991, p. 28). Sui punti di convergenza e di disparità tra gli apparati punitivi e i castighi immaginati dai riformatori: Foucault 1975, pp. 139-144.

[13] Per esempio Deleuze 1986, p. 92, 94. Allo stesso modo Deleuze parla del rapporto tra sapere e potere (per esempio p. 100).

[14] Deleuze 1986, p. 51.

[15] Foucault 1975, p. 125.

[16] Foucault 1975, pp. 137-138, 272.

[17] Foucault 1975, p. 22.

[18] Sul soggetto d’enunciazione come funzione derivata: Foucault 1969 e Deleuze 1986, p. 20. Cfr. anche Foucault 1975, p. 24, sulle istanze annesse all’ambito carcerario.

[19] Deleuze 1986, p. 99, 101.

[20] Deleuze 1986, pp. 51-52.

[21] Deleuze 1986, p. 114. Si potrebbe pensare a un confronto tra il diagramma e la casella vuota (Deleuze 1967 e 1969): il diagramma sembrerebbe una sorta di evoluzione mobile della casella vuota, la quale comunque era costretta a circolare in almeno due serie. Quando Deleuze descrive il modo in cui in Foucault 1969 si costruiscono gli enunciati, sembrano ritornare elementi dello strutturalismo deleuziano – sebbene questa volta immersi in una problematica concernente i rapporti di potere (cfr. Deleuze 1986, pp. 106-108). 

[22] Foucault 1975, p. 224.

[23] Deleuze 1986, p. 52, 98, 99; Foucault 1975, p. 225.

[24] Si veda a tal proposito Foucault 1976, pp. 9-36.

[25] Deleuze 1986, pp. 56-57.

[26] Deleuze 1986, p. 57.

[27] Si veda su questo punto Deleuze 1986, p. 98.

[28] I riferimenti sono: Fabbri 1998a e 2001, pp. 16-19. Cfr. anche Fabbri 1998b.

[29] Fabbri 2001, p. 17.

[30] Fabbri 1998a.

[31] Fabbri 1998a.

[32] Hjelmslev 1954, p. 228. Anche in altri passaggi di Fabbri 1998a, attraverso una lettura di Deleuze, vi è in gioco una sottintesa discussione di proposizioni hjelmsleviane.

[33] Fabbri 2001, p. 101. Cfr. a proposito l’esempio che segue sulla spazialità tra organizzazione linguistica e organizzazione effettiva dello spazio.


Lo specchio curvo

gennaio 7, 2010

Luciano Folgore

Rubami tutto,destino,

ma lasciami il paradiso

dello specchietto del riso.

é un godimento cretino,

lo so, ma occorre capire

che per evitar di soffrire,

per evitare il pericolo

di coltivar la menzogna,

vedere il mondo bisogna

dal suo lato più ridicolo.

Luciano Folgore, Lo specchio curvo, in Musa vagabonda…gioconda e qualche volta profonda, ed. Campitelli, Foligno 1927


Le radici spezzate: intervista a Carmen Consoli

dicembre 20, 2009

La nostra amatissima Giuseppina Brusegan balla alla festa di Campodarsego

Dalla nostra amatissima inviata nel profondo nord-est, Giuseppina Brusegan, un’intervista eccezionale a Carmen Consoli che rivela: “Luca Zaia mi ha contattato per una possibile candidatura in Veneto.”

 Campodarsego,  3 dicembre 2009

Non nascondo di essere molto eccitata per l’intervista di questa sera, da sempre sono una fan di Carmen Consoli, conosco a memoria quasi tutte le sue bellissime canzoni.  Così quando ho scoperto che  Carmen avrebbe partecipato alla serata di Ballo Liscio della festa di san Giovanni Damasceno a Campodarsego  non mi sono lasciata sfuggire l’occasione.

Carmen è bellissima come al solito e il nuovo taglio di capelli le dona moltissimo. È una ragazza molto timida e riservata, ma con le idee chiare.

La bellissima Carmen si concede ai flash dei fotografi all'ingresso della sagra

Giuseppina Brusegan: Carmen, sono davvero onorata per l’intervista che mi concedi, intanto ben tornata in veneto! So che sei fiera delle tue origini…

Carmen: Grazie, certo, sono sempre stata orgogliosa di essere per metà veneta, anzi devo dire che la mia veniticità , se mi concedi questo neologismo, è sempre stata molto forte, è che vivendo a Catania ho sempre dovuto nascondere… sai com’è, tutti accusano noi veneti di essere razzisti contro i terroni ma poi spesso è il contrario.

G. B.: eh già, è una cosa che non mi stupisce. Potresti raccontare qualche episodio della tua infanzia in cui ha subito questo razzismo

Un trauma infantile: le terribili sarde a beccafico

C.: Sai, ho cercato di cancellare,  di dimenticare quello che ho subito, è brutto per una bambina … mi sono sforzata di essere (con accento siciliano n.d.a)“sicula” al cento per cento, di fare mia quella cultura dimenticando la mia. C’è un episodio bruttissimo che è capitato nella casa della famiglia di mia madre, sicilianissima di Catania. Ero piccola, avrò avuto si e no 6 anni, mi ricordo di mio padre così a disagio: c’era quel piatto di sarde a beccafico davanti a lui, la forchetta sospesa, a un certo punto ha gridato “Sàrdée in saòr sàdée in saòr!” ed è scappato via piangendo. Tutti sono rimasti in silenzio per un attimo, poi hanno iniziato a inveire contro di lui e mi ricordo anche i loro sguardi su di me. Se ci penso ho ancora paura.

Un bel piatto di sarde in saor per la nostra Carmen

G. B.: Che ricordo terribile, povera Carmen, quindi anche tu sei stata vittima, di quella che Marco Frisato ha definito repressione culturale del veneto?

C.: Intanto devo dirti che io ammiro tantissimo Marco e che sono sempre stata attenta a quello che lui dice e scrive, lo ritengo un uomo di grande studioso euomo cultura. Sì, sono vittima di questa repressione. Mio padre ha addirittura dovuto cambiare cognome quando s’è trasferito in Sicilia per lavoro. Lui si chiamava Consolìn.

G. B.: Ma tua madre rimane siciliana, come ti poni nei suoi confronti, suoi e della sua famiglia?

C.: Nonostante tutto provo molto affetto per loro, come sai le famiglie del sud sono molto affettuose oltre che oppressive. Ho imparato ad amarli, sono stata educata secondo quella cultura che, non nego ha anche degli aspetti positivi, molto tradizionali e che io rispetto.

G.B.: quindi la figura di una Carmen molto progressista e femminista …

C: Alt! Femminista, che parola! Femminile e femminista sono due cose diverse, io non ho mai detto di essere femminista, credo che le mie canzoni siano state fraintese, io parlo di donne non di politica e le mie donne sono femmine (con forte accento siculo N.d.A.), femmine vere, sensuali, fragili, complicate ma non femministe! E comunque politicamente ecco, non credo che il progressismo sia qualcosa che aiuti.

G. B.: In effetti, come dici,  molte volte artisti e ai cantanti si mettono in bocca cose che non hanno mai detto. Dimmi dunque qual è la tua vera posizione nei confronti della donna?

C.:  Lo ripeto, io credo che una donna senza un uomo accanto che la ama non sia una donna. E poi solo con l’amore e la rinuncia uno può superare quelle cose che altrimenti dividono, l’egoismo, la vanità. Credo che la famiglia sia soprattutto importante per noi femmine in tal senso. Vedi che il mio essere veneta e siciliana assieme non sono così inconciliabili. Io sono molto credente, mi definirei una cattolica vecchio stampo, sai da giovane ho frequentato molto la chiesa e i gruppi di comunione e liberazione, è stata un’ esperienza formativa molto importante. 

Lo sposalizio del mare a Venezia

G. B.: Certo, non ne dubito.Ma dimmi, come stai cercando di recuperare quel vuoto creato da  ciò che ti è stato ingiustamente tolto?

C.: Cerco di recuperare studiando e applicandomi con curiosità ed entusiasmo come sempre.  Mi appassiona tantissimo la storia di Venezia, delle sue origini, sai i dogi, lo sposalizio del mar, e tutti gli intrighi e le feste… amo molto la lingua veneta che ha prodotto scrittori così importanti e a volte dimenticati come Goldoni e Giacomo Noventa. Ho iniziato anche a scrivere qualcosa, ma non sono ancora così brava. Però mi piacerebbe far uscire un album in veneto, magari mescolato con il catanese, quello che siamo  stati non si può cancellare.

G.B.: Dai, anticipaci qualcosa!

C. : oh, no! Mi vergogno, non sono pronta … ok, ma solo due versi:

Uuuh- huu! Ne’ caìgo che te volge

che me par che te scompare

ea to boca xe più dolce

amor mio no me ‘asiare …

(ridendo N.d.A) eh, che te ne pare?

G. B: davvero molto bella, Carmen, complimenti!

C.: c’è un’altra cosa che non voglio nascondere e che voglio rendere pubblica!

G.B.: Cosa? non mi farai mica fare uno scoop?

C.: Credo proprio di s: (ancora con accendo siciliano N.d.A.) è una proposta che non posso davvero rifiutare! Mi hanno chiesto di candidarmi …

G.B: Candidarti e con chi?

C.: Il ministro Zaia, siamo molto amici, intimi direi,  mi ha chiesto se voglio candidarmi con la Lega per le prossime elezioni regionali in Veneto!

Il nostro ministro Zaia si gusta una porchetta (trevigiana)

G.B.: Non dirmi, e tu cosa hai risposto?

C.: Be’, ci sto pensando è una proposta che mi lusinga, spero di esserne all’altezza, sai non mi sono mai interessata di politica militando, cioè le mie idee le ho sempre avute chiare e tonde, ma partecipare attivamente a un progetto politico…

G.B.: e se accettassi cosa ti piacerebbe fare, che carica avere, di che campo occuparti?

C.: Ovviamente mi piacerebbe l’assessorato alla cultura! Mi interesserebbe occuparmi davvero della riscoperta della tradizione veneta, ma anche le questioni della multiculturalità…ecco io potrei dare una mano, con la mia storia, sono la persona giusta, no?

G. B.; Certo Carmen! Ti senti davvero vicina allora alle idee leghiste come dicono?

C.: Bè, sì, io non l’ho mai nascosto. Credo che la Lega sia un partito serio, credibile, che si dà da fare concretamente e nel territorio e questo è importante. Poi, al di là di quello che dicono i giornalisti, te lo posso garantire, niente di più lontano dalla lega che il razzismo e l’intolleranza. La lega parla di problemi concreti,  per risolverli è necessario a volte agire con decisione.

G.B.: Hai detto di essere molto credente, come ti poni allora nei confronti di tutti quelle polemiche tra Lega e Chiesa?

C.: Oh, quelle sono polemiche ingrandite dai giornali, la Lega è il solo partito in Italia ad avere a cuore le nostre radici cristiane. È una lotta importante, anche per questo mi piacerebbe impegnarmi.

G.B.: bene, Carmen, credo che possiamo concludere qui. Ti ringrazio moltissimo per la tua disponibilità. Vorresti fare gli auguri di Natale per in nostri lettori?

C.: Grazie a te Giuseppina, è stato un piacere. Tanti auguri de bon Nadae a tuti!

il ministro Zaia e la nostra inviata Giuseppina Brusegan


Il lavoro e la Costituzione

novembre 10, 2009

Premessa.

“L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Il primo articolo della Costituzione italiana è, come l’intero testo, risultato di complesse negoziazioni e trattative tra le differenti parti politiche partecipanti all’Assemblea Costituente. Il primo articolo riconosce e afferma il lavoro quale fondamento della neo-nata Repubblica italiana, ovvero stabilisce una qualche relazione tra costituzione politica e sfondo economico. È questo il problema che discuterò in questo articolo.

Primo livello di articolazione: dal piano materiale al piano del contenuto.

Un’interpretazione valida può abdurre: a partire dall’articolo inteso come Risultato, seguendo una Regola così enunciabile

“Un principio socialista afferma che una repubblica democratica è fondata sul lavoro o è repubblica dei lavoratori”,

il Caso in questione risulta essere che il primo articolo della Costituzione sottende un principio socialista. Non avrebbe modificato la sostanza delle cose – scrive Antonio Negri ne Il lavoro nella Costituzione, saggio steso nel 1964 ma pubblicato per la prima volta solo nel 1977 – se nel primo articolo avessimo avuto “repubblica democratica dei lavoratori” in luogo di “repubblica democratica fondata sul lavoro” (p. 10): trattasi comunque di principio socialista. In realtà vi è una distinzione non trascurabile: è scritto “lavoro” e non “lavoratori”, di conseguenza è differente l’assunzione di valore e tutto ciò che segue. Del resto non si può certo dire che la Costituzione è tutta di stampo socialista – o addirittura comunista, come vorrebbero i suoi detrattori; ma la fondazione della costituzione politica sul piano socio-economico dovrebbe legittimare, a un certo livello, la fondazione di uno Stato sociale, ovvero “fondato sul lavoro”, che è cosa ben diversa da uno Stato socialista, “fondato sui lavoratori”. Vedremo meglio questo punto più avanti.

Innanzitutto, vi è un piano materiale che è quello socio-economico. Su questo piano, in qualche modo, entra in azione la costituzione politica. Negri, p. 8, non ne vede un programma ma solo un giudizio di fatto; tuttavia vi è investimento di valore in un preciso oggetto, essendo il lavoro richiamato nel primo articolo “lavoro produttivo” (p. 11). Si ha, di fatto, un primo livello di articolazione, una sorta di semantica sociale. Ma l’operazione ha innanzitutto una sua valenza storica, poiché sancisce una condizione di diritto estesa ai lavoratori, e non più fondata sulla rendita, sia per il diritto di voto (condizione politica di diritto) sia per i diritti sociali (condizione giuridica di diritto). Tale operazione storica determina in semantica sociale l’opposizione tra “lavoro produttivo”, valorizzato, e “lavoro improduttivo”, il quale designa soprattutto quelle occupazioni che non ha risvolti sociali, che non producono esternalità positive per la società. All’interno della categoria “lavoro produttivo” è possibile articolare una serie di determinazioni, a partire dallo spazio di lavoro, soprattutto la fabbrica, e da qui a partire dal livello di impiego – operai, impiegati, ingegneri. Negri considera il “lavoro produttivo” come lavoro operaio; tuttavia ciascuno dei termini sopra elencati è suscettibile di essere compreso nella categoria “lavoro produttivo”. La pars pro toto (lavoro operaio per “lavoro produttivo”) non rende conto di due problemi: in primo luogo è possibile ipotizzare una gerarchizzazione entro la categoria “lavoro produttivo” tale da porre al primo posto il lavoro operaio, sebbene sia necessario riflettere, specie in termini storici, sui fenomeni politici connessi a tale proposta (per es.: sembra valida l’ipotesi che il PCI ragionasse in questo modo); in secondo luogo quali conseguenze sul piano socio-economico avrebbe comportato una tale sineddoche? Probabilmente il socialismo reale. Pertanto, al primo problema, ne va aggiunto un secondo: quali conseguenze sul piano socio-economico provocherebbe una gerarchizzazione di termini relativi compresi entro la categoria “lavoro produttivo”? Per cercare una risposta a questa domanda è necessario recuperare il filo del ragionamento.

Secondo livello di articolazione: dal piano materiale al piano dell’espressione.

Il lavoro, in quanto “lavoro produttivo”, è concretamente assunto a contenuto della costituzione materiale (p. 76) “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”: la Costituzione italiana è complesso intreccio di, e contrattazione tra, costituzione materiale (rapporto tra lo Stato e le condizioni socio-economiche del paese) e costituzione formale (rapporto tra Stato e normative). Ma vi è un secondo livello di articolazione che segue immediatamente: oltre a essere contenuto della complessa costituzione politica, che richiede ancora un qualche elemento di mediazione, il lavoro è fondamento della repubblica democratica e nello stesso tempo funge da riconoscimento principale nella struttura sociale, tematizzazione degli attori a partire da un’isotopia socio-economica in vista della strutturazione di istituzioni sociali. Insomma, il lavoro configura le persone e la loro appartenenza a un dato stato sociale. Anche questo appartiene al principio socialista sotteso nel primo articolo. Ne consegue che il lavoro, nella strutturazione sociale, diventa “forma costitutiva dello Stato” (p. 19): la struttura sociale riproduce, su altra scala, la struttura del lavoro, ovvero la struttura della fabbrica si estende a struttura sociale. L’ipotesi, pienamente assunta, fa del lavoro l’idea-valore preminente delle relazioni fra piano politico-giuridico e piano socio-economico – il che risulterebbe valido della cultura keynesiana-fordista – nonché della cultura politico-economica dell’Italia del secondo dopoguerra. Si pensi al passaggio dalla fabbrica alla società-fabbrica (cfr. Antonio Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale), e ai luoghi sociali strutturati sul piano dell’espressione come ri-articolazioni della fabbrica (bisognerebbe qui porre un confronto con gli studi di Michel Foucault sugli istituti sociali di disciplinamento e con le importanti riflessioni sugli scritti di Foucault di Gilles Deleuze).

Costruzione primo livello di articolazione: l’operatore politico-giuridico.

Ricapitolando, a un primo livello di articolazione, sul piano del contenuto, l’operazione politica della Costituente taglia sul piano materiale e articola una semantica storico-sociale valorizzando il “lavoro produttivo”: il lavoro è fondamento della repubblica democratica. È un taglio che si opera al costituirsi, o ricostituirsi, dello Stato. A un secondo livello di articolazione, la valorizzazione politico-giuridica del lavoro produttivo si somma, come riconoscimento politico, e dunque imprescindibile valore aggiunto, all’articolazione degli istituti sociali secondo il modello di disciplinamento del lavoro – la fabbrica. Il lavoro è “benedetto” dalla politica e della giurisprudenza (primo articolo della Costituzione) e diventa principio strutturante della società.

L’importanza che il lavoro assume nella società ha motivazioni storiche e culturali che qui non discuto. Mi interessa l’altra componente, la “benedizione” politico-giuridica. Da questo punto di vista, il lavoro non si presenta in modo naturale quale fondamento di un ordinamento politico-giuridico, ma come tale deve essere posto da qualcuno. Si è detto che il primo articolo della Costituzione è il risultato di complesse attività di negoziazione tra i partecipanti all’Assemblea Costituente (partecipanti che sono delegati). In termini teorici, tale fondamento non può che essere posto da un operatore politico – un attante, o, come nel caso italiano, una struttura attanziale in una complessa grammatica delle interazioni strategiche tra attori politici. Dunque è un operatore politico che deve operare questo taglio sul piano materiale e articolarlo.

Connessione tra piano del contenuto e piano dell’espressione: i macroattori politico-giuridici e socio-economici.

C’è ancora da considerare il problema del raccordo tra il primo e il secondo livello di articolazione. Si è detto, infatti, che la valorizzazione politico-giuridica del lavoro funge da valore aggiunto per l’articolazione sociale su modello di disciplinamento del lavoro – ne dà la benedizione. Pertanto, vi è un qualche collegamento tra il piano politico-giuridico e il piano socio-economico articolato (piano dell’espressione). Il primo collegamento è realizzato dallo Stato e dalle amministrazioni di Stato: amministrazione legislativa (Parlamento), amministrazione esecutiva (governo), amministrazione giudiziaria (organi della Magistratura). Questi sono i macroattori politico-giuridici. A questi bisogna aggiungere i rappresentanti di capitale e lavoro – per es. associazioni industriali e sindacati, ma anche ordini di professionisti, associazione delle banche, confederazione di artigiani, ecc. – che sono i macroattori socio-economici.

Le posizioni attoriali dello Stato.

La selezione del lavoro a fondamento della costituzione politica, confermata dall’abduzione di un orientamento socialista nel primo articolo, dovrebbe fungere da primo tassello per la legittimazione dello Stato sociale. Il passaggio non è meccanico. Nella seconda metà del Novecento si possono individuare linee di definizione di uno Stato sociale italiano? Vi sono molte perplessità a proposito. Ma che cosa s’intende con Stato sociale? Sulla base di quanto detto prima, lo Stato sociale è una possibile posizione attoriale che lo Stato ricopre nelle relazioni tra i rappresentanti di capitale e lavoro. Questa posizione attoriale include un ruolo tematico e un ruolo attanziale che vanno definiti per ogni situazione strategica.

Lo Stato si trova al centro dei rapporti tra capitale e lavoro. Ma con questi due termini non s’intende solo il capitale industriale e il lavoro operaio: capitale e lavoro possono essere assunti a denominazione di due ruoli attanziali che possono essere ricoperti da differenti macroattori socio-economici. Per es., le trattative per il rinnovo del contratto nazionale avvengono tra la rappresentanza imprenditoriale e le sigle sindacali. Ma se il problema da affrontare è il credito alle imprese, la rappresentanza imprenditoriale ricopre il ruolo attanziale del lavoro mentre il ruolo attanziale del capitale è ricoperto dall’associazione delle banche. Ciò che caratterizza le relazioni tra capitale e lavoro è l’interazione asimmetrica: un’inclinazione dell’asse di relazione a favore del capitale, ma con differenze di angolazione a seconda dell’effettivo rapporto in gioco. Richiamando l’es. di sopra, l’asimmetria tra rappresentanza industriale e sigle sindacali può essere maggiore di quella presente tra rappresentanza industriale e associazione delle banche. Tutto questo, però, va considerato a livello empirico, e non può essere teoricamente assunto come certo.

Rispetto all’interazione asimmetrica tra capitale e lavoro, lo Stato gioca un difficile ruolo attanziale e ricopre un importante ruolo tematico. Il punto di partenza è la rappresentazione dello Stato come arbitro-giudice delle relazioni tra capitale e lavoro. Da un lato, lo Stato è destinante-sanzionatore di tali relazioni rispetto a un determinato orientamento valoriale e muovendo secondo un certo principio politico-giuridico (lo “spirito”). Dall’altro lato, vi sono, a livello di forme del contenuto, le normative che regolano tali relazioni.

Si possono individuare quattro posizioni attoriali dello Stato nelle interazioni asimmetriche tra capitale e lavoro:

-       Stato sociale (o socialdemocratico o liberalsociale): cerca di definire, per ogni interazione asimmetrica, un punto di equilibrio fra i vantaggi del capitale e i vantaggi del lavoro, in modo tale da distribuire equamente i benefici. Il principio politico-giuridico è favorire il patto tra capitale e lavoro. L’orientamento valoriale investe sull’aumento di capitale e sugli effetti positivi sul piano socio-economico nella prospettiva del lavoro. Lo Stato sociale, dunque, assume un atteggiamento da giudice salomonico.

-       Stato neutrale (o liberale o liberista): sceglie di rimanere fuori dalle contese tra capitale e lavoro. Il principio politico-giuridico è lasciar-fare il mercato, non interferire, cioè, nell’autoregolazione del mercato: pertanto si può parlare anche di Stato minimo. L’investimento valoriale è volto a favorire le condizioni di autoregolazione del mercato e a ridurre al minimo le interferenze esterne su di esso.

-       Stato conservatore (o liberalconservatore): avvantaggia il capitale nelle interazioni asimmetriche tra capitale e lavoro. Il principio politico-giuridico è consolidare i vantaggi del capitale sul lavoro perché è il capitale a organizzare e gestire il lavoro. Pertanto è probabile che, in quanto a norme, lo Stato conservatore applichi norme a favore del re-investimento del capitale in attività produttive, o a favore del capitale impiegato in attività produttive, o a favore del capitale in quanto tale – anche preservando un certo status quo conseguito. L’orientamento valoriale non è anti-sociale: lo Stato conservatore muove a consolidamento e vantaggio delle gerarchie socio-economiche come condizione migliore per le attività produttive e per “il bene del Paese”.

-       Stato socialista: avvantaggia il lavoro sul capitale in modo non tanto da ri-equilibrare l’asse delle relazioni ma da inclinarlo a favore del lavoro. In condizioni estreme, vi è esclusione del mercato e inclusione del capitale nello Stato. Il principio politico-giuridico è favorire nell’ordinamento socio-economico il lavoro – nel caso estremo, fondare tale ordinamento sul lavoro. L’investimento valoriale è a favore del lavoro contro il capitale (se esso è presente) o come parte integrata dello Stato-capitale.

Le quattro posizioni attoriali non vanno considerate come configurazione ideologica generale di uno Stato, ma come posizionamento ideologico dello Stato per ogni trattativa. Con posizionamento ideologico s’intende la somma di orientamento valoriale e principi politico-giuridici che guidano l’azione: tale somma definisce il ruolo attanziale dello Stato rispetto agli altri attanti, e il ruolo tematico rispetto alle azioni intraprese. L’azione dipende anche dalle normative formalizzate riguardanti ogni singolo caso. Pertanto le norme co-determinano l’aspettualizzazione attoriale dello Stato, da un lato, e, dall’altro lato, lo svolgersi della rappresentazione della trattativa tra gli agenti di capitale e lavoro.

Schema

(La doppia freccia indica la relazione di contraddizione. La freccia unidirezionale la relazione di complementarietà: la direzione indica, per ipotesi, la relazione di orientamento e di sviluppo teorico. La linea indica la relazione di contrarietà)

Infine, è necessario porre il problema delle connessioni tra il piano socio-economico e il piano politico-giuridico sulla base di ulteriori elementi:

  1. I cambiamenti materiali e le trasformazioni sul piano socio-economico: cosa c’è dopo il modello della fabbrica? Quali conseguenze hanno questi cambiamenti sul piano politico-giuridico in termini di costituzione politica?
  2. Come si articolano le relazioni interne allo Stato tra le amministrazioni politico-giuridiche?
  3. Assumendo il punto di vista dei macroattori socio-economici, è possibile che un aggregato di individui sociali e di organizzazioni sociali abbia una rappresentanza istituzionale, o non abbia alcuna rappresentanza, o, a negazione delle due condizioni precedenti, decida per l’autorappresentazione. Rispetto all’interazione asimmetrica con l’altro soggetto e con il ruolo attanziale giocato dallo Stato, ognuna di queste tre possibilità definisce un particolare processo di attorializzazione sul piano socio-economico. Un’analisi attenta va fatta in questa direzione, poiché si tratta di problematizzare alcune tematiche importanti circa il patto e il conflitto socio-economico, le trattative e le spinte per le riforme politico-giuridiche.

Cut Piece: una performance sul corpo delle donne

novembre 4, 2009

Cut piece è una performance che Yoko Ono mette in scena nel 1964 e che ha riproposto nel 2003. C’è da domandarsi quale sia il senso, quali gli effetti di questa performance, a 40 anni di distanza, incentrata tutta sul corpo dell’artista e sul rapporto con il fruitore che con l’artista deve interagire.

forget it

Forget it

Tutto il lavoro di Yoko Ono è interattivo anche quando rimane a livello di puro concettuale, anche quando l’azione artistica viene semplicemente scritta come istruzione (secondo quella poetica che poi sarà di Fluxus) in Grapefruit il manuale per l’arte e la vita che Yoko pubblica nel 1962.   Che si tratti di un lavoro etereo come Forget It, un bellissimo padosso zen, in cui l’artista chiede allo spettatore  (che è un semplice chiodo appoggiato ad una lastra) di dimenticare ciò che sta guardando, o della più corporea Cut Piece è sempre un (piccolo?) shock estetico che Yoko Ono vuole provocare, rimettere il fruitore dell’opera in contatto con le cose che l’abitudine rende invisibili e indifferenti.

Cut Piece

Cut Piece

Ciò che Yoko, seduta sul palcoscenico, richiede allo spettatore è semplice: tagliarle i vestiti. Lei rimane immobile, la gente sale sul palco e si lascia andare ad un’azione davvero diversa; superata l’inibizione iniziale ognuno può agire quasi (ed è in questo quasi il valore della performance, che è estremamente lontana da operazioni simili compiute da esponenti della Body Art) direttamente sull’artista, sfiorando la persona, infrangendo quella guscio di protezione che sono gli abiti. Qualcuno con ritegno ritaglia piccoli pezzi dalla manica (e li porta con via con sé come una reliquia) qualcun altro, più deciso fa, tagli più grandi, percorre tutto l’abito, straccia le bretelline della sottoveste e quelle del reggiseno. Yoko incrocia le braccia per coprirsi il suo sguardo è imbarazzato, sui suoi vestiti tagliuzzati si è scagliata tutta una carica di desiderio che per abitudine viene rimossa. Sfiorare una donna, sentire il suo respiro vedere (e si vede benissimo dalla ripresa della camera) il suo cuore che batte, è entrare in rapporto con l’altro nel momento in cui è più fragile, è nelle nostre mani lì davanti a noi: e se ci fossimo noi al suo posto? Cosa sta provando lei adesso? Cosa sente mentre la forbice nella mia mano taglia via un pezzo della sua camicia? Forse potrebbe capitare per un momento di sentire insieme, che i ruoli si invertano, che le barriere cedano, percepirci come una cosa sola.

cut piece

Cut piece

Appena prima dell’ondata del ’68 offrire il proprio corpo al pubblico ha un certo valore liberatorio: se ci si denudasse da sé, se si fosse capaci di vivere naturalmente la propria corporeità, se la violenza scivolasse via e i rapporti tra gli uomini (e le donne, perché quello di Yoko è il corpo di una donna) fossero differenti: questo dice Cut Piece nel 1964.

cut piece

Cut Piece

Ora che l’abitudine è vedere corpi che si spogliano, corpi nudi di donne (molto meno di corpi maschili) che mimano di continuo mosse e atteggiamenti sensuali, il significato di Cut Piece si capovolge senza perdere però la sua forza. La nostra libertà di mostrare il corpo senza pi l’impedimento dell’abito è davvero una nostra scelta? Non è forse un obbligo ormai farci togliere via quello che ci ricopre? Non è forse la donna vittima di chi non ha più nemmeno bisogno di usare di propria mano la forbice? Aver la capacità di cambiare prospettiva e vedere e sentire la violenza sottile di un gesto, la sofferenza di un corpo inerme, capire che è nella scelta la libertà anche del corpo: questo ci dice Cut Piece oggi.

YokoCutPiece 2003

Cut piece 2003


Sul comportamento economico

ottobre 26, 2009

Ne L’impresa irresponsabile, Luciano Gallino inserisce in nota una piccola storia interessante.

In Social theory and social structure, Merton narra un episodio fittizio, ma assai realistico se riferito agli anni Trenta: una banca in buone condizioni fallisce a causa della diffusa credenza fra i suoi clienti, credenza infondata, di una situazione di crisi. I clienti si precipitano per ritirare tutti i loro depositi mandando al collasso l’istituto.

Di questo episodio fittizio esistono (per così dire) due versioni cinematografiche.

In un film di Frank Capra del 1932, Follia della metropoli (American madness), il direttore di una banca, Thomas Dikcson, affronta gravi difficoltà a causa del crollo di Wall Street del 1929. Il cda della banca lo invita a cedere l’istituto a un Trust per evitare il fallimento e poter conservare il ruolo di direttore. Dickson rifiuta, ma una notte vengono rubati dal deposito centomila dollari. Alcuni clienti della banca si recano agli sportelli per delle commissioni: la mancanza di contanti scatena il panico, una folla di persone si precipita per ritirare i propri depositi, la banca è sull’orlo del fallimento. Ma quando viene individuato il colpevole, alcuni amici del direttore Dickson, uomini dell’alta finanza, si recano agli sportelli per depositare somme ingenti. L’evento provoca un effetto esattamente opposto al panico, una sorta di “euforia irrazionale” che fa impennare la domanda di depositi.

Una seconda versione, molto più lucida della precedente, è la celebre scena dei due penny in Mary Poppins (1964). Michael ha due penny che vorrebbe dare alla vecchietta che dà da magiare ai piccioni. Il padre, George Banks, considera del tutto irragionevole il proposito del figlio e gli consiglia di depositare i due penny nell’illustre banca di cui è impiegato. Anche il decrepito direttore partecipa al lungo tentativo di esortazione musicale: è lui che, alla fine, prende dalla mano di Michael i due penny (ricordo le celebri frasi: “se la Banca d’Inghilterra sta in piedi, l’Inghilterra sta in piedi”; “se la Banca d’Inghilterra crolla, l’Inghilterra intera crolla”); ma con ciò provoca la reazione del bambino che gli si lancia contro per riprendersi il soldo. Le urla del bambino – “ridammi il mio denaro!” – giungono fino alla sala centrale, dove vengono udite da due signore allo sportello, che chiedono prontamente la restituzione dei loro depositi. Un signore, poco più in là, fa la stessa richiesta, e in poco tempo la banca è presa d’assalto da gentiluomini inglesi.

Queste storie fanno riferimento a una questione molto interessante, quella del mimetismo del comportamento economico. Si prenda il caso di un attore economico che agisce in una condizione d’incertezza e che dispone di informazioni incomplete sulla situazione interessata, o che non sappia come gestire le informazioni a sua disposizione; probabilmente imiterà i comportamenti altrui, specialmente di quelli che lui crede (o sa?) ne sappiano più di quanto ne sappia lui. Già Keynes aveva parlato del problema del mimetismo. Il mimetismo non è per forza determinato dalla complessità di un oggetto, ma dipende per lo più dalle valorizzazioni operate dai soggetti. Poiché di solito si ritiene molto importante il risparmio depositato in banca, allora una persona esprimerà una forte domanda di sicurezza per il proprio deposito e manifesterà un sentimento di grande tensione per ogni evento che possa minacciare il proprio risparmio. Poiché si tratta di tratti comuni del comportamento economico, ecco come può esplodere il panico in una situazione che l’attore collettivo interpreta come rischiosa per il proprio fondo.

Ma il mimetismo del comportamento economico non è qualcosa che appare solo quando crollano banche. Il mimetismo degli attori economici può generare comportamenti razionali. Ma la folla che ha assalito i negozi il primo giorno di vendita dell’I-phone a New York è una folla razionale o irrazionale? La stessa domanda si può porre, per esempio, per le prime uscite di best-sellers come Harry Potter, i libri di Dan Brown, ecc.

Nell’episodio e nelle due versioni cinematografiche, il mimetismo genera comportamenti emotivi. Purtroppo, gli economisti neoclassici non hanno mai apprezzato questi comportamenti. Anzi, il più delle volte li considerano idioti. Tuttavia non si può certo dire che il mimetismo di comportamento sia un fenomeno casuale e sporadico: al contrario, è organizzato e fortemente modalizzato. Una folla, per esempio, è un attante collettivo in cui ogni attore agisce nello stesso modo in cui agiscono gli altri. Una folla non è affatto un cumulo di soggetti passivi o oggetto di somministrazione ideologica da parte di “persuasori occulti”: una folla è un attante estremamente attivo. Basti pensare alle folle che linciano o incitano al linciaggio. E cosa sarebbe accaduto a Mussolini se un bel giorno, durante una delle sue adunate oceaniche, la folla, invece di acclamarlo, lo avesse ignorato? Uno studio attento sulle folla, uno studio semiotico e psicosociale, è qualcosa che sembra oggi poter avere una grande importanza; grande anche per gli economisti. Per un economista neoclassico, un fan di Madonna è completamente idiota dato che per acquistare il biglietto è disposto a recarsi alla biglietteria anche la notte precedente la sua prima apertura.

Perché questa pigrizia degli economisti verso il comportamento? La risposta si può trovare nel modello economico neoclassico: l’attore razionale bada alla sua utilità, agisce massimizzando i benefici e minimizzando i costi, possiede tutte le informazioni pertinenti al suo agire. Questo modello è del tutto astratto, ma per l’economista neoclassico è il punto marginale del modo di funzionamento di una società economicamente perfetta. Pertanto il modello deve fungere da momento sanzionatorio, cioè valorizzante, di ogni operazione economica e di ogni scelta politica su fattori economici, e, nello stesso tempo, da metro di costruzione del fatto economico – per es. di una riforma del lavoro o di una privatizzazione.

Tutto ciò, per rovesciare il giudizio che l’economista dà sul comportamento economico che non si commisura al modello neoclassico, è del tutto idiota. Una folla è di certo molto più intelligente di un’economista: non è la folla che non segue l’economista, è l’economista che non segue la folla.

Di recente, in seguito alla crisi finanziaria-economica, è cresciuto un dibattito tra economisti sul problema del metodo economico e dell’insegnamento dell’economia. Ed è soprattutto emerso un punto molto importante all’interno di questo dibattito: l’economia deve occuparsi di più del problema dell’attore economico e del comportamento economico. Questo percorso metodologico è seguito da una vasta area che comprende economia cognitiva, economia sperimentale, finanza comportamentale, neuroeconomia. Momento illustre per queste scienze economiche è stato il premio Nobel assegnato nel 2003 a Vernon Smith e Daniel Kahneman, entrambi critici dei modelli neoclassici e degli approcci econometrici tradizionali, proprio per aver introdotto la psicologia cognitiva nelle discipline economiche (inoltre Kahneman è di formazione uno psicologo cognitivo). Si possono sintetizzare questi contributi alla critica del modello neoclassico (senza con ciò voler sintetizzare gli approcci, le discipline, gli studi) con un’asserzione: “il comportamento degli attori economici non è razionale, ma è molto più complicato. Per saperne di più dobbiamo studiare la mente umana e l’interazione tra attori pensanti. Se ne evince che il modello neoclassico non appartiene al ragionamento”.

Questo insieme di studi muove da una base comune, la convergenza di studi economici con la psicologia cognitiva e le neuroscienze. Probabilmente seguiranno ulteriori appunti su questi campi di studio. Ma una domanda può già essere posta “a bruciapelo”: non è che questo modello non solo non è presente nella mente umana, ma non lo è nemmeno nelle relazioni sociali? Vi è questo risvolto del comportamento economico che andrebbe tenuto in stretta considerazione. La conseguenza non è la sparizione del modello neoclassico, ma la sua collocazione nell’ambito della cultura economica. È questo un terreno molto importante, che però è stato affrontato solo sul piano dello studio dell’ideologia o dello studio normativo. Entrambe le operazioni hanno dei forti limiti: lo studio dell’ideologia procede per sintesi e non per analisi, e dunque rischia di dimenticare di osservare quel che accade, e quel che strutturalmente accade, a livello empirico, generalizzando certi elementi e perdendone altri che tuttavia potrebbero essere interessanti se ripiegati in altri concatenamenti, o, quando estremamente politicizzati, costruiscono culture economche viziate da visualizzazioni disforizzate di comportamenti economici che non si confanno ai propri (dell’osservatore) desideri; lo studio normativo, invece, tende ad affermare il “dover-essere” e il “dover-fare” degli attori socio-economici. Ma non è vero che il primo filone è studio critico e il secondo è studio da “alleato”: per es., certi studi critici, che sono anche studi dell’ideologia, possono essere molto più normativi di uno studio da “alleato” o consulente di industria ferroviaria, anche quando affermano il “dover-essere” in modi di dialettica negativa. Ciò che andrebbe articolato è uno studio descrittivo delle tipologie di cultura economica a partire dall’analisi a livello empirico dei comportamenti economici in interazione.

Procederemo lungo questo percorso in modo parallelo ad altre due strade che abbiamo già cominciato a percorrere o che abbiamo da poco preso a indagare: il primo è la prossima chiusura della critica dei cognitivisti – non quelli di cui ho detto poco fa, ma della corrente che proviene dall’operaismo – vedi qui –; l’altra è la necessità di studiare insieme le interazioni strategiche e di potere nel campo economico e nel campo politico – filone che prende spunto da qui - e la retorica del discorso politico e del discorso economico - che prende spunto da qui. Tutto ciò per problematizzare le questioni economiche, spesso banalizzate o eccessivamente formalizzate, e per ribadire che l’economia è luogo in cui praticare, discutere e anche criticare un’operare analitico materialista, a partire da un interessante paradosso che potrebbe interessare il materialista: ma non è che le trasformazioni economiche diventano concrete quando cambiano i rapporti interni ed esterni di cultura economica? E come costruirsi (storicamente e semioticamente) una cultura economica?


Luciano Gallino, Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia

ottobre 2, 2009

Einaudi, Torino, pp. 195, € 17

Einaudi, Torino, pp. 195, € 17

Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia

di Luciano Gallino prende il titolo da un volume di saggi pubblicato nel 1914 da un giurista, Louis Brandeis, che nel 1916 divenne membro della Corte Suprema degli Stati Uniti. Quello di Brandeis è un volume estremamente critico nei confronti del sistema della finanza e dell’investitore di professione, il banchiere specializzato in investimenti. “Con i soldi degli altri” significa che questi banchieri facevano affari per mezzo dei soldi che ogni specie di risparmiatore depositava in banca; utilizzando un’analogia, gli investitori di professione facevano dei soldi altrui il proprio strumento di lavoro. Quali ne sono state le conseguenze? La risposta è ovvia: il crollo del 1929 e la “grande depressione”. In seguito a questi drammatici eventi, il governo degli Stati Uniti promulgò nel 1933 un’importantissima legge, la legge Glass-Steagall, con la quale si imponeva la separazione tra banche d’investimento e banche di deposito e commerciali per garantire la sicurezza dei risparmi. L’abolizione di questa legge nel 1999 è uno dei passaggi cruciali per comprendere l’attuale crisi economico-finanziaria.

Il saggio di Gallino è piuttosto arduo dato che si impegna a spiegare i complicati meccanismi dei vari fondi (fondi pensione, d’investimento, speculativi, sanitari, assicurativi, ecc.), cosa sono, come agiscono e quali rapporti hanno con istituzioni come banche e corporations (capitoli I, II, III). Nei capitoli V e VI l’autore discute degli intrecci tra sistema politico e sistema finanziario (nel capitolo VI questi rapporti sono esemplificati nel caso della Enron); nel capitolo IV dello “scontro” tra finanza ed economia, scontro esemplificato nel modo in cui si trasforma l’impresa; infine, nei capitoli VII e VIII si considerano gli effetti sull’economia reale dei processi finanziari e l’inevitabile impotenza della politica. Ciò che segue non è una recensione, ma l’elaborazione di una chiave di lettura (o meglio di rilettura, che vale soprattutto per chi ha letto o ha cominciato a leggere il libro) per addentrarsi in, e poter continuare a riflettere su alcuni argomenti trattati dal libro.

Il sottotitolo del saggio, Il capitalismo per procura contro l’economia, richiama innanzitutto uno dei punti controversi nell’attuale dibattito socio-economico: esiste una finanza che si muove contro l’economia o i due sistemi sono strettamente interdipendenti e, di conseguenza, come sostengono i neo-liberisti, la finanza contribuisce allo sviluppo economico? Il punto di vista più interessante credo che sia quello di chi sostiene che la finanza è il nuovo sistema di regolazione dell’economia. Che significa? Prendiamo il caso del lavoro. Nel regime fordista, la regolazione dei processi lavorativi è di tipo politico: vi è uno Stato Sociale che garantisce, tra le altre cose, istruzione, servizi, sanità e pensione. Ma questo stato di cose è venuto meno abbastanza presto, dopo nemmeno trent’anni, non solo per un problema di staticità di questi processi che contraddice la necessaria dinamicità dei flussi economici, e non solo per una serie di altri problemi, o per una domanda di rinnovamento culturale avanzata e messa in pratica soprattutto dai giovani a partire dagli anni Sessanta; in termini numerici – detto in modo elementare – come si poteva mantenere un numero sempre maggiore di pensionati e il costo del settore pubblico con il sostegno di una massa di lavoratori in diminuzione di conseguenza all’automazione di molti processi lavorativi? Da qui, la finanza comincia a prendere il posto della politica nella regolazione dei processi economici. I primi passi di questa sostituzione sono sotto gli occhi di tutti: smantellamento del settore pubblico e privatizzazioni.

Einaudi, Torino, pp. 271, € 15

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In questo senso, si può interpretare il sottotitolo come “la finanza contro l’economia”, intendendo la finanza come nuovo sistema di regolazione dell’economia contro un’idea di economia regolata per via politica e soprattutto legata a meccanismi sociali. Questo punto è discusso da Gallino soprattutto a partire dal capitolo IV: riprendendo un suo libro precedente, L’impresa irresponsabile, il sociologo discute di due modelli di impresa: l’impresa come “istituzione” che svolge funzioni socialmente rilevanti, alla quale attività co-partecipano, in misura maggiore o minore, anche gli operai, e che è anche la sede di numerosi e spesso aspri conflitti sociali; e l’impresa come “rete di contratti” in cui prevale il rapporto tra azionisti e manager alla guida dell’impresa. L’obiettivo di quest’ultima – spiega Gallino – è far crescere le plusvalenze, cioè i rendimenti degli azionisti. Come farlo? Alleggerendo i processi produttivi con pratiche quali tipologie di contratti a termine, delocalizzazione, esternalizzazione, richiesta di politica di moderazione salariale, ecc. (all’elenco di Gallino possiamo aggiungere la de-regolarizzazione del contratto nazionale, fortemente richiesta dalla Confindustria e approvata da CISL e UIL). Questa tipologia di impresa, dunque, ormai legata a, se non dipendente da, i processi finanziari, per favorire questi ultimi può (e spesso deve) muovere contro l’economia.

Ma che cosa s’intende con “capitalismo per procura”? Dalla sostituzione della politica con la finanza quale sistema di regolazione dell’economia cerchiamo di seguire un percorso basato su una forte analogia tra sistema politico e sistema finanziario. Alla base dei processi politici vi sono (o vi sarebbero) gli elettori, i quali scelgono di dare il loro voto a un partito o al candidato del partito o al leader del partito, sulla base di aspettative e desideri più o meno razionali, più o meno emotive, ma sempre legate alla propria condizione di vita, a quella dei propri famigliari, a quella della categoria sociale (operai, imprenditori, avvocati, ecc.) di appartenenza. Il partito, o candidato, o leader, in campagna elettorale, fa promesse, stila o sottoscrive un programma politico, o un impegno con gli elettori. Il rapporto tra i primi e i secondi soggetti è estremamente complesso ed è quasi tutto ciò che va sotto il nome di “comunicazione politica”. È chiaro che, nei processi di comunicazione politica, un ruolo cruciale è quello dei media; ma altrettanto importante è la macchina del marketing politico.

Consideriamo ora la finanza: quali sono i soggetti alla base di questa? I risparmiatori, ogni specie di risparmiatore, dal super-ricco che vuole scommettere qualche milione di euro in azioni ad alto rischio, al lavoratore indipendente o al dipendente pubblico che si affida ai fondi pensione, ai piccoli risparmiatori che investono qualche centinaia o migliaia di euro in obbligazioni. I risparmiatori – scrive Gallino verso la fine del libro (p. 168) – “hanno affidato all’intermediazione degli investitori istituzionali decine di trilioni di dollari ed euro, allo scopo di accrescere la sicurezza di poter fruire in futuro vuoi di un reddito sufficiente per condurre  una vita dignitosa, una volta lasciato il lavoro, vuoi di un capitale da destinare in qualsiasi momento a qualche sensato uso”. I risparmiatori hanno delle aspettative, hanno uno strumento che, “per procura”, può permettere loro di cercare l’appagamento di tali aspettative. Sembrerebbe proprio un sistema elettorale, dove una quota di risparmio corrisponde a un voto. Fin qui ci troviamo, formalmente, in una sorta di “democrazia finanziaria”. Gallino, del resto, già nell’introduzione, cita La rivoluzione invisibile di Peter Drucker, celebre economista che negli anni Settanta, in modo avventato e da futurologo, parlava di un nascente socialismo grazie alla finanza, in cui i lavoratori possiederebbero, attraverso un meccanismo di deleghe, e soprattutto per mezzo dei fondi pensione, i mezzi di produzione.

Ma a fare la parte del candidato, in finanza, vi è un attore di cui non è facile chiarire l’identità: chi è questo attore? Può essere un manager – ma sotto tale generale dicitura vi è una molteplice specie di manager – può essere un consulente, un agente di Borsa, o anche un rappresentante di un ente finanziario. In termini generici, si tratta di un investitore istituzionale. Rispetto ai risparmi che a lui vengono affidati, e rispetto alle aspettative dei risparmiatori-elettori, l’investitore istituzionale promette di operare in qualsiasi modo per ottimizzare il rendimento del capitale investito. Fino a questo punto, sembra di essere ancora in un sistema formalmente democratico. Tuttavia vi è qualcos’altro che non rientra in questo rapporto di “comunicazione economica” (comunicazione nella quale, oltre al marketing, giocano un ruolo importante, come nella comunicazione politica, anche i media: si pensi alla “campagna di sensibilizzazione” a favore dei fondi pensione di qualche anno fa in Italia). Gallino chiama questo qualcos’altro “effetto perverso” (e rimanda a un saggio di Raymond Boudon degli anni Settanta): effetto che risulta dalla giustapposizione di comportamenti individuali e che non risultano obiettivi ricercati dagli attori. In poche parole, gli investitori istituzionali non hanno alcun interesse, né motivo né obbligo né bisogno, a spiegare come utilizzeranno “i soldi degli altri”. L’obiettivo principale, la massimizzazione del rendimento del capitale investito, è la promessa, ma solo agli investitori istituzionali spetta di decidere con quali modi realizzare questa promessa, senza doverne rendere conto ai risparmiatori.

Colin Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Bari, pp. 148, € 7.50

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Ma non funziona in questo modo anche il sistema politico? Non vi è anche qui un “effetto perverso”? Possiamo pensare alle denunce della “Casta”, ma non si tratta solo di questo. L’“effetto perverso” di un sistema politico è tale, cioè perverso, solo se considerato in rapporto al processo di comunicazione politica. Il politico candidato, per esempio, alle elezioni non andrà certo in giro a dire chi sarà il nuovo direttore di una certa agenzia o da chi ha ricevuto donazioni per la campagna elettorale, dato che nessuno gli chiede o gli ordina di renderne conto agli elettori; i pochi nomi ch fa sono sempre promesse. In altri termini ancora, il partito o il candidato o il leader promette agli elettori e risponde ad altri soggetti con i quali entra in relazione o che sono suoi alleati. Per una ragione di equilibri, i secondi soggetti sono più potenti degli elettori e quelli ai quali bisogna innanzitutto rispondere. Questo ulteriore e decisivo passo ci proietta nella dimensione della “post-democrazia”, dove il “post” non indica un regime politico che è successivo a quello democratico, ma un insieme di processi che si trovano oltre e fuori rispetto alla democrazia – processi che, per la loro importanza, orientano l’andamento di quest’ultima. Il caso Alitalia è un interessante caso di “post-democrazia”: in campagna elettorale Berlusconi ha promesso “una soluzione rapida”. Che tipo di soluzione? La soluzione è stata elaborata dopo, con attori del sistema economico e finanziario (Confindustria e banche su tutti), fuori del controllo della democrazia, senza dover rendere conto né agli elettori (anche se lo Stato paga i debiti della compagnia) né ai lavoratori (se ci si ricorda delle complesse trattative con sindacati e con associazioni corporative di rappresentanza).

Gli enti finanziari, le grandi banche, le corporations, i grandi industriali ecc. sono gli attori che giocano nella dimensione della “post-democrazia” e coesistono con gli attori del sistema politico. Nel capitolo III, Gallino studia il modo in cui il sistema bancario (che definisce “bancocentrico”) ha creato, grazie all’abolizione della legge Glass-Steagall e ad altri provvedimenti, un sistema della finanza alternativa, composto da enti finanziari, investitori istituzionali, fondi vari, che si muovono alla luce e al buio, in una no man’s land che Gallino chiama “sistema finanziario ombra”. Qui si muovono i famigerati “prodotti derivati”, di cui è necessario sottolineare un tratto distintivo: per i quattro quinti, questi prodotti derivati non circolano in Borsa ma sotto forma di contratti privati. Che vuol dire? Vuol dire che la Borsa non è il solo luogo, il solo modo di espressione, della finanza. La tipologia della “rete di contratti” pervade burocraticamente i processi economici: per esempio, prodotti derivati si possono trovare anche in un fondo pensione. Per questa ragione le banche centrali e gli istituti finanziari possono fornire solo una stima molto ipotetica dei prodotti derivati in circolazione. Per la spiegazione di questi complicati meccanismi, delle attività dei fondi e dei rapporti con banche e altri soggetti influenti, rimando ai capitoli I, II e III del saggio di Gallino.

La politica stessa, infine, gioca in un contesto di “post-democrazia”. Gallino, per esempio, sottolinea come la Dichiarazione del G20 del novembre 2008 riporti le stesse raccomandazioni di un documento dell’Institute of International Finance, un’associazione che raggruppa le più potenti istituzioni finanziarie (p. 185). Si potrebbe parlare di una sorta di “pensiero unico”. Ma non bisogna dimenticare che esistono associazioni finanziarie che studiano anche il modo in cui poter ottenere buoni risultati dall’investimento economico e finanziario in tecnologie “pulite” (il famoso eco-capitalismo).

Resta aperto, in conclusione, un interrogativo sull’attuale governo americano, già per esempio sulla riforma sanitaria. La vittoria di Obama alle elezioni è certamente un fatto di democrazia elettorale. Tuttavia non è detto che ciò debba avere dei legami immediati con la questione della finanza. Per esempio, non è detto che le maggiori ripercussioni di tale vittoria si avranno negli Stati Uniti piuttosto che a livello internazionale. E poi, quali istituti e quali attori gravitano intorno al governo americano? È cosa dubbia, credo, che si possano riformare i processi finanziari così rapidamente – e se lo si dovesse fare, non ci verranno certamente a perdere i professionisti dell’investimento e gli enti finanziari.


Pascoli. Per una lingua minore. Terza parte: riduzione (incompiuta) a minore di una lingua maggiore

settembre 28, 2009

(segue)

5. Pascoli. Per una lingua minore.

Nel bel mezzo delle considerazioni sopra esposte, tra l’ammissione di ogni esperienza linguistica (p. 237) e la poetica immanente delle variazioni “durante” la grammatica (p. 238), Contini accenna a Pasolini e al gruppo di letterati che promuovono esperimenti linguistici sulla linea pascoliana. Il che ci permette di tornare, esattamente da questo punto, all’articolo pasoliniano per “Officina” da cui siamo partiti.

Il ponte di congiunzione è dunque il principio immanente costitutivo del plurilinguismo, quello che – per dirla brevemente – permette di procedere lungo le linee di ricerca strettamente correlate sul pre-grammaticale e sul post-grammaticale. Nell’articolo dedicato a Pascoli, Pasolini sottolinea un’apparente contraddizione nel poeta:

una ossessione tendente patologicamente a mantenerlo sempre identico a se stesso, immobile, monotono e spesso stucchevole, e uno sperimentalismo che, quasi a compenso di quella ipoteca psicologica, tende a variarlo e a rinnovarlo incessantemente. (Pasolini, Pascoli, p. 294)

Si tratta, evidentemente, di un profilo psicologico, che offre il vantaggio, non da poco, di evitare immediatamente ogni impostazione sociologica del problema stilistico-poetico. Pasolini sembra distinguere letteralmente l’interesse verso lo sperimentalismo dall’altro versante, quello dell’ossessione psicologica. È quest’ultimo, e non il primo, che può avere un interesse storico-sociologico nel quadro di una storia sociale degli scrittori italiani – dal Duecento (per Pasolini dal Rinascimento) a noi (la riflessione è chiaramente di stampo gramsciano – si pensi agli scritti per una storia degli intellettuali nei Quaderni dal carcere). Tuttavia – ammette alla fine dell’articolo (p. 300) – questa ossessione, in Pascoli, prevale sulle sperimentazioni, tant’è che si potrebbe dire che le sperimentazioni sono in funzione della vita dell’Io-poeta, che è a sua volta vita ridotta a funzione poetica. Non c’è, insomma, una visione del mondo nuova e radicale.

Virgilio Giotti

Virgilio Giotti

E però non si può dire che la questione dello stile, e quella della poetica, abbiano solo una forza psicolinguistica e non una presa sociale: ma, piuttosto che di sociologia, bisognerebbe parlare di una qualche specie di sociolinguistica. Ce lo spiega Pasolini stesso in un altro articolo (in Passione e ideologia segue quello su Pascoli, alle pp. 301-321), del 1956, intitolato La lingua della poesia. Un articolo dal contenuto minore – ci si occupa di un poeta triestino, Giotti – ma, per mezzo di questo, si può affrontare una questione alla quale Pasolini tiene molto: quella del dialetto.

5.1. Giotti e il dialetto.

L’analisi che Pasolini propone della poesia di Giotti, Siora Teresa (scritta nel 1909), pubblicata nel Piccolo canzoniere in dialetto triestino (edito nel 1914) compara la poesia giottiana con quella pascoliana proprio alla luce dei movimenti linguistici che Contini ha individuato in Pascoli. Vediamo in che termini:

  • Operazione impressionistica: in Giotti vi è una preoccupazione di fare pittura in poesia: il verso sul rosa de le’ rece è figura stilistica del genere nero di nubi o blancheur de colonnes.
  • Operazione pre-grammaticale: le interiezioni, le onomatopee: Giotti: robe che lei no’ la capissi gnente / ‘torno de lei noi tuti quanti, sì, / come putei.: il – scrive Pasolini – non ha valore grammaticale, rifiuta ogni funzione di avverbio affermativo, ma appartiene all’area della pre-grammaticalità (…). (Pasolini, La lingua della poesia, p. 304).
  • Operazione di grammaticalità depressa: con questa Pasolini intende un’operazione sul contenuto, le umili epiche quotidiane (p. 303): la poesia di Giotti è la vita quotidiana d’una massaia, è infatti una variante del tipo umile pascoliano. (p. 303).
  • Operazione iper-grammaticale: le acutezze – scrive Pasolini – e i giuochi da pasticheur dei Conviviali o della Canzone di Re Enzio. (p. 303). In Giotti vi è, molto più che in Pascoli, estrosità, dunque, e leggerezza ironica (p. 304): per es. il , esemplificativo dell’operazione pre-grammaticale, sebbene possa richiamare un’immagine di purezza, tuttavia preserva caratteri ironici. Si ha, in questo modo, un distacco dalle operazioni pascoliane di precisione nomenclatoria: in Giotti si dà un tratto proprio della nuova ondata novecentesca, che Pasolini chiama instabilità, spregiudicata, della lingua (p. 305). Operazione, dunque, esattamente contraria a quella di Pascoli.

Pasolini assume l’operazione post-grammaticale (o iper-grammaticale) come categoria analitica che porta i tratti specifici della poetica d’autore: l’immagine dell’innocenza in Pascoli, l’ironia e l’estrosità in Giotti. Tratti, dunque, che sono proprio quelli dell’ideologia del poeta; e che non possono che definirsi a partire dalle altre due operazioni e in continuità con queste. Ne consegue che tali tratti si costruiscono nelle due operazioni precedenti.

L’operazione che Pasolini chiama di “grammaticalità depressa”, è quella nella quale si dà il problema dell’uso del linguaggio, e quindi del plurilinguismo. Dopo aver considerato i due caratteri giottiani (ironia ed estrosità), ci si chiede:

O non saranno piuttosto, tale estrosità e tale ironia, da attribuirsi, come qualità interne e aprioristiche, alla materia dialettale? Alla instabilità e relatività di una lingua parlata? (p. 305)

Insomma, Pasolini si chiede – e intende porre a verifica l’ipotesi – se i due tratti non si costituiscono a livello della “grammaticalità depressa”, considerando in questa soprattutto l’uso del dialetto, e del dialetto come lingua parlata. La risposta è che il dialetto contribuisce limitatamente a costruire tale effetto: analizzando a livello lessicale il componimento, Pasolini afferma che parole come búcole, zucar, grespe, sono parole “piane”, e un guizzo espressivo dialettale lo si può notare solo nei versi la ga cucado se sarà dimani / za ‘verti i fiori grazie al cucado dal tono furbesco.

Che cos’è, dunque, che fornisce questi toni ironici e di estrosità? Pasolini prosegue dicendo che nel componimento di Giotti i cromatismi impressionistici prevalgono sul testo dialettale (p. 305). Dunque non si può parlare in termini semplicistici di prevalenza del dialetto. Ciò non vuol mettere in discussione un’evidenza, cioè che il testo di Giotti è in dialetto; Pasolini sta proponendo un altro punto di vista: non esiste una vera e propria tradizione triestina cui appartiene la poesia dialettale di Giotti (p. 307). Del resto, le poesie contenute nel Piccolo canzoniere sono state scritte tra il 1909 e il 1912, e Giotti tra il 1907 e il 1920 è vissuto in Toscana: dunque ha scritto il suo primo libro in (simil)-triestino in Toscana (p. 309). Prevale il colore dell’impressionismo perché prevale l’immagine dell’ambiente triestino, un’immagine psichica prodotta da una certa formazione ed esperienza culturale.

Passione e ideologiaIl tocco pittorico rimanda all’operazione linguistica: quale tipo di operazione linguistica compie Giotti? Pasolini parla di gusto del rifacimento specie nei toni dei versi triestini (p. 309), e allo stesso modo noi potremmo parlare di ricombinazione o anche invenzione linguistica. Giotti, infatti, non scrive nel vero e proprio dialetto triestino né ha una vera e propria tradizione (un canone) di versi triestini alle sue spalle; tuttavia non c’è alcuna necessità di correttezza sintattica o grammaticale nella proposizione dialettale: l’operazione linguistica che Giotti compie (di “grammaticalità depressa” o di variazioni “durante” la grammatica) non può che essere quella di vitalizzare e rivivificare continuamente il dialetto. Un’operazione di poetica immanente, dunque, simile a quella di Pascoli, ma questa volta orientata verso il dialetto (“durante” il dialetto), non verso il canone della tradizione letteraria.

5.2. Il “sogno” di Pascoli.

Questo dialetto incessantemente rivitalizzato aspira al ruolo di lingua allo stesso livello dell’italiano:

Una evasione verso una lingua reale viva (polemica rispetto alla fossilizzazione letteraria dell’italiano), e insieme assoluta, quasi inventata. (p. 306)

Poco prima Pasolini aveva così risposto alla domanda formulata sopra: “quale tipo di operazione linguistica compie Giotti?”:

si tratta di una lingua “assoluta”: il passaggio di Giotti non è da una lingua maggiore a una lingua minore, dove più liberamente dar vita a un sottomondo regionale e rionale. (p. 305)

Lingua “assoluta” non solo nel senso di lingua reale viva e quasi inventata, ma anche come lingua “unica”: il proto-dialetto triestino. Non ne consegue, forse, una perdita del plurilinguismo? L’operazione linguistica di Giotti sembra univoca. E probabilmente si può qui intravedere quel carattere di ossessione psicologica, di fissità stilistico-poetica che Pasolini attribuiva a Pascoli; le variazioni linguistiche in Giotti sembrano essere quelle piccole, operanti all’interno di una classe, come quelle che Contini individuava in Petrarca. Pasolini introduce così l’analisi storico-stilistica dell’opera giottiana:

Tale modificazione iniziale [intende la modificazione sopraggiunta con il soggiorno in Toscana e dunque con la ricchezza delle immagini pittoriche dell’ambientazione triestina di cui si è parlato sopra] (…) malgrado gli apparenti sviluppi, resterà fissa nella storia stilistica giottiana. (p. 310)

Da questi spunti, si può anche notare come il problema del dialetto sia, riguardo al testo scritto, molto più complesso della semplice opposizione asimmetrica “lingua nazionale / dialetti”. Presentando il dialetto di Giotti come potenziale lingua “assoluta”, allo stesso livello della lingua nazionale, Pasolini lo rappresenta come un’evoluzione e attuazione del “sogno” di Pascoli:

il grande desiderio irrealizzato del Pascoli era di “evadere” compiutamente, dalla lingua maggiore da lui già ridotta a minore, verso il dialetto. (…) In tal senso Giotti per primo, nel Novecento, attua questa ispirazione tipicamente pascoliana (…) al dialetto. (p. 306)

Il “sogno” di Pascoli è costruirsi una linea di fuga verso il dialetto come compimento dell’operazione di riduzione a minore della lingua maggiore. Pasolini a questo punto cita la myrica tradotta in “lingua fraterna”, ovvero in una lingua morta di cui sentire nostalgia: la naiv, dadora, flocca flocca flocca. Secondo Pasolini, Giotti attua questo “sogno”; ma come lo attua? Muovendo dall’invenzione-amalgama di “un” dialetto, quello triestino, operando, quindi, a partire dal dialetto e non dalla lingua nazionale.

Vi è qui, a mio avviso, un problema teorico: Pasolini introduce due categorie fondamentali, quella di “lingua maggiore” e di “lingua minore”. Vi dovrebbe essere un qualche tipo di relazione fra queste due lingue e le categorie continiane del “monolinguismo” e del “plurilinguismo”. Ma Pasolini non sembra chiarire, né avere molta chiarezza sul problema teorico avanzato dalle due nuove categorie. Meglio: le descrizioni del modo di funzionare delle due categorie rispetto a Pascoli è ineccepibile. La confusione comincia quando si inserisce Giotti. Il problema è la tesi pasoliniana sulla quale dovrebbe reggersi la connessione Pascoli-Giotti: il dialetto come lingua allo stesso livello dell’italiano. Sappiamo che questo era uno dei punti forti di “Officina”, ma anche quello che condurrà al fallimento ideologico la rivista. Questa tesi occulta, sotterra il problema teorico al quale Pasolini accenna, e che è problema teorico non solo della lingua della poesia, ma più in generale della lingua della letteratura.

5.3. Lingua maggiore e lingua minore.

Ripartiamo dal brano citato (p. 305) in cui compaiono per la prima volta le due categorie di “lingua maggiore” e di “lingua minore”, e rileggiamo quello che segue (p. 306) “dalla parte” di Pascoli, e non di Giotti.

Pasolini innanzitutto afferma che l’articolazione di una lingua “assoluta” – il dialetto parlato-inventato alla pari con la lingua nazionale – non è la stessa cosa del passaggio da una “lingua maggiore” a una “lingua minore”. Poco dopo considera tale operazione di articolazione della lingua “assoluta” come compimento dell’aspirazione di Pascoli: costruire una linea di fuga dalla lingua nazionale a una “lingua fraterna”. Secondo Pasolini, il dialetto parlato-inventato di Giotti è questa “lingua fraterna”: processo di rivitalizzazione di una lingua di cui sentire nostalgia (Giotti scrive in triestino dalla Toscana). Questa “lingua fraterna” non è una lingua minore, ma una lingua alla pari con la lingua maggiore per istituzione, ovvero con la lingua nazionale.

Ma consideriamo questi due estratti dalla pagina (p. 306) di Pasolini:

La lingua maggiore, in effetti, era già stata ridotta dal Pascoli (…): era già stata abbassata di tono fin quasi a raggiungere il parlato come recente koiné nazionale, o addirittura come dialetto. (…)

In realtà, (…) il grande desiderio irrealizzato del Pascoli era di “evadere” compiutamente, dalla lingua maggiore da lui già ridotta a minore, verso il dialetto.

Tra “lingua maggiore” e “lingua minore” non vi è una relazione dialettica, ma la seconda agisce nella prima, e tenta di tracciare una linea di fuga verso una “lingua fraterna” – lingua che Pasolini identifica, per Pascoli come per Giotti, con il dialetto. Ma per costruire tale linea di fuga, il poeta deve prima “lavorare” sull’espressione, sul piano dell’espressione; per Pasolini tale operazione si dà, per es., con un “abbassamento di tono”. Che significa? Lo abbiamo visto con Contini:

  • Un’operazione pre-grammaticale di risemantizzazione delle onomatopee, desemantizzazione del termine registrato nel dizionario e riconfigurazione del termine reso indefinito;
  • Un’operazione post-grammaticale per gradi differenti di determinazione di emersione dal fondo indeterminato (dall’impressionismo – che tocca la luce – alla nomenclatura corretta – che denomina le linee e la figura compiuta);
  • Un’operazione da compiersi “durante” la grammatica (o operazione di “grammaticalità depressa”) di sperimentazione plurilinguistica, invenzione sintattica e articolazione di linguaggio parlato.

Queste operazioni sono compiute su di una “lingua maggiore”: nel caso di Pascoli, non si tratta di una vera e propria lingua nazionale, ma, come afferma Pasolini, di “lingua letteraria”. Lo abbiamo visto nella prima parte, considerando le differenze proposte da Contini tra Dante e Petrarca: la “lingua letteraria” opera articolando condizioni trascendentali per ogni genere e modelli ideali di classico: le prime solcano confini nominalmente invalicabili, i secondi forniscono qualcosa di simile a un “modello legislativo”. La “lingua letteraria” compie azioni di negazione, riduzione e drenaggio del plurilinguismo, costituisce un mono- o bi-linguismo, e, linearizzando le congiunzioni filogenetiche per ogni genere e a partire da ogni modello in una struttura arborescente finale, si presenta come “naturalmente” originaria.

5.4. Riduzione a minore di una lingua maggiore.

Kafka. Per una letteratura minoreLa “lingua minore”, pertanto, non è qualcosa che sta fuori questo sistema, ma qualcosa che vi opera da dentro. Gilles Deleuze e Felix Guattari, in un capitolo su Kafka. Per una letteratura minore, si chiedono: “che cos’è una letteratura minore?”. La risposta generale che danno può essere accostata a ciò che Pasolini dice su Pascoli: operare una riduzione a minore della lingua maggiore:

Una letteratura minore non è la letteratura d’una lingua minore ma quella che una minoranza fa in una lingua maggiore. (Deleuze-Guattari, Che cos’è una letteratura minore?, in IDD, Kafka. Per una letteratura minore, Macerata, Quodlibet, p. 29)

Per questo non è possibile – come ammette Pasolini – che in Pascoli venga completamente eliminata la lingua letteraria: tracce e brandelli di questa, è inevitabile, permangono.

Deleuze e Guattari elencano tre caratteri di una letteratura minore. A noi interessa solo il primo. Vediamoli tutti e tre in tre brevi estratti:

Il primo carattere di tale letteratura è che in essa la lingua subisce un forte coefficiente di deterritorializzazione. (…) (p. 29)

Il secondo carattere delle letterature minori consiste nel fatto che in esse tutto è politica. (…) (p. 30)

Nella letteratura minore, infine – ed è questo il terzo carattere – tutto assume un valore collettivo. Infatti, proprio per la carenza, in essa, di talenti, non si danno le condizioni di una enunciazione individuata, che potrebbe essere per esempio quella dell’uno o dell’altro maestro e che potrebbe venir separata dall’enunciazione collettiva. (p. 31)

L’operazione pascoliana si ferma al primo carattere. Si può spiegare questo limite sia, come ha fatto Pasolini, segnalando una fissità stilistica dominante (cfr. Pasolini, Pascoli, p. 294: una forza irrazionale che lo costringe alla fissità stilistica (…)) che fa dell’opera poetica una funzione della vita dell’Io-poeta – e dunque venire meno di ogni eventuale aspirazione collettiva; oppure, come ha fatto Sanguineti, visualizzando Pascoli in una prospettiva sociologica, individuandolo come poeta del “sublime medio”, del sublime abbassato per la piccola borghesia, e così motivandone la svolta nazionalista – e dunque costruzione, come scrivono Deleuze e Guattari, di uno “spazio allargato” entro il quale collocare fatti edipici (la pronunciata svolta nazionalista).

Viceversa, l’operazione linguistica in generale va avanti; così il tentativo di costruire una linea di fuga verso una “lingua fraterna”:

Scrivere come un cane che fa il suo buco, come un topo che scava la sua tana. E, a tal fine, trovare il proprio punto di sotto-sviluppo, un proprio dialetto, un terzo mondo, un deserto tutto per sé. (p. 33),

o, per es., l’abbassamento dei toni:

Andare sempre più avanti nella deterritorializzazione… a forza di sobrietà. Poiché il vocabolario è disseccato, farlo vibrare in intensità. (p. 34)

Tuttavia l’operazione pascoliana non è così radicale. Non solo la riduzione a minore agisce solo sul piano del linguaggio, e agisce ancora più specificamente sul piano della lingua letteraria – che è cosa ben diversa dalla lingua nazionale; ma – e lo si è visto con Contini – s’incontra una qualche difficoltà, specie nel caso dell’operazione post-grammaticale, a superare in via definitiva il simbolismo, il parnassianismo della parola.

Si può a questo punto richiamare ancora una volta l’ambiguità di fondo del Pascoli poeta, ma anche il coesistere in lui della tradizione europea ottocentesca e un tentativo di suo superamento (si tratta di due posizioni complementari, che tuttavia Sanguineti concepisce in contrasto, opponendo la prima – che sostiene – alla seconda – che critica). Più dettagliatamente, l’operazione post-grammaticale può anche operare per riterritorializzazione: per es. annettendo almeno due livelli, uno di superficie e uno profondo, con la metafora o con un qualche simbolismo. Certi elementi in Pascoli restano instabili tra le due vie – detterritorializzare o riterritorializzare. Ecco un es. facile di ciò che Pasolini ha felicemente chiamato “fissità stilistica”: l’impressionismo linguistico, per es. “nero di nubi”: la precedenza concessa all’epiteto, la sostantivazione del qualificativo è proprio un movimento d’arresto, il problema del fissare, con una formula la più appropriata possibile, l’indeterminato, fissazione che sospende e immobilizza l’immagine poetica rispetto a un movimento di ritorno verso il simbolismo e rispetto a un movimento lungo di corrosione semantica dei termini e destabilizzazione dell’immagine stessa.

Come procedono l’operazione pre-grammaticale e quella di “grammaticalità depressa”?

Deleuze e Guattari (pp. 40-41) definiscono intensivi o tensori quegli elementi linguistici che, esprimendo le tensioni interne di una lingua, ne destabilizzano sintassi e semantica. Per es. l’uso non corretto di preposizioni, l’abuso del pronominale, l’importanza dell’accento, la successione di avverbi; ma anche la deterritorializzazione di suoni articolati. Si possono rintracciare questi elementi in Pascoli? Se consideriamo l’operazione pre-grammaticale in sé o congiunta all’operazione di “depressione” della grammatica, come quella svolta in Italy, potremmo definire un catalogo di elementi linguistici di questo tipo: Contini parla di uso semantico delle onomatopee e delle interiezioni, mentre in Italy le parole singole e le frasi vengono rielaborate per produrre “multicolore locale”. C’è tuttavia qualcosa che frena il movimento di queste operazioni, qualcosa che sembra davvero svolgere la funzione di drenaggio: in Pascoli, la funzione dell’Io-poeta. Ma è qualcosa che potrebbe coinvolgere tutta la letteratura nazionale (in lingua nazionale), qualcosa come la lingua letteraria.

5.5. Paroleàlangue e paroleàlangage.

Pasolini ritorna su Pascoli, o meglio sulla sua contraddizione interna, in un altro articolo, La confusione degli stili (pp. 365-384) del 1957. Leggiamo un primo estratto:

Strana è la mescolanza degli stili in Pascoli, (…) le sue “tendenze” (che giustapponevano poi, per così dire, anziché mescolare gli stili) erano un’estrema remora di classicismo che si mescolava a un’irrazionale (e appunto pre-grammaticale) inventiva romantica; …:

cambiano i termini in gioco: la giustapposizione degli stili (“grammaticalità depressa”) diventa la punta del classicismo pascoliano, dell’ostinata necessità di non abbandonare la tradizione – la “lingua letteraria”. Irrazionale, invece, non è più la “fissità stilistica” (cfr. Pasolini, Pascoli, p. 294), ma l’operazione pre-grammaticale, che diventa la sola veramente rivoluzionaria. Il brano prosegue:

… ma in definitiva l’allargamento e il conseguente abbassamento linguistico così ottenuto, non era che una dilatazione dell’io, non un ingrandimento del mondo se non apparente; e tendeva a costituire una nuova letterarietà linguistica, una nuova forma di fissazione. (p. 372)

Ritorna il motivo della sperimentazione in funzione della vita dell’Io-poeta. Ma a questo è aggiunto un nuovo tassello: Pascoli rientra nella “lingua letteraria”. La sua operazione di riduzione a minore della “lingua letteraria” rimane incompiuta; nell’opera di Pascoli ciò avviene probabilmente per l’azione di drenaggio dell’Io-poeta. Ma nella tradizione letteraria di questa incompiutezza vanno ricercate nelle otto linee pascoliane che Pasolini abbozza nell’articolo Pascoli (pp. 295-297): per ciascuna novità poetica, dissociata dalle altre, e per ciascuna remora di classicismo, si può tracciare una separata linea di tendenza. Un “Pascoli smembrato” in ogni suo punto fissato nuovamente nella “lingua letteraria”.

Da questa riflessione si può costruire una prima categoria sintetico-teorica. Prendendo a prestito i concetti di parole (linguaggio individuale) e di langue (lingua astratta e formale) da Saussure, senza preoccuparci troppo della correttezza nell’uso dei due termini, identifichiamo la parole come stile individuale (o stile dell’enunciazione individuata) e la langue come sistema stilistico. Questo sistema stilistico è costruito in forma di struttura arborescente con modelli ideali e fasci di varianti ammesse in ogni genere-ramo. La categoria di parole-langue identifica innanzitutto questo rapporto stretto tra stile individuale e sistema stilistico. Lo stile individuale può essere oggetto di smembramento – è il caso di Pascoli: per questo la dicitura “stile dell’enunciazione individuata” sembra più appropriata. È chiaro che questa categoria, che reca un sistema con modelli ideali, funziona mediante codici, o meglio mediante stili codificati.

Possiamo infine accostare il “monolinguismo” a questa categoria. Con “monolinguismo” non si intende la riduzione a uno stile di tutti gli stili d’enunciazione individuata, ma la determinazione astratta di un sistema stilistico. Il “monolinguismo”, per così dire, fornisce le categorie trascendentali a tale sistema, e ai codici di genere, traccia i confini e le griglie entro le quali operare le “fissazioni linguistiche”. Il “monolinguismo” attiva le operazioni di drenaggio che incanalano le paroles nella langue. Per questo il sistema stilistico non è un sistema fisso nel senso di essere immobile, ma un sistema che, con un bel quasi-ossimoro pasoliniano, “tende a innovazioni restauratrici” (La confusione degli stili, p. 373). Come nel caso di Pascoli.

In contrasto a questo movimento, opera la riduzione a minore della “lingua maggiore”. Prendiamo a prestito il concetto saussurriano di langage, inteso come “linguaggio sociale condiviso e parlato”, per costruire la categoria, opposta alla precedente di parole-langage: la parole, come stile d’enunciazione individuata, tende a divenire verso un linguaggio sociale o “concatenamento collettivo d’enunciazioni”. Abbiamo visto come in Giotti questo movimento avvenga, rispetto al dialetto nella posizione di langage, non come imitazione del dialetto, ma complesso gioco di costruzione di un dialetto inventato-parlato. La componente dell’invenzione linguistica, o della sperimentazione, appartiene alla parole, come nel caso di Italy di Pascoli. La parole, dunque, non imita il langage, ma muove verso questo. In questo senso, il “plurilinguismo” non è affatto il gancio che tiene uniti parole e langage, ma un vasto campo di sperimentazione linguistica e di assimilazione di linguaggio sociale. Il problema del doppio legame di sperimentazione e di assimilazione tra parole e langage è molto complesso e molto meno studiato rispetto alle operazioni di smembramento e restaurazione tra parole e langue. Un buon terreno di indagine è la “lingua di prosa”, quella di Gadda, per es., o anche quella di Bianciardi (si tratta di due argomenti differenti). Rimando per simili analisi a un articolo successivo.

Formalmente, dunque, le due categorie teoriche non sono in una relazione dialettica, ma propongono due differenti orientamenti che, a partire dalla parole, dallo stile d’enunciazione individuata, possiamo indicare con due frecce: paroleàlangue l’uno e paroleàlangage l’altro.

Nell’articolo La confusione degli stili vi è un importante studio sulla costruzione della “lingua letteraria” e i suoi rapporti con la “lingua nazionale”. Affronterò in un successivo articolo questo problema. Resta tuttavia un’ulteriore considerazione da fare. Abbiamo cominciato ad abbozzare le categorie teoriche di paroleàlangue e paroleàlangage e abbiamo considerato la langue come “sistema stilistico”. Pertanto langue e langage, essendo quest’ultimo linguaggio sociale, si trovano in due sfere nettamente distinte. In altre parole, l’operazione incompiuta di riduzione a minore di una “lingua maggiore”, nel caso di Pascoli, non avviene dentro una “lingua nazionale” ma nel ventre della “lingua letteraria”. Lo schema, dunque, risulta un po’ più articolato.

Sia Contini che Pasolini segnalano in Pascoli una continua tensione tra polo romantico (quello espressivo e sperimentale) e polo classicista (quello legato alla tradizione). Il rapporto con la tradizione letteraria, che rimanda alla categoria paroleàlangue, precede, per “peso strutturale” e importanza culturale, l’altro movimento, quello che rimanda alla categoria paroleàlangage. Ma Pascoli non si identifica con la tradizione letteraria, la rinnova, la dinamizza. La parole non può non muoversi all’inizio verso la langue, ma si muove con continue torsioni e ripiegamenti, rientrando – per così dire – da fuori. Si tratta dell’operazione di riduzione a minore della “lingua letteraria”. Il movimento paroleàlangue è continuamente interrotto da torsioni verso il movimento paroleàlangage, e queste deviazioni rientrano sul percorso che va dalla parole alla langue. L’operazione di riduzione a minore agisce “durante” il movimento paroleàlangue, come un fuoricampo cinematografico, secondo l’appropriata formula di Contini: operazione “durante” la grammatica.

Controprova: se il movimento paroleàlangage avvenisse solo dopo il movimento paroleàlangue, come dunque retroazione, ci troveremmo nel caso simile a quello dannunziano di un attingere dalla fonte letteraria per poi simulare il movimento verso il langage. Si potrebbe rendere i due diversi orientamenti con due caricature: quelle, appunto, del fanciullino e del Vate.

6. Conclusioni.

Con quest’ultima precisazione s’intende sottolineare una cosa piuttosto importante: i rapporti con la tradizione letteraria (paroleàlangue) e con il linguaggio sociale (paroleàlangage) non sono così semplici e immediati, in particolare se l’indagine è svolta sul piano dell’espressione, in una prospettiva linguistica e stilistica, alla quale ancorare la prospettiva letteraria. “Che cos’è la letteratura?”: io risponderei che si tratta sostanzialmente (nel senso anche della sostanza hjelmsleviana) di un problema di linguaggi e di immagini narrative o poetiche – o, per meglio dire, di linguaggi e di mise en scene. Più o meno è questo l’indirizzo teorico-metodologico che vorremmo dare alle nostre indagini nel campo letterario (e non solo in questo campo).

(fine)


Pascoli. Per una lingua minore. Seconda parte: Pascoli e il plurilinguismo

settembre 27, 2009

(segue)

4. Pascoli e il plurilinguismo.

Un’importantissima affermazione può fungere da conclusione provvisoria e da ponte di congiunzione con l’articolo di Contini Il linguaggio di Pascoli (pp. 219-245), conferenza del 1955 e poi in stampa nel 1958: il plurilinguismo richiede un rinnovamento delle categorie di sintesi della critica letteraria. Contini è molto chiaro a riguardo:

tuttavia mi preme dire che non si può misurare il linguaggio pascoliano con le categorie della letteratura e della critica tradizionali. (p. 231)

Giovanni PascoliCiò segue immediatamente al giudizio di Pascoli come anticlassico (nel temperamento poetico, non in relazione alla sua storicizzazione): ma dire questo significa opporre qualcosa in negativo (anticlassico) a qualcosa che sussiste in positivo (classico), quando abbiamo visto che è la tradizione letteraria, cioè ciò che si presenta come positivo, a essere costruita, soprattutto con i classicisti, per via negativa e di riduzione. Bisogna invece fare luce sulle potenze del plurilinguismo, e non presentarlo come un oggetto derivato dal “rifiuto dei classici”: del resto il plurilinguismo non rifiuta i classici, bensì materialmente li analizza; al più rifiuta i classicisti, i quali sono a loro volta i veri soggetti dell’atto di rifiuto – rifiuto del plurilinguismo.

L’esordio dell’articolo di Contini vuole essere una scommessa:

io vorrei poter riproporre nella sua novità e freschezza quel linguaggio che era tanto sorprendente, in un certo senso tanto scandaloso, per chi lo misuri sulla norma della tradizione letteraria italiana. (p. 219)

Segue una lista di brani brevi scelti, dopo di che Contini riprende con decisione:

In questo campionario risulta evidente che Pascoli o trascende il modulo di lingua che ci è noto dalla tradizione letteraria, o resta al di qua: a ogni modo, si tratti di una poesia, se così mi posso esprimere, translinguistica, si tratti di una poesia cislinguistica, siamo di fronte a un fenomeno che esorbita dalla norma. (p. 222)

Ma in Pascoli non agisce un diniego della tradizione letteraria, piuttosto un recupero di materiali scartati, da ricombinare sul piano dell’espressione e sul piano del contenuto. Di che fenomeno si tratta, in che modo Pascoli “costituisce una serie di eccezioni alla norma”? La norma è l’istituzione delle condizioni trascendentali per ogni stilistica e per ogni poetica entro confini di generi e ramificazioni arborescenti di classici. L’operazione di Pascoli è molto più semplice (in teoria) di quel che non si crederebbe: ricostruire il piano d’immanenza sul quale si sono solidificati i trascendentali, muoversi in più direzioni, trovare cosa potrebbe esserci “prima”, “durante” e “dopo” la norma. Seguiamo Contini:

se si tratta di linguaggio fono-simbolico, per esempio di onomatopee, abbiamo a che fare con un linguaggio pre-grammaticale. Ma ci sono eccezioni alla norma che, se così posso dire, si svolgono durante la grammatica, vale a dire sono esposte in una lingua provvista d’una struttura grammaticale parallela a quella della nostra, in un altro linguaggio; e ci sono eccezioni le quali si situano addirittura dopo la grammatica, perché, quando Pascoli estende il limite dell’italiano aggregando lingue speciali, annettendo poi quelle lingue specialissime che sono intessute di nomi propri, realmente ci troviamo in un luogo post-grammaticale. (p. 224)

Consideriamo più attentamente ogni singolo movimento.

4.1. Linguaggio pre-grammaticale.

Linguaggio fono-simbolico, per es. le onomatopee: Tornano quindi ai campi, a seminare / veccia e saggina coi villani scalzi, / e – videvitt – venuta d’oltremare…; sembrerebbe un tic, ma Contini precisa:

in realtà Pascoli si comporta come se non avesse voluto usare in modo puro, isolato, assoluto, neppure la poesia pre-grammaticale. (p. 225)

L’operazione va considerata in stretta relazione con i valori semantici in gioco nel componimento. Di es. nelle poesie di Pascoli ve ne sono molteplici, come il ritornello chiù e il sentivo un fru fru tra le fratte ne L’assiuolo. Contini prosegue con questa nota importantissima:

Inoltre, se Pascoli usa elementi sprovvisti di semanticità (…) d’altra parte gli accade pure, all’interno di questa sua innovazione, di simulare, se così è permesso dire, un uso semantico dell’interiezione o dell’onomatopea. (p. 225)

fringuelloIl verso proposto all’inizio di questo paragrafo è preceduto qualche strofa più indietro da v’è di voi chi vide… vide… videvitt?. O, ancora, nel Fringuello cieco: “Finch… finché non vedo, non credo” / (…) / “Anch’io anch’io chio chio chio chio…”. Ancora, termini dotati di valore semantico registrato nei dizionari, vengono desemanticizzati, utilizzati con una funzione puramente evocativa a partire dalla loro massa fonica: per es. ne L’amorosa giornata: E le rondini zillano alle gronde / di qua, di là, vertiginosamente, dove “vertiginosamente”, collegato all’evocatore “zillano”, passa oltre la sua portata semantica investito in pieno di valorizzazione fonosimbolica.

Vi è un movimento di desemantizzazione della parola, o di trascinamento alla deriva della configurazione semantica del verso, o un movimento di ricostruzione del termine, si assiste al superamento della barriera che separa la finitezza o compostezza grammaticale del verso dall’evocazione musicale condotta direttamente a livello di linguaggio.

Non si può certo dire che tutto ciò sia una vera novità nel mondo della letteratura e della poesia. Onomatopee e fonosimbolismi sono in uso specie presso le avanguardie storiche. Ma ciò che sembra interessante in Pascoli è la possibilità di sintesi tra livello pre-grammaticale e livello post-grammaticale del linguaggio. Vediamo in che modo.

4.2. Linguaggio post-grammaticale.

Contini afferma che, a questo livello, Pascoli è in sintonia con la cultura del suo tempo:

del linguaggio speciale e del linguaggio post-grammaticale tutto il tardo romanticismo, tutto quello che da qualche tempo si suol chiamare il decadentismo, ha fatto uso assai copioso, basti citare D’Annunzio e l’intero movimento simbolistico. (p. 224)

Con linguaggio post-grammaticale si definisce quell’elemento risaputo della poetica pascoliana, la nominazione determinata delle cose. Si tratta comunque di un procedimento che non può essere così facilmente associato a quelli sopra citati. Più che un procedimento per significazioni occulte, il livello post-grammaticale rimane in continuità con il livello pre-grammaticale. Ma per comprendere questo, bisogna innanzitutto vedere in che modo si dà questa operazione. A riguardo, si possono mettere insieme due brani tratti da due discorsi di Pascoli: il primo è tratto da un discorso del 1896, il secondo è un celebre passo del Fanciullino. Ciascuno dei due brani dovrebbe rispondere alle due seguenti domande: il primo brano alla domanda “che cos’è questa esattezza nomenclatoria?”; il secondo brano alla domanda “in che modo bisogna intenderla?”. Leggiamo i due brani:

E io sentiva che, in poesia così nuova, il Poeta così nuovo cadeva in un errore tanto comune della poesia italiana anteriore a lui: l’errore dell’indeterminatezza, per la quale, a modo di esempio, sono generalizzati gli ulivi e i cipressi col nome di alberi, i giacinti e i rosolacci con quello di fiori, le capinere e i falchetti con quello di uccelli. Errore d’indeterminatezza che si alterna con l’altro del falso, per il quale tutti gli alberi si riducono a faggi, tutti i fiori a rose o viole (…), tutti gli uccelli a usignuolo. (p. 239 del saggio di Contini)

La determinatezza, l’esattezza nomenclatoria, si oppone all’indeterminatezza di parola. Vi sono due specie di indeterminatezza: l’una nomina il genere per la specie o l’individuo; l’altra nomina una specie per tutte le altre specie appartenenti a un genere. Entrambe sono classificabili come sineddoche. A queste, Pascoli oppone l’appropriatezza del nome (in questo senso si può parlare di nomi propri). Il che conduce a un punto importante, per definire il quale conviene citare il secondo brano:

Direte voi che il sentimento poetico abbondi più in chi, torcendo o alzando gli occhi dalla realtà presente, trovi solo belli e degni del suo canto i fiori delle agavi americane, o in chi ammiri e faccia ammirare anche le minime nappine, color gridellino, della pimpinella, sul greppo in cui siede? (p. 235 del saggio di Contini)

L’appropriatezza dei nomi e la determinatezza delle cose permette di operare delle distinzioni molto importanti: vi sono le agavi americane, che rimanda a un mondo aulico, illustre e lusinghiero, e le pimpinelle di un ambiente più quotidiano e basso, meno elevato del precedente. Entrambe hanno diritto di cittadinanza nella poesia: non solo le prime, che rimandano a un mondo al di sopra della linea umana, ma anche le seconde, che rimandano a un mondo al di sotto della linea umana. È questa la “rivoluzione romantica” di Pascoli: non ci sono oggetti privilegiati.

Caratteristico della poesia classica [ma si dovrebbe dire classicista] è di redigere un catalogo chiuso di oggetti selezionati, proprio come in certi circoli aristocratici occorrono determinate presentazioni e si esigono requisiti particolari per essere ammessi. (p. 234)

Ideologia e linguaggioAl contrario, in Pascoli opera una vera e propria democrazia poetica. Già Contini sembra collegare ciò alla posizione umanitarista, o meglio del socialismo umanitario, del poeta. Più esplicito ancora, Sanguineti, qualche anno dopo, in un saggio del 1962 Attraverso i Poemetti pascoliani (in Ideologia e linguaggio, pp. 11-34):

L’operazione stilistica compiuta dal Pascoli svela tutto il suo significato, mi pare, soltanto se spiegata appunto come un tentativo, coraggioso quanto disperato, rigoroso quanto patetico, di “abolire la lotta di classe” anche sopra il terreno, precisamente, dello stile: un tentativo di abolire la lotta tra le classi delle parole, non meno che tra le classi degli uomini, trovando un pacifico punto di equidistanza tra “agavi” e “pimpinelle” (…). (Sanguineti, Attraverso i Poemetti pascoliani, p. 19)

Tale abolizione avviene secondo il progetto di un socialismo umanitario, in cui ciascuna cosa, comprese le “cose umili”, può guadagnare il proprio posto, accanto alle altre cose, senza più sovrapposizioni. Sanguineti lavora, evidentemente, con strumenti della critica marxista. Pertanto, legge il programma pascoliano non come “rivoluzione romantica”:

la cosiddetta rivoluzione poetica operata dal Pascoli è in realtà una riforma, una profonda riforma, che si sviluppa come trasposizione di tutto un vasto materiale tematico e linguistico, da un’area, diciamo sempre schematicamente, alto-borghese, a un’area piccolo-borghese (…). (p. 14)

Due sono le critiche che si possono muovere all’interpretazione sanguinetiana: innanzitutto un appiattimento del piano dell’espressione e del piano del contenuto su un livello di connotazione inventato dal critico letterario, attribuito all’ultimo Pascoli – il “poeta nazionale” – e fatto retroagire su tutta l’opera del poeta. In secondo luogo una pressoché totale cancellazione del problema del plurilinguismo. Al contrario, se si prosegue con l’articolo di Contini, si giunge a un punto interessante. Dopo aver parlato del Pascoli delle cose umili e della determinatezza, Contini segnala che tale questione non può concludersi qui, perché ancora non si è analizzato il modo in cui il modo post-grammaticale agisce sul piano del linguaggio. Isolare il problema e risolverlo nei termini del socialismo umanitario del poeta – che è operazione compiuta da Sanguineti – significa annullare alcuni elementi importantissimi.

Contini è ben consapevole della problematicità di questo punto e cerca anzitutto di determinarla in modo teorico:

La determinatezza di Pascoli si accampa sempre sopra un fondo di indeterminatezza che la giustifica dialetticamente. (Contini, Il linguaggio di Pascoli, p. 240)

Poi cerca di determinarla per mezzo di immagini e di un’analogia cinematografica:

Qui sopra un fondo di bruma o di fumo vedete emergere dei primi piani, precisamente dei primi piani in senso cinematografico, una siepe, una mura (…). Ma dei primi piani non si giustificano se non in rapporto a un fondo, a un orizzonte, il quale esso è indeterminato (…). (p. 240)

La determinatezza delle cose non vale di per sé entro un rapporto di connotazione con la visione del mondo del poeta, ma è dinamizzata: la determinatezza emerge da un fondo di indeterminazione. Per comprendere questo rapporto, Contini propone una riflessione su due celebri liriche, L’assiuolo e Il gelsomino notturno:

Entrambe offrono primi piani di oggetti evidenti quali “il mandorlo e il melo”, oggetti che si fanno ancor più flagranti, quasi configurando quello che certi poeti americani chiamano il “correlativo oggettivo”, nel Gelsomino notturno: il tutto su un fondo diffuso, fondo diciamo dell’“alba di perla”, del “nero di nubi”, che è invece molto più esposto e confesso nell’Assiuolo. (p. 241)

Nero di nubi e non “nubi nere”, alba di perla e non alba perlacea: vi è sostantivazione dell’aggettivo, ovvero della qualità, e la qualità diventa l’elemento fondamentale dell’espressione. Contini collega questo procedimento a quello studiato da Charles Bally, il quale definisce impressionismo linguistico espressioni come une blancheur de colonnes in luogo di des colonnes blanches. L’epiteto è fondamentale, la sostanza serve solo a caratterizzare l’epiteto.

assioloTutto ciò segnala una dinamica di emersione dal fondo diffuso, o fondo di indeterminazione, di determinatezze. A questo procedimento partecipa anche il linguaggio pre-grammaticale: sempre nell’Assiuolo, il verso sentivo un fru fru tra le fratte è in parallelo con sentivo il cullare del mare e con sentivo nel cuore un sussulto; una indeterminazione fonosimbolica emerge dal fondo diffuso assieme a cose significate per mezzo di vocaboli, il valore semantico dei quali è registrato nei dizionari, ma che nella composizione si danno in quanto semanticamente instabili.

La stessa instabilità non può non coinvolgere la nomenclatura esatta: per es. le fratte; ma anche l’impressionismo linguistico richiede una qualche esattezza nomenclatoria, come quando si definisce il fondo come un’alba di perla. Nominare il fondo diffuso, o meglio nominare la dinamica di emersione di elementi più o meno determinati e più o meno sfumati: il grande fondo diffuso dell’“alba di perla” o del “nero di nubi” non è indefinito rispetto al luogo imprecisato, seppur nominato, delle “fratte” o di nomi specifici di specie animali e vegetali: vi è una differenza nel grado di precisazione della cosa in via di emersione o della cosa emersa, ma non si può dire che vi sia uno sfondo diverso o che ciascun termine sia un’isola tra altre isole:

E questo che cosa significa in ordine al nostro problema generale? Significa che l’indeterminatezza, questo fondo che dialetticamente sorregge il determinato, è esposta in una parola semanticamente sfuggente, artisticamente quanto mai precisa. (p. 244)

Ecco come il linguaggio post-grammaticale giunge a connettersi al linguaggio pre-grammaticale, essendo entrambi definiti per mezzo di elementi particolari. Tali elementi non fanno parte di un dizionario di stile o di un dizionario di temi, ma di due enciclopedie, allo stesso modo in cui in Dante si individuavano un’enciclopedia stilistica e una dottrinale:

Pascoli li ha fusi o li ha giustapposti nella sua pagina con un’intenzione estremamente definita, che è quella precisamente di costituire quasi una sorta di enciclopedia tonale da rompere la prigionia del tono, del genere, dell’arte determinata. (p. 244)

4.3. Variazioni “durante” la grammatica.

rondiniLinguaggio pre-grammaticale come desemantizzazione di termini registrati nel dizionario o come movimento alla deriva degli stessi, uso semantico di interiezioni e di onomatopee o risemantizzazione di termini resi indefiniti. Linguaggio post-grammaticale come nominazione appropriata di tutte le cose determinabili, in quanto punta di massimo perfezionamento tra gradi differenziali di precisazione a partire da uno sfondo di indeterminatezza. La determinazione a-grammaticale di un suono è emersione dal fondo diffuso che rinvia alla nominazione appropriata della cosa determinabile; nomi appropriati per cose possono richiedere elementi fonosimbolici o evocatori per maggiore precisione nella determinazione dell’immagine poetica: linguaggio pre-grammaticale e linguaggio post-grammaticale sono strettamente correlati: per es., ne L’amorosa giornata, e le rondini zillano alle gronde / di qua, di là, vertiginosamente: nominazione delle cose – le “rondini” – che rinvia a elemento fonosimbolico – “zillano” – quale grado di determinazione del suono delle rondini, e “vertiginosamente” qui desemantizzato rispetto alla sua definizione dizionariale. Anche il fondo diffuso – come si è visto – è nominato e qualitativamente specificato con il procedimento di messa in risalto dell’epiteto rispetto alla sostanza: da “nubi nere” a nero di nubi.

La correlazione tra i due livelli si dà ovviamente sul piano del linguaggio. Ma bisogna anche dire che tale correlazione è costituita lungo un continuum temporale che è descrizione dell’evento, ovvero configurazione dell’immagine poetica. Anzi si potrebbe dire che, considerando la determinazione nominale, Pascoli sembra ossessionato dalla precisazione di tale configurazione; e tale precisazione non può costruirsi sul piano del linguaggio. Giungiamo così a una domanda importante: finora si è quasi sempre parlato di animali e vegetali; ma che ne è del linguaggio umano?

Premetto alla risposta la citazione per intero dei versi di Italy rubricati da Contini:

Venne, sapendo della lor venuta, / gente, e qualcosa rispondeva a tutti / Ioe, grave: “Oh yes, è fiero… vi saluta… // molti bisini, oh yes… No, tiene un frutti- / stendo… Oh yes, vende checche, candi, scrima… / Conta moneta: può campar coi frutti… // Il baschetto non rende come prima… / Yes, un salone, che ci ha tanti bordi… / Yes, l’ho rivisto nel pigliar la stima…”. (p. 221)

Abbiamo cominciato il par. 4 con un passo a partire dal quale abbiamo potuto analizzare il livello pre-grammaticale e quello post-grammaticale. Un po’ prima di quel brano (alle pp. 222-223), Contini propone un vario elenco di “campioni di lingue speciali” che mappa come colori:

  • Colore locale: questo in modo particolarissimo nelle poesie ispirate alla vita di Castelvecchio e sature di termini garfagnini. (p. 222)
  • Colore temporale: quando per esempio il Pascoli vuole alludere al tono presunto nella poesia volgare ai tempi di re Enzo, (…) ricorre a elementi linguistici che (…) associano echi bolognesi, emiliani, padani, a echi arcaici, duecenteschi. (pp. 222-223)
  • Multicolore locale (che è il caso dell’estratto da Italy): vedete l’emigrante che, tornando in Lucchesia dagli Stati Uniti, parla un linguaggio impastato di italiano e di americano, in cui il toscano incastona o, più spesso, assorbe, adattati alla sua fonetica e forniti in connessioni mnemoniche in tutto nuove, i vocaboli stranieri. (p. 223)
  • Colore locale occasionale: per esempio innanzi a una situazione della guerra d’Abissinia evocherà termini specifici, etiopici, molti dei quali sono nomi propri e perciò risultano doppiamente estranei al linguaggio quotidiano. (p. 223)

Ogni colore di lingua speciale rimanda a variazioni sulla lingua normale – Contini parla di differenze di potenziale rispetto alla lingua normale. Queste variazioni possono agire sul significante o sul significato, possono essere di tipo terminologico o proposizionale, infine possono essere multiformi: per es., nel caso che ho rinominato del “multicolore locale”, la parlata dell’emigrante può comportare variazioni sia sul significante (molti bisini) sia sul significato (conta moneta), o portare variazioni sul termine (fruttistendo) o sull’enunciato (può campar coi frutti) con diverse possibilità ricombinatorie sul piano grammaticale.

Non bisogna farsi ingannare dai nomi utilizzati: tutte queste eccezioni non sono solo “coloriti”. Se Contini parla di colore vuole forse soprattutto sottolineare le molteplici possibilità di variazioni grammaticali che questi “colori”, in potenza, permettono di articolare, il tratto fortemente plurilinguistico di questa operazione. Ma come collocarla rispetto alle operazioni pre-grammaticali e post-grammaticali?

A un certo punto dell’articolo, dopo aver introdotto la problematica delle “cose umili”, Contini si concentra sulla sensibilità linguistica di Pascoli. A proposito, cita un discorso tenuto dal poeta nel 1898, intitolato Un poeta di lingua morta, dedicato a un autore suo contemporaneo di poesie in latino, Diego Vitrioli. Di questo estratto, basta citare le ultime tre righe:

la natura va dal semplice al composto, dall’omogeneo all’eterogeneo, e non viceversa; e le lingue e i dialetti moltiplicheranno sempre d’anno in anno e di secolo in secolo. (p. 236 del saggio di Contini)

Vi è una certa ossessione in Pascoli – nota Contini – che non è solo ossessione per il linguaggio ma più propriamente ossessione per il problema della morte delle parole. Contro l’angoscia della morte delle parole, per ridestare le parole dal cimitero linguistico, ogni esperienza linguistica deve essere ammessa, ogni lingua speciale e specialissima – ogni, cioè, “colore” – deve poter vivere e vivificare. Ecco il principio vitale del plurilinguismo: fare esperienze ed esperimenti per ricombinazione dei piani dell’espressione e del contenuto di ogni possibile lingua. Non importa se tali lingue siano registrate: questa è una preoccupazione da redattori di dizionari; viceversa, alle lingue deve essere permesso di vivere e di vivificare, secondo una direttrice del problema che è cosmica ed enciclopedica. Ciò che conta è il principio vitale:

(…) di cui si riesce a ripristinare la vitalità. Secondo precisamente quella poetica che è immanente nel Pascoli di Un poeta in lingua morta, la sua è una riserva di oggetti linguistici che furono vivi e a cui si restituisce la vita. (p. 238)

Il principio vitale delle variazioni “durante” la grammatica è il principio immanente, operazione che sfonda la “tradizione marcita” (quella gelosamente custodita dai classicisti) riapre sul piano d’immanenza la possibilità di operare pre-grammaticale e post-grammaticale. Riapre soprattutto, in quanto principio vitale, al mondo, allo sguardo sul mondo. Ma la “tradizione marcita” è solo quella dei classicisti. Pascoli è molto legato alla tradizione, perché, come spiega bene Contini,

soltanto questo discorso [discorso grammaticale: infatti si parla di variazioni “durante” la grammatica, non contro o per annullare questa] permette di attuare una sintesi di determinato e indeterminato (…) (p. 233),

che è il problema, questo della sintesi, discusso in 4.2.: il principio vitale delle variazioni “durante” la grammatica ricombina in modo molteplice tale sintesi ricostituendolo ogni volta di nuovo sul piano d’immanenza.

Si capisce, infine, perché la domanda che si pone Pascoli non è “come formare una lingua nuova?” – o neo-lingua, preoccupazione delle avanguardie – e nemmeno “come riformare una lingua antica?” – preoccupazione dei classicisti in particolare dei letterati della rivista La Ronda – bensì “come far convivere le lingue e come far vivere lingue morte?”. È ora chiaro che una “lingua morta” può anche essere una lingua di cui sentire la nostalgia, o meglio una variante di tale lingua tutta da far rivivere: la naiv, dadora, flocca flocca flocca… Sembrerebbe solo un giochetto, e invece non è così: tocchiamo, con questo verso, un problema molto importante, di cui Pasolini era lucidamente consapevole.

(continua)


Pascoli. Per una lingua minore. Prima parte: plurilinguismo e monolinguismo

settembre 26, 2009

1. Premessa.

PasoliniLe riflessioni critiche di Pasolini sulla poesia e sul cinema ci sembrano molto interessanti e fruttuose da un punto di vista teorico e metodologico. Questioni stilistiche, estetiche, linguistiche, semiotiche, sociolinguistiche, etiche e filosofiche sono densamente presenti negli articoli raccolti in Passione e ideologia e in Empirismo eretico, sui quali si concentreranno le nostre analisi. L’articolo che segue è la prima parte di un’indagine nel campo letterario e poetico, e prende in considerazione anche alcuni articoli di Gianfranco Contini raccolti in Varianti e altra linguistica. Seguirà un articolo di indagine sul campo cinematografico.

2. Introduzione.

Pasolini, Leonetti, Roversi fondarono la rivista “Officina” a Bologna, nel 1955. Sul primo numero della rivista, Pasolini scrisse un saggio su Pascoli, intitolato appunto  Pascoli, in occasione del centenario della nascita del poeta (ma è anche da ricordare che la tesi di laurea, la seconda e ufficiale, di Pasolini era appunto uno studio sulle poesie pascoliane). Questo articolo non è solo di commemorazione né si tratta di un semplice bilancio. Nell’esordio vi è concentrata la mission della rivista, l’esplicitazione della corrente critica letteraria (stilistica – Contini e Spitzer soprattutto – e marxismo gramsciano), la questione letteraria dibattuta e avanzata dalla rivista, un programma critico sulla poesia italiana del Novecento:

Si consideri intanto la stupenda possibilità di “descrizione” che presenta il fenomeno stilistico pascoliano per un gruppo di ideologi (questo gruppo è chiaramente quello dei fondatori della rivista) che, definendosi fuori dal campo d’una morale belletristica tipica del Novecento, tuttavia si dicono senz’altro “letterati”, di formazione e di aspirazione filologica: “descrizione” anzitutto oggettiva, da laboratorio (se impostata secondo il folgorante schema del Contini, sia pure volgarizzato, delle due categorie letterarie del “monolinguismo” – petrarchistico – e del “plurilinguismo”) ma poi, per una sua intima forza paradigmatica, soggettiva e di tendenza. E ciò nel senso che vi si può fondare una revisione di tutta l’istituzione stilistica novecentesca (da farsi appunto in gran parte risalire alla ricerca pascoliana). (Pier Paolo Pasolini, Pascoli, in ID., Passione e ideologia, p. 291, Milano, Garzanti)

Il brano sembra contenere il seguente programma:

  1. Ipotesi di “descrizione” del fenomeno stilistico nelle opere di Pascoli;
  2. “Descrizione” oggettiva di aspirazione filologica e stilistica e in termini di critica militante;
  3. “Descrizione” impostata secondo le categorie di Contini del “monolinguismo” e del “plurilinguismo”;
  4. Ipotesi di una revisione di tutta l’istituzione stilistica del Novecento alla luce delle ricerche su Pascoli.

L’ipotesi 1 funge da ipotesi minore quale passaggio obbligato di analisi per giungere all’ipotesi 4, l’ipotesi maggiore. Il passaggio per analisi avviene secondo i punti 2 e 3: nel punto 2 sono indicati gli ambiti metodologici e l’intentio del critico – non svolgere studio accademico, ma procedere in controtendenza rispetto all’accademia, verso una nuova e complessiva valorizzazione dell’opera pascoliana – svalutata da Croce. Nel punto 3 sono indicate le categorie sintetiche di orientamento per operare opposizioni contrastive rispetto alle opere di Pascoli nel quadro della tradizione letteraria, e definire gli elementi che compongono la stilistica (e che sono da individuare nelle forme dell’espressione) sia per via negativa sia per via positiva – quest’ultima via richiede anche procedimento tassonomico. La stilistica pascoliana si verrebbe così a collocare in uno dei due ambiti; viceversa, sulla poetica, cioè sugli elementi delle forme del contenuto, sarebbero necessari dei chiarimenti ulteriori.

Il punto 3, che è punto di sintesi, funge da cerniera tra l’ipotesi minore e l’ipotesi maggiore. Pasolini, a proposito, abbozza subito uno schema di linee di orientamento da verificare per l’ipotesi maggiore (ID., Pascoli, pp. 295-297). Ecco, invece, un breve catalogo del fenomeno stilistico:

Il “plurilinguismo” pascoliano (il suo sperimentalismo antitradizionalistico, le sue prove di “parlato” e “prosaico”, le sue tonalità sentimentali e umanitarie (…) è di tipo rivoluzionario ma solo in senso linguistico, o, per intenderci meglio, verbale: (…). (ID., Pascoli, p. 299)

3. Monolinguismo e plurilinguismo.

Varianti e altra linguisticaLe due categorie, come scrive Pasolini, sono proposte da Contini in un intervento orale poi stampato prima con il titolo Preliminari sulla lingua del Petrarca (nella rivista “Paragone”, 1951), poi con il titolo La lingua del Petrarca (nel volume collettivo Il Trecento, 1953). La prima stampa è edita nella raccolta di scritti Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, pp. 169-192, ed è a questa che faccio riferimento.

Il testo continiano è celebre per la proposta di una dualità, il Dante della Commedia e il Petrarca del Canzoniere, dualità recepibile, in generale, come differenza letteraria, ma che, se considerata a partire dall’ammissione di Petrarca di non aver letto la Commedia (ammissione, reale o simulata, documentata in una famosa lettera a Boccaccio), può addirittura presentarsi come opposizione contrastiva. Installate nell’instabile percorso che va dal latino al volgare, Commedia e Canzoniere (per sintetizzare i duali) non sono solo due momenti differenti nello stesso percorso, ma, considerate a posteriori, diventano, formalmente e in potenza, due distanti modelli letterari e stilistici: il “plurilinguismo” a partire dalla Commedia, il “monolinguismo” a partire dal Canzoniere.

Ecco come la differenza letteraria (episodio dialettico) si ricompone a partire da un’opposizione contrastiva (articolazione semiotica). Tuttavia, se l’articolazione dinamizza almeno quattro fasi nel lungo corso della tradizione letteraria italiana (Commedia e Canzoniere, anti-Commedia e anti-Canzoniere), e se la dialettica rimanda il tutto a un dualismo estremo (dalla Commedia il “plurilinguismo”, dal Canzoniere il “monolinguismo”), non si può essere sicuri che la schematizzazione regga. Un solo passaggio, dal latino al volgare, si può compiere in almeno due modi – ma sappiamo che non ci sono solo questi due modi – Commedia o Canzoniere; ma, per ciascuno dei due modi, è necessario procedere complessificando, secondo una tensione discensiva che permette di meglio delineare le due categorie sintetico-dialettiche. Vediamo come.

3.1. Plurilinguismo.

Dei più visibili e sommari attributi che pertengono a Dante, il primo è il plurilinguismo. (Gianfranco Contini, Preliminari sulla lingua del Petrarca, p. 171)

Contini distingue innanzitutto una poliglottia degli stili e una dei generi letterari. Riguardo a quest’ultima elenca

l’epistolografia di piglio apocalittico, il trattato di tipo scolastico, la prosa volgare narrativa, la didascalica, la lirica tragica e umile, la comedìa. (ID., Preliminari, p. 171)

Riguardo alla pluralità di stili individua innanzitutto una pluralità di toni e di strati lessicali, dal sublime al grottesco al linguaggio qualunque, quindi la sperimentazione incessante. Ulteriore punto è l’interesse teoretico e metalinguistico, di un Dante sempre interessato alle questioni linguistiche.

Dante“Plurilinguismo”, dunque, non equivale a sperimentazione, ma include una certa tipologia di sperimentazioni: nel caso di Dante, Contini propone come esempi la compresenza di toni differenti sul piano del comico, cioè sulla base di un’isotopia comica, e un certo “realismo”. Soprattutto riguardo a quest’ultimo, Contini nota uno specimine di violenza sublime (…) (p. 172), distante parecchio da altre possibili sperimentazioni, quali quelle di Petrarca. Sperimentazione, dunque, non è pratica che appartiene al solo “plurilinguismo”, ma vi è inclusa in quanto sperimentazione incessante, ripetuta, violenta. Tali accezioni chiariscono evidentemente poco la sostanza di tali sperimentazioni, sostanza che – sostanza dell’espressione e sostanza del contenuto – va analizzata nella materia letteraria. Di che modo sono queste sperimentazioni? Cercheremo di vederlo meglio nel caso di Pascoli.

Ciò che si può per ora dire è che tale sperimentazione giunge a coinvolgere entrambi i piani – piano dell’espressione (per es.: compresenza di toni differenti) e piano del contenuto (isotopia del comico). Operazioni come queste sono “plurilinguistiche” non solo perché di differente nature, ma perché producono combinazioni nuove e ogni volta diverse. Da qui, le numerose strade alle quali possono aprire e che possono percorrere. Il “plurilinguismo”, sia in quanto insieme di pratiche semiotiche operative e rintracciabili nei testi attraverso residui, sia come collezione di testi e di brani determinabili all’interno di un singolo testo, è vario e multiforme. Piano dell’espressione e piano del contenuto possono ricombinarsi in modi differenti: vi è una pluralità di percorsi possibili che sembrerebbe senza limiti. Così Contini su Dante:

E finalmente, saggi così disparati, non solo vari nel tempo, ma vari nell’istante, non possono comporsi che in un punto trascendente. (p. 173)

Ma tale punto trascendente non rende il tutto uniforme almeno nei contenuti. Non si tratta di capire come dominare e rendere omogenee materie multiformi; così Contini:

Come le composizioni orizzontali dell’arte figurativa di accento bizantino, come le innumerevoli mansions o luoghi deputati della scena medievale, l’enciclopedia dottrinale e stilistica di Dante può trovare un centro solo all’infinito, fuori di lui. (p. 173)

Il richiamo a un’enciclopedia dei contenuti e una degli stili mi pare mossa di grande precisione. Il tutto, quindi, si ricompone in un punto trascendente, in un centro posto all’infinito, fuori non solo del poeta ma di ogni opera. Questo movimento di tensione estrema è sostenuto per continue ricombinazioni semiotiche, avviene attraverso sperimentazione incessante sugli stili, sui toni, sul lessico, sui generi, ecc. Sembrerebbe, dunque, un procedere immanente, un movimento che si persegue su di un piano di immanenza vario e multiforme. Che cosa sarebbe questo piano d’immanenza se non la possibilità non di trovare nuove regole ma di provare nuove combinazioni, incessante esperimento che coinvolge più stili, più generi, attiva enciclopedie virtualizzanti di forme e di contenuti? Il piano d’immanenza potrebbe essere, nel caso di Dante, proprio la lingua, lingua d’immanenza – il volgare.

3.2. Monolinguismo.

PetrarcaPassando a Petrarca, Contini parla di “unilinguismo” (che corrisponde a “monolinguismo”) o “bilinguismo” fatto di due varianti, e due varianti fatte di diverse modalità, che tendono a un assoluto stilistico. Tale assoluto stilistico è a sua volta un’idea, un modello: per es., in latino, il modello di Cicerone, modello che va imitato a perfezione – modello, cioè, di cui essere perfetta immagine – come nella tripartizione gerarchica degli stili; ma anche il modello di Virgilio e quello di Livio. In questa struttura arborescente

Pertanto, se non monoglottia letterale, è certa l’unità di tono e di lessico, in particolare, benché non esclusivamente, nel volgare. (p. 174)

Quale posizione occupa il volgare in questa fitta struttura? Contini è subito molto chiaro su questo punto:

il latino è la lingua normale della comunicazione. (…) È chiaro che il volgare non è passibile di usi pratici. (…) E l’episodio di Petrarca che volge in latino la novella boccaccesca della Griselda non ha bisogno di commento. (p. 173)

La sperimentazione petrarchesca avviene entro precisi limiti di genere, collocandosi anche distintamente tra differenze minime di generi, e ogni mutamento di stile deve compiersi entro un genere determinato. Ecco un es. proposto da Contini di variazioni di stile nel genere della canzone (p. 187): in Chiare, fresche et dolci acque la coniugazione di “stilemi già notomizzati” con la sequenza di aggettivi (aere, sacro, sereno) oppure di coppie ordinate (herba et fior’ che la gonna…; torni la fera bella et mansueta). Rimando comunque, per chi vorrà leggere l’articolo di Contini, all’analisi del sonetto CCXX (pp. 181-182).

La sperimentazione intragenerica, entro il “genere stilistico”, è tutta concentrata sulle occorrenze espressive, mentre la ripetizione tematica salda i valori semantici. La modificabilità delle prime, nei limiti di genere, e la saldezza generica dei secondi, sempre entro quei limiti, pone un serio problema, quello del genere come codice, o sistema, e delle dinamiche interne come usi concessi dalla norma. Come si fabbrica un genere? Contini pone una domanda simile quando, nelle prime pagine dell’articolo, si pone il problema della solidarietà dei moderni al temperamento linguistico di Dante (es. vertiginoso di modernità è certamente Gadda – cfr. Contini, Introduzione alla Cognizione del dolore, pp. 601-619) e della prossimità della tradizione letteraria a Petrarca: come si costruisce un classico? Non dovrebbe precedere una norma ulteriore che ne definisca i requisiti? Risponde Contini:

Coloro, i classicisti, si restringono a irrogare condanne: ma in nome di che legge? In nome di un codice ideale di riduzione, praticata sugli estremi dello schieramento, che non s’intende ove non siano sperimentati le ali risecate. (p. 170)

Per costruire un classico, o un genere, dunque, non serve una norma precedente, basta procedere per riduzione, per negazione, o, come scrive felicemente Contini quasi alla fine, con un’attività di drenaggio (p. 191). Si comprende meglio l’ironia della scena in cui Petrarca dice di non essersi procurato la Commedia: via la Commedia! Un classicista non è un estimatore di classici ma uno che comincia a costruire un’equazione letteraria riducendo qui, negando quello, condannando in quella sede. L’ideale classico di equilibrio e la codificazione di genere sono il risultato di operazioni di drenaggio della complessità plurilinguistica, di pulizia della materia letteraria, di riduzione degli elementi a disposizione e dei precedenti della tradizione, di negazione di tutto ciò che eccede questi limiti: costruire le condizioni di possibilità a partire dalle quali è solo giustificata la sperimentazione. Come Kant è più permissivo con gli abusi di ragione (analoghi ad abusi di ufficio o di potere), che stanno dall’altra parte, ed è molto meno tollerante con chi cerca di installare altri principi nel campo della ragione esautorando le categorie trascendentali, così i classicisti non criticano più di tanto i formalismi che si compiono entro i generi stilistici ma puniscono severamente le ricerche “violente” plurilinguistiche e translinguistiche. Queste ultime vogliono ripartire lungo la via dell’immanenza, mentre i classicisti hanno costruito condizioni di possibilità come delle colonne d’Ercole; e, pur derivando da quel divenire – una derivazione costitutiva e potenziale, non storica – si sostituiscono a quello e fanno dei “loro” classici e dei “loro” generi degli universali.

Nella struttura arborescente di Petrarca, i classici come modelli ideali e i generi stilistici sono come Giganti che vivono su isole fuori del mondo. Ogni isola è un’isola trascendentale che contraddice e nega la pluralità, e

Cosiffatta uscita dai quadri della geografia muove tutta dall’eroismo (eroismo metafisico s’intende) della limitazione a un genere, neppure di ambizione suprema. (p. 176)

(continua)