Definizione di quattro forme di reddito garantito

Premessa.

Reddito Sociale Garantito (RSG) o Reddito d’Esistenza (RdE) o Reddito di Cittadinanza (RdC), Revenu Minimum d’Insertion (RMI), Revenu de Solidarité Active (RSA) – che entrerà in vigore in Francia a partire dal 1° luglio 2009 in sostituzione del RMI – Sussidio di disoccupazione, Sussidio di complemento al reddito di lavoro. Sono diverse le forme del reddito in rapporto al lavoro, reddito erogato dallo Stato sociale (Welfare), di cui si parla soprattutto in tempi di crisi. Ma non si tratta quasi mai di forme identiche. Cerchiamo di elencare alcune di queste forme per maggiore chiarezza.

Riadattiamo le riflessioni di André Gorz, ne L’immateriale, e distinguiamo quattro forme di reddito.

A. Sussidio di vario tipo.

Il sussidio di disoccupazione di stampo socialdemocratico, in analogia con il passaggio dal Welfare al Workfare, diventa sussidio di ricerca di lavoro. In Per una nuova politica di welfare, Andrea Fumagalli definisce il workfare “un sistema di welfare non universalistico di tipo contributivo (cioè ognuno riceve in funzione di quanto da, come già avviene oggi con la riforma previdenziale), strutturato sull’idea di fornire un aiuto di ultima istanza laddove esistano condizioni esistenziali che non consentono di poter lavorare e quindi di accedere a quei diritti che solo la prestazione lavorativa è in grado di garantire”. Un sistema, dunque, “complementare ai progetti di privatizzazione del welfare pubblico”, che sintetizza fordismo e neoliberismo, secondo una linea di continuità – come dimostra Fumagalli – tra governo Prodi e governo Berlusconi.

Giovani post-laurea e post-diploma e disoccupati percepiscono un reddito minimo con scadenza a breve termine e con obblighi di accettare proposte di lavoro. Il legislatore provvede a misurare il termine e il tipo di obbligo. Il pensiero neoliberista appoggia tale forma di sussidio con scadenza di brevissimo termine e obbligo di accettazione di qualsiasi proposta di lavoro. Per incentivare la ricerca del lavoro, il sussidio erogato non deve rappresentare una risorsa tale da permettere la soddisfazione dei beni necessari.

Sempre nell’ottica neoliberista, il RSA francese è erogato per chi non ha lavoro e per chi ha un’occupazione retribuita: in questo caso il RSA si somma al reddito di lavoro che si situa al di sotto del reddito minimo di sussistenza, in base a un livello stabilito per convenzione dal governo nazionale. Il RSA varia per départements, e in base alla composizione del nucleo famigliare secondo una tabella riportata da Andrea Garnero nell’articolo Reddito minimo alla francese del 13-01-2009.

In Italia un provvedimento nel segno del workfare di “reddito minimo di inserimento” era stato oggetto di studio della commissione Onofri, nominata dall’allora ministro Livia Turco, che produsse il decreto legislativo n. 237, 6/1998, intitolato “Disciplina dell’introduzione in via sperimentale, in talune aree, dell’istituto del reddito minimo di inserimento”. È questo chiaramente il riferimento odierno del PD.

Carlo Vercellone e Patrick Dieuaide, nel saggio Reddito minimo e reddito garantito: morte e resurrezione di un dibattito, compreso nel volume Tute bianche. Disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza, hanno discusso di un breve riferimento storico del reddito minimo di sussistenza. Nel XVIII secolo, in Gran Bretagna, venne varato il sistema Speenhamland (SS) in seguito alla seconda ondata di espropriazione delle terre (1790-1830). La conseguente emigrazione di contadini nelle città determinò la formazione di un vasto “esercito di riserva” che permise ai padroni di diminuire notevolmente i salari. Il SS prevedeva “l’introduzione di un reddito minimo indicizzato sul prezzo del pane” da sommare al salario che non raggiungeva il livello minimo di sussistenza – il che ha permesso ai capitalisti di tenere bassi i salari. Il SS è stato abolito nel 1834, sostituito dalle poor laws, che provvedevano alla istituzionalizzazione di “dispositivi centrali” di assistenza, cura, punizione. La principale caratteristica del sussidio è il suo valore complementare rispetto al reddito percepito, dunque il rapporto di reciproca solidarietà politica tra Stato e sistema economico.

B. Reddito per lavoro concreto.

Giorgio Lunghini, ne L’età dello spreco, definisce il lavoro concreto lavoro socialmente utile, lavoro destinato immediatamente alla produzione di valori d’uso, lavori capaci di soddisfare i bisogni sociali, i “bisogni assoluti”. Senza attribuire direttamente la riflessione seguente a Lunghini, possiamo notare l’ambiguità del concetto di “valori d’uso” in relazione a occupazioni che possono essere anche intese quali volontariato e servizio civile, in particolare in relazione alla seguente citazione che Lunghini trae da Keynes, La fine del laissez-faire: “penso che il progresso stia nello sviluppo e nel riconoscimento di enti semiautonomi entro lo Stato, enti il cui criterio di azione sia unicamente il bene pubblico come essi lo concepiscono. Dalle loro deliberazioni devono essere esclusi motivi di vantaggio privato (…)”. Se il bene comune può convivere con il bene privato secondo una relazione di complementarità, allora non si dà soluzione politica nel senso strutturale del termine. In primo luogo si dà una definizione di comune non condivisibile se si seguono le elaborazioni teoriche intorno al concetto di moltitudine. In secondo luogo si legittima una condizione già parzialmente diffusa in certi settori, per es. la cura e l’affidamento degli anziani, scaricando “un’inutile costo sociale” (nella prospettiva del privato) sulla comunità.

C. Remunerazione del tempo libero in quanto tempo produttivo.

André Gorz riporta questo caso come vero e proprio fraintendimento: “a partire dall’idea che il processo di produzione capitalistico trae profitto da tutte le capacità, competenze e risorse sviluppate dalle persone nella loro vita di tutti i giorni”, la retribuzione del tempo fuori lavoro, in quanto calcolata in rapporto a un (presunto) tempo di non-lavoro, “non si limita a prendere atto della messa al lavoro totale della persona”, ma addirittura “la legittima: se il reddito d’esistenza ‘remunera’ il lavoro invisibile che è una fonte di produttività del lavoro visibile, questa remunerazione autorizza a esigere che il lavoro invisibile renda effettivamente il lavoro visibile il più produttivo possibile”. In altri termini, “si resta sul piano del valore lavoro”, e si riconosce al capitale i diritto a capitalizzare, cioè a tradurre in valore economico “lo sviluppo delle capacità umane”; le quali, di conseguenza, diventano capacità e competenze da formarsi su una linea del tempo già definita in termini di valore economico, in quanto “spendibili sul mercato del lavoro”: il che pare definirsi, appunto, in termini di “capitale umano”.

D. Reddito d’esistenza, reddito di cittadinanza, reddito sociale garantito.

(NB: per semplicità di esposizione verrà usata la sigla RSG) Fumagalli, nelle Dodici tesi sul reddito di cittadinanza (si veda qui la prima stesura con dieci tesi: quella citata si trova in Tute bianche cit.) definisce così il RSG: “s’intende l’erogazione di una somma monetaria a scadenza regolare e perpetua in grado di garantire una vita dignitosa, indipendentemente dalla prestazione lavorativa effettuata”. Con André Gorz, poi, sostiene che i due tratti invarianti del RSG sono l’incondizionalità e l’universalità. Vediamo come si articolano.

D.1. RSG incondizionato.

Ne Il giusto prezzo di una vita produttiva, Carlo Vercellone definisce in modo chiaro un argomento condiviso dai sostenitori di questa proposta: “il processo di dequalificazione della forza lavoro sembra aver ormai ceduto il passo a un massiccio fenomeno di déclassement che colpisce specialmente le donne e i giovani diplomati, cioè una svalorizzazione delle condizioni di remunerazione e di impiego rispetto alle competenze effettivamente utilizzate nello svolgimento della propria attività lavorativa”. Questo punto non è così immediatamente condiviso dai sostenitori delle tre precedenti forme di reddito.

Due, secondo Vercellone, sono i fondamenti del RSG: “il ruolo del RSG consiste nel rinforzare la libertà effettiva di scelta della forza lavoro” e “l’affermazione di un nuovo primato dei saperi vivi”. Al primo seguono i due seguenti corollari: “l’importo monetario del RSG deve essere sufficientemente elevato per permettere di opporsi all’attuale degradazione delle condizioni di lavoro e favorire la mobilità scelta a discapito della mobilità subita sotto la forma di precarietà”; “il RSG permetterebbe anche un effettiva diminuzione del tempo di lavoro”.

Il secondo fondamento segue alla crisi della legge del valore-lavoro, ovvero alla “crisi del ‘regime temporale’ che all’epoca fordista opponeva rigidamente il tempo di lavoro diretto, effettuato durante l’orario ufficiale di lavoro, e considerato come il solo tempo produttivo, e gli altri tempi sociali”. Riguardo a ciò, i sostenitori del RSG affermano i seguenti presupposti: il lavoro cognitivo, o lavoro immateriale, non è sussumibile a processi di governamentalità di stampo taylorista: tale lavoro è produttivo non nel senso che produce capitale, ma in quanto lavoro vivo e sociale, basato sulla cooperazione, sul linguaggio, sulla comunicazione, cioè su variabili che non sono direttamente determinabili secondo il calcolo economico e il cui valore non è definibile sulla base del “tempo di lavoro necessario” alla produzione di merce.

Dunque il RSG è incondizionato nel senso in cui è sganciato dall’obbligo della ricerca di lavoro o dalla prestazione lavorativa, nonché del tutto indipendente dalla legge del valore-lavoro. Di più, si tratta di una misura che si propone in un’ottica qualitativa e non quantitativa, per il miglioramento della qualità di vita di ognuno: del disoccupato che non è costretto al lavoro nero; del lavoratore autonomo che guadagna in potere contrattuale e in tempo di non-lavoro; del dipendente che può ottenere una diminuzione del tempo di lavoro senza tagli al reddito, ma, anzi, senza più problemi di sussistenza grazie al RSG. È quest’ultimo, del resto, il vero senso dello slogan “lavorare meno lavorare tutti”, e non l’oscena proposta dei contratti di solidarietà.

D.2. RSG universale.

Il RSG è universale, ovvero non discriminante nei confronti di alcuno. Andrea Fumagalli articola molto bene questo punto e lo fa nella chiara prospettiva liberale – o, se si vuole, social-liberale – in base alla quale viene avanzata questa proposta.

Con prospettiva liberale intendiamo dire che il diritto della singola persona alla libertà individuale deve riguardare anche il piano dell’economia. In questo senso, Fumagalli si riferisce a una cittadinanza giuridica in quanto piena cittadinanza economica e sociale: senza libertà economica, i diritti civili e la condizione giuridica di cittadino sono – come ben sottolineava Marx – idee astratte.

Dunque il RSG dovrebbe essere un nuovo campo di battaglia del pensiero liberale e social-liberale. Da qui il tratto di universalità, che potremmo definire “neo-illuminista”.

Il RSG – spiega Fumagalli – “è una misura di politica economica riformista e radicale e non di modificazione strutturale dell’organizzazione capitalistica, intervenendo sul lato della distribuzione del reddito e non sul lato del conflitto capitale-lavoro”. È una misura di contropotere all’egemonia della finanza sull’economia cosiddetta “reale” e alle odierne forme di esclusione da un reddito minimo di sussistenza, dal déclassement alla rendita – non solo quella finanziaria ma anche quella immobiliare e di famiglia. È misura per la liberazione e l’autonomia dei soggetti. Fumagalli, inoltre, propone alcuni modi per far quadrare i conti e provvedere al finanziamento del RSG (per tutto ciò rimando alla lettura delle dodici tesi).

In particolare, il RSG dovrebbe sostituire tutte le forme di indennizzo derivanti dalla perdita del posto di lavoro, ma non di altre forme strutturali di sussidio (quali pensioni, crediti di famiglia, sussidio di invalidità ecc.): dunque il RSG si presenta quale misura di semplificazione legislativa, motto che in Italia vale solo per varare una nuova poltrona ministeriale (quella su cui siede Calderoli), ma non vale mai in concreto: si pensi soltanto alla confusione amministrativa e burocratica generata dalla cosiddetta “poveri-card” – cosa che avrebbe dovuto provocare le dimissioni di almeno tre ministri (Tremonti, Sacconi e Calderoli) – quando bastava decretare un semplice sussidio “alla francese”. Ma si sapeva fin dall’inizio che era solo una manovra pubblicitaria (o almeno è quello che bisognerebbe chiedere ai giornali, soprattutto a quel manipolo di servi del Corriere della Sera).

Conclusioni.

Si è detto che il sussidio di ricerca di lavoro è provvedimento definito nelle teorie neoliberiste e quello più diffuso. Per valutarlo in modo adeguato, bisognerebbe prendere in considerazione altri fattori importanti, soprattutto quelli che determinano e alimentano il debito, sia individuale sia famigliare. Il sistema economico neoliberista funziona secondo un processo continuo di carico-scarico di debiti che, come nel sistema finanziario, diventa alimentatore dell’economia stessa. Considerando questi dati, risulta ancora più evidente come tale sussidio non sia affatto una misura a vantaggio delle persone, ma soltanto un provvedimento in funzione di un sistema economico locale, nazionale e globale.

Il RSG, invece, è stato oggetto di critiche all’interno dei movimenti proprio in quanto si tratta di una proposta di stampo liberale e social-liberale. Non è, infatti, una misura politica autonoma, ma un provvedimento contrattato e pattuito con i governanti; inoltre il RSG può essere erogato solo dallo Stato – in questo senso rischia di riproporre l’idea di uno Stato Sociale dal sapore fordista (o dovremmo dire pre-postfordista?). Tuttavia ciò non toglie il fatto che il RSG è, in potenza, una proposta che permetterebbe di vedere sotto un nuovo rispetto la questione dei migranti, la soggettività dei quali è dal capitale innanzitutto legata alla vendita e allo sfruttamento della forza-lavoro. Il RSG permetterebbe di spezzare questa catena, ma solo se l’autonomia del politico riesce e sa inclinare i rapporti di forza a suo favore.

(vedi Discorso sul lavoro contemporaneo)

(vedi Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect)

(vedi Sul rifiuto del lavoro)

(vedi La protesta dei precari come voce leale)

(vedi Sul discorso politico di Vendola e di SEL)

Riferimenti.

Andrea Fumagalli, Per una nuova politica di welfare, su Posse, 30-08-2008.

Andrea Fumagalli e Maurizio Lazzarato (a cura di), Tute bianche. Disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza, Roma, DeriveApprodi, 1999.

Andrea Garnero, Reddito minimo alla francese, su Lavoce, 13-01-2009.

André Gorz, L’immateriale, Torino, Bollati Boringhieri 2003.

Giorgio Lunghini, L’età dello spreco, Torino, Bollati Boringhieri, 1995.

Christian Marazzi, Note verso una definizione del concetto di bio-reddito, su Multitudes, 08-10-2005.

Carlo Vercellone, Il giusto prezzo di una vita produttiva, su il manifesto, 24-11-2006.

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4 Responses to Definizione di quattro forme di reddito garantito

  1. […] Ma per non restare punto morto, deve a sua volta muovere all’analisi. Si prenda il caso del reddito di base (o lo si chiami in altri termini: la confusione lessicale è sintomo di un’insufficiente […]

  2. […] (vedi Definizione di quattro forme di reddito garantito) […]

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