Per farla finita con la ragion comune pacifista

7 aprile 2011

(Vedi primo articolo su pacifismo)

(Quasi) un’autocritica…

Presentazione del libro C’è un’Italia migliore, di Nichi Vendola e La fabbrica di Nichi, Bologna 6 aprile. Sorprende sentire Sonia Pellizzari, rappresentante di Sinistra Ecologia Libertà e persona molto vicina a Nichi Vendola, affermare che “forse si è sbagliato qualcosa nell’informazione e nella comunicazione sulla questione degli sbarchi”, “forse non siamo riusciti a far sentire la nostra voce”, “forse dovevamo cominciare quando Maroni, prima degli sbarchi, già parlava di orde di clandestini in arrivo da Libia e Tunisia, di esodo di massa”; poi notare che “comunque i numeri parlano chiaro: nessun esodo di massa è in corso, c’è solo una cattiva gestione da parte del governo, che è davanti agli occhi di tutti”.

Sorprende tutto ciò, perché accade meno di una settimana dalla manifestazione per la pace di sabato 2 aprile. Chiariamo subito: quella manifestazione è stato un fallimento, e come tale deve essere considerata. Ma bisogna stare attenti quando (3 aprile) si legge su il manifesto che la manifestazione in (metà) piazza Navona è comunque

“un buon esempio della difficoltà che ha il diffuso sentimento pacifista a trasformarsi in movimento”.

La manifestazione di sabato 2 aprile è un buon esempio di cosa non si deve fare, di cosa non si deve trasformare in movimento. Soprattutto di cosa non si deve sovrapporre alle istanze già in atto dei movimenti.

E’ troppo presto / E’ troppo tardi

Come mai questa (quasi) autocritica? Come mai, soprattutto già dopo qualche giorno dalla manifestazione del 2 aprile? Come mai solo dopo la manifestazione del 2 aprile?

Sorprende ascoltare simili parole da una persona vicina a Nichi Vendola: ci si chiede cosa sia accaduto dopo il 2 aprile, ma anche cosa sia accaduto prima del 2 aprile. Una riflessione sulla manifestazione pacifista, infatti, ci permetterà di capire quali sono le mancanze (e non i limiti!), quali sono stati i vuoti, i buchi del discorso politico dei movimenti, delle associazioni e dei partiti di rappresentanza che gravitano intorno alla costellazione della sinistra.

A nostro avviso le mancanze sono due: tattica e critica. Sonia Pellizzari non ha pronunciato la parola tattica (o strategia): non ha detto “forse non ci siamo organizzati in modo adeguato”, cioè “abbiamo sbagliato tattica” o “abbiamo sbagliato strategia”. Il punto è che non c’è stata alcuna tattica né alcuna strategia. Sonia ha invece detto “forse si è sbagliato qualcosa nella comunicazione e nell’informazione”. Queste parole rimandano alla seconda mancanza: la critica. Non c’è stata adeguata informazione e comunicazione vuol dire che non si è fatta adeguata critica, soprattutto delle pratiche e dei discorsi del governo.

Come mai queste mancanze? La (quasi) autocritica di un’esponente di primo piano di SEL è un dato importante: SEL è il gruppo politico di rappresentanza più avanzato tra i partiti della costellazione della sinistra, non perché ha gettato via l’esperienza e la memoria del comunismo. Le ragioni sono almeno due: è la fazione più vicina a tutte le istanze dei movimenti, dei quali condivide le rivendicazioni (riportate anche nel manifesto); Vendola è un leader di sinistra (nel senso del potere carismatico). Bisognerebbe fare una serie di puntualizzazioni, ma non è questa la sede. La questione è un’altra: cosa è successo prima del 2 aprile? Perché siamo arrivati a quel/questo punto?

SEL ha sbagliato “qualcosa nella comunicazione e nell’informazione”. Vendola ha rilasciato un’intervista vestendo i panni del pacifista pochi giorni dopo averne data una in cui assumeva una posizione più ambigua. I movimenti sono rimasti quasi fermi. Che cosa è accaduto, dunque? Ciò che bisognava evitare fin da subito: il risveglio del mondo pacifista.

Per farla finita con la ragion comune pacifista

Il pacifismo, come lo abbiamo visto impaludarsi dopo il 2003, come lo abbiamo visto assonnato sabato 2 aprile, è un pensiero arcobaleno al quale piace molto andare in piazza, tutti insieme, un bel sabato di sole. Un’idea deambulante che si può ben immaginare in un film di Nanni Moretti: una famiglia della buona borghesia, ma di sinistra e progressista – vero oggetto di ricerca di Moretti in tutti i suoi film – che va in piazza a manifestare per i grandi ideali. Idealismo a oltranza che (non) riempie una piazza di gioia e di colori. Per queste ragioni, ci sembra che il paragone possa essere fatto con lo “storico” Family Day, al quale la manifestazione di sabato 2 aprile ci sembra la risposta di sinistra.

Due sono i tratti distintivi della ragion comune pacifista: no tattica, no critica. Niente tattica, niente critica.

È facile capire perché nessuna critica: “la pace è la verità, la guerra è la menzogna”. Il discorso pacifista – come abbiamo detto (vedi link a inizio articolo) – è dentro il discorso occidentale sul resto del mondo: “io manifesto per te – spiega il pacifista all’Altro – perché tu possa vivere in pace, perché io voglio la pace; e io te lo dico dal mio luogo di pace, perché io vivo in pace; io sono messo molto meglio di te: perché non dovrei chiedere per te la pace? Io voglio la pace per tutti perché la pace vi porta diritti, democrazia, libertà, cioè tutto ciò che io già posseggo, sebbene Berlusconi faccia di tutto per portarmeli via”. Questa è la grande critica di cui è capace l’acuto pacifista.

Non è meno facile vedervi una mancanza di tattica o strategia: protestare contro chi pensa di risolvere tutto lanciando bombe, protestare contro la violazione dell’articolo 11 della Costituzione. Questo è il massimo di tattica che il pacifista riesce a mettere in piedi: cerca di fare politica estera ma viene preso alla sprovvista dalle voci reazionarie contro “l’orda di clandestini”. Il più che gli riesce è manifestare la sua solidarietà.

In occasione del 2 aprile c’è stato il risveglio degli stereotipi del pacifismo. Non si è minimamente riusciti ad andare oltre il modesto tentativo di riproporre una manifestazione come quelle oceaniche di otto-dieci anni fa. Questo è un evidente segno della mancanza di critica e di tattica. Mancanza di critica perché si è rimasti fermi al ricordo del passato, senza saper né voler andare oltre, senza innovare le pratiche, senza fare un discorso nell’oggi, cosa che avrebbe richiesto di prendere sul serio la rivoluzione araba e il conflitto sociale, e quindi ciò che unisce le due sponde: la questione migranti. Mancanza di tattica perché non si è saputo né voluto fare altro che una manifestazione di piazza con il palco da dove partecipavano “eccellenti” personalità dello spettacolo della sinistra (un Family Day di sinistra).

Tutta questa ragion comune pacifista è incarnata dal discorso pubblico di Gino Strada. Lui è stato il principale organizzatore della manifestazione, lui, nelle sue parole, ha riesumato tutti i cliché del pacifismo, anche Vittorio Agnoletto. Gino Strada ha un potere simbolico molto forte: ha lanciato l’iniziativa e ha trascinato la gente in piazza, piegando anche Vendola. Ciò non vuol dire che Vendola ne sia stato ingannato: ma in questo caso, Gino Strada ha dimostrato di godere di maggiore capitale simbolico (anche per questo Vendola non era a Roma), di essere un intoccabile del discorso politico della costellazione di sinistra. Ma lui, in quanto organizzatore, attivista, promotore, pacifista, è il principale artefice della riesumazione dello stereotipato pacifista.

Vedremo all’opera questo potere simbolico sabato 9 aprile a “Che tempo che fa”, dove Gino Strada è ospite per presentare la rivista “E” di Emergency: del resto il programma di Fabio Fazio è in televisione uno dei migliori spazi di riproduzione del capitale simbolico, uno dei migliori spazi di articolazione delle forze politiche, sociali, culturali; non è in grado di costruire egemonia, ma è in grado di lanciare una proposta di egemonia. Il che dona a molti degli ospiti un consistente investimento valoriale, un rilancio importante del loro potere simbolico.

Non si vuole affatto negare l’importanza di Emergency, il suo lavoro difficile nei territori di guerra. Vogliamo piuttosto affermare che un discorso politico avanzato e innovativo deve assolutamente fare a meno del discorso pubblico di Gino Strada.

Perché questo discorso pubblico è capace solo di far deambulare idee belle di pace, non di fare conflitto sociale. E noi abbiamo un gran bisogno di conflitto sociale.

Conclusione

Non si è stati capaci di fare del 2 aprile un’occasione di rilancio del conflitto sociale. Non ne sono state costruite le premesse. Di conseguenza bisogna riflettere su ciò che è accaduto per comprendere cosa conviene evitare, cosa non si deve fare e quali sono le mancanze. Critica e tattica. Per produrre, innovare discorsi e pratiche politiche bisogna saper fare critica e saper fare tattica. Fare analisi e costruire l’agenda sono azioni fondamentali per organizzare discorsi e pratiche.

Ci sembra, infatti, che fin da subito la costellazione di sinistra sia andata in tilt sulla questione migranti. C’è chi ha pensato che le parole di Maroni fossero menzogne autoevidenti, o chi credeva – di nuovo Sonia Pellizzari – che la Puglia fosse terra purificata (da due mandati di governatore di Vendola), totale apertura all’ospitalità. In entrambi i casi c’è stata mancanza di critica e di tattica. Non si è fatta adeguata controinformazione e ci si è adagiati nell’illusione di un territorio “che ha finalmente intuito” dov’è la verità e dove la menzogna; non si è saputo contrattaccare al discorso reazionario, all’imposizione della tendopoli di Manduria, né si è saputo denunciare la condizione di detenzione all’interno della tendopoli né organizzarsi a sostegno dei migranti (cosa dire loro? Aiutarli a fuggire o consigliare loro di aspettare nella tendopoli per cercare di farsi dare il permesso?).

Critica e tattica sono le due armi fondamentali per il conflitto sociale. Senza di queste non si possono costruire discorsi e pratiche di lotta, ma, come è accaduto sabato 2 aprile, si rimane incagliati nelle belle e colorate idee universali. Con queste non si lotta: al più si possono fare interessanti riviste, interviste in televisione comodamente seduti su divani rossi, incontri pubblici in libreria o in fiera, qualche libro, monologhi a teatro.


Il pacifismo rivisitato come pratica del conflitto sociale e Critica della ragion pacifista comunemente intesa

30 marzo 2011

0. Premessa

Il punto 1. è di Mort Cinder, il punto 2. è di Kriminal. Si è deciso di far precedere la critica dalla sua rigenerazione per dire subito come la pensiamo e per illuminare lo stesso discorso critico sul pacifismo comunemente inteso. Si ringrazia Burial per il sostegno sonoro.

1. Il pacifismo rivisitato come pratica del conflitto sociale

“Tu mi dici che questa rivoluzione deve risvegliare l’Europa. Io penso che non possa che farlo. (…) Se dunque c’è pacifismo, esso non può esser messo in campo che come sostegno politico e partecipazione materiale alla rivoluzione sociale araba”.

È la Seconda lettera ad un amico tunisino di Toni Negri. Il primo corsivo è nel testo, il secondo è mio. Ed è da questo secondo corsivo che Toni Negri ci ripropone il rilancio della pratica del pacifismo. Lanciamo il dado.

Il problema sul quale ci concentriamo è l’insieme delle prospettive occidentali su ciò che accade in Libia: il problema della rappresentazione della realtà, e soprattutto dei giudizi e dei valori che articolano la rappresentazione della realtà. In altri termini, il problema è l’insieme dei discorsi occidentali sulla realtà della Libia. In questo articolo ci interessa il discorso pacifista: e il discorso pacifista è dentro il discorso occidentale sulla realtà della Libia.

Come sfuggire a questa trappola? Come darsi dentro il discorso occidentale e contro di esso, traducendo la rivoluzione araba (non solo l’evento libico, ma anche ciò che è accaduto – accade e accadrà – nel Nord Africa e che accade – è accaduto e accadrà – in Medio Oriente?). Ripensando e articolando il pacifismo come pratica dentro il conflitto sociale.

Il pacifismo “come sostegno politico e partecipazione materiale” significa che tale sostegno non è armato, ma è definito a partire dalla prospettiva della lotta di classe. Questo è l’elemento materiale della realtà araba e della rappresentazione di tale realtà, della rivoluzione araba e del sostegno militante occidentale. Non si tratta di una traduzione immediata e simultanea. Bisogna innanzitutto capire con quali elementi va effettuata questa traduzione.

A partire dalla prospettiva della lotta di classe, le pratiche del pacifismo devono trasformarsi: non più con manifestazioni in piazza con bandiere arcobaleno, non più questo sostegno formale, dichiarato; ma con il sostegno e la partecipazione materiale, pratica, la manifestazione nei luoghi dei CPT e dei CIE, a sostegno materiale dei migranti, coi migranti, delle loro richieste, delle loro proteste; con le sanzioni e con gli attacchi alle sedi della Lega e del Pdl, contro la vergognosa spettacolarizzazione dell’isola-prigione (prigione di migranti e di abitanti dell’isola), spettacolo di cui fa parte lo stesso Berlusconi, lo showman, che va a visitare la sua villa e promette un casinò sul deposito dove sono stati scaricati i migranti e la moratoria fiscale.

Questo si dovrebbe fare per le manifestazioni del 2 aprile: ripensare il pacifismo come pratica del conflitto sociale. Pensare che il pacifismo non è solo una dichiarazione d’intenti, a voce o su carta, ma pratica di lotta. È questo che ci sta insegnando la rivoluzione araba: a “lottare” e non semplicemente a “chiedere più democrazia”. Tra “lottare” e “chiedere” c’è una bella differenza. In Siria, in Yemen, per esempio, le moltitudini in piazza “chiedono più democrazia” o “lottano”?

È da qui che bisogna ragionare su partecipazione materiale e traduzione della rivoluzione araba. L’insegnamento primo riguarda le pratiche del conflitto sociale, non le dichiarazioni d’intenti. Cosa fanno queste pratiche? Innescano il conflitto sociale contro il dispositivo sovrano di confinamento che il governo Berlusconi dispone per crescere nei sondaggi, acquistare più consensi e solidità, incutendo e risvegliando la paura del clandestino, per poi andare nella stessa “zona franca” promettendo Nobel per la pace e consigliando di dotare l’isola di più verde. Attaccano le sedi di chi governa il paese, di chi lo sta mandando al fallimento, di chi sta facendo pagare cara la crisi ai lavoratori – e di chi intende far pagare cara la crisi strutturale dell’economia italiana ai lavoratori. I migranti sono l’ultimo anello della catena dello sfruttamento capitalistico del lavoro, del gioco di ruolo messo in scena da questo governo per aumentare il proprio godimento (pardon, gradimento).

Il pacifismo, come pratica sociale, come sostegno materiale alla rivoluzione araba, deve trasformarsi in pratica di lotta per il migrante e con il migrante, attacco ai dispositivi di confinamento, occupazione rivivificatrice degli spazi di reclusione, contro la loro spettacolarizzazione, attracco da sferrare contro i soggetti che adibiscono e sfruttano questo dispositivi, giocando sulla vita di migliaia di persone. Proprio perché sappiamo che già dichiarare “umanitaria” una guerra e sfruttare i migranti per lo spettacolo politico è una contraddizione di fondo da rendere più evidente. Proprio perché sappiamo che i migranti vivono sulla loro pelle questa contraddizione, hanno già più volte protestato nei vari CPT e CIE, sono l’elemento centrale e vitale di tutta la faccenda guerra-pacifica-umanitaria. Proprio perché è su di loro che si gioca la contraddizione della “guerra umanitaria”, è con loro che bisogna trasformare il pacifismo in pratica di conflitto sociale.

2. Critica della ragion pacifista comunemente intesa

2.0. Introduzione

Questa critica della ragion pacifista non è affatto trascendentale ma si pone l’obiettivo di evidenziare limiti e critiche del pacifismo comunemente inteso sotto tre aspetti:

il cortocircuito e la confusione in cui cade il discorso pacifista quando cerca di assumere una posizione di politica internazionale (2.1);

la permanenza del discorso pacifista nel discorso occidentale sulla Libia, anche quando critica il discorso occidentale, a causa della sua consapevolezza di vedere e conoscere la realtà della Libia meglio degli insorti e quindi di sovrapporre il proprio discorso a quello dei ribelli (o di parlare a nome dei ribelli soffocando la loro voce) (2.2);

l’impotenza politica del percorso morale che il discorso pacifista intraprende e la sua sterilità culturale che rischia di spegnere il conflitto sociale se non si ripensa come pratica dentro il conflitto sociale stesso (2.3).

Rispetto all’impasse di cui al primo punto, proponiamo il superamento del cortocircuito con la politica internazionale rivolgendo l’attenzione al pacifismo come pratica sociale.

È ciò che già si propone nella critica del discorso occidentale. Ma – ed è l’obiezione alla sovrapposizione di cui si parla nel secondo punto – tale critica non deve poggiare su una realtà che pretende di vedere e conoscere, ma sulla traduzione di ciò che accade altrove, per proseguire la critica sul piano del conflitto sociale.

Infine nel terzo punto, nel quale si discute più propriamente del pacifismo comunemente inteso, si oppone alla “testimonianza morale” del pacifismo, politicamente impotente e culturalmente sterile, un pacifismo di lotta, e, guardando più in là (ciò sarà argomenti di successivi articoli), una morale materialisticamente fondata.

2.1. Il pacifista e la politica internazionale

Cominciamo dalla fine. Ovvero dalla confusione in cui si danna il discorso pacifista. Da cosa è generata questa confusione? Lo si capisce dalla lettura dell’intervento su il manifesto di Alberto Burgio, 2 aprile, democratici contro geopolitici del 30 marzo 2011: dal racconto del pacifista come persona che suda indaffarata nel tracciare lineamenti di storicismo orientato sulla politica internazionale. All’inizio dell’intervento, Burgio scrive che

la mancanza di chiarezza può contribuire all’estinzione di un campo di forze critiche e alla distinzione di culture politiche che in questi vent’anni hanno orientato la lotta dei movimenti contro le ‘guerre democratiche’ e la cosiddetta globalizzazione neoliberista”,

e conclude così:

“Forse ha ragione chi sostiene che, andato a casa Bush, è cominciata un’altra epoca e che nella guerra contro Gheddafi l’imperialismo americano o franco-inglese non c’entra niente. O forse l’imperialismo, che non è una categoria etica, magari c’entra ancora, ma in modo diverso e perfino più cogente. Comunque, varrebbe la pena di vederci più chiaro”.

Nel mezzo, si capisce ben poco. Chi sarebbero i democratici e i geopolitici? Gli uni sarebbero i sostenitori dell’intervento militare a sostegno dei ribelli e per abbattere la dittatura di Gheddafi? Gli altri sarebbero i contrari all’intervento militare per “volontà di potenza degli Stati”? (Così scrive Burgio: si intuisce a cosa vuole alludere, ma mi pare che questo modo di ridurre il dibattito sia fasullo, soprattutto perché recide di netto le sfumature). E così ci si ritroverebbe coi geopolitici che accusano i democratici di essere degli “utili idioti” che si sono bevuti “la favola della rivolta popolare” (altra espressione fasulla), mentre i democratici accusano i geopolitici

“di non essersi ancora sbarazzati della strumentazione concettuale della critica dell’imperialismo (?), che essi (i democratici) considerano arcaica e per di più contaminata dall’esperienza del movimento comunista novecentesco (?)”.

Tutto ciò appare parecchio confuso. Ma Burgio prosegue così l’ultimo brano citato:

“Questa pervicacia intellettuale appare imperdonabile, nella misura in cui (?) attesta il rifiuto di congedarsi senza riserve da una storia che anche a sinistra si considera in toto indifendibile (?)”.

Come si esce da questo pantano? Nella tenaglia – scrive Burgio a metà articolo – “far valere la verità interna a ciascuna delle due posizioni”: quindi (a) è giustificata l’azione militare per difendere i ribelli ma non è giustificata l’azione militare secondo i veri interessi dell’Occidente; (b) non è giustificata l’azione militare perché la comunità internazionale avrebbe dovuto svolgere, e ha, un solo compito: il cessate il fuoco e il negoziato tra le parti.

Quindi se si accetta il negoziato tra le parti, di che ribellione si tratta? (a) Si accetta la tesi della secessione tra Tripolitania e Cirenaica: quindi la rivolta è una guerra di secessione, che in qualche modo si ispira alle rivolte della Tunisia e dell’Egitto; (b) si accetta che Gheddafi resti al governo di una parte della Libia oppure che (c) Gheddafi venga in qualche modo deposto e sostituito per l’avviamento di un processo di democratizzazione dell’intera Libia.

Queste sono forse delle idee compiute, ma non si capisce dunque cosa farsene di Gheddafi: “Il primo che deve smettere di fare la guerra è Gheddafi”, ha detto Cecilia Strada a L’infedele, lunedì 21 marzo. Espressione puerile. Oppure: “Che Gheddafi è un assassino lo sapevamo già quando denunciavamo il trattamento che riservava ai migranti, con la compiacenza dell’Italia”: questo è certo, ma si aggira il problema. Se si vuole intromettersi nella politica internazionale e tracciare il percorso della storia, non vale procedere a ritroso (“la comunità internazionale ha la grave responsabilità di non essere intervenuta prima”): bisogna parlare di ciò che accade qui e ora, proseguire il discorso lungo ciò che si sta compiendo. “La Francia e l’Inghilterra, gli Stati Uniti vogliono spartisti il petrolio libico”: il che è vero, ma non si considera l’azione militare in sé. Ha avuto o no – si obietterà – il merito di fermare un possibile massacro a Bengasi? I ribelli hanno o no esultato conquistando terreno? “Non ha fermato – si risponderà – il massacro a Misurata”. E via discorrendo: si potrebbe proseguire a oltranza.

Il problema è che questa volta l’ingresso in politica internazionale è più difficile. La questione è più complessa. Ci sembra che il discorso pacifista si presenti a volte contorto e confuso (è il caso di Burgio), a volte semplificato (è il caso di Emergency), a volte contraddittorio (Zolo, una settimana fa, su il manifesto, ha scritto che l’Onu ha violato il territorio dello stato libico: questo sembra essere una traduzione dell’idea protezionista in economia applicata al campo diplomatico). A volte, addirittura, indifendibile: come per coloro che si sono trasformati in pacifisti solo perché “tocca casa nostra” – ma la pace non dovrebbe essere un valore universale? Dato tutto questo, non ci sembra che la verità stia nel mezzo, ma altrove: nella trasformazione del pacifismo in una vera e propria pratica di lotta, non più in un’opinione sulla politica internazionale.

2.2. Il discorso pacifista dentro il discorso occidentale

Dall’articolo di Burgio ricaviamo un altro elemento, che ricorre in articoli e documenti circolati in questi giorni: la pace è la verità, la guerra è la menzogna. Questo è chiaramente un dogma che si espone a facili e anche banali critiche (“e la guerra civile di Spagna?”, “e la seconda guerra mondiale?”) che conducono sul terreno della fantastoria. Lasciamo pure stare l’esultanza dei ribelli che avanzano e ringraziano Sarkozy: questa è una faccenda di guerra, piuttosto che un elemento su cui praticare della critica della ragion pacifista.

Più interessante è invece chiedersi se nel discorso pacifista non vi sono i segni del discorso occidentale, ovvero se il discorso pacifista non stia dentro il discorso occidentale sugli eventi libici. Non solo perché sembra fare unico affidamento sulla comunità internazionale; ma anche perché si tratta di un discorso che viene fatto nel luogo “pacifico” e “democratico” verso un luogo altro dove c’è la guerra e dove manca la democrazia; peggio: si tratta di un discorso che viene tenuto nel luogo più pacifico e più democratico del luogo più turbolento (a causa dell’intervento degli Stati Occidentali e a causa di Gheddafi) e sicuramente meno democratico. Per questo, soprattutto, più saggio: il pacifista, grazie al fatto di guardare da fuori, vede e sa più di quello che vede e sa il ribelle in Libia. Su ciò ci sembra caschi anche Sandro Mezzadra, che pure apprezziamo per i suoi contributi, quando sovrappone il suo punto di vista a quello di chi ha partecipato e partecipa alle rivolte, quando parla a nome delle rivolte, quando spiega il perché, secondo chi ha partecipato alle rivolte, l’occidente è intervenuto. Mezzadra scrive:

Dal punto di vista dei movimenti, delle lotte e delle rivolte che hanno incendiato il Maghreb e il Medio Oriente (come si fa a porsi da questo punto di vista? Non si tratta di una sovrapposizione?) sarebbe poi soprattutto evidente che quel che si configura è un’ipotesi di intervento occidentale su scala regionale, rivolta in primo luogo contro il desiderio di libertà e uguaglianza (di nuovo la sovrapposizione dei punti di vista) che ha portato milioni di donne e di uomini, giovani e meno giovani, poveri e impoveriti, acculturati e analfabeti a sfidare regimi corrotti e dispotici: un’ipotesi di contenimento di quel desiderio di uguaglianza e di libertà, di violento disciplinamento di tutto ciò che eccede la sua traduzione nei codici politici e giuridici dell’ordine mercantile e nelle forme tanto consolidate quanto logore della democrazia liberale di stampo ‘occidentale’, sotto il dominio della proprietà privata e del capitalismo finanziario. Se così fosse – e temo che così sia – ce ne sarebbe a sufficienza per mobilitarsi contro la guerra, senza se e senza ma”.

Ecco che milioni di donne e di uomini si scoprono, a loro insaputa, post-operaisti. La stessa cosa accade nella Seconda lettera ad un amico tunisino, di Toni Negri, che pure ci ha dato la straordinaria possibilità di ripensare il pacifismo come pratica del conflitto sociale: qui è Toni Negri che parla a nome dell’amico tunisino come se fosse Toni Negri. O nell’articolo di Miguel Mellino, Buenos Aires 2001 – Tunisi 2011, la fine di una lunga notte in dieci anni, che ha il merito di individuare e decostruire i “miti” (nel senso di Roland Barthes, I miti d’oggi), le parole connotate, che fanno parte del discorso occidentale sulla Libia: “rais”, “beduini”, “tribù”, “popolazione tribale” (questi due ultimi ricorrono spesso negli articoli di Thomas Friedman, stimato opinionista politico del New York Times, i cui editoriali sono pubblicati su la Repubblica). Ma nell’articolo di Mellino riconosciamo il punto della questione, il motivo della sovrapposizione del punto di vista: la pretesa di vedere e di conoscere in modo evidente la realtà di ciò che accade in Libia:

“Tunisini ed egiziani, dunque, non sono insorti soltanto contro i dittatori corrotti, ma anche contro il capitalismo neoliberista e la finanziarizzazione delle loro vite, ovvero per dire basta a maquiladoras e sweatshops stile Marchionne (?), a recinti turistici alla disneyland, alla monocultura petrolifera e alla gestione gerarchica della sua rendita, all’indebitamento continuo e alla precarietà come stile di vita, al blocco della mobilità sociale sotto forma di blocco alla libera circolazione delle persone, alla mancanza di futuro, alla sottomissione del proprio sistema ecologico-alimentare ai capricci della rendita dell’Agrobusiness”.

Paradossalmente, oltre all’esaltata argomentazione, affermare che le rivolte in Tunisia e in Egitto sono avvenute proprio nei paesi che più hanno subito il “processo di neoliberalizzazione”, dà ragione a Thomas Friedman, quando spiega (utilizzando termini come setta o tribù) la differenza tra ciò che è accaduto in Egitto e in Tunisia e ciò che non è accaduto in Libia:

“Non è un caso che le rivolte per la democrazia in Medio Oriente abbiano preso il via in tre ‘Paesi veri’ – Iran, Egitto e Tunisia – con popolazioni moderne, maggioranze omogenee che antepongono la nazione alla setta e alla tribù, e hanno la fiducia reciproca sufficiente a coalizzarsi, come fosse una famiglia, ‘tutti contro il papà’. Ma nel momento in cui queste rivoluzioni si sono diffuse alle società più tribal-settarie, è difficile capire dove finiscano le istanze democratiche e dove inizi il desiderio che ‘la mia tribù sostituisca la tua’”.

Per fare una buona critica del discorso occidentale non servirebbe appoggiarsi su una qualche realtà “vera”. Ma allora da dove proviene questa consapevolezza di vedere e conoscere la realtà vera? Dall’ipotesi che la realtà vera sia uguale dappertutto, o meglio comune. Ovvero che il sostegno politico e la partecipazione materiale alla rivoluzione araba non richiedano alcun processo di traduzione da una realtà all’altra, perché la realtà è la stessa e i confini sono ciò che bisogna rompere. E dunque non c’è alcuna traduzione se la realtà è la stessa, ovvero conforme, né quasi sostegno se si tratta “semplicemente” di proseguire quella lotta tra le due sponde del Mediterraneo. Scrive Toni Negri nella Seconda lettera ad un amico tunisino:

“Ed io sono d’accordo con te quando ti esalti raccontando di quel formidabile Ponte sullo Stretto che è stato costruito fra Tunisi e la Sicilia e ti auguri che possa essere percorso in un senso e nell’altro, e che traghetti – dal Sud al Nord e viceversa – un sano odio contro i padroni e contro tutti i nazionalismi”.

Il problema, dunque, è che il discorso pacifista, pur nella sua migliore formulazione, resta imbrigliato nelle maglie del discorso occidentale perché pretende di vedere e sapere la realtà della Libia e sovrapporre il proprio pensiero a quello dei ribelli. Al contrario, ci sembra che, per rendere davvero il pacifismo pratica del conflitto sociale, sia necessario operare la traduzione della rivoluzione araba in sostegno politico e partecipazione materiale dentro il conflitto sociale.

2.3. Il discorso pacifista e il percorso morale

Citiamo ancora una volta Toni Negri:

“Quando ti ho detto che qui da noi i pacifisti si sono messi in moto (…) tu, amico mio, hai sorriso – per non dire che mi hai riso in faccia – dicendomi che questa volta i pacifisti non servivano davvero perché è impossibile modificare le cose con testimonianze morali”.

Il brano precede di poco la trasformazione della pratica del pacifismo come “sostegno politico e partecipazione morale alla rivoluzione araba” da cui siamo partiti e che abbiamo assunto anche quale punto di riferimento di questa critica. È un brano decisivo, poiché pone subito il problema dei limiti del pacifismo come “testimonianza morale”, o, se si vuole “percorso morale”.

Come si manifesta questa “testimonianza morale”? Come si propone questo “percorso morale”? La prima tappa sembrerebbe quella di “risvegliare le coscienze della sinistra”. È ciò che sembrerebbe tentare Ascanio Celestini in un suo recente monologo quando dice:

“Io sono di sinistra, però se tutto il mondo si muove contro Gheddafi mi pare giusto che lo facciamo pure noi e sono sicuro che se al governo ci stava la sinistra faceva la stessa cosa. D’altra parte D’Alema quando era presidente del consiglio cosa ha fatto in Serbia? E Prodi non era d’accordo con la costruzione della base americana di Vicenza? Così come, pur essendo di sinistra, io ero d’accordo anche sul trattato che l’Italia ha fatto con la Libia di Gheddafi. Certo Berlusconi ha un po’ esagerato coi baciamano, con tutto quel circo della tenda montata a Villa Pamphili, però fino a quando Gheddafi è un capo di stato, deve essere rispettato. Oggettivamente, noi siamo dipendenti dalla Libia che ci dà il gas”.

E poi prosegue affermando:

“Io sono di sinistra, però da quando si è firmato l’accordo con Gheddafi gli extracomunitari hanno smesso di sbarcare in Italia”,

eccetera, in un continuo tentativo, a dire il vero petulante e poco convincente, di far riemergere il “rimosso” delle coscienze della sinistra (o di chi vota PD?) per poter finalmente risvegliare le coscienze.

Seconda tappa consiste ovviamente nel collegare le istanze di protesta in corso, come ha fatto Gino Strada in una recente intervista:

“Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari”,

con il rischio di trasformare il problema dell’acqua e il problema della produzione di energia da questioni sociali a questioni morali con “la solidarietà” che campeggia in testa. Il punto è proprio questo: qui non c’è alcuna solidarietà su cui fare battaglia, qui c’è da trasformare il pacifismo in pratica del conflitto sociale. E la cosa si collega alla questione dell’acqua e a quella della produzione energetica non sovrapponendo la solidarietà sulle altre, non estendendo il pacifismo comunemente inteso, con tutto il suo percorso morale, laddove non c’è bisogno che si estenda, ma ripensando il pacifismo come pratica sociale dentro il conflitto sociale, non sopra altre lotte.

E a cosa conduce questo percorso morale? All’impotenza politica: ancora Gino Strada:

A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di ‘quanti aerei, quante truppe, quante bombe’. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi”.

Ecco l’impotenza politica del pacifismo comunemente inteso che non sa cosa fare, e che al più si limita a elogiare i medici di Emergency (“trovarsi sotto le bombe”, e lo ha fatto anche Cecilia Strada a L’infedele) – il che non vuol dire sminuire Emergency e il lavoro dei medici di Emergency, ma affermare perentoriamente che non è su questa base che si può dare sostegno politico alla rivoluzione araba – o a procedere a passo di gambero e immaginare che “avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi”.

Un altro esempio di impotenza politica è il documento di Sinistra Ecologia Libertà quando afferma:

“Per questo chiediamo che il nostro paese non partecipi, in ottemperanza all’articolo 11 della Costituzione e anche in ragione del passato colonialista dell’Italia, alla guerra promossa dalla cosiddetta Coalizione dei volenterosi e che, al contrario, si faccia promotrice di un’iniziativa politica per determinare il cessate il fuoco e l’apertura del tavolo negoziale (…)”,

dove non si capisce se non si tenga più conto di chi governa l’Italia, o se addirittura si dà acqua al mulino di Berlusconi quando, all’inizio delle operazioni, si dispiaceva per l’amico Gheddafi.

O in una conclusione che ricorda l’orribile canzone di Jovanotti, Piero Pelù e Ligabue, uno dei punti più bassi toccati dalla cultura pacifista, e dove si sottolineano le espressioni puerili:

“Proprio per questo chiediamo di non militarizzare innanzitutto i pensieri, di non abbandonare mai lo spirito critico e la cognizione delle conseguenze che gli atti di queste ore possono determinare. La costruzione della pace è l’unica alternativa e non possiamo scoraggiarci dicendo che il suo raggiungimento sia pieno di ostacoli. Costruire la pace significa dire la verità, emanciparsi da ogni logica di campo, essere contro i dittatori senza esitazioni e stare sempre dalla parte delle popolazioni che subiscono le violenze delle guerre”.

Il pacifismo, seconda potenza mondiale nel 2003, non ha ragion d’essere oggi negli stessi modi in cui ha espresso la sua forza nel periodo della guerra in Afghanistan e della guerra in Iraq. Ciò perché non vi sussistono le condizioni perché il pacifismo possa ripetere lo stesso discorso di nove – otto anni fa. Anzi, c’è il rischio che la ripetizione insistita degli stereotipi nel percorso morale, che il pacifismo comunemente inteso intraprende, produca una sterilità culturale e un’impotenza politica pericolosa, proprio quando, al contrario, bisognerebbe ripensare il pacifismo come pratica dentro il conflitto sociale, a partire dalla traduzione della rivoluzione araba, come partecipazione materiale a tale rivoluzione. Invece si corre il rischio di perseverare nella confusione fra “vero pacifismo” e “falso pacifismo”, nell’impotenza totale del pacifista che traccia storicismi sulla cartina geografica, che dibatte coi (fantomatici) “geopolitici”, che vede e conosce la realtà meglio di quanto i ribelli stessi non sappiano – e dato che loro stessi non sanno di essere inconsciamente dei post-operaisti.

Tutto ciò è più o meno pericoloso, ma certamente ciò che è più pericoloso è il pacifismo comunemente inteso, il suo percorso morale, politicamente impotente e culturalmente sterile: ripete vecchi stereotipi, non sa che pesci pigliare, rischia di alimentare di “testimonianza morale” lotte e proteste che, fino a poco fa, potevano benissimo fare a meno di lui.

Ma il pacifismo comunemente inteso, il suo temibile percorso morale, deve ripensarsi e trasformarsi in una pratica di conflitto sociale, dalla prospettiva della lotta di classe: ed è solo così che può acquisire potenza politica e forza culturale, produrre conseguenze politiche e rivolta culturale. Ed è su questa base che è possibile ripensare anche la morale, una morale materialisticamente fondata. Ma di questo, diremo in altri e futuri tempi.

(vedi secondo articolo su pacifismo).


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