Congetture e confutazioni politiche 7. Nota

(Da qui)

Sciopero generale

Dopo lo sciopero generale del 6 maggio, su Uninomade si riflette sul rapporto movimenti – sindacati e sull’evento di venerdì. Consideriamo quest’ultimo punto.

Nell’articolo Il mito dello sciopero generale il ragionamento è articolato intorno all’opposizione “processo VS Evento”: il processo è il conflitto continuo del lavoro vivo oggi, ovvero il percorso di lotta dentro e contro la precarietà; l’Evento è il giorno fatidico dello sciopero.

Ecco la citazione:

I percorsi di lotta, allora, possono costruire autonomia solo se sapranno sperimentare un equivalente funzionale allo sciopero, un’arma con cui bloccare la produzione e far male ai padroni. Non può esserci nessuna autentica generalizzazione dello sciopero se non c’è trasmissione concreta e reale di conflittualità, risonanza di capacità di lotta, pur dentro gli eterogenei spazi e tempi in cui opera il lavoro vivo oggi. É un processo da praticare entro la conflittualità viva e presente dei luoghi e dei tempi dello sfruttamento, la cui forma organizzativa procede necessariamente a salti e a sbalzi, ma la cui logica è esattamente il contrario della logica dell’Evento, tutta incentrata sulla proclamazione di una “data”. Un Evento astratto dal processo non produce nessuna effettiva generalizzazione, proliferazione del conflitto dentro la produzione, ma semmai una “trascendentale” universalizzazione dello sciopero: che allora diventa faccenda buona per l’opinione pubblica, per gli pseudoconflitti inscenati dai fantasmi della società civile, tutto, insomma, fuorché dispositivo di ricomposizione di una soggettività politica reale del lavoro vivo.

La logica dell’Evento è definita una “trascendentale” universalizzazione dello sciopero. Forse “trascendente” sarebbe più corretto di “trascendentale”. “Universalizzazione” perché i sindacati allargherebbero il loro raggio d’azione sulla precarietà. Secondo il collettivo di Uninomade, bisognerebbe procedere nella direzione inversa: dal sindacato verso i movimenti e non dai movimenti verso il sindacato:

Da qualche anno Uninomade ha tentato di mettere la questione all’ordine del giorno, costruendo anche un dialogo con le componenti più disponibili della Fiom a partire però da un nitido presupposto: la tradizionale forma-sindacato è definitivamente in crisi, solo aprendo le proprie strutture all’utilizzo autonomo dei movimenti si può ripensare il suo ruolo.

Bisogna anche ricordare che Fiom e Cgil stanno facendo le veci dell’opposizione politica, che non ha più alcuna (Pd) volontà (pur avendone la capacità) né (Fds e Sel) possibilità (pur avendone la volontà) di iniziativa sulla questione socio-economica. Siamo d’accordo che la lama dello sciopero generale sia spuntata. La questione può essere brutalmente sintetizzata: il lavoro operaio non è rappresentativo di tutti i lavori; inoltre i rapporti di forza che ne determinavano la composizione politica di classe vanno storicizzati. Non si può fare dell’operaio un monumento, come accade oggi in tv, ma nemmeno un documento, come a volte, specie prima dello scoppio della crisi, si fa quando si dice “non esiste più la classe operaia”. Qui non vogliamo negare l’esistenza del lavoro operaio, bensì dire che il lavoro operaio non è egemone. I conflitti, in questo senso, si spostano dalla fabbrica alla metropoli. È nella metropoli che risiede la nuova egemonia.

Ci sono stati vari incontri tra Fiom e movimenti, ed è giusto chiedere l’apertura delle sedi del sindacato ai movimenti. Ma, a differenza di altri casi (Tunisia), non mancano altri luoghi di incontro. Perciò questo problema – che i sindacati aprano le loro sedi ai movimenti – non ci sembra il più importante.

Si potrebbe comunque sostenere il seguente argomento: l’Evento cosiddetto (che noi preferiamo chiamare evento culminante) non è a sua volta un luogo di incontro tra sindacati e movimenti? Il 16 ottobre e il 6 maggio (ma altre occasioni non sarebbero mancate e non mancheranno) l’evento culminante ha permesso la convergenza di differenti e molteplici concatenamenti di voce: di critica e di protesta. Per tale ragione non ci sembra necessario opporre i processi all’Evento. Anzi: che fine farebbero i processi senza l’Evento? I movimenti hanno oggi scarsissime capacità di mobilitazione: come potrebbero rinforzare i processi senza l’evento culminante? Come potrebbero articolare i processi? E l’evento culminante non può che derivare dai sindacati, i quali possiedono e riscoprono questa forza trainante di mobilitazione di costruzione dell’evento culminante.

Su Uninomade si cercano di valorizzare i blocchi del 30 novembre in opposizione all’evento del 14 dicembre. Ma anche il 30 novembre ebbe luogo grazie a uno sciopero. In più, e questo è un punto importante, le proteste del 30 novembre erano espressione della contestazione della riforma universitaria. Ed è accaduto ciò che accadde con l’Onda: il ritiro con l’approvazione della riforma. L’evento seguente, maggio del 2009, il cosiddetto G8 dei rettori a Torino, va collegato con la radicale protesta di aprile a Strasburgo durante il vertice Nato. L’Onda era già scomparsa. I movimenti sono certamente in grado di organizzare contro-eventi in prossimità di eventi istituzionali o ufficiali. Concluso questo evento, si conclude il contro-evento. Il processo si troverebbe imbrigliato a fare contestazione alle istituzioni il giorno dell’evento ufficiale. Pertanto non sfugge alla logica dell’Evento.

In ultimo, si afferma che l’Evento consiste nella proclamazione di una “data”. Certo, ma si tratta di una data che permette la preparazione dell’Evento. Non è vero che l’Evento è, di conseguenza, astratto dal processo: se fosse così, non varrebbe la stessa partecipazione dei movimenti all’Evento. Al contrario, i movimenti possono sfruttare la data dell’Evento per rinforzare i loro processi già durante il tempo di preparazione dell’Evento. In questo senso, e in questo ambito, non sono affatto autonomi, ma eteronomi. Di fatti i sindacati sono capaci di organizzare l’Evento lontano da ogni evento ufficiale e istituzionale. Il che dà maggiori libertà di organizzazione, di preparazione, di decisione sulla “data”. Ciò avvantaggia anche i movimenti, i quali, invece, non riuscirebbero a organizzare che contro-eventi, limitati alla data dell’evento ufficiale.

Sciopero precario

Si è detto che i movimenti non sfuggono, per quanto lo possano desiderare, alla logica dell’Evento. Ciò vale anche per lo sciopero precario.

Che cos’è lo sciopero precario? Uno sciopero indetto, preparato, organizzato, realizzato dai precari, in base alle due coordinate che orientano uno sciopero: sabotaggio ed elevata conflittualità. Il conflitto genera composizione di classe, o meglio, nello spazio-tempo della precarietà, ricomposizione, produzione di soggettività.

Lo sciopero generale risulta oggi opzione debole perché: non riesce a fare sabotaggio, in quanto la maggior parte del valore si produce nell’ambito della circolazione di merci, di idee e di persone (vedi I tre circoli del capitale); non è una pratica di resistenza adeguata ai nuovi rapporti di forza del capitale; non genera produzione di soggettività né composizione di classe perché le rivendicazioni dei sindacati non sono in grado di rappresentare i bisogni e i desideri dei precari.

La precarietà va innanzitutto intesa come condizione positiva e non negativa: bisogna passare dalla prospettiva della sociologia critica alla prospettiva politica (vedi I due orientamenti nel discorso sul lavoro e Discorso sul lavoro e General Intellect).

Questa è la direzione nella quale bisognerebbe andare, ma non si sa come:

Da qui nasce l’intuizione dello sciopero precario, un’idea di sciopero che capovolge i criteri fino ad oggi usati e “abusati” nel termine “sciopero”. Torniamo alla domanda iniziale: che cosa significa sciopero oggi? In primo luogo significa organizzare le istanze di conflitto che segnano il rapporto di lavoro oggi: in una parola la condizione precaria, condizione paradigmatica, nella diversità delle soggettività di vita e lavoro. Da qui occorre partire: ridefinire lo sciopero come momento di sabotaggio e di ricomposizione, non per un giorno, ma in un divenire continuo di azione e rivendicazione. Al riguardo, non abbiamo risposte definitive al problema, se non alcuni frammenti, ma sicuramente le lotte e le pratiche di movimento a livello transnazionale ci offrono delle straordinarie piste di inchiesta militante.

Se consideriamo un articolo, Quando la macchina dei Santi si mette in marcia, apparso sempre sul sito di Uninomade, di Andrea Fumagalli e Cristina Morini, possiamo leggere questa definizione di sciopero precario:

Lo sciopero precario è l’indizione una giornata di lotta dentro la precarietà e contro la precarietà, costruita dal basso sulla base della cospirazione sociale precaria che nasce dal percorso degli Stati Generali della Precarietà. Esso si configura come misura della potenza precaria, momento di comunicazione, di sottrazione e di affrancamento dalla coazione al lavoro e dal ricatto dei rapporti sociali (…).

A questa definizione segue l’articolazione in tre punti (sabotaggio, elevata conflittualità, produzione di soggettività). Tuttavia questa definizione non dice nulla sulla pratica dello sciopero precario.

Le pratiche sarebbero definite nei seguenti punti:

individuare i nodi logistici più importanti, il cui blocco possa portare ricadute a monte e a valle che siano le più distruttive per l’organizzazione produttiva;

creare una rete di operatori informatici (hacker e nerd) in grado di intralciare la fluidità dei flussi informativi nella rete;

intervenire presso le grandi centrali telefoniche per favorire il sabotaggio e uno sciopero della comunicazione via cellulare;

avviare un processo di coinvolgimento virale sulle parole d’ordine dello sciopero precario tramite l’utilizzo dei media sociali, sino a sviluppare forme di partecipazione e adesioni anche solo virtuali;

individuare, territorio per territorio, simboli del processo di precarizzazione sufficientemente rilevanti da essere oggetto di azioni dirette, al fine di sviluppare forme di coinvolgimento sociale e favorire la creazione di contro-immaginari.

Il primo punto è di là da venire, il secondo punto è sganciato dalle pratiche di lotta reali, il terzo punto è onirico.

Il quarto punto è ben poco attuabile, non solo perché è difficile trovare accordo sulle parole d’ordine (e nel precariato l’accordo è per somma di unità, non tramite delegati), ma soprattutto perché le parole d’ordine viaggiano sui media sociali e, come si è visto in occasione delle manifestazioni contro la precarietà del 9 aprile, se si cerca di costruire un evento su internet senza che vi siano le condizioni materiali il risultato sarà un fallimento (nel nostro articolo abbiamo cercato di individuare la domanda alle istituzioni rappresentative dei pochi scesi in piazza il 9 aprile, la voce leale rivolta soprattutto a Vendola e a Sel).

Il quinto punto è attuabile solo sul piano simbolico, il che non genera alcun conflitto.

Il primo punto ci sembra il più interessante, ma questo, come lo sciopero precario, è di là da venire.

Le singolarità non sono ontologicamente resistenze

Perché è così difficile organizzare lo sciopero precario? Perché i movimenti non riescono a organizzare eventi? Perché i movimenti sono eteronomi e non sempre autonomi? La risposta è in questa idea di precarietà di Fumagalli e Morini:

Gli Stati Generali di Roma hanno definitivamente archiviato la definizione di precarietà come negazione rispetto a tutto ciò che non si ha (tempo, welfare, diritti). Essa è viceversa, così come l’abbiamo vista in azione, potenza costitutiva del comune perché la precarietà è anche, in sé, la potenza stessa dell’essere umano – “finché ci siamo”.

Questa è una idea ontologica della precarietà. Ovvero si crede che ogni singolarità è di per sé, in quanto tale, resistenza, e con ciò stesso soggettività. Noi contestiamo questo punto di vista ontologico. Le resistenze vanno costruite. Ovvero è necessario individuare i punti di resistenza nel tessuto dei rapporti di forza. Questi sono talmente imbrigliati che non si danno sempre sotto la forma del rapporto “dominante VS dominato”. Ciò vuol dire passare dalla logica ad albero alla logica a rete, che è l’unico vero passaggio di logica che conta (e non il passaggio dalla logica dell’Evento alla logica del processo, che è un falso problema), quindi leggere l’articolazione delle gerarchie nella rete.

Si pensi a una piccola azienda (non importa l’ambito produttivo: è dimensione d’azienda diffusa nel territorio italiano) di qualche unità, con lavoratori tutti a tempo determinato (a causa dei costi di assunzione di un lavoratore con contratto a tempo indeterminato): l’imprenditore non è precario quanto i suoi lavoratori? Se l’impresa soffre a causa della crisi economica (mancanza di commesse) i lavoratori faranno, in quanto tali, cioè in quanto precari, resistenza? O faranno gruppo con l’imprenditore? Oppure ci si deve rivolgere ai soli precari dei call-center o delle grandi imprese, meglio se multinazionali, e stabilire queste come figure egemoni della precarietà e del lavoro tout court?

Si pensi al migrante come “precario assoluto” (Marco Rovelli, Guerra agli immigrati, Alfabeta2, n. 08, aprile 2011). Perché i movimenti non riescono a coinvolgere i migranti? Perché la condizione di precarietà definisce la condizione sociale ed esistenziale del migrante, non la sua condizione politica. Il migrante, il lavoratore a nero, il bracciante sottopagato non sono in quanto tali delle resistenze.

Le singolarità non sono per se stesse resistenze. Le resistenze vanno costruite innanzitutto individuando i rapporti di forza. Bisogna ancora adeguatamente individuare i rapporti di forza. Molto spesso, infatti, questi vengono presentati con candore pre-fordista, come se l’imprenditore qualsiasi oggi fosse il capitalista di inizio Novecento. È inoltre necessario proseguire nello studio di individuazione dei rapporti rispetto alla figura del rentier metropolitano oltre che finanziario (le due cose non sono in opposizione): tale studio è importante proprio per definire le istanze dei movimenti (reddito, casa, mobilità) e magari riconfigurare nell’oggi il rifiuto del lavoro.

Conclusione e ripartenza

Finché non ci sarà un adeguato lavoro critico non si potranno formulare adeguate pratiche politiche. Lo sguardo critico legge la condizione materiale, taglia la materia articolando categorie, e la pratica politica si sperimenta a partire da questa condizione materiale. La pratica critica precede e procede con la pratica politica. Questa è una questione culturale.

Attualmente, possiamo concludere, manca la condizione materiale per poter articolare uno sciopero precario. Non c’è perché è ancora inadeguata la pratica critica. Bisogna procedere meglio in questa sede e proseguire nella pratica politica, senza porre falsi problemi come l’opposizione di una logica dei processi a una logica dell’Evento.

(continua)

6 risposte a Congetture e confutazioni politiche 7. Nota

  1. [...] di forza che compongono il piano del capitale (per una critica alla posizione ontologica vedi Congetture e confutazioni politiche 7. Nota). All’ontologia dei rapporti di forza preferiamo una semiotica dei rapporti di forze. Per [...]

  2. [...] Congetture e confutazioni politiche 7. Nota sul problema della riarticolazione del rifiuto del [...]

  3. [...] (vedi sullo sciopero generale e sullo sciopero precario) [...]

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