Meglio i clowns o il blocco nero? Per una soggettività radicale e nuove tattiche di guerriglia dell’Onda da combinarsi alle tattiche di guerriglia del Fuoco

Nel dialogo tra John Holloway e Vittorio Sergi in appendice al saggio di Marcello Tarì Movimenti dell’ingovernabile, si discute del corteo a Rostock del 2 giugno 2007, giorno del G8. Durante la “sfilata” pacifica, un blocco nero composto soprattutto di giovani dal volto coperto ha attaccato la polizia. Il problema dibattuto tra Holloway e Sergi è semplicemente questo: è stata una mossa giusta, un’azione efficace? O è più giusto ed efficace il carattere ludico di pagliacci e giocolieri che sbeffeggiano la polizia? E anche: è opportuno mantenere un profilo pacifista nei cortei o bisogna passare alla lotta?

Nella prefazione al saggio si ricordano giustamente alcuni eventi dirompenti degli ultimi anni: la rivolta delle banlieues, il saccheggio del Quartiere Latino – ai quali aggiungiamo il fuoco degli studenti greci della fine dell’anno scorso. La domanda è: che cos’è questo modo di agire, del tutto imprevedibile, che – come anche l’Onda scolastico-universitaria – accende e fa dilagare la protesta, spesso (ma non in Italia) accende veri e propri focolai, e poi sembra ritirarsi, al punto che oggi (perfino in Grecia) “tutto sembra scorrere nella normalità”?

Prendiamo il caso dell’Onda: da fuori, non vedendo più né lezioni in piazza né studenti manifestare, ci si chiede “che fine ha fatto l’Onda”; da dentro, dall’interno di lezioni, laboratori autonomi e di qualche sparuta assemblea, si risponde “nessun ritiro”.

Ma, al di là di qualche nota cinica e di qualche altra un po’ maldestra, bisognerebbe prestare più attenzione all’andamento di un’onda, che si annuncia da qualche parte in fondo, si rimescola con altre onde, lascia qualche traccia temporanea del suo passaggio e scompare alla vista, per poi riapparire in altri punti prima di trascinarsi e morire verso la riva. Con quest’Onda si va tutti alla de-riva, non possiamo che essere trascinati dal vento e dalle correnti e, come le onde non possono decidere del proprio andamento, così noi non possiamo governare gli eventi. Nella metafora dell’onda si condensano tutti i vantaggi e i rischi del caso.

La dimensione profonda e simbolica dell’Acqua bene si associa a quella del Fuoco. Il paragone tra – per es. – le rivolte in Grecia e gli incendi estivi nello stesso paese dell’estate precedente, è immediato. Anche qui l’orientamento non cambia: è il vento che alimenta, spinge, spegne i focolai, e non viceversa i focolai che si orientano in funzione del vento. Per farci davvero rivolta dovremmo ri-volgerci al vento, farci vento o, meglio, Vento Anomalo.

Ecco che un Vento Anomalo, in quanto davvero Anomalo, si pone innanzitutto un problema: perché devo esistere solo negli e per gli scioperi generali proclamati da terzi, e non posso agire sempre e comunque nella mia quotidianità? Consideriamo il caso di Rostock. Se ne possono trarre tutte le conseguenze che si vogliono leggendo l’evento – se gli altri manifestanti hanno partecipato allo scontro o si sono ritirati o se hanno cercato di ricondurre tutti alla calma (e i giocolieri? – mi domando – che cosa hanno fatto i giocolieri?), e non riuscire a rispondere alla domanda più importante: meglio i clowns o il blocco nero? Meglio pietre e sampietrini o i fiori nei cannoni?

John Holloway, più dubbioso e critico sull’azione del blocco nero, in un’altra lettera, proponendo l’esempio degli Zapatisti ha un’immagine folgorante: “forse potremmo vedere gli Zapatisti come dei clown armati”. Subito, in dissolvenza, appare un’immagine estrema, politico-ludica, immagine giocoforza: un corteo come quello di Rostock in cui tutti partecipano a un’organizzata azione contro la polizia, imprevedibile, immediata, folgorante, una gettata di una quantità enorme di vernice rosa e gialla contro le divise. Qualcosa di meraviglioso, un grande happening, a mio avviso organizzabile.

Il dibattito “clowns/blocco nero” sembra ripercorrere due questioni che storicamente hanno afflitto e continuano a far penare i movimenti: la separazione di una composizione militante e di una moltitudine creativa; la “governabilità” di frange anarchiche.

Il primo problema potrebbe essere sintetizzato in questo modo: il ludico si è rotto delle assemblee, il militante non riesce a comprendere le potenzialità conflittuali del ludico. Questi non è solo uno che danza e suona tamburi in faccia ai poliziotti permettendo a John Holloway di dire “guarda come prendono per il culo i poliziotti”; il ludico dovrebbe rappresentare, per i movimenti, un’ampia e del tutto inesplorata possibilità di conflitto, che può scaturire solo da una sintesi delle due forze. Il militante sembra non apprezzare abbastanza il ludico, il ludico sembra non essere abbastanza politico. Di conseguenza il problema non si risolve scegliendo l’uno e scartando l’altro, ma creando insieme una nuova soggettività giocoforza, che trasformi ogni tattica in un atto politico-ludico.

Il secondo problema è dovuto a una qualche incomunicabilità tra gruppi anarchici e movimenti. I primi sembrano agire individualmente, non partecipare alla vita in comune: non è vero – e Marcello Tarì lo spiega bene; i secondi non sembrano adeguatamente comprendere questa soggettività – o cercano di farlo in una sorta di intimismo di gruppo (“hanno le loro ragioni” o “sono compagni che sbagliano”) che fa abbastanza pena. Il punto è che solo questa soggettività sembra aprirsi a una nuova idea di tattica e di guerriglia, di conseguenza a una nuova organizzazione delle stesse.

Un’imprevedibilità accesa ma non infuocata, di Acqua e non di Fuoco, di un’Onda – è certamente possibile unendo e organizzando istanze militanti e istanze creative. Così ci si riappropria della propria quotidianità in modo gioioso, creativo e allo stesso tempo in modo radicale, si esprime una nuova soggettività che non si limita a protestare durante il G8 o in uno sciopero generale. Certo, la metafora dell’Onda rimane viva lo stesso – ma è questione della “militanza nei tempi del precariato e della segmentazione dei tempi di vita”, che è comunque problema da discutere a livello di organizzazione; ma si tratta comunque di un modo di affrontare uno dei due nodi fondamentali (l’altro è l’organizzazione) dei movimenti: l’espressione collettivamente condivisa delle soggettività, libera e autonoma rispetto ai cortei, sia quelli approvati dalla questura sia quelli selvaggi, e soprattutto rispetto alle date ufficiali, ai calendari, alle agende politiche.

2 risposte a Meglio i clowns o il blocco nero? Per una soggettività radicale e nuove tattiche di guerriglia dell’Onda da combinarsi alle tattiche di guerriglia del Fuoco

  1. [...] Genova nel 2001 i black block compirono atti violenti movendosi fuori dai cortei. A Rostock nel 2007 il blocco nero si è scontrata con la polizia movendo dentro il corteo. Lì l’opposizione era [...]

  2. [...] blocco nero fa emergere una questione importante. Non si tratta della violenza, della condanna dei violenti. [...]

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