Renzo Piano e il progetto per la Columbia University. 2a parte

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(segue da qui)Ciò che tuttavia lascia perplessi, ammirando il plastico – o l’immagine del plastico – è il rapporto che si viene a creare tra l’edificio e lo spazio abitato intorno.

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Il rapporto tra etnografia e architettura non è cosa semplice e immediata. L’architetto – è bene ricordarlo – non lavora subito per la gente, ma innanzitutto riceve l’incarico da un committente – un miliardario, la Chiesa, un’amministrazione pubblica, una fondazione privata – e lavora inseguendo un ideale. Dell’ideale moderno si è già detto: il progetto è definito secondo un piano che deve essere realizzato, come se si costruisse una città, che ancora non esiste, a partire dal disegno della sua mappa. Dell’ideale post-moderno sembra non sia possibile parlarne con così tanta sicurezza: vi sono diversi ideali, da quello commerciale (il logo è un ideale) a quello funzionalista, da quello decostruzionista a quello ecologico. Come poter rendere conto di tutti questi ideali? Come poterne parlare senza trattare l’architetto come un artista?

Possiamo rispondere a questa domanda osservando la riproduzione fotografica del plastico: in primo piano vediamo i mezzi d’espressione, i mezzi della rappresentazione e della costruzione dell’edificio: il materiale.

Il materiale, è tra le espressioni dell’architettura, una delle più importanti, soprattutto con l’avvento di ideali post-moderni come l’ecologia (e vi si potrebbe accludere la leggerezza, anche nel senso delle Lezioni americane di Calvino – concetto che, non si capisce bene come, architetti e urbanisti cercano di rappresentare). Diversi lavori di architetti possono essere considerati da questa prospettiva: per l’architetto, il materiale è ciò che gli scalpelli di differente grandezza sono per lo scultore, ciò che la qualità della lega di metallo era per le botteghe di artigiani, quando per es. dovevano realizzare portali decorati per chiese o palazzi signorili.

È su questo livello di articolazione che s’incrina il concatenamento etnografia-architettura. La linea che Piano vuole tracciare nel campo sociale è, per così dire, obliqua, descrive un angolo ottuso tra l’edificio e il territorio: il movimento orizzontale è definito solo in relazione ai contenuti della struttura, e tale struttura sembra piuttosto circoscritta nel territorio.

Il problema del materiale e della forma varia a seconda dei contesti, se, per es., si tratta di un centro cittadino, o di una zona residenziale di un certo tipo, o di un ambiente naturale. Tutto ciò non smentisce l’analogia con lo spazio profilmico, ma già si presenta come il problema dell’inquadratura, o, per meglio dire, di tutto ciò che costituisce l’espressione della messa in scena: inquadrature, luce, colori, suoni, movimenti e montaggio.

Ma dove va a finire il concatenamento, per dove prosegue il rapporto etnografia-architettura? È una domanda complessa che comprende differenti altre questioni: la compartecipazione di chi vive lo spazio e l’interazione con lo spazio vissuto sono possibili solo per la rifinitura della sceneggiatura, solo per la definizione dei contenuti, o possono agire e reagire in altri modi, sempre entrando in relazione con questa messa in scena? In che modo, dunque, si pone il collegamento tra indagine sul luogo e architettura, in quale fase del lavoro si conduce l’indagine?

Retrocedendo ancora di più, si tratta di vedere quali sono, a partire da un qualunque intervento, i piani di azione e reazione, di comunicazione e di significazione nello spazio urbano, a partire dai quali si può porre l’ipotesi se siano possibili, e in che senso, altri modi di produzioni simboliche, una sorta di politica dell’architettura negli attuali spazi di vita quotidiana. Il problema tocca l’indagine etnografica negli spazi urbani, diventa interrogazione continua e sospesa sui discorsi dell’architettura e sul concetto di metropoli, e non può non aprire anche a tutto il mondo dell’arte pubblica.

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