Congetture e confutazioni politiche 3

(Da qui)

Ricomposizione di classe

Marco Bascetta e Benedetto Vecchi (Il 14 dicembre e la classe che verrà, “il manifesto”, 11 dicembre 2010) scrivono che la “unità contro la crisi” non rappresenta un’alleanza tra operai e studenti o tra stabili e precari o tra padri e figli, né pone la domanda su chi abbia l’egemonia, su chi sia il motore della storia, se gli operai o gli studenti.

La staticità delle posizioni sociali, – proseguono – con relative forme di coscienza identitaria e “politica delle alleanze”, non appartengono più né alla percezione dei soggetti, né alla natura dei processi di produzione.

La precarietà colpisce l’individuo, delinea un percorso non lineare separato per ciascuno; nello stesso tempo, e nella stessa forma, costituisce un fenomeno collettivo.

Quando il riconoscimento della diffusa condizione di precarietà è di tipo sociale si parla di vulnerabilità degli individui privati di un sistema di protezione sociale, di vite precarie private di identità perché impotenti a costruire una narrazione continua, di solitudine del cittadino globale privato della società e sempre più del bene pubblico. Questa è la lettura fatta dalla sociologia critica.

Quando il riconoscimento della diffusa condizione di precarietà è di tipo politico cambia la prospettiva. Ecco cosa scrivono Bascetta e Vecchi:

Il tema classico della “ricomposizione di classe” o, se vogliamo, della classe a venire, deve essere ripensato nei termini di un riconoscimento. Non del simile, ma del diverso. Non dell’identità di un gruppo sociale, ma dell’identità di interessi (interessi in termini, al tempo stesso, economici, politici e culturali).

La “ricomposizione di classe” non è un attore collettivo esistente qui e ora, non si identifica con un gruppo sociale. Non è nemmeno un soggetto unico di cui si possa proclamare la venuta in un certo momento. La sua immagine è quella dell’evento eterogeneo, non quella dell’attore omogeneo.

È in divenire in quanto composizione eterogenea. Non è ciò che connota la lotta politica, ma l’attivazione sincretica di differenti strati sociali, ciò che si costruisce con la lotta politica e la cui immagine è l’evento culminante, l’appuntamento collettivo nel quale convergono differenti agende di lotta.

Non su base etico-solidaristica, ma riconoscendo quanto e come la negatività della nostra posizione sia legata alla negatività di quella dell’altro e quanto legato ne sia dunque il rovesciamento.

Il riconoscimento politico della precarietà in quanto fenomeno collettivo avviene con la scoperta della possibilità di un rovesciamento della condizione individuale della precarietà: contro la precarietà, è possibile costruire un evento culminante (culminante rispetto a una serie di eventi singolari, quando ciascuna autorappresentanza progetta i suoi eventi) in cui convergano attori eterogenei, molteplici rivendicazioni. La “ricomposizione di classe” diviene a sua volta un fenomeno collettivo.

Il riconoscimento politico della precarietà è esploso con forza, come rapporto di forza, con la crisi economico-finanziaria. 2008, Noi la vostra crisi non la paghiamo: le videocamere riprendono nei paesi dell’Unione Europea manifestazioni contro i governi, contro le banche, contro i tagli alla spesa sociale, contro il finanziamento alle banche, contro le riforme dell’istruzione.

Evento culminante

La manifestazione della FIOM del 16 ottobre è stato evento culminante in cui c’è stata convergenza di molteplici rivendicazioni. Il progetto dell’evento ha delineato un rilancio della sfida più grande da parte dello sfidato, una sfida sociale sul sistema di valori dello sfidante (Fiat, Confindustria, governo).

La manifestazione del 14 dicembre a Roma è stata una manifestazione eterogenea contro le riforme della scuola e dell’università, ma più in generale contro il governo, contro la politica istituzionale, alla quale hanno preso parte operai della FIOM, terremotati de L’Aquila, comitati cittadini di Terzigno.

Vi sono almeno due differenze fondamentali tra i due eventi.

Nel primo evento culminante la manifestazione rilancia una sfida più grande nel contesto delle relazioni tra rappresentanze sociali. Nel secondo evento culminante convergono molteplici collettivi di autorappresentanza, critici e conflittuali, ai quali non è stata lanciata alcuna sfida (ma anzi che sono stati ignorati dalla politica istituzionale): in questo caso, il terreno è immediatamente quello del conflitto politico.

La manifestazione del 16 ottobre estende la tensione delle relazioni sociali al sistema di valori dominante: attende una risposta dallo sfidante, rispetto alla quale decidere sul progetto dei futuri eventi. La manifestazione del 14 dicembre è l’evento culminante in cui convergono diverse agende di lotta, che serve non solo a “far vedere” il conflitto politico in atto, ma soprattutto a ricaricare le lotte eterogenee che le autorappresentanze portano avanti. Di conseguenza, mentre la manifestazione del 16 ottobre procura un qualche effetto diretto sul piano della politica istituzionale (che può anche essere un rifiuto a trattare), rispetto al quale re-agisce di nuovo, la manifestazione del 14 dicembre procura un qualche effetto diretto sul piano della politica militante e indiretto sul piano della politica istituzionale: attende il prossimo appuntamento istituzionale (può anche trattarsi di una manifestazione indetta da attori di rappresentanza sociale) da segnare sull’agenda di lotta per dare vita a un nuovo evento culminante, finché non si sortisce qualche effetto anche sul piano della politica istituzionale (per es. in Francia le lotte contro la riforma delle pensioni non hanno avuto alcun effetto sulla politica istituzionale. Ciò vale anche per il conflitto politico in Grecia).

La conseguenza è un’interpretazione sul carattere intermittente del conflitto politico confluente in un evento culminante delle autorappresentanze. Queste proseguono le lotte eterogenee, ma senza una qualche “scadenza” (di politica istituzionale, di rappresentanza sociale) non riescono né a intensificare le attività localmente né a definire un nuovo evento culminante. L’evento culminante serve soprattutto a ricaricare le intensità delle forze nella lotta. Bisogna riflettere sull’evento culminante come protesta a progetto.

Vi sono anche almeno tre differenze sul modo di manifestare.

La manifestazione del 16 ottobre è un corteo con un percorso prestabilito, linguisticamente articolato intorno a uno o più slogan (“il lavoro è bene comune”), che converge verso un palco, vertice linguistico di discorsi articolati intorno agli slogan. La manifestazione del 14 dicembre è un corteo “guerresco” (il book block), con un percorso stabilito ma che mira anche a violare i confini di tale percorso, che converge verso un obiettivo politico (soprattutto sedi istituzionali) dove condurre il conflitto politico, in cui si intrecciano slogan e quelle che su Uniriot sono nominate come “pratiche radicali” (altri usano il termine riot).

Pratiche radicali

Le “pratiche radicali” sono atti di violenza. Il termine “pratiche radicali” sembra evitare il termine “violenza” il che impedisce di comprendere il problema della violenza nelle manifestazioni di piazza. Ma una riflessione sulla violenza è necessaria – del resto è parte di molta letteratura militante.

In Europa, la violenza nelle piazze è diffusamente esplosa con le manifestazioni contro i governi con la crisi economico-finanziaria. C’è un collegamento tra la violenza nelle manifestazioni e il riconoscimento politico della precarietà. È bene notare che i governi continuano a leggere e a piangere la precarietà sotto la lente sociale, incapaci (o non volendo) a dare risposte a tale problema, rifiutandone il carattere politico che sempre più sta emergendo, anzi perseverando in deliberazioni che non fanno che estendere e intensificare il dato sociale e politico della precarietà.

Nella manifestazione del 14 dicembre è esplosa la violenza nelle piazze. Era già esplosa, sebbene non in queste proporzioni, nel 2009 a Torino, in occasione di un meeting internazionali tra rettori. In entrambi i casi, dai racconti dei partecipanti agli scontri, emerge il valore positivo della violenza, la valorizzazione euforica, il “sentirsi vivi” quando si lancia una pietra contro i poliziotti contro “tutti i morti” che non capiscono nulla e condannano gli atti violenti. Bruciare la città, la città in fiamme, fare barricate sono atti di Vita che si oppongono nettamente alla Morte della popolazione che accetta supina ogni deliberazione dei governi e si affida ancora alla politica istituzionale (racconto sui fatti di Torino del 2009 di Philopat e Duka, racconto sul 14 dicembre a Roma di Carla Vitantonio).

Questa opposizione “Vita VS Morte” è fondamentale nella lettura che parte dei manifestanti danno della violenza di piazza: senza di questa non si capisce cosa la violenza porta nell’evento culminante in termini di intensità per il proseguo delle lotte, non si capisce il propagarsi della violenza nelle manifestazioni di piazza, negli eventi culminanti. Non si va oltre l’idea che la violenza nella manifestazioni sia un momento di sfogo: certo che lo è, e come tale produce intensità, anche per la riproduzione degli atti violenti.

In secondo luogo, le cosiddette “pratiche radicali” non sembrano propriamente simboliche: spaccare una vetrina o scontrarsi con la polizia sono atti simbolici solo a un secondo livello. Non si possono equiparare alle “sanzioni” come gettare della vernice contro le sedi delle banche o chiudere con un lucchetto i portoni di queste. Le “pratiche radicali” sono reali perché si tratta di scontrarsi con la polizia, di fare barricate, di distruggere vetrine ecc., ma sono reali in quanto sono spettacolari: sono un vero e proprio spettacolo. Sono immediatamente riprese da videocamere, e la loro diffusione è più fruibile se accompagnata da un adeguata scelta musicale (come spesso è stato fatto). Di più, sono spettacolari in quanto la loro realtà è nell’istante di una foto, di un video, la loro realtà è il tempo reale: la guerriglia avviene in tempo reale. Penso che le opere di Paul Virilio e di Jean Baudrillard (sebbene spesso invisi a molti dei manifestanti) possano aiutare a comprendere meglio questi eventi.

Blocco nero

A Genova nel 2001 i black block compirono atti violenti movendosi fuori dai cortei. A Rostock nel 2007 il blocco nero si è scontrata con la polizia movendo dentro il corteo. Lì l’opposizione era evidente (emergeva il movimento pacifista); qui l’opposizione è più sfumata.

Innanzitutto non si tratta più di sapere chi ha cominciato, se la polizia o i manifestanti violenti. In secondo luogo non si può parlare di atti isolati o individuali, perché si tratta di un attore collettivo che agisce in modo abbastanza organizzato. Questo attore collettivo sembra avere una forte coerenza culturale, che ricorda, nel momento dello scontro, la compattezza di gruppi come gli ultras (si dirà che non è la stessa cosa perché gli ultras non agiscono in un conflitto politico: ma qui si sta parlando di coerenza culturale, non di comunanza di obiettivi). Questa coerenza culturale è fatta anche di oggetti culturali condivisi o che gravitano intorno a questa sfera: per es., il pamphlet L’insurrezione che viene.

In terzo luogo la partecipazione attiva e violenta alle manifestazioni di questo attore collettivo sembra sempre più evidente (in Italia, ma soprattutto in Grecia, in Inghilterra, in Francia e in Germania). Ciò pone un grosso problema ai manifestanti, perché l’azione violenta avviene più spesso nelle vicinanze del corteo. I “gruppi di violenti” sono ben isolati nelle fotografie e nelle riprese video, ma vari manifestanti non mancano di dare il loro appoggio, come è accaduto a Roma, esultando per l’auto rovesciata, il poliziotto respinto, il furgone della Guardia di Finanza in fiamme.

Non sembra di vedere uno “spirito unitario di pratiche radicali”, come scritto su Uniriot: è esteticamente incredibile come il linguaggio dei militanti più “radicali” (nel senso delle “pratiche radicali”) sia intriso di termini dell’idealismo. E penso che ci sia sempre una componente irrazionale nell’agire collettivo di un corteo, tanto più evidente quando ci si dà allo sfogo violento. Ma questa presenza evidente e spettacolare di un attore collettivo che pratica atti violenti nelle manifestazioni (e io continuo a chiamarlo blocco nero, non perché esiste come attore statico né perché si tratta dei “soliti violenti”, ma, nello stesso modo della “ricomposizione di classe”, perché si tratta di un agire collettivo di un attore collettivo che si compone durante una manifestazione, che si organizza durante la manifestazione, il cui agire va considerato culturalmente coerente entro l’evento culminante) diventa sempre più massiccia e deve porre alla politica militante il problema del rapporto tra blocco nero e corteo, tra violenza e manifestazione.

(continua)

6 risposte a Congetture e confutazioni politiche 3

  1. [...] di Toni Negri ci guida in questo difficile percorso. Noi ci siamo limitati, qualche tempo fa, a un confronto tra due manifestazioni di Roma: quella del 16 ottobre e quella del 14 dicembre. Sarebbe concedere troppo dire che il 14 dicembre [...]

  2. [...] sciopero generale del 6 maggio ha due fili conduttori: uno che comincia il 16 ottobre e prosegue il 14 dicembre, uno che rimanda al contratto separato del 2009 e agli stabilimenti Fiat di Pomigliano, Mirafiori [...]

  3. [...] precarietà va innanzitutto intesa come condizione positiva e non negativa: bisogna passare dalla prospettiva [...]

  4. [...] importante. Non si tratta della violenza, della condanna dei violenti. Non è in questo senso che qui parlavo della necessità, dopo il 14 dicembre 2010, di porre il problema della violenza. Il [...]

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