Congetture e confutazioni politiche 8

Ragionamento per il dopo 15 ottobre

(Da qui)

Il blocco nero fa emergere una questione importante. Non si tratta della violenza, della condanna dei violenti. Non è in questo senso che qui parlavo della necessità, dopo il 14 dicembre 2010, di porre il problema della violenza. Il ragionamento che volevo fare non mi era chiaro.

Forse si trattava già di porre la questione delle pratiche? Così ragionano parti del movimento dopo il 15 ottobre: vi è un problema di pratiche nella situazione particolare della manifestazione; a ogni occasione, si agisce nel modo che si ritiene più efficace per creare consenso intorno alla manifestazione; ma ciò deve essere deciso democraticamente, deve cioè diventare parte dell’agenda politica condivisa all’interno del movimento. L’assemblea sembra lo spazio di decisione pertinente. Ciò che è accaduto a Roma pone questo problema: il problema della democrazia partecipata. Il 15 ottobre pochi manifestanti (pochi rispetto ai molti scesi in piazza) hanno agito isolatamente, senza discutere prima delle loro pratiche: hanno imposto la violenza nel corteo.

Vorrei ora chiarire il mio ragionamento alla luce di queste considerazioni. Il problema della democrazia partecipata è urgente, ma a mio avviso non permette di discutere della questione importante emersa a Roma: la questione strategica.

Al bando facili sociologismi: l’attualità violenta, la reazione violenta alla violenza del precariato, ecc.: tutto vero, non c’è dubbio, ma qui si sta generalizzando. Oltretutto questi sociologismi ragionano sullo stesso terreno di chi impone di discutere della violenza in piazza per poi puntare il dito contro le riprese televisive o “Er Pelliccia” e dire: “Visto? Bisogna condannare le violenze!”. Io rifiuto a priori questo terreno di discussione. E proietterei anche qui ciò che ora dirò sulla questione strategica.

Premetto che si tratta di un ragionamento strutturale. Innanzitutto una situazione particolare di manifestazione è lo spazio di attualizzazione di rapporti di forze. Una manifestazione non può che darsi in un campo di battaglia. A seconda delle manifestazioni, si configurano diversamente i rapporti di forza. In secondo luogo non c’è manifestazione senza apparati repressivi e ideologici (in senso althusseriano e mantenendo la prospettiva strutturale): polizia, carabinieri, tv, giornalisti. Questi apparati esercitano potere, attraverso pratiche e discorsi, sono forze attualizzate nel campo di battaglia. Per esempio, canalizzando lo spazio della manifestazione, si configura il campo di battaglia in spazio di parata, di festa, addirittura di trionfo. A seconda dell’azione degli apparati e della reazione delle forze manifestanti, si danno differenti intensità della relazione tra azione e reazione: in termini figurativi, una situazione particolare di manifestazione può risultare più o meno moderata, aggressiva, addirittura reazionaria. Ci può essere scontro quando si forza l’uscita dai canali prestabiliti, o quando si tenta di violare uno spazio simbolico, a difesa del quale vi è un compatto schieramento di polizia.

All’esercizio di potere degli apparati si oppone la resistenza dei manifestanti. Come ho appena detto, è un’opposizione che si può figurare sulla base delle differenti intensità. In questo modo, si può parlare di guerriglia come di una massima espressione dell’intensità di opposizione tra apparati che tutelano spazi simbolici (per esempio architetture in cui si gestisce istituzionalmente il potere) e resistenze manifestanti d’attacco contro tali apparati. A Roma questa intensità si è espressa, oltre che nello scontro, anche in atti vandalici. Assaltare una banca, per esempio, è reazione che si oppone alla reazione di manifestanti di sanzionare una banca, o di svolgere un atto simbolico in una banca. Differenze di intensità corrono dunque nelle relazioni tra forze manifestanti: si manifestano in pratiche differenti, sono realizzate da attori differenti.

Che cos’è il blocco nero? A mio avviso il ragionamento sulle pratiche non si pone questa domanda perché sa che le sole risposte che riuscirebbe a dare sarebbero risposte sbagliate. Di nuovo, non si tratta di fare sociologismi (che comunque potrebbero costruire discorsi più interessanti se solo facessero un po’ di antropologia culturale, con qualche deviazione da modi costruire il sapere fin troppo logori che rimandano sempre a un contesto)  né di finire sul terreno del discorso mediatico. Proseguo nel ragionamento strutturale. Non parlo di “giovani incappucciati” ma di una posizione strutturale. Mi pare che in certe manifestazioni si possa riscontrare tale posizione strutturale, figurativamente caratterizzata dal colore nero. Il blocco nero si può identificare per le pratiche che realizza. Le pratiche sono la manifestazione di un modo di fare resistenza, di esercitare la reazione. Si può entrare e uscire da un blocco nero durante la manifestazione: ciò che mi interessa è la sua posizione strutturale dentro la composizione della manifestazione. Non c’è blocco nero senza manifestazione. Di conseguenza, non c’è blocco nero che in relazione ai movimenti (i quali tentano di attuare, non si sa sulla base di quale mandato, meccanismi di “inclusione / esclusione” nei confronti del blocco nero: ma strutturalmente il blocco nero è parte della composizione dei movimenti).

Si può ragionare sulle sue pratiche sulla base dell’articolazione delle differenze di intensità: opposizione all’esercizio di potere degli apparati e opposizione ad altri modi di fare resistenza. Ciò che emerge seguendo le traiettorie è la compattezza del blocco nero. Il blocco nero si configura come attante collettivo e si dà in quanto attore di guerriglia, o anche attore vandalico, contro le forze espresse dagli apparati e in opposizione ad altre resistenze. È il punto di massima salienza di una manifestazione in quanto si manifesta come un vero e proprio soggetto compatto; è il punto di massima reazione all’esercizio di potere.

Rappresentato, di solito, come soggetto di sole pratiche senza discorso, si cerca poi di ricostruirne il discorso sul piano del sapere, o per via sociologica o per via giudiziaria. La seconda è la strada intrapresa dai media, i quali si concentrano sul blocco nero e convogliano il discorso dei manifestanti su quest’unico soggetto compatto. A me pare più produttivo costruire un ragionamento strutturale per comprendere la posizione del blocco nero nel campo di battaglia e illuminare così sia la posizione degli apparati sia soprattutto dei movimenti.

Di quel che è accaduto il 15 ottobre, ha spaventato i politici l’organizzazione dei “giovani incappucciati”. Certamente compattezza strategica e abilità di attacco emergono in opposizione alle macchinose e quasi arbitrarie dinamiche degli apparati, colti del tutto impreparati. I manifestanti delatori che in internet svolgono esercitazioni poliziesche avrebbero innanzitutto dovuto denunciare le carenze degli apparati. Tuttavia, anche il ragionamento sulle pratiche non riesce a rivedere questo punto: non ci può essere organizzazione e strategia se non in quanto espressione (in questo caso di reazione) da parte di un attante collettivo. Il soggetto compatto blocco nero è articolato, organizzato, strategicamente attivo.

È questo il punto intorno al quale dovrebbe proseguire il ragionamento. Non si tratta di fare l’apologia della violenza né di giustificare o condannare i violenti. Bisogna porre, alla luce del blocco nero, e ragionando in termini strutturali, la questione strategica. E, per quanto, detto, questa mostra un’insufficienza organizzativa e strategica, quindi di soggetto collettivo, nella manifestazione stessa. Non voglio dire che tutti dobbiamo diventare “giovani incappucciati”. Sto dicendo che il soggetto blocco nero mostra, in opposizione e per differenza d’intensità, la carenza di soggetto nel movimento. Di soggetto politico. Parlo dell’Italia, non di tutto il mondo. Questo ragionare per sintesi globale e per inclusione di qualsiasi manifestazione nell’indignazione mi pare già indicativo di carenza politica.

Vorrei concludere qui questo ragionamento perché su altre congetture vorrei essere più cauto. Penso comunque che quanto ho detto possa essere una risposta pertinente a coloro che si chiedono “perché il 15 ottobre si è scatenata la violenza solo a Roma?”. C’è chi parla di complotto o di elementi che sono arrivati da tutta Europa o chi elabora raffinati ragionamenti storici. Mi pare che, al di là dello stato delle forze espresse dagli apparati, sia necessario cercare la riposta a questa domanda ponendo il problema politico sulla base della questione strategica dentro i movimenti. I quali, al di là di certe esercitazioni poliziesche, non concordano nemmeno sul ragionamento delle pratiche.

(continua)

2 risposte a Congetture e confutazioni politiche 8

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