Undicesima e penultima parte del pamphlet del Comité Invisible. E manifestiamo (oggi 5 aprile) tutto il nostro disprezzo nei confronti di Bernard-Henri Lévy: tra i principali esponenti della Nuova Filosofia, contro la quale già Deleuze e altri avevano scritto un pamphlet, per denunciarne il carattere da filosofo-soubrette.
Organizzarsi per non dover più lavorare.

piqueteros
Solo in pochi casi possiamo godere di impegni non troppo gravosi e, a dire il vero, è bene perdere ancora più tempo, anche se per continuare ad annoiarsi. Ma queste circostanze si segnalano per le misere condizioni di riposo e di lettura.
Sappiamo che l’uomo vive così poco da essere costretto a guadagnarsi da vivere, a dover dare il suo tempo per un po’ di esistenza sociale – del tempo personale per dell’esistenza sociale: questo è il lavoro e il mercato. Il tempo della comune fugge al tempo del lavoro, non segue più questa linea, si muove in altre direzioni. Gruppi di piqueteros argentini si sono sostenuti collettivamente grazie a una specie di RMI (reddito minimo d’inserimento ndt) argentino, erogato a condizione di qualche ora di lavoro: non hanno lavorato per queste ore, ma hanno messo in comune i loro guadagni, e si sono dotati di laboratori di vestiti, di un panificio, hanno definito insieme ciò di cui avevano bisogno.
Basta andare alla ricerca di un po’ di denaro per la comune perché nessuno debba più guadagnarsi da vivere. Tutte le comuni sanno dove trovare soldi. Di possibilità ce ne sono molte: oltre al RMI, sussidi, messa in malattia, borse di studio, i primi spillati simulando parti, gli altri con espedienti da escogitare ogni volta che cambia il sistema di controllo. Non ci interessa tutelare queste entrate, né d’installarci in questi rifugi di fortuna o di preservarli come se si trattasse di privilegi per iniziati. Ciò che è importante coltivare e diffondere è questa necessaria inclinazione alla frode, condividere i trucchi per ottenerli. Per le comuni, la questione del lavoro si pone solo in funzione del reddito d’esistenza; senza dimenticare tutto ciò che, passando per diversi mestieri, formazione e buoni posti di lavoro, forniscono delle conoscenze utili.
La comune desidera liberare per tutti più tempo possibile – necessità che non si limita a un numero di ore non coperti dalla messa a salario. Il tempo libero non ci manda in vacanza: il tempo vacante, il tempo morto, il tempo vuoto e della paura del vuoto è il tempo di lavoro. Non c’è più un tempo da occupare, ma una liberazione di energia che nessun tempo può contenere; linee che prendono e perdono forma, che noi possiamo seguire a piacere, fino in fondo, fino a vedere che s’incrociano con altre.
Saccheggiare, coltivare, fabbricare.

picchetto operaio alla FIAT
I vecchi Mitteleuropei diventano rapinatori piuttosto che sorveglianti: gli impiegati dell’EDF (Électricité de France ndt) si scambiano i modi per truccare i computer, il materiale “rubare prodotti non siglati” (in francese “tombé du camion” ndt) si vende dappertutto. Un mondo che si proclama così apertamente cinico non poteva attendersi dai proletari che un po’ più di lealtà.
In primo luogo, una comune non può contare sull’eternità di uno “Stato sociale”; in secondo luogo non può vivere a lungo di furti al mercato, di atti di riappropriazione nei supermercati o, di notte, nei depositi della zona industriale, o di appropriazione delle sovvenzioni, o di truffe alle assicurazioni e di altri imbrogli, in breve: di saccheggio. Una comune, dunque, deve preoccuparsi di accrescere continuamente la capacità e l’intesa della sua organizzazione. Che i macchinari, le fresatrici, le fotocopiatrici vendute al ribasso alla chiusura di una fabbrica saranno utilizzate per appoggiare qualche complotto contro il mercato, nulla parrebbe più logico.
La sensazione di un’imminente catastrofe è dappertutto così vivo ai nostri giorni, che si fa fatica a enumerare tutte le sperimentazioni in corso nel campo edilizio, dell’energia, delle materie prime, dell’illegalità o dell’agricoltura. Si ha qui tutt’un insieme di saperi e di tecniche che non attende altro che essere saccheggiato e strappato al suo imballaggio moralista, coagulato o ecologista. Ma questo insieme non è che una parte di tutte le intuizioni, di tutto il saper-fare, di questa ingegnosità propria delle bidonville di cui dovremmo dar prova se pensiamo di ripopolare il deserto metropolitano e aprire a una via di mezzo per un’insurrezione.
Come comunicare e muoversi in un’interruzione totale del flusso metropolitano? Come restaurare le culture alimentari delle zone rurali e fino al punto in cui potranno sopportare la densità di popolazione che si avrà nei prossimi sessant’anni? Come trasformare gli spazi cementificati in “orti” urbani, come ha fatto Cuba per poter sopportare l’embargo americano dopo il crollo dell’URSS?
Formare e formarsi.

boxer
Dopo che abbiamo usufruito di tutto il tempo libero concessosi dalla democrazia del mercato, che cosa ci rimane? Perché oggi è possibile andare a fare jogging la domenica mattina? Che cosa unisce tutti i fanatici del karatè, gli amanti del bricolage, della pesca o dell’andare per funghi? Cosa, se non la necessità di riempire un ozio totale, di rimettere in sesto la propria forza-lavoro e la propria salute? La maggior parte del tempo libero potrebbe facilmente spogliarsi del suo carattere assurdo, e diventare altra cosa che tempo libero. La boxe non è sempre stata riservata per le iniziative di Téléthon o per dare ogni match in pasto al grande spettacolo: la Cina degli inizi del XX secolo, divisa fra coloni e contadini affamati da una siccità troppo lunga, ha visto centinaia di migliaia di poveri contadini organizzarsi intorno a innumerevoli club di boxe a cielo aperto per riappropriarsi di ciò che i ricchi e i coloni li avevano espropriati. La rivolta dei boxer.
Non sarà mai troppo presto per apprendere e praticare ciò che in tempi meno pacifici e meno prevedibili dovremmo esigere da noi stessi. La nostra dipendenza dalla metropoli – dalla medicina, dall’agricoltura, dalla polizia – è tale che, oggi, noi non potremmo attaccarla senza mettere in pericolo noi stessi. La consapevolezza non chiarita di questa vulnerabilità è la causa dell’autolimitazione spontanea dei movimenti e ciò che fa temere la crisi e chiedere più sicurezza. È per questo che gli scioperi hanno barattato l’orizzonte della rivoluzione con il ritorno alla normalità.
La liberazione da tutto ciò richiede un lungo, consistente e massiccio processo di apprendistato, di molteplici sperimentazioni. Si tratta di saper battersi, scassinare le serrature, curare bene sia le fratture che le angine, allestire una radio pirata, organizzarsi nelle strade, vedere giusto, ma anche raccogliere i saperi sparsi e costruire un’agronomia di guerra, comprendere la biologia del plancton, la composizione dei suoli, studiare gli incroci tra le piante e anche ritrovare le intuizioni perdute, tutte le usanze, tutte le linee possibili che si collegano con il nostro centro immediato e i limiti oltre i quali ci consumiamo: ecco ciò che ora e che per i prossimi giorni occorre conquistare per ottenere qualcosa di più di una parte simbolica del nostro cibo e delle nostre responsabilità.
Creare territori, moltiplicare le zone grigie.

La maggior parte dei riformisti oggi concorda che, riguardo al peak oil (limite massimo di estrazione del petrolio ndt) e per ridurre le emissioni di gas serra, occorre “rilocalizzare l’economia”, favorire l’approvvigionamento regionale, i piccoli circuiti della distribuzione, rinunciare alla facilità delle importazioni estere, ecc. Ciò che però dimenticano è che il carattere principale del “rilocalizzare” in economia risiede nel fare in nero, nell’economia “informale”; questa immediata misura ecologica di ri-localizzazione dell’economia non comporta altro che affrancarsi dal controllo dello Stato, o di sottomettersi a questo senza riserve.
Il territorio oggi è il risultato di lungimiranti operazioni di polizia, che è consistita ora nel ricacciare la popolazione fuori dalla campagna, poi via dalle proprie strade, quindi fuori dai propri quartieri, e finalmente via dai cortili dei palazzi, nella folle speranza di contenere tutti entro le quattro mura private. Per noi, la questione del territorio non si può porre nello stesso modo che per lo Stato. Non si tratta di tenerlo; ciò che occorre fare è addensare localmente le comuni, i flussi di relazione e la solidarietà a un punto tale che il territorio diventi illeggibile, opaco a tutte le autorità. Non si tratta più di occupare, ma di essere il territorio.
Diverse pratiche fanno esistere un territorio – territorio di chi non ha nulla da fare o di chi rimane a guardare, dei giochi d’infanzia, degli innamorati o della sommossa, dei contadini, dell’ornitologo o del flaneur. La regola è semplice: più territori si sovrappongono su di una data zona, più vi sarà circolazione e meno il potere riuscirà a tenerlo in pugno. Bistrot, tipografie, palestre, terreni aperti, piccoli librai, tetti degli edifici, cortei spontanei, kebabbari, garage possono allo stesso modo svincolarsi dalla loro funzione ufficiale per quel poco di complicità che possano trovare fra loro. L’auto-organizzazione locale, calcando in sovrimpressione la propria geografia sulla cartografia di Stato, la cancella, l’annulla; e così apre alla sua secessione.
Viaggiare. Tracciare le nostre vie di comunicazione.

Un aspetto della comune non è certamente quello di opporre alla metropoli e alla sua mobilità, delle recinzioni locali e il principio della lentezza. Il movimento in espansione delle istituzioni del comune deve raddoppiare sottoterra quello della metropoli. Non dovremmo rifiutare le possibilità di spostamento e di comunicazione offerte dalle infrastrutture del capitale, ma conoscerne i limiti. Basterebbe rimanere sufficientemente prudenti e calmi per poter accedervi con più scioltezza, non lasciare tracce e costruire linee di comunicazione più consistenti di tutte le mailing-list su internet.
Il privilegio concesso a molti, che conferisce di poter “circolare liberamente” da un estremo all’altro del continente e senza troppi problemi, è una carta che non bisogna trascurare per mettere la comunicazione le fonti della cospirazione. È uno dei meriti della metropoli, quello di permettere ad americani, greci, messicani e tedeschi di ritrovarsi di nascosto a Parigi per il tempo di una discussione strategica.
La continua comunicazione tra le comuni è tra le altre cose ciò che ci preserva dall’impantanarci nell’inattività. Ospitare compagni, tenersi al corrente di tutte le loro iniziative, riflettere sulle loro esperienze, acquisire le tecniche che loro hanno sviluppato – tutto ciò vale molto di più per una comune che degli sterili esami di coscienza a porte chiuse. Avremmo torto a sottovalutare ciò che può scaturire dalle nottate trascorse a confrontarci sulla guerra in corso.
Abbattere, uno dopo l’altro, tutti gli ostacoli.

Strasburgo
Come sappiamo, le strade pullulano di incivili. Tra ciò che sono e ciò che dovrebbero essere, c’è la forza centripeta di tutta la polizia, impegnata nella difesa dell’ordine costituito; e ci siamo noi, il movimento inverso, centrifugo. Non possiamo che rallegrarci, ogni volta che spuntano nuovi focolai, per la collera e il disordine. Non ci meraviglia più il fatto che a ogni festa nazionale non si festeggia più niente e che tutto giri sistematicamente male, ormai. La mobilia urbana è nuova di zecca o in rovina – ma dove comincia e dove finisce? – materializza l’esproprio della messa in comune, preserva nella sua negazione, non chiede che di ritornare a fare le brave persone. Osserviamo ciò che ci circonda: ogni cosa attende la sua ora, sulla metropoli si diffonde un’atmosfera nostalgica, come per delle persone sole tra le macerie.
Con metodo e sistematicità, gli “incivili” confluiscono in un’unica guerriglia diffusa, efficace, che ci rende movimenti dell’ingovernabile, che ci fa tornare alla nostra indisciplina originaria. Sembra incredibile che tra le diverse virtù militari riconosciute ai partigiani debba figurare giustamente l’indisciplina. Infatti, non si dovrebbe mai separare la rabbia dalla politica. Senza la prima, la seconda diventa mera comunicazione; e senza la seconda, la prima si disperde nelle urla. Parole come “arrabbiati” o “esaltati” non vengono mai pronunciate in politica senza un qualche tono di avvertimento.

Secondo metodo, definiamo il sabotaggio secondo il principio seguente: un minimo di rischio nell’azione, per un minimo di tempo e un massimo di danno provocato. Strategicamente, ci si ricorderà che un ostacolo rovesciato ma non abbattuto – uno spazio liberato ma non abitato – è subito sostituito da un altro ostacolo, più resistente e più difficile da attaccare.
Inutile soffermarsi sulle tre tipologie di sabotaggio proprie del movimento operaio: rallentare il lavoro, fino allo sciopero selvaggio; scassare le macchine per ostacolare il mercato; diffondere il segreto commerciale. Estese alla dimensione della fabbrica sociale, i principi del sabotaggio si generalizzano dalla produzione alla circolazione. L’infrastruttura tecnica della metropoli è vulnerabile: i flussi di trasporto di persone e di merci, i flussi d’informazione e di energia circolano in una rete di linee, fibre, canali, che è possibile attaccare. Sabotare con qualche risultato la macchina sociale implica, oggi, riconquistare e reinventare i mezzi di interruzione delle reti metropolitane. Come rendere inutilizzabile una linea del TGV (treno ad alta velocità ndt), una rete elettrica? Come trovare i punti deboli della rete informatica, come provocare interferenze sulle onde radio e oscurare il piccolo schermo?
Per quel che riguarda gli ostacoli più seri, è sbagliato ritenere impossibile il loro abbattimento. È come se dei prometei nascosti si riunissero per riappropriarsi del fuoco, fuori da ogni cieco volontarismo. Nel 356 a.C., Erostrato bruciò il tempio d’Artemide, una delle sette meraviglie del mondo. Nei nostri tempi di decadenza, quelli che oggi sono i templi hanno questo di vero: sono già delle rovine.
Annientare il nulla non è affatto un triste bisogno. L’agire ritrova una nuova giovinezza. Tutto prende senso, tutto improvvisamente si ricollega, spazio, tempo, amicizia. Ci si appiglia a tutti i mezzi, se ne ritrova l’uso. Contro la miseria di questo tempo, “prenderci tutto” diventa il nostro compito – non senza ragione, lo confessiamo – l’ultimo miraggio collettivo.
Niente più visibilità. Tornare all’anonimato e prepararsi all’attacco.

In una manifestazione, un sindacalista strappa la maschera di uno che sta distruggendo una vetrina: “Diventa responsabile di ciò che stai facendo, e non nasconderti”. Essere visibili vuol dire essere allo scoperto e vulnerabili. Quando quelli di sinistra desiderano rendere visibili le loro cause – quella dei clochard, quella delle donne, quella dei migranti – allora, nella speranza di avere consensi, non fanno che l’esatto contrario di quello che dovrebbero fare. Non rendersi visibili, ma piegare a nostro vantaggio l’anonimato in cui possiamo praticare, per la cospirazione, l’azione notturna o coi passamontagna, per articolare un’inattaccabile posizione d’attacco. L’incendio del novembre 2005 rappresenta un plausibile modello. Nessun leader, nessuna rivendicazione, nessuna organizzazione, ma parole, gesti, azione comune.
Essere socialmente inesistente non è una condizione umiliante, la fonte della drammatica mancanza di un riconoscimento – essere riconoscibile: perché? – ma, al contrario, la migliore condizione per la libertà d’agire. Non siglare i danni arrecati, non utilizzare che delle sigle false – per esempio l’inesistente BAFT (Brigata Tartara Anti-Sbirro – in francese Brigade Anti-Flic des Tarterêts ndt) – è un modo per preservare la propria libertà. A questo punto, costruire un soggetto “banlieue“, autore delle “sommosse del novembre 2005″, è la prima manovra che il regime compirà. Vedere in faccia quelli che sono massa in questa società può aiutare a comprendere la gioia di non essere nessuno.
Fuggire dalla visibilità. Ma una forza che si aggrega nell’ombra non potrà mai pienamente evitarla. Bisogna respingere ogni nostra apparizione fino al momento opportuno. Più tardi la visibilità ci scova, più forti potrà vederci. Quando saremo diventati visibili, vorrà dire che è giunto il nostro tempo: o saremo capaci di polverizzare il regno della visibilità, in breve tempo, o sarà la visibilità a schiacciarci.
Organizzare l’autodifesa.

Viviamo sotto occupazione, sotto un’occupazione poliziesca. Gli arresti dei migranti in strada, le vetture civetta della polizia che percorrono su e giù i viali, la pacificazione dei quartieri della metropoli con delle tecniche escogitate nelle colonie, le dichiarazioni del ministro degli Interni contro le “bande” degne della guerra d’Algeria – tutto ciò lo possiamo vedere e ascoltare ogni giorno: e tutto ciò basta perché, non volendo più farci schiacciare, cominciamo a organizzare l’autodifesa.
Nella misura in cui s’ingrandisce ed espande, una comune vede poco a poco le operazioni del potere prendere per bersaglio ciò che la istituisce: questo contrattacco assume la forma dell’addescamento, del recupero e, in ultima istanza, della forza bruta. L’autodifesa deve essere per la comune un’evidenza collettiva, sia pratica sia teorica. Proteggersi da un arresto, riunirsi subito contro un tentativo di espulsione o di sgombero, mettere al riparo uno dei nostri, non saranno cose secondarie nei tempi che verranno. Non possiamo che ricostruire incessantemente le nostre basi. Quando si cessa di denunciare la repressione, ecco che la si prepara di nuovo.
Questo punto non è così semplice, dato che ci si attende dalla cittadinanza un surplus del lavoro poliziesco – dalla delazione all’incarico occasionale nelle ronde cittadine – ecco che le forze di polizie si confondono nella folla. Il modello dell’intervento di polizia buono per ogni circostanza, soprattutto in caso di sommossa, è quello dello sbirro in borghese. L’efficacia dell’intervento della polizia in occasione delle recenti manifestazioni contro il CPE è stata possibile grazie a quei civili che si sono mescolati alla folla, in attesa di un incidente per uscire allo scoperto: gas lacrimogeni, manganelli, flash ball (arma “letale attenuata” a doppia canna caricata con proiettili di gomma ndt) intimazioni; il tutto coordinato con il servizio d’ordine dei sindacati. La sola possibilità della loro presenza è sufficiente a gettare il sospetto su ogni manifestante – chi è quello? – e a paralizzare l’azione. Posto che una manifestazione non è un mezzo per fare la conta ma per agire, è necessario dotarci di qualche mezzo per smascherare i civili, per cacciarli e all’occorrenza far scappare coloro che questi tentano di arrestare.

l'unico poliziotto in borghese che accettiamo
La polizia non è invincibile nelle strade, ha semplicemente i mezzi per organizzarsi, infiltrarsi e testare nuove armi. Comparate a queste, le nostre armi sembreranno sempre rudimentali, montate alla meno peggio e spesso improvvisate sul posto. Non si deve pretendere di definire una rivalità in termini di potenza del fuoco, ma puntare a tenere a distanza, a capovolgere l’attenzione, a esercitare una pressione psicologica o riuscire a forzare un passaggio e guadagnare terreno. Tutta l’innovazione che viene sviluppata nei centri di preparazione alla guerriglia urbana della gendarmeria francese non può essere mai sufficiente, e non lo sarà mai, senza dubbio, per rispondere con prontezza a una molteplicità dinamica ed eterogenea che riesce a colpire da più punti ogni volta, e che soprattutto si preoccupa sempre di mantenere l’iniziativa.
Le comuni, è vero, sono vulnerabili di fronte alla sorveglianza e alle indagini della polizia, della polizia scientifica e degli organismi d’informazione. Le ondate di arresti di anarchici in Italia e di eco-guerriglieri negli Stati Uniti sono state possibili grazie alle intercettazioni. La sorveglianza diventa più dura con il prelievo del DNA e alimenta uno schedario sempre più completo. Uno squatter di Barcellona è stato trovato perché aveva lasciato le sue impronte digitali sui volantini che distribuiva. Gli apparati di cattura si perfezionano, sfruttano la biometria. E, una volta che verranno diffuse le carte d’identità elettroniche, il nostro compito diventerà ancora più difficile. La Comune di Parigi aveva subito regolato il problema dell’identificazione: dando fuoco all’Hotel de Ville, gli incendiari distrussero l’archivio di Stato. Resta, oggi, il problema di trovare i modi per distruggere i più sofisticati mezzi di identificazione.
Maggio 3, 2009 alle 8:21 am |
Grazie per questa traduzione!!