Concludiamo la traduzione libera e arbitraria del testo del Comité Invisible alla vigilia del G8 a L’Aquila.
La comune è l’unità elementare di una realtà che insorge. Una crescita dell’insurrezione non può essere altro che una moltiplicazione delle comuni, delle loro relazioni e articolazioni. In base al corso degli eventi, le comuni si uniscono formando entità più grandi, o si dividono ancora. Tra un collettivo di fratelli e sorelle legati “per la vita e per la morte” e un’unione di una molteplicità di gruppi, di comitati, di collettivi per organizzare l’approvvigionamento e l’autodifesa di un quartiere, o anche di un territorio che insorge, non vi è che una differenza di grado, essendo entrambe le entità delle comuni.
Tutte le comuni non possono che tendere verso l’auto-sussistenza e considerare per sé il denaro come una cosa di troppo e che non è affatto importante. La forza del denaro è quella di formare un legame tra ciò che non ha legami, di vincolare cose tra di loro estranee come estranee ma poste in rapporti di equivalenza e messe in circolazione. La capacità del denaro di legare ogni cosa costa la superficialità di questi legami, dove la regola che vige è la menzogna. La diffidenza è alla base del sistema dei crediti. Il regime del denaro non può che essere il regime del controllo. L’abolizione pratica del denaro non potrà che venire grazie alla diffusione delle comuni. Ma la diffusione delle comuni dovrà avvenire in modo tale che non sia possibile oltrepassare una certa misura per ciascuna comune, oltre la quale c’è il rischio di instaurare meccanismi di dominio e rappresentanza. A questo punto una comune deve dividersi, nel punto, cioè, in cui si percepisce un simile pericolo ed è necessario prevenirlo.
L’insurrezione dei giovani algerini, che ha interessato tutta la Cabila nella primavera del 2001, si è quasi estesa per l’intero territorio, attaccando le caserme di polizia, i tribunali e tutti i luoghi istituzionali di Stato, e generalizzando la sommossa è riuscita a costringere al ritiro le forze dell’ordine e a bloccare le elezioni. La forza di questo movimento è stata la complementarietà diffusa di una moltitudine – solo in parte rappresentata nelle interminabili e asfissianti assemblee dei comitati di villaggio e dei comitati popolari. Le “comuni” della sempre viva insurrezione algerina hanno il volto dei giovani nascosto sotto il cappuccio nero che lanciano molotov contro i poliziotti dai tetti di un palazzo a Tizi Ouzou (città algerina ndt), o il sorriso beffardo di un giovane incendiario che indossa il suo barracano (abito lungo sia maschile che femminile usato nell’Africa settentrionale ndt), o ancora l’energia delle donne di un villaggio di montagna che conducono la maggior parte delle attività produttive del luogo, e senza le quali il blocco dell’economia della regione non sarebbe stato così esteso e sistematico.
Come incendiare la crisi.

Incendiare la crisi
“Bisogna aggiungere che non sarebbe possibile curare tutta la popolazione francese. Occorrerà fare delle scelte” – sono le parole di un esperto in virologia che, il 7 settembre 2005, riassume su le Monde ciò che accadrebbe in caso di diffusione del contagio, in occasione di un’epidemia di aviaria. “Minacce terroriste”, “catastrofi naturali”, “allerta per il virus”, “movimenti sociali” e “violenza urbana” sono momenti d’instabilità per coloro che devono governare la società, situazioni nelle quali è possibile effettuare la selezione tra coloro che sono da salvare e coloro che sono da emarginare. E sono proprio queste le situazioni in cui, logicamente, le forze che resistono si riuniscono e si espandono. L’interruzione del flusso di merci, la sospensione del normale corso degli eventi – ma è già sufficiente pensare a cosa accade in occasione di un improvviso black-out per immaginare una nuova vita collettiva – la sospensione del regime di polizia: tutto ciò libera un potenziale di auto-organizzazione impensabile in altre circostanze. Nessuna persona ne sarebbe esclusa. Il movimento operaio rivoluzionario aveva compreso bene questo punto: come fare della crisi del sistema borghese il principale obiettivo di ogni rivolta. Oggi, i movimenti islamici sono forti proprio nei luoghi in cui lo Stato si dimostra più debole: nell’organizzazione dei soccorsi dopo il terremoto nella zona di Boumerdès in Algeria, o ancora nell’assistenza quotidiana alla popolazione del Libano del Sud, nei territori distrutti dall’esercito israeliano.
Come abbiamo già detto (vedi Settima parte ndt), la distruzione di New Orleans dovuta all’uragano Katrina ha permesso a tutta una costellazione di movimenti anarchici del Nord America di assumere una consistenza nuova: nei magazzini si è provveduto a un preliminare approvvigionamento, i soccorsi medici d’urgenza hanno richiesto conoscenze e materiali; tutto ciò che contiene la gioia, il superamento dell’iniziativa individuale verso una realtà collettiva che si rivolta all’ordine quotidiano del lavoro, possiede la fecondità politica di simili esperienze.
In un paese come la Francia, dove le nubi radioattive disegnano una linea di confine e non si teme di costruire una “canceropoli” intorno a uno stabilimento AZF (fabbrica petrolchimica: un’esplosione in una fabbrica AZF avvenuta a Tolosa il 21 settembre 2001 provocò 29 morti, più di 2000 feriti e ingenti danni agli edifici vicini ndt) in una zona classificata come “zona Seveso” (ad altissimo rischio ndt), bisognerebbe guardare meno alla “crisi naturale” e più alla “crisi sociale”. Sono i movimenti sociali i protagonisti di interventi per interrompere il corso normale dei disastri.
Certamente gli scioperi degli ultimi anni sono stati un’occasione importante per i direttori d’azienda, i quali hanno potuto sperimentare delle condizioni di “minimo servizio”, in modo da rendere l’interruzione del lavoro un qualcosa di simbolico – alla pari di una nevicata o di un suicidio. Ma intensificando le pratiche militanti dell’occupazione sistematica degli stabilimenti e il blocco forzoso, le lotte studentesche del 2005 contro il CPE hanno mostrato una capacità di disturbo e d’attacco propria dei grandi movimenti rivoluzionari. Per tutti i collettivi che hanno intrapreso questa strada, quelle lotte hanno mostrato quali sono le possibilità di un movimento e a quali condizioni possono diventare punti d’emergenza di comuni a venire.
Come sabotare ogni tentativo di installare una rappresentanza. Come generalizzare le parolibere e abolire le assemblee generali.

Partecipare a un'assemblea desiderante
Tutti i movimenti sociali incontrano come primo ostacolo, prima ancora della polizia, le forze sindacali, il divenire-sindacale di certi gruppi interni ai movimenti, ogni sorta di micro-burocrazia con la vocazione a inquadrare la lotta, o a parlare di lotte “in un contesto di”. Le comuni, i comitati di base, i collettivi devono difendersi da queste prese molari, e fare attenzione a quel lessico “para-burocratico” che parla da vent’anni di rappresentanza, forse con un aspetto più innocente ma che non molla il terreno dei propri ideali. Si insediano in un collettivo che ha qualche difficoltà a proseguire le lotte, intavolano le loro questioni “inquadrate”, si scaldano e s’azzuffano non per passione ma per congiura, e quando hanno ragione sul collettivo, spiegano tutto appellandosi alla mancanza di una coscienza politica. E non è un caso che, grazie all’attività infaticabile di una miriade di gruppi trotzkisti, le giovani generazioni possiedono abbondanti capacità di fornire spiegazioni politiche.
Ma dall’incendio del novembre 2005, ogni lezione, ogni spiegazione, ogni coordinazione centralizzata, ogni forma di rappresentanza è quantomeno superflua, laddove si è dimostrata la capacità di auto-organizzarsi per insorgere.
Due altri problemi sono la convocazione di assemblee generali e la decisione di votare. La semplice scommessa del voto basta a trasformare un’assemblea in un incubo in cui si confrontano ogni sorta di pretesa e di potere. Si ha in questi casi una cattiva espressione del parlamento borghese. L’assemblea non è istituita per prendere decisioni, ma per parlare liberamente, per le parolibere, per le parole in libertà.
Il bisogno di riunirsi è tanto frequente quanto è rara la necessità di decidere. Ci si riunisce per provare la gioia di stare insieme, non per prendere una qualunque decisione. L’atto di decidere è vitale solo in una situazione d’urgenza, dove l’esercizio della democrazia corre qualche pericolo. Ma in ogni altra circostanza, non si tratta di riunirsi per esprimere “il carattere democratico di un processo comune di valutazione e di scelta”, come vorrebbero i fanatici para-burocratici. E non bisognerebbe proporre delle critiche nelle assemblee, o abbandonarle, ma liberare la parola, i gesti, il gioco. Sarebbe sufficiente rendersi conto del fatto che la maggior parte delle persone non va a un’assemblea per presentare delle mozioni, o con un punto di vista già elaborato, o un discorso preparato, ma con i propri desideri, delle passioni, una qualche capacità, delle forze, una tristezza – ogni sorta di stato d’animo che si rafforza nell’atto di riunirsi con gli altri, e che pertanto può diventare disponibile e da comunicare. Si tratterebbe di farla finita con l’Assemblea Generale e sostituirla con l’Assemblea delle Presenze, in modo da cancellare ogni tentazione di egemonia o di prendere una qualche decisione.
Ne va della stessa possibilità di decidere l’azione. Partire dal principio che “l’azione deve ordinare il regolare svolgimento dell’assemblea” renderebbe impossibile un qualsiasi dibattito nonché una stessa efficacia dell’azione. Un’assemblea numerosa, in cui nessuno conosce l’altro, è condannata a mettersi nelle mani degli specialisti dell’azione e del coordinamento.
Non c’è una forma ideale dell’azione. L’essenziale è che l’azione si dia una qualche consistenza, una forma che non sia subita ma costruita. Ciò richiede una certa distribuzione geografica delle posizioni – come le sezioni della Comune di Parigi durante la Rivoluzione Francese – e la distribuzione dei saperi in circolazione. Per quanto riguarda la decisione dell’azione, basterà il seguente principio: ognuno si muove a suo modo, ognuno mette a disposizione le sue conoscenze, e la decisione verrà da sé, giacché non si potrà prendere una decisione che non sia quella che noi possiamo prendere. La circolazione dei saperi annulla ogni rischio di gerarchia, la comunicazione orizzontale, proliferante, è la migliore forma di coordinazione tra le comuni, tra le persone, per farla finita con l’egemonia.
Come bloccare l’economia, ma badando a misurare le nostre possibilità con i livelli di auto-organizzazione.

Bloccare il traffico
Fine giugno 2006: nello stato di Oaxaca (in Messico ndt) si moltiplicano le occupazioni dei municipi, gli insorti continuano a occupare edifici pubblici. Le comuni s’insediano nei municipi. Un mese più tardi, molti hotel e villaggi vacanze vengono bloccati. Il ministro del Turismo parla di catastrofe “pari a quella dell’uragano Wilma”.
Qualche anno più tardi, il blocco diventa una delle più importanti forme d’azione dei movimenti argentini: i differenti gruppi locali si danno aiuto reciproco, bloccano questo o quell’asse del commercio, minacciano continuamente, con un’azione congiunta, di paralizzare tutto il paese se le loro rivendicazioni non verranno soddisfatte.
Una simile azione è stata per lungo tempo la forza principale dei gruppi di ferrovieri, operai dell’industria elettrica, autotrasportatori. Il movimento anti-CPE ha bloccato le stazioni, le periferie, le fabbriche, le autostrade, i supermercati e gli aeroporti. Sono bastate trecento persone a Rennes per bloccare lo svincolo autostradale per ore e provocare quaranta chilometri di coda.
Bloccare tutto: è questa la parola d’ordine contro l’ordine presente. In un’economia localizzata, in cui le imprese funzionano grazie alla flessibilità, dove il valore è il risultato della connessione delle risorse, in cui le autostrade sono gli anelli della catena della produzione immateriale, in cui tutto procede di subappalto in subappalto, bloccare la produzione vuol dire bloccare la circolazione.
Ma non si può pensare di effettuare blocchi senza organizzare i rifornimenti e i modi di comunicazione tra gli insorti, ovvero senza una qualche effettiva auto-organizzazione tra le comuni. Come poter resistere una volta che si è bloccato tutto? Saccheggiare i negozi, come si è fatto in Argentina, è un’azione con certi limiti; per esempio i templi del consumo non sono delle risorse inesauribili. Resistere per tutta la durata di un blocco vuol dire procurarsi i mezzi di sostentamento appropriandosi dei necessari mezzi di produzione. E su questo punto non bisogna attendere a lungo. Lasciare che sia solo il due per cento della popolazione a occuparsi dell’alimentazione di tutti è un segno di inattitudine storica quanto un punto debole strategico.
Come liberare il territorio dal controllo della polizia e come evitare ogni volta che è possibile uno scontro diretto.

Neutralizzare la polizia
“Questi eventi dimostrano che non ci troviamo di fronte a giovani che reclamano un futuro ma a individui che hanno dichiarato guerra alla Repubblica” – è ciò che ha detto un piedipiatti dopo un’ennesima imboscata. L’offensiva per liberare il territorio dal controllo della polizia è in atto da qualche tempo. I “movimenti sociali” sono stati chiamati un po’ alla volta alla lotta, come a Rennes, dove nel 2005 hanno affrontato la polizia ogni giovedì sera, o a Barcellona, dove hanno messo a soqquadro un’arteria commerciale della città. Con il movimento anti-CPE abbiamo visto il revival delle molotov. Ma in certe banlieues si usano altre tattiche, per esempio una tattica che si perpetua già da parecchio tempo, quella dell’agguato.
13 ottobre 2006, Epinay: alcune pattuglie della BAC (Brigade Anti-criminalité ndt) muovono verso il luogo in cui è stato segnalato il furto di una roulotte; al loro arrivo, una delle pattuglie “si ferma davanti a due automobili che bloccano una strada, vede sopraggiungere una trentina di individui, armati di sbarre di ferro e armi in pugno, che lanciano pietre contro la volante e gas lacrimogeni”.
È una delle più recenti mosse tattiche dei movimenti, quella delle imboscate o delle manifestazioni “selvagge”, cioè non dichiarate alla prefettura. Mappare il territorio, come hanno fatto i Black Bloc a Genova nel 2001, scegliere di circondare le zone rosse ma di evitare lo scontro diretto, muoversi lungo percorsi differenti, così da portare a passeggio gli sbirri invece che di essere portati a passeggio dalla polizia, come accade nelle manifestazioni sindacali o in quelle pacifiste. Si è visto come un migliaio di rivoltosi determinati può far retrocedere le camionette e le jeep dei carabinieri e dare loro fuoco. Ciò che conta, infatti, non è essere meglio armati, ma mantenere l’iniziativa. Il coraggio è niente, la fiducia nel proprio coraggio è tutto. Bisogna mantenere sempre l’iniziativa. Minacciare lo scontro diretto, per esempio, può essere una buona manovra diversiva di aggiramento per attaccare altrove. Non dare tregua alla polizia, farla correre e accorrere dappertutto.
Queste tattiche ricordano certe parole pronunciate nel 1842: “la vita dell’agente di polizia è una vita faticosa; la sua posizione al centro della società è così umiliante e deplorevole come il crimine stesso (…) L’onta e l’infamia lo minacciano da ogni parte, la società lo scaccia, lo isola, gli sputa addosso con disprezzo il magro salario, senza rimorso, senza compianto, senza pietà (…) il documento di riconoscimento che porta nel taschino è l’identità di un’ignominia”.
21 novembre 2006: durante una manifestazione di pompieri, la polizia è stata attaccata a colpi di martello e quindici agenti sono rimasti feriti.
Cosa farne delle armi. Come evitare il più possibile l’uso delle armi. Come ottenere una vittoria politica.

Usare bene le armi
Un’insurrezione non può essere pacifica. Le armi sono necessarie ma bisogna evitare il più possibile di usarle. Un’insurrezione è comunque un fatto d’armi, una “permanenza armata”, piuttosto che un passaggio alla lotta armata. Bisogna saper distinguere l’armamento dall’uso delle armi. Le armi sono una costante rivoluzionaria, come il loro uso può essere decisivo, frequente, necessario, a seconda dell’intensità della rivolta: 10 agosto 1792 (assalto al Palazzo Tuileries ndt), 18 marzo 1871 (inizia la Comune di Parigi ndt), ottobre 1917 (assalto al Palazzo d’Inverno ndt). Quando il potere si va a nascondere, è sufficiente calpestarlo.
A distanza di questi eventi, le armi hanno assunto il doppio carattere di fascino e di disgusto che solo il loro maneggio permette di governare. Un autentico pacifismo non è il rifiuto totale delle armi, ma soltanto del loro uso. Essere pacifisti senza essere incendiari è proprio di una teoria debole e impotente. Questo pacifismo a priori corrisponde a una sorta di disarmo preventivo, come appunto un’operazione di polizia. In verità, la questione pacifista non si pone seriamente che in correlazione alle potenze degli incendiari. Ecco come il pacifismo potrà essere segno di potenza, segno di una forte presa di posizione e di espressione di forze estreme.
Da un punto di vista strategico, l’azione indiretta, asimmetrica, sembra la migliore, quella che è stata più adottata in passato: non bisognerebbe mai attaccare frontalmente una squadra di polizia armata o una forza d’occupazione. Ma la prospettiva di una guerriglia seguendo il modello di quella praticata dagli iracheni, arenatasi nell’incapacità di organizzare un’offensiva, è più da evitare che da desiderare. La militarizzazione della guerra civile segna quasi sempre la fine di un’insurrezione: i Rossi potevano anche trionfare nel 1921, ma la Rivoluzione russa era già stata perduta.
Occorre tenere conto di due tipi di reazione tattica all’insurrezione. Una è quella dell’ostilità diretta e aperta, l’altra è quella più sorniona, di tipo democratico. La prima si appella alla repressione totale, la seconda a un’ostilità sottile ma implacabile: non aspetta altro che l’appoggio della popolazione. Ci può essere sconfitta contro una dittatura, come si può essere sconfitti per il fatto di non aver considerato altra cosa che la resistenza a una dittatura. Si può essere sconfitti sia in una guerra sia nel non aver potuto combattere la guerra. I due tipi di reazione possono muovere contro l’insurrezione nello stesso tempo, come è accaduto in Spagna, nel 1936: i rivoluzionari lì furono sconfitti sia dai fascisti sia dai repubblicani.
Ma quando gli eventi prendono una certa piega, allora sembra che non ci sia altra scelta che l’uso delle armi per reprimere gli insorti. All’inizio, quando entrano in azione, lo fanno anche di nascosto. Ma lo Stato può decidere se fare una carneficina, o limitarsi semplicemente a una minaccia generale, come è accaduto con la minaccia delle armi nucleari per più di mezzo secolo. Resta il fatto che lo Stato è come una bestia ferita e ciò può rappresentare per se stesso un grave pericolo. È accaduto il 18 marzo 1871. Una folla s’agita per le strade, una folla numerosa, invadente che fraternizza con i soldati, il divenire-insurrezione contro le armi che entra in azione, ciascuno di fronte alla scelta tra l’anarchia e la paura dell’anarchia. Un’insurrezione trionfa come forza politica. Politicamente, non è impossibile vincere un esercito.
Come vincere le autorità locali.

Depositare le autorità locali
La questione principale per un’insurrezione è quella di essere irreversibile: l’irreversibilità è per l’insurrezione ciò che per le autorità è il bisogno di autorità, per la proprietà la necessità di accumulazione, per l’egemonia il desiderio di nuova egemonia. Ogni processo insurrezionale possiede i tratti della vittoria o del proprio fallimento. E, in fatto d’irreversibilità, non è sufficiente distruggere: infatti, ci sono diversi modi per distruggere ciò che cerca di suscitare il ritorno di quello che era già stato annientato: ma chi si accanisce contro un cadavere, provoca il desiderio di vendetta. Dopo che si è riusciti a bloccare l’economia, dopo che la polizia è stata neutralizzata, occorre procedere all’annullamento delle autorità locali. Queste vanno depositate scrupolosamente, nel modo più disinvolto e derisorio possibile.
Alla decentralizzazione del potere corrisponde, nella nostra epoca, l’impossibilità di una rivoluzione centralizzata. Ci sono ancora i Palazzi d’Inverno, ma sono soggetti all’assalto dei turisti piuttosto che a quello degli insorti. Si può conquistare Parigi, Roma, Buenos Aires, senza ottenere niente. La presa di Rungis avrà conseguenze migliori di quella dell’Eliseo. Il potere non si concentra più in un punto nel mondo, si è diffuso in tutto il mondo, con i suoi flussi e i suoi corsi, con i suoi uomini e le sue norme, i suoi codici e le sue tecnologie. Il potere è ciò che organizza e controlla la metropoli. È la totalità impeccabile del mondo del mercato in ognuno dei suoi nodi. Pertanto, chi blocca o scioglie localmente questi nodi, provocherà uno choc ben forte, tale da propagarsi in altre zone del mondo. Gli incendiari di Clichy-sous-Bois hanno colpito più di un obiettivo americano, tanto che gli insorti di Oaxaca hanno potuto trovare degli alleati nel pieno centro di Parigi. Per la Francia, la perdita della centralità del potere significa la fine della centralità della rivoluzione parigina. Ogni nuovo movimento dopo lo sciopero del 1995 ne è una conferma.
Parigi ormai si distingue come semplice luogo di razzie, di saccheggi e devastazioni. Sono delle rapide e brevi incursioni cominciate altrove che colpiscono i nodi nevralgici caratterizzati dalla massima densità di flussi metropolitani: sono, queste incursioni, percorsi di una rabbia crescente che solca il deserto di un’abbondanza fasulla e inconsistente. Un giorno, potremo assistere alla rovina completa di questa incredibile concentrazione di poteri che è la capitale, ma sarà solo il momento finale di un processo a venire che comincia e comincerà altrove.
(NB: ho scelto come ultima immagine il libro di Lafargue non perché “tutti dobbiamo leggere Lafargue” o per alludere a stravecchie idee sulla “futura società dell’ozio”, ma perché nella piccola e, a mio avviso, geniale opera di Lafargue si dà una bellissima immagine di come trattare le autorità costituite (governanti, capi di polizia, imprenditori ecc.) dopo che le abbiamo destituite.)
Luglio 6, 2009 alle 12:15 pm |
Grazie per la traduzione:)