L’importanza di chiamarsi Alessandro Baricco

15 maggio 2012

Le mie tette sono famose in tutti i commissariati.

Alessandro Baricco, Tre volte all’alba

L’ultimo capolavoro di Alessandro Baricco conta novanta pagine in carattere per ipovedenti, interlinea e margini da horror vacui. Dai nostri calcoli risultano circa undici cartelle (meno di trentamila caratteri). Nello stile tronfio e cliché (“sono imprecisa, poco intelligente e troppo cattiva”) annega una piattezza di contenuti tale che il lettore ne esce frastornato, chiedendosi quali frasi e immagini converrebbe tenere a mente, oppure ubriaco di un liquore mediocre bevuto in un party glamour, compiaciuto di avervi partecipato. Come scrive la Zerlina:

Si alternano senza soluzione di continuità battute affidate a voci maschili e risposte dei contraltari femminili, tralasciando completamente la caratterizzazione dei personaggi secondo peculiarità originali: lo stile “baricchiano” sovrasta e inghiotte temperamento e fisionomia di tutte le comparse, burattini inermi nelle mani del loro sadico creatore.

Troppa indulgenza. Se Baricco è sadico, lo è anche il Jay Bacal di My little pony. Ma la nota critica ci è preziosa per ragionare sui valori che orientano il Baricco autore, critico – o sarebbe meglio dire promoter – e personaggio (tralasciamo la sua breve esperienza di cineasta). Sull’autore non ci serve altro materiale oltre a quest’ultimo prezioso libretto, che ho letto in piedi in una chiassosa Feltrinelli del tardo sabato pomeriggio in meno di mezz’ora.

Due eventi permettono di far luce sul personaggio: un articolo uscito tre anni fa su Repubblica, il 24 febbraio 2009, e la partecipazione all’inconcludente kermesse di Renzi alla Leopolda nel 2011. Qui va il nostro riconoscimento all’impegno di Baricco su un tema tanto specifico quanto delicato in  cui si ravvisa l’arretratezza culturale della sinistra: il finanziamento pubblico alle viti per il sostegno dei tavoli di legno precari. A penetranti osservazioni sulla vita quotidiana si somma un’analisi rigorosa di comportamenti sbagliati.

L’incipit dell’articolo è folgorante:

Sotto la lente della crisi economica, piccole crepe diventano enormi, nella ceramica di tante vite individuali, ma anche nel muro di pietra del nostro convivere civile.

La tesi ci sorprende:

Riassunto. L’idea di avvitare viti nel legno per rendere il tavolo più robusto è buona: ma il fatto è che avvitiamo a martellate, o con forbicine da unghie. Avvitiamo col pelapatate. Fra un po’ avviteremo con le dita, quando finiranno i soldi.

Sappiamo che Ikea ha semplificato la vita di coloro che acquistano tavoli. Non importa il tipo di tavolo di legno: da cucina, da salotto, per la stanza o l’ingresso, ciascun tavolo ha le stesse caratteristiche generali: una superficie piana e liscia sostenuta da quattro gambe. Tuttavia i tavoli al giorno d’oggi non sembrano saldi come quelli di un tempo. Baricco sostiene che la precarietà del tavolo, argomento oggi diffuso, si sia accentuata con la crisi economica. Questa ci fornisce una prospettiva privilegiata per capire se il problema va fatto risalire alla riduzione dei costi di produzione, decisa da imprenditori senza scrupoli, oppure è invece da collegarsi ad altri aspetti.

Lo scrittore dimostra che il tavolo è meno saldo per il modo sbagliato con cui cerchiamo di rinforzarlo. Se vi si poggiano oggetti troppo pesanti, il tavolo cede. Ma è la descrizione del party che più sorprende il lettore: con la crisi economica è diminuito il numero di partecipanti alle feste in casa, ed è quindi calato il numero delle sedie disponibili. Spesso accade che un gruppo di amici, per risparmiare, si introduca in una festa grazie a un conoscente. Sedendosi sul tavolo, questo scricchiola e poi crolla. Le singole persone, le ceramiche, si fanno male; tutto il gruppo, il muro di pietra, resta sgomento: quale tragedia se il tavolo, in una serata fresca, fosse stato sulla terrazza invece che nel salone!

Baricco auspica una rivoluzione mentale. Sostiene che non è più possibile avvitare viti nel legno con colpi troppo forti, che possono creare delle crepe, o troppo deboli, cosa che non garantisce solidità. I soldi pubblici investiti in questa pratica vanno dirottati altrove per permettere al mercato di autoregolarsi: si tornerebbe a operare con la dovuta attenzione e non più, in attesa di sussidi, sempre più risicati, con strumenti da bagno o da cucina improvvisati.

Queste penetranti osservazioni sulla vita quotidiana, sugli effetti di una cattiva assistenza di Stato alle viti, sono bilanciate dall’analisi “sui mali che abbiamo commesso” che Baricco fa alla Leopolda nel 2011. Per voler difendere i deboli, dice lo scrittore, si è bloccato il sistema: le tutele allestite hanno generato un sistema statico e non dinamico. Ma non è finanziando le viti che si migliora la qualità del tavolo, bensì creando un pacchetto di incentivi per l’operazione di montaggio e saldatura di tavoli precari, sostenendo la qualità dell’attrezzo da usare. “Il rischio è una chance”.

Il secondo errore conduce l’analisi su un diverso piano: l’errore commesso è di non aver usato le parole “che erano i nomi delle cose”. Per esempio la parola “merito”. Di che cosa la parola “merito” è il nome? Della cosa “migliore”. Oppure non aver usato la parola “classe dirigente” che, più semplicemente, è il nome della cosa “classe dirigente”. Si intrecciano il livello linguistico, affine allo scrittore, e il livello politico. Gli esempi sono calzanti e fanno emergere come l’errore commesso sia quello di non aver usato la parola “cacciavite” per la cosa di cui questa parola è il nome: “attrezzo per avvitare”. La confusione generazionale e la crisi della sinistra hanno fatto usare martelli o pelapatate per avvitare viti nei tavoli.

La grande paura di perdere ha fatto sì che la sinistra sia sempre arrivata seconda, cercando di vincere le partite a tavolino, o chiedendo l’annullamento del match perché l’avversario ha barato. Qui sta forse il nocciolo del problema delle viti. La sinistra, sostiene Baricco, ha sempre detto che la destra barava al gioco manomettendo il tavolo, togliendo finanziamenti alle viti e provocando così i gravi danni che oggi sono ben visibili. Ma ciò significherebbe dire che la precarietà dei tavoli è solo colpa della destra, il che non è vero: è principalmente responsabilità di una sinistra e dei sindacati che non hanno voluto cancellare l’assistenzialismo alle viti per investire in attrezzi per avvitare. Lo scrittore ammette che in passato anche lui ha lottato per mantenere o aumentare il finanziamento alle viti, mentre oggi non è più in grado di sostenere questa lotta: la lentezza di certi intellettuali (Baricco fa i nomi: Flores d’Arcais, Eco, Settis) nel comprendere l’inefficienza di un investimento pubblico unicamente concentrato sulle viti è un esempio dell’arretratezza culturale della sinistra, del suo essere forza conservativa e non innovativa.

Baricco è certamente uno degli scrittori che più si è impegnato nella riforma della spesa pubblica per il sostegno dei tavoli precari. Ciò gli è dovuto. Ma questo non motiva affatto le ragioni di esistere della Scuola Holden e della rubrica Una certa idea di mondo sul sito del quotidiano la Repubblica. Lo scrittore è tanto preciso nella battaglia culturale per il finanziamento flessibile agli attrezzi per avvitare viti nei tavoli di legno, quanto insufficiente e mediocre nel ricoprire i ruoli di scrittore e di promoter.

Si prenda solo il caso della rubrica di libri. Ecco l’elenco dei libri consigliati da Baricco fino a fine maggio:

Andre Agassi, Open; Isaiah Berlin, Le radici del romanticismo; Elizabeth Strout, Olive Kitteridge; Richard Brautigan, American Dust; Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica; Per Olov Enquist, Il medico di corte; Paolo Villaggio, Fantozzi totale; Antonio Pascale e Luca Rastello, Democrazia: cosa può fare uno scrittore?; William Faulkner, Go down, Moses; Javier Cercas, Anatomia di un istante; Marc Fumaroli, Le api e i ragni; Stefan Zweig, Magellano; Mario Sconcerti, Storia delle idee del calcio; William Goldman, La principessa sposa; J.M. Coetzee, Vergogna; Christa Wolf, Nessun luogo da nessuna parte; Fred Vergas, La trilogia Adamsberg; Rebecca West, Trilogia degli Aubrey; Lawrence Osborne, Bangkok; Gianni Clerici, Divina; Tommasi di Lampedusa, Il gattopardo; Kawabata, La casa delle belle addormentate; Sergio Luzzatto, Padre Pio; Leonard, Tutti i racconti western; Beard, Il Partenone.

Qual è il filo che tiene uniti tutti questi libri, piuttosto diversi gli uni dagli altri? Il pregio di essere stati letti da Alessandro Baricco dal 2002 al 2012. Lo scrittore motiva la scelta con il suo stupore da lettore ingenuo in graziose note che campeggiano accanto alla copertina del libro. Ecco, per esempio, la nota che accompagna la scelta di Tutti i racconti western:

Scrivere il western – essendo il western un genere squisitamente cinematografico – è un’acrobazia singolare, paragonabile a far la maionese senza le uova (c’è che li fa): provate a scrivere una sparatoria e capirete cosa intendo dire.

O quella che accompagna Il medico di corte:

Uno spettacolo sublime e grottesco. Una specie di Sessantotto in porcellana. Non si ha idea di come d’improvviso, centinaia di pagine lette e capite, mi siano tornate addosso, vive però, adesso, e perfino un po’ roventi. Una lezione, dico.

Insomma, bisogna ringraziare questi libri di essere passati tra le mani di Alessandro Baricco. Ora finalmente possiamo leggerli accompagnati dal suo occhio di acuto osservatore, senza un pesante fardello di spiegazioni critiche, interpretazioni, note a margine, ma solo con la speranza di raggiungere l’estasi irragionevole e involontaria dello scrittore:

Devo dire che di Padre Pio mi ero in qualche modo dimenticato. Ma in realtà avevo un conto in sospeso, con lui, come lo si ha con tutte le perle di mistero che si è covato da bambini. Così, quando mi sono imbattuto in questo libro, ho pensato che era la volta buona. Alla quarta pagina ero già rapito.

Ringraziamo Alessandro Baricco per queste note di fuoco sfuggenti.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 58 follower