ARIS ARISTAKISJAN, L’ULTIMO POSTO SULLA TERRA

cofanetto Aristakisjan, Rarovideo, 2 dvd, 1 booklet, 34,90 €

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L’ultimo posto sulla terra (2001) di Aris Aristakisjan, capolavoro di intensità quasi intangibile, non sembra riferirsi alla casa occupata o al Tempio dell’amore, bensì alle sensazioni del sentire e del vedere che proviamo al cinema grazie a questo film, film nel senso di pellicola, in questo ultimo posto di puri affetti, dove la pellicola in bianconero è la carta assorbente che ci fa respirare e coesistere della stessa aria che respirano e di cui vivono i corpi del film.
Lo si sente subito, quando una donna, ancora muta, ci guida dentro il Tempio dell’amore, come se assistessimo a un documentario: lei cammina per le stanze sovraffollate, fra le pareti cadenti, il pavimento in dissesto e la sporcizia; dove il cibo si prende con le mani su carta di giornale e si dorme per terra, quasi l’uno sopra l’altro, uomini e donne, vecchi, storpi, malati e bambini. Ben presto le parole si dissolveranno nell’aria.
Già fin dall’inizio, quando la polizia irrompe con tutta la violenza degli stivali, delle uniformi e delle armi nella casa, si ha una sensazione di soffocamento (l’ambiente chiuso, gli odori, la luce del fuoco, il sovraffollamento di corpi, la cinepresa che si stringe), che con il film diventa ciò che si diceva all’inizio: respiriamo la stessa aria, l’aria che circola e mette in relazione i corpi, che si trasmette da un corpo all’altro.
Non si tratta di cercare uno spazio d’aria (la città è un luogo in cui si è soli) o dell’aria del luogo, dato che il luogo del film è il corpo stesso, o meglio è composto dall’unirsi dei corpi. E non è nemmeno una sensazione solo tattile, del con-tatto: quando alcune donne lavano con le mani e asciugano con i loro capelli uno storpio, questo contatto è qualcosa di più della sola sensazione tattile, qualcosa che coinvolge tutto il corpo e l’aria stessa. Lo si comprende quando uno degli ultimi “ricoverati” nel Tempio, camminando per strada, vede una barbona in fin di vita per terra a causa del freddo. Lui l’abbraccia, la bacia, la riscalda con il suo corpo e con il suo respiro.
È questa l’unica filosofia del Tempio, secondo la sua guida spirituale. Trasformare l’aria in amore, trasmettere l’amore con il respiro e il calore con l’unione dei corpi. Si è solo corpi e con questi si vive. Due energumeni irrompono nella casa: vogliono portare via un ragazzo, che ritengono colpevole di aver lanciato contro di loro un topo di fogna morto. Tutti i corpi della casa li circondano, le donne piangono e baciano i loro piedi, li accarezzano, la guida spirituale afferra il topo con i denti e ne strappa due morsi.
L’aria che circola nel Tempio non è solo amore. La donna della guida spirituale abbandona la comunità: tutte le persone che vivono lì sono malate, hanno bisogno di cure, i bambini non possono vivere in quello stato. Lui si accorge, perdendo la donna, di non essere amato, di essere circondato solo di parole, di non sentire il contatto dei corpi: si evira, soffre e sente dolore; non è più capace di sentire il suo corpo, non riesce più a pisciare e ad abbracciare nessuno. Si sente circondato di parole, ma le parole non si sentono come si sentono i corpi: la donna malata che ci ha guidati all’inizio nel Tempio e che ama la sua guida, esce per strada, incontra un soldato che vuole aiutarla, ma tra loro non c’è alcun contatto.
L’aria è al tempo stesso amore (calore) e malattia (dolore e sofferenza) che si trasmette e si respira nell’unione di corpi. Questi sono puri trasmettitori di aria, puri affetti di percezioni e sensazioni, che passano con il contatto delle loro superfici (accarezzarsi, abbracciarsi, baciarsi, essere vicini), della loro pelle. Questo contatto dei corpi è L’ultimo posto sulla terra, la pelle del film, la pellicola che filma il luogo come evento continuo di questo unirsi, o l’evento freddo discontinuo dell’essere-soli, nella città come nell’immagine finale. È questo contatto che si fa luogo che ci dà la sensazione di essere vicini a questi corpi, che fa del film il luogo di un incontro, ovvero di un’esperienza unica e intensa.

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