La Cecla, Contro l’architettura: il caso di Renzo Piano e il progetto per la Columbia University

Alle pagine 94-103 del suo pamphlet Contro l’architettura, La Cecla riporta questo caso interessante.

Cambiamenti ad Harlem

Cambiamenti ad Harlem

Si tratta di un progetto per il General Plan della Columbia University, da farsi nel quartiere di Harlem, che Lee Bollinger, presidente dell’università, affida nel 2005 a Renzo Piano. L’architetto si pone un problema: dato che Harlem è una banlieue, come poter realizzare un progetto che non sia un’imposizione dall’alto, l’edificazione di uno spazio isolato e protetto da alte mura, ma un qualcosa che possa coinvolgere gli abitanti stessi del quartiere? La Cecla e Piano svolgono diverse indagini etnografiche: parlano con i residenti, che in effetti manifestano odio e rifiuto contro ciò che interpretano come “occupazione forzata del proprio territorio”. Il problema è forse risolvibile creando uno spazio comune per residenti e universitari, un luogo di partecipazione condivisa. Ma il consiglio dell’università si oppone ad un progetto troppo open. Non ne conseguirebbe solo una cattiva pubblicità, ma anche una deviazione dalle premesse sulle quali deve basarsi il progetto.

In sintesi: Piano vuole tracciare una linea architettonica nel campo sociale, laddove i committenti hanno previsto

Columbia University

Columbia University

una linea architettonica disegnare nel campo della cultura lo scenario di un logo. In quest’ultimo caso l’architetto è considerato come artista e come marchio, brand che garantisce un certo ritorno d’immagine. È evidente l’astrazione cui giunge tale dinamica: l’architetto sfodera una “opera d’arte” che spesso non solo confligge con il territorio circostante, ma diventa perfino difficilmente agibile.

Nel primo caso, invece, si cerca di articolare un nuovo orientamento della socialità: non più il progetto moderno, e la sua adesione allo Stato Sociale, ormai totalmente fallito; ma la sospensione, per così dire, di ogni piano, per fare un passo indietro, per ripartire dall’indagine etnografica. Il sociale non è più un movimento verticale di un’architettura idealmente imposta sul territorio e sui suoi abitanti, ma diventa un movimento orizzontale che non può prescindere dalla compartecipazione degli abitanti e dall’interazione con il territorio.

È qualcosa di simile a ciò che nelle teorie di cinema si definisce spazio profilmico come lo spazio che viene prima e

Il progetto di Renzo Piano

Il progetto di Renzo Piano

nel quale si inscrive lo spazio scenico del film. Nel caso dell’architettura, questo termine è traducibile nell’analisi del territorio e nell’interazione con l’ambiente, in quanto lo spazio è già abitato, è già vissuto. L’architetto, in pratica, sente la necessità di definire il progetto a partire dalle differenti possibilità di scrittura e d’intervento sul territorio, e di articolare il progetto come un’interpretazione svolta sulla base di stati, rapporti e condizioni individuati nel territorio.

L’architettura è una messa in scena, che tuttavia richiede, come nel cinema, una preliminare organizzazione in rapporto a un punto di vista, che, nel caso dell’architettura, è molteplice e perfettamente incarnato in corpi che abitano uno spazio e in uno spazio vissuto. Questo rapporto tra scrittura e architettura, questa fenomenologia dell’architettura è questione del tutto contemporanea.

(NB: da vedersi il cortometraggio di Nanni Moretti, The last customer, girato a New York nel 2003: racconto della famiglia Gardini, della vecchia farmacia e dell’edificio che la ospitava, demolito per far posto a un grattacielo).

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One Response to La Cecla, Contro l’architettura: il caso di Renzo Piano e il progetto per la Columbia University

  1. […] (da qui)Ciò che tuttavia lascia perplessi, ammirando il plastico – o l’immagine del plastico – è il rapporto che si viene a creare tra l’edificio e lo spazio abitato intorno. […]

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