Contro Filippo Timi. Discorso sul ridicolo

Se fossi un critico teatrale con un certo potere, e vivessi in un’epoca in cui il critico teatrale potesse avere una certa influenza, spenderei buona parte del mio potere affinché Filippo Timi non calcasse più il palcoscenico con l’intento di ridicolizzare il teatro e il Don Giovanni. Ci terrei a precisare che non si tratterebbe di un tornaconto personale con Filippo Timi, bensì di ingaggiare una lotta decisiva per la salvezza della cultura: Filippo Timi rappresenterebbe soltanto un nemico da sconfiggere: ve ne sarebbero di molti altri contro i quali bisognerebbe unire le forze, per estirpare il ridicolo, questo male contagioso che sta uccidendo l’arte e il teatro.

Ammetto che sarebbe probabilmente una lotta persa in partenza. Non perché Filippo Timi o qualcun altro disponga di una milizia di critici, esercenti, attori, maschere suoi alleati, pronti a giungere in soccorso sul campo, come i prussiani nella battaglia di Waterloo. La ragione della nostra sconfitta coinciderebbe con la causa del loro successo: l’acclamazione del pubblico. “Filippo Timi incontra il gusto del pubblico”, “Filippo Timi soddisfa le richieste del pubblico”. Bisognerebbe allestire messe in scena senza pubblico, fare una severa selezione dei paganti all’ingresso! Il pubblico, codesto pubblico, è la principale causa della denigrazione e degradazione del teatro, della diffusione del morbo che uccide il palcoscenico, e che prende anche il nome di “Filippo Timi”. Il materialismo incontra non poche difficoltà nell’affrontare questo fenomeno. Sostiene che il valore estetico del pubblico dipende non da una qualche filosofia, ma da una particolarità dei sistemi di vita, del nutrimento, della digestione (Nietzsche, La gaia scienza, I.39). Ma il pubblico d’oggi gode di troppa varietà alimentare: ai tradizionalisti si oppongono i global, ma si aggiungono i biologici, i vegani, i carnivori, gli Eataly. Come giudicare materialmente la condizione squalificata di tale pubblico? Come valutarne il tono offensivo che assume nei confronti del teatro e dell’arte?

Sia ben chiaro che il pubblico non applaude il divo, il grande attore di cinema o di televisione che sottrae la scena a coloro che, invece, meriterebbero molta più cura e attenzione. Il pubblico applaude il ridicolo. Questo può chiamarsi Filippo Timi o, per esempio, Fausto Paravidino, regista e attore, qualche anno fa, di uno sconcertante Il compleanno, opera di Harold Pinter: vi si trasformava il dramma in ridicolo, nemmeno in farsa, che è genere storicamente di prestigio, scimmiottando Franco e Ciccio, senza avere il carattere e la professionalità dei due comici siciliani, con la complicità del troppo sopravvalutato Giuseppe Battiston.

Che cos’è il ridicolo? Lo si può intendere in diversi modi. Nei due casi che ho citato, ha innanzitutto il carattere della denigrazione del classico. Non si tratta di “distruzione”, genere al quale ci si è in buona parte abituati. La distruzione richiede una consapevolezza critica, la quale deriva da uno studio attento dell’opera e dalla coscienza della presenza fisica dei personaggi o degli attori sulla scena, fino alla deriva della cura maniacale, dell’ossessione della stessa opera scenica. La distruzione richiede una certa finezza, un sentimento e una forza intellettuale che vanno coltivati. La “denigrazione” sembra, invece, atto involontario, inconsapevole: e proprio per questo, assai grave. Si tratta, più in generale, di denigrazione del teatro, della messa in scena come forma d’arte. Non è solo l’inconsapevolezza dell’oggetto con il quale si ha a che fare, sia se si tratta di un testo, sia se si tratta della scena. L’incompetenza, l’incuria, talvolta l’indifferenza, sembrano derivare dall’incapacità, talvolta dall’ignoranza. Si fa un po’ quel che si vuole: questo potrebbe essere il motto dei fantocci in scena che divertono gli spettatori violentando l’arte. Professionalità e tecnica, in una parola l’arte del mestiere, che sia il mestiere del tragico, del drammatico, del comico o altro, non sussiste, o muore soffocata dalla battuta imbecille, da ciò che il regista o l’attore ha voluto “realizzare”, con il benestare di un pubblico del tutto incapace di dare valore, di giudicare, di distinguere quando ride per il piacere della denigrazione, del ridicolo nel quale, a sua volta, cade, de-riso dal manipolo in scena. Sì, perché mettere in scena il ridicolo nel quale si può trasformare un Don Giovanni, un’opera di Pinter, risolvere nodi drammatici o semplici vuoti di scena e di pensiero in modo stupido, significa ridicolizzare il pubblico stesso, prenderlo per i fondelli. Si fa quel un po’ quel che si vuole – si potrebbe aggiungere – tanto il pubblico non vede né sente: gli basta ridere.

Il ridicolo non significa trasformare il dramma in opera comica, né è ridicolo tutto ciò di cui il pubblico ride. Del comico e del riso si sono occupati autori più o meno eccellenti, filosofi, critici, scrittori, artisti. Il ridicolo è un fenomeno affatto diverso. Se ne trovano parecchi esempi negli allestimenti del teatro cantato (od opera lirica). Il Così fan tutte andato in scena al teatro Petruzzelli di Bari con la regia di David Livermore è un caso di denigrazione dell’opera, della musica, del teatro.

Personaggi sottili e raffinati ridotti a macchiette di basso cabaret, la Despina trasformata in una escort (puttana, per chi aborre questa idiota politica della sinonimia), idiozie della messa in scena (una portaerei che fluttua accanto a una nave da crociera dalla quale partirebbero Guglielmo e Ferrando?), Don Alfonso, il vecchio filosofo, uno dei più bei personaggi di tutta la storia del teatro cantato, diventato il capitano di una nave del pecoreccio; e poi ballerini che compaiono inutilmente ovunque, attori che simulano orgie, due fastidiosi bagnini dalle movenze omosessuali, stereotipo tutto italiano, che da solo basta ad accomunare questo ridicolo a un programma di Paolo Bonolis, ma con in più la presunzione di voler fare dell’Arte, ciò che evidentemente non si può imputare al popolare presentatore televisivo.

A questo Così fan tutte si potrebbero aggiungere numerose altre opere. Per esempio La Traviata con la regia di Ferzan Ozpetek. Ecco un segno di assenza di arte del mestiere. Intervistato sulla scelta di ambientare l’opera verdiana ai tempi di Proust, il regista ha risposto: “Mi è venuto di fare così”. Si fa un po’ quel che si vuole. Si potrebbe, ancora aggiungere la più recente Traviata andata in scena a Milano per la regia di Dmitri Tcherniakov, con Alfredo Germont impegnato in cucina nella preparazione del soffritto.

Pare che Piotr Beczala si sia risentito dei fischi subiti alla prima. Ma i fischi, si potrebbe immaginare, non erano solo espressioni del giudizio sulla sua prova di tenore, bensì fischi per la sua scarsa professionalità, per aver accettato di sottostare a certe ignobili scelte del regista. Non si può trasformare il discorso sul ridicolo in una filippica contro i registi. Certo, questi forse portano la più grave colpa di simili indecenze, assieme agli autori dell’opera (come nel caso di Filippo Timi), essendo loro complici, essendo entrambi gli autori (la Volontà del Regista, l’Intenzione dell’Autore). Si potrebbe ingaggiare una guerra culturale, come quella dichiarata da Glauber Rocha a Venezia nel 1980 contro i registi conservatori. Sarebbe un buon modo per riprendere lo studio delle opere, dei testi, dei classici, per ripensare il teatro, la musica, l’arte. Ma questi registi incontrano il favore del pubblico, almeno del pubblico italiano. Non certamente di tutto il pubblico, ma della maggior parte. In più, ottengono l’approvazione dell’attore, del cantante, del professionista che accetta di chinare il suo mestiere, la sua arte – sempre che ne abbia coltivata una – al cospetto del ridicolo. I direttori artistici e gli impresari li ingaggiano, credendo così di fare dell’Arte – o semplicemente assaporando il profitto del richiamo. Il regista, spesso, provoca, al solo scopo di fare di se stesso una notizia. Fregandosene dell’opera, dell’allestimento, il regista ama trasformare se stesso in una notizia.

E’ bene assegnare un nome al ridicolo, identificare il nome del nemico. Altrimenti sarebbe come combattere contro mulini a vento. Io ho scelto il nome di Filippo Timi, cercando di mostrare che questo nome non è che uno dei simboli da combattere. E’ a rischio la pur flebile sopravvivenza del teatro e dell’arte!

Ma in che cosa Filippo Timi può essere considerato simbolo del ridicolo? Se ne possono individuare tre aspetti, che non sono affatto propri soltanto di questo fenomeno. Questi caratteri sono riconoscibili in altri fenomeni del ridicolo. Nel caso del Don Giovanni di Filippo Timi, possono essere considerati come elementi per una dura stroncatura del suo aborto.

  1. Brutta scrittura. Filippo Timi non ha costruito il suo Don Giovanni muovendo da testi classici (Tirso de Molina, Molière, Da Ponte – Mozart). Né è partito dall’amputazione procurata a Don Giovanni da Carmelo Bene. Filippo Timi ha scritto il suo Don Giovanni. Fin qui, ci si aspetterebbe qualcosa di interessante, un lavoro di ricerca, una nuova prospettiva su questo mito, su questa affascinante figura. Ecco, invece, un’operaccia scritta davvero male. Le battute dei dialoghi sono spesso brutte e mediocri. Per esempio quando Donna Elvira dice: “Sì, andiamo tutti insieme a catturarlo”. Sembra una battuta pronunciata da un bambino che gioca con suoi compagni in giardino. I dialoghi non hanno affatto i tempi teatrali. Sono insufficienti, apatici, vuoti. Per esempio, quando Leporello chiede a Don Giovanni: “Siete stato voi a fare tutto questo?”, Don Giovanni risponde con un misero “Sì”, pronunciato senza alcuna particolare intonazione, e ricevendo una controreplica di Leporello dopo un secondo, non come se il suo servo fosse sorpreso, ma semplicemente perché questo brano di dialogo è schifosamente appiccicato alla scena. Certamente, il culmine del ridicolo è raggiunto dalla battuta costruita per far volgarmente ridere il pubblico. Si sprecano le battutacce contro Leporello effeminato, pronunciate da un Masetto in versione romanaccio, troppo simile a facili modelli televisivi (“Chi è Tatiana??!”). Perché, poi, il volgare debba essere sempre romanesco, questo resta un mistero dei cliché che menti bacate e superficiali reiterano, forse dai tempi del Pierino di Alvaro Vitali. Ma l’originale è superiore alle sue pallide imitazioni, anche quando queste ultime hanno la pretesa di fare del Teatro, dell’Arte. Altre battute facili per un pubblico che sa accontentarsi del vuoto sono quelle di Don Giovanni e Zerlina, tutte costruite sull’incapacità di quest’ultima a parlare bene. Zerlina è un altro personaggio televisivo facilmente riconoscibile (una vecchia imitazione di Paola Cortellesi). Don Giovanni, poi, le si rivolge sempre con un “Signora” che sa molto del “Signori” evocato dal ciarlatano di turno che si rivolge ai passanti per vendere la sua paccottiglia. Tutto il Don Giovanni di Filippo Timi è costruito su queste battutine e battutacce. La trama, evidentemente, è stata buttata nel cestino a un certo momento della scrittura del testo. Perché fare quel poco di fatica per articolare una qualche messa in scena, se è più facile sputare qualche volgarissimo modo di dire o di fare (membri maschili, scorregge, cessi sono spesso in scena: ma, a mio avviso, si tratta della parte più nobile di tutta l’operaccia), o, peggio, improvvisare qualche stupidaggine che possa divertire un pubblico, che tiene così facilmente la bocca aperta? Tutta la scrittura del Don Giovanni è cattiva scrittura. I costumi, l’allestimento e qualche personaggio non sono altro che orribile imitazione di qualcos’altro, di cui si è già visto non solo l’originale, ma perfino innumerevoli copie! Perché il ridicolo ha questa importante caratteristica: non fa altro che riprendere il già-fatto, il già-detto (che è, del resto, il meccanismo proprio del cliché), ma facendo sì che questo appaia sempre come nuovo, come originale, così da provocare la risata o l’approvazione di un pubblico sempre smemorato, sempre facile a bevere qualsiasi intruglio, e a reputare tutto ciò una “provocazione”. L’unico sentimento che può procurare il Don Giovanni di Filippo Timi a chi non casca nel tranello è un sentimento di forte irritazione, di desiderio di impugnare le armi critiche per ingaggiare una lotta furibonda contro il ridicolo, o quantomeno di richiedere la restituzione del prezzo del biglietto. (NB: cattivo allestimento può essere l’equivalente di questo punto per il teatro cantato)
  2. Spocchia intellettualoide di fare del Teatro, dell’Arte. Enorme fastidio suscita il confronto tra le filosofeggianti note di regia e la realizzazione della messa in scena. Sembrerebbe quasi che Filippo Timi si sia impegnato in questo atto di creazione! Se fosse così, la faccenda sarebbe ben più grave di una generica mediocrità, perché mostrerebbe un problema di fondo, direi nel metodo, nella capacità di comprendere, nel ragionare. Chi parla male, ragiona male – direbbe un personaggio di Sciascia. Chi scrive male, credendo di scrivere l’Opera, ragiona male – si potrebbe dire riferendosi a Filippo Timi. Si potrebbe chiamare Fra’ Peppe invece che Don Giovanni: non cambierebbe nulla. I personaggi del Don Giovanni sono denigrati, inesistenti. Sembrano esistere unicamente per far trionfare il Grande Attore che è Filippo Timi. Ma le battute sembrano essere scritte per un Jerry Calà, che di certo non avrebbe sfigurato. Che cosa diventa, per esempio, Leporello, la figura del servo, così importante in queste opere? Dov’è la riflessione sul Don Giovanni che corre inesorabilmente verso la sua distruzione, verso la morte? Si potrebbe dire: “Filippo Timi ha scritto delle note di regia su Fra’ Peppe“. Forse la cosa risulterebbe addirittura più digeribile. Invece l’attore e regista si crede un Grande Attore e un Grande Regista. Filosofeggia, fa il pensatore del teatro! Legge Artaud, Deleuze, s’ispira a Carmelo Bene! (Dov’è il Commendatore? Perché non appare “realmente” al Filippo Timi / Don Giovanni da strapazzo in scena?) Chi crede di fare del teatro nuovo, rivoluzionario, o anche classico, non facendo altro che del ridicolo; chi con spocchia intellettualoide crea siparietti da mediocre cabaret televisivo, giustificato da altisonanti note di regia, io lo considero inferiore a un Paolo Bonolis o a un Massimo Boldi, che almeno non hanno alcuna intenzione artistica, politica, rivoluzionaria. Invito a riflettere su questo fenomeno, che mette in luce un tratto importante del ridicolo: si dice che il berlusconismo abbia attecchito la facoltà cognitiva dell’italiano per via catodica, mutandone l’antropologia, obnubilandone il cervello; invece sarebbe interessante vedere come questi supposti tratti di cultura posticcia siano parte integrante del prodotto di artistoidi come Filippo Timi, quasi che costoro non riuscissero a pensare se non negli stessi termini che, più o meno inspiegabilmente, hanno attecchito anche nel pubblico diversamente televisivo – o televisivo nel medesimo senso: lasciamo le differenze di natura di pubblico a chi crede nella propria inesistente superiorità morale. Il ridicolo accomuna nel linguaggio, nel pensiero e nella scrittura certi spettacoli, indifferentemente dal loro passare in televisione, al cinema o dal loro essere in palcoscenico. Il pubblico li affronta con la stessa risata.
  3. Mancanza di professionalità. Il ridicolo della scena e la risata suscitata nel pubblico annullano il giudizio critico, permettendo di soprassedere su superficialità ed errori che accadono in scena. Il pubblico non presta attenzione perché attende la battuta successiva, pende a bocca aperta dalle labbra degli attori. Guai alla compagnia scalcinata, se in platea siede uno spettatore distaccato! Costui, infatti, volge lo sguardo dal personaggio che parla agli altri in scena, o alla scena nel suo complesso, e si accorge di macroscopici vuoti di regia e di attore. Gli attori non sanno stare in scena, non sanno che fare quando non sono direttamente coinvolti nell’azione scenica. L’attore manca di professionalità perché non è stato in grado di preoccuparsi di questo problema. Non è certo solo colpa sua, dato che il personaggio che incarna è piatto, solo costume, inesistente quando non è coinvolto nel circolo della battutina. Il principale responsabile è dunque lo scrittore, con la complicità del regista, che non è stato in grado di gestire la messa in scena. Non a caso i due ruoli convergono nella sola persona di Filippo Timi. Non mancano altri segni di questa generale mediocrità. Donna Elvira indossa un vestito enorme che la fa sembrare una sorta di ragno, ma che è chiara imitazione della Regina di Cuori di Alice nel Paese delle Meraviglie. L’attrice (della quale non mi interessa ricorda il nome: il solo attore che nella messa in scena intende emergere, compiaciuto della sua Grandezza, è Filippo Timi) non riesce a camminare con il vestito: entra in scena, si muove come se avesse un hula hoop, si agita incapace di gestire il pesante abbigliamento. Più ridicolo ancora quando l’attore non ricorda la battuta, sembra buttarne giù una, o sbaglia a pronunciarla e allora cerca di risollevarsi con una stupidaggine, che però basta per far ridere il pubblico. La mancanza di professionalità è segno che non c’è alcuna arte del mestiere. Si tratta di casi che non dovrebbero accadere così di frequente in una sola serata. Ma si fa un po’ quel che si vuole: si ride anche durante la recita delle proprie stesse battute. Lo fa Filippo Timi, quando veste i panni di Leporello, e Leporello è travestito da Don Giovanni, in una scena da Romeo e Giulietta con Donna Elvira, che non ha alcun collegamento né senso con la scena precedente e quella successiva. Pura estemporaneità, sketch imbecille che fa ridere il pubblico? Si tratta di meta-teatro o di meta-stupidaggine? In questo modo si fa un grave torto anche allo spettatore, lo si de-ride, dato che lo spettatore è incapace di accorgersi di quel che davvero accade. Allo spettatore basta ridere di qualcosa, non importa di cosa (del resto, ormai, non fa più sconcerto, durante la proiezione di un film, sentire delle risate in sala per una qualche scena drammatica o per una battuta che, se pronunciata nella realtà, risulterebbe del tutto priva di interesse). L’artistoide è subito pronto ad accontentarlo.

La guerra contro il ridicolo, la battaglia contro Filippo Timi, sarebbe una lotta in nome della dignità del teatro e dell’arte. Sarebbe una dura lotta morale e culturale. La critica dovrebbe recuperare la sua originaria funzione medica.
(Post rivisto con lievi modifiche. Ho un po’ smussato il tono. Ho chiuso i commenti per l’enorme numero di visite, che sinceramente non mi aspettavo. Non ho voglia di ricevere offese o ringraziamenti, non ho tempo di replicare a chicchessia. Spero, però, che siano parecchi i delusi, come me, o quelli che, avendo già acquistato il biglietto, andranno in teatro per fischiare sonoramente. Scusateci, ma io e il mio portafoglio vorremmo presto dimenticare questo brutto incontro.)

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