Congetture e confutazioni politiche 8. Postilla

Agenda politica dei movimenti

(Da qui)

Dopo il 15 ottobre il movimento si trova ad affrontare due problemi. Sono due punti molto importanti dell’agenda politica.

Innanzitutto l’organizzazione. La giornata di Roma ha evidenziato la necessità di una costruzione politica, o, meglio, di costruire un discorso politico. Ciò non può che avvenire discutendo prima in ogni singolo gruppo e poi a livello nazionale, facendo rete e stabilendo un incontro. Quali pratiche adottare? Come muoversi? Dove andare? Quali obiettivi? Tutte domande che sottintendono il terreno sul quale agire. Questa è la questione strategica di un discorso politico, la sua punta, decisiva in quanto definisce i lineamenti dei movimenti per ciascuna determinata situazione.

Tale questione deve attraversare un discorso politico. In modo più profondo, certamente più strutturale. Costruire un discorso politico non richiede solo discussioni, ma comporta soprattutto la necessità di pensare insieme. Organizzarsi vuol dire prima di tutto cercare la propria e migliore forma organizzativa. Senza emulare altre realtà, che hanno altre caratteristiche, con un “copia e incolla” che sa più di simulazione che di esperienza concreta. Non si costruisce un discorso politico imitando ciò che accade in Spagna o negli Stati Uniti senza porre il problema delle proprie articolazioni interne. Senza nemmeno limitarsi alla preparazione del prossimo appuntamento o alla riflessione su ciò che è di recente accaduto. L’agenda politica dei movimenti spesso si limita a queste due funzioni. Ciò dimostra che discutere è importante, e che non si può che discutere in assemblea; ma l’assemblea soffre del grave limite di essere del tutto autoreferenziale. Qui, alla lunga, più che parlare tutti, prevalgono le forze carismatiche, qualunque queste siano. E, alla lunga, l’assemblea si svuota. Bisogna allargare la questione strategica.

Un discorso politico deve espandersi, coinvolgere, creare consenso. Non solo attraverso le pratiche con cui si partecipa all’appuntamento decisivo dell’agenda politica. Bisogna creare consenso fuori dai singoli appuntamenti. Bisogna saper organizzarsi nel territorio. Conoscere il proprio terreno, costruire qui la propria esperienza. Ciascun movimento è legato a un proprio terreno. Un terreno espropriato, o in via di espropriazione, di cui rivendicare l’appartenenza e l’uso in comune. Questa è la cosa più importante che ci ha re-insegnato il movimento No-Tav. Ed è questo l’insegnamento, prezioso, della storia dei diggers e dei levellers.

Organizzarsi significa costruire saperi decentrati, elaborare pratiche di riappropriazione. Spesso in una situazione difficile, quasi del tutto segnata, come nel caso della Val di Susa. Per questo, per organizzarsi, un discorso politico deve espandersi, coinvolgere. Ecco il secondo punto dell’agenda politica. Comporre. Tessere e ritessere le fila del tessuto sociale percorrendo, conoscendo il territorio. Entrare in contatto con la realtà territoriale ed esserne assorbiti. Creare, in questo modo, consenso.

Nel primo punto (organizzazione) si tratta di ripensare la questione strategica, allargandola. Andare oltre il singolo appuntamento. Nel secondo punto (comporre) si tratta di porre la questione culturale. Uscire dall’assemblea. Come chiamare questa azione? Fare proselitismi, fare propaganda, indottrinare, termini in disuso e dall’accezione negativa. In altri termini, significa rivolgersi a coloro che restano ai margini, simpatizzano, solidarizzano. Costruire partecipazione. Volendo, costruire il 99%.

Lo slogan, infatti, è una parola d’ordine che spesso viene scambiata per una pratica effettiva. Ma non è altro che l’espressione di un comune e condiviso desiderio. Bisogna costruire i saperi e le pratiche per articolare ciò che si desidera. Non limitarsi ad esprimerlo, credendo con ciò di averlo effettuato, credendo con ciò di aver ricomposto il tessuto sociale. Come le singolarità non sono ontologicamente buone, così i desideri non sono ontologicamente sovversivi. Mi dispiace per i nostri amici Deleuze e Guattari, ma credo che almeno questa lezione di Baudrillard, per nulla postmoderna, vada presa in seria considerazione.

Non si costruisce un discorso politico senza porre la questione culturale. Bisogna pensare a quali pratiche adottare a seconda delle situazioni (ironia, pedagogia, contro-informazione, arte ecc.). Sforzarsi di osservare e di leggere (innanzitutto di osservare e di leggere) gli eventi in altro modo. Senza finalizzare tutto ciò al singolo appuntamento. Non si può sminuire l’importanza della questione culturale.

Chi detiene l’egemonia culturale dentro la protesta in Italia? Qui bisogna fare i conti con Santoro, Travaglio, Beppe Grillo, si sono diffusi i grillini, il popolo viola, l’anti-politica. Qui sono prevalse pratiche deviate e isolate, costruzione mediatica degli eventi, qui ci si scontra con il terreno pesante dell’opinione pubblica (come scritto in questo articolo, di cui non condivido i termini in cui è posta la pars construens). Qui si è esaltata la negatività della società contemporanea: il precariato, la corruzione, la casta, ecc. Si è fatto spettacolo di/su queste negatività. Le quali non possono che rimanere tali, senza, in queste coordinate, poter produrre nulla, venendo maneggiati dal personaggio mediatico. Senza costruire alcun discorso politico.

L’evento mediatico (il V-Day, il programma di Santoro, lo spettacolo teatrale-mediatico di un Travaglio – e potremmo inserirci molti comici) raccoglie in un luogo tutti gli sfoghi e le urla di una bella massa che pende dalla bocca della Verità sul palco e ne ripete gli enunciati. O si àncora a quegli enunciati. Ne è un esempio interessante il blog di Beppe Grillo.

Questo insieme di fattori dimostra quanto in Italia sia insufficiente la costruzione di saperi. E’ l’altra faccia della Val di Susa, dove un esponente grillino ha ottenuto un grande successo. Se non viene posta dentro i movimenti la questione culturale, se non si allarga la questione strategica fuori dalle assemblee e oltre il singolo appuntamento, non si potrà costruire un discorso politico dei movimenti. Si verrà etichettati ancora come indignados, per comodità dei media e per gioia di qualche accademico, si rimarrà in balia di blog, eventi mediatici e personaggi che esistono soltanto dentro il paradigma del berlusconismo, la cui valorizzazione dell’evento mediatico è il segno dell’assenza di un qualche discorso politico.

Non è grave l’esistere e il persistere di queste star. E’ grave che siano considerati dei lumi politici e morali (la questione morale, e tutti gli eventi che in nome di tale questione sono stati realizzati e si continuano a realizzare, è la mistificazione della questione culturale). Bisogna osservare questi casi sotto la lente della categoria gramsciana di egemonia. Per parafrasare il buon vecchio Mao, “la rivoluzione non è un evento mediatico”.

Una risposta a Congetture e confutazioni politiche 8. Postilla

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