Francesco Galofaro, Eluana Englaro. La contesa sulla fine della vita

Meltemi, pp. 143, € 14

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La “contesa sulla fine della vita” enunciata nel sottotitolo del saggio Eluana Englaro di Francesco Galofaro rimanda alla contrapposizione non tra laici e cattolici, “ma tra le pratiche mediche che il progresso ha messo a nostra disposizione e la concezione tradizionale (e più generale del diritto), e di conseguenza i rispettivi modi di vedere le pratiche di fine vita” (p. 88). Così, almeno, se si vuole procedere lungo una ragionevole pista per una regolazione, magari condivisa, sulla “fine della vita”.

Nei media, invece, è prevalso il conflitto “laici VS cattolici” come abito interpretativo dei discorsi in circolazione sulla vicenda di Eluana, tra accuse di “laicismo” contro Giuseppe Englaro e contro la sentenza della Corte di Cassazione del 2007, e di “ingerenza della Chiesa e del papa” nel dibattito.

Ne derivano, fra le altre, tre importanti conseguenze. La prima è una sorta di “mistificazione dell’ascolto” delle voci di Chiesa, laddove diversi sondaggi descrivono da qualche anno un quadro che si può riassumere in questo modo: “i cattolici ritengono giusto ascoltare il papa e la Chiesa ma non si sentono costretti a seguirne i precetti”. Da un lato, si propone la necessità di considerare la questione dell’ingerenza più a livello di chi regge il microfono che a livello di chi parla dal microfono; dall’altro lato, risulta più chiara la distorsione operata da coloro che sbandieravano la tesi del “paese diviso a metà fra chi sostiene la scelta di Giuseppe Englaro e chi sostiene la ‘vita’ di Eluana” (vedi puntate di Porta a porta). La seconda conseguenza è la disinformazione diffusa riguardo alla precisione delle questioni in gioco (per es. i referti medici del neurologo Defanti) e alimentata dalla proliferazione dei commenti più disparati. La terza conseguenza è l’uso del conflitto “laici VS cattolici” per interpretare il cosiddetto “stato d’animo” dell’opinione pubblica.

A proposito di quest’ultimo punto, è nel capitolo dedicato al discorso giornalistico (pp. 102-120) che Galofaro propone una prospettiva sul discorso politico, senza dedicare a questo un capitolo a parte. È una scelta che ritengo del tutto condivisibile e che, proprio nella lettura di queste pagine, ci permette di comprendere i nessi devianti e i messaggi in codice elaborati da giornali e classe politica (laddove con “classe politica” s’intende (p. 117, n. 1) la “classe dirigente” in generale: “singoli professionisti della politica, ma anche gerarchie ecclesiastiche, membri di associazioni e gruppi di pressione dalle posizioni più diverse sulla fine della vita, esponenti degli ordini medici e via dicendo”).

Sarebbe necessaria un’analisi più approfondita della produzione di questi nessi e di questi messaggi nel corso delle ultime settimane del caso Eluana. Galofaro ne individua alcuni caratteri: la confusione fra “coma” e “stato vegetativo”, fra “sondino” e “tubo”, l’uso di casi di “risvegli” o di altri casi di coma o di stato vegetativo non comparabili con quello di Eluana, di studi come quelli di Coleman Owen, l’arbitrarietà di prese di posizione, come quella di Galli della Loggia che ha sostenuto la tesi della “superficialità della sentenza della Corte di Cassazione” senza adeguata argomentazione.

Il “rumore” (nel senso cibernetico) di tutta questa costellazione di elementi ha alimentato solo confusione e ignoranza (nel senso di non-conoscenza). Il saggio di Francesco Galofaro ha il merito di procedere con attenzione e rigore di metodo lungo un percorso sia diacronico sia sincronico e di mettere in luce i punti più importanti sui quali occorre ragionare. Nel proseguo del testo verranno sottolineati alcuni di questi punti.

Nel primo capitolo si ripercorre la vicenda giudiziaria del caso Eluana dall’incidente del 1992 alla sentenza del Tribunale di Appello di Milano del 2008. In particolare, la sentenza della Corte di Cassazione del 2007 stabilisce due condizioni in base alle quali è possibile decidere per la sospensione dell’alimentazione (p. 30): è accertato che la paziente non recupererà la coscienza; è chiara dalla testimonianze la sua volontà di non essere mantenuta in un simile stato. Accertare l’irreversibilità dello stato di Eluana significa valutare lo stato di salute e se le cure proposte possano portare benefici concreti; accertare la volontà significa affidarsi a eventuali dichiarazioni scritte o a testimonianze che possano ricostruire la volontà di Eluana. La sentenza definisce le due condizioni entro le quali è necessario legiferare per simili casi: etica della medicina nella cura del paziente e scelta del paziente, anche tramite rappresentante legale, o dei famigliari. È ciò che si definisce alleanza terapeutica (p. 128).

Nel secondo capitolo s’individuano le “controversie generali”, entro le quali Galofaro considera, con Welby, il concetto di eutanasia troppo esposto a connotazioni negative e a definizioni generiche, e valuta la pratica di desistenza terapeutica (p. 44), in base alla quale il medico dovrebbe attuare le cure ordinarie, mentre quelle straordinarie devono tenere conto della volontà del paziente, tramite anche il suo rappresentante legale, e, in mancanza di questa, della volontà dei famigliari. Il concetto di desistenza terapeutica riguarda l’etica del medico e la cura particolare predisposta per il paziente: è dunque più pratico del reciproco concetto di accanimento terapeutico.

Nel terzo capitolo, e nei seguenti tre, vengono analizzate separatamente le quattro tipologie di discorso circolate sul caso di Eluana Englaro. Il discorso medico è “discorso integrale” (p. 65), cioè “che si alimenta di molte scienze” e che a queste aggiunge il problema etico. Ora, con “etica della medicina” (p. 63) non s’intende la bioetica, la quale, in senso generale, è etica filosofica, scientifica, discorso morale ecc. Con “etica della medicina” s’intende quello specifico campo di valutazione e di operazione dello stato di salute e della cura della singola persona. Campo più ristretto di quello bioetico, e proprio per questo pragmatico. A tal proposito mi viene in mente il lunghissimo film-documentario di Frederick Wiseman, Near death (1989) con tutti quei numerosi momenti di consultazione fra medici, fra medici e infermieri, fra medici, infermieri e famigliari e pazienti (quelli ancora coscienti). La medicina non ha per forza necessità di una guida morale fondata altrove: “l’opposizione medicina contro morale non ha alcuna validità” (p. 63). Il problema del “prendersi cura della persona” richiede un’etica medica che strutturi le pratiche mediche nel senso di una tassonomia orientativa e di un’attenzione specifica ai singoli casi.

Nel quarto capitolo viene analizzato il discorso giuridico, in particolare i casi di tensione con il discorso medico, casi che generano quella che viene definita medicina difensiva (p. 90): il medico non si sente tutelato a livello legislativo, e pertanto non assolve al proprio dovere deontologico: per es. non tiene conto della volontà del paziente o somministra cure straordinarie senza informare i famigliari del paziente su questo tipo di cure. In Italia si tratta di una situazione diffusa e che ancora di più rischia di diffondersi con una legge sul testamento biologico che prevede che la libertà di valutazione del medico anche in presenza di dichiarazione verbale del paziente. In secondo luogo, Galofaro (p. 95) ricorda che l’Italia non ha tuttora depositato il documento di ratifica della Convenzione di Oviedo, nella quale, tra le altre cose, non si parla di “terapia” ma di “intervento medico”, stabilendosi che “i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione” (cit. articolo 9, p. 96). Con ciò si oltrepassa il problema, ampiamente discusso in Italia anche in sede di commissione per il disegno di legge sul testamento biologico, se l’alimentazione e l’idratazione forzata siano terapia o meno: di certo si tratta di “intervento medico”, che va sottoposto alla valutazione medica, previa diagnosi, circa effettivi (e non “eventuali”) benefici e alla volontà del paziente o dei famigliari.

Nel quinto capitolo viene preso in considerazione il discorso giornalistico, sul quale si è già detto sopra, e nel sesto il discorso cattolico. Galofaro nota la diversità di posizioni all’interno del mondo cattolico, non riconducibili né alla sola Chiesa né alla sola voce del papa, e ricorda soprattutto le aperture di Pio XII alla scienza (p. 45) e la sua distinzione tra cure ordinarie e cure straordinarie in relazione alla cultura, alla storia, al luogo e al caso della singola persona (p. 124).

Desistenza terapeutica, alleanza terapeutica, etica della medicina: questi, dunque, tre nodi importanti sui quali ragionare circa la “contesa sulla fine della vita”.

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