Miserie della critica letteraria, nuove epiche italiane e il Sebastiani contrario: una filippica

Pubblico al Festival della Letteratura di Mantova

Pubblico al Festival della Letteratura di Mantova. E, per analogia...

Ogni anno ci attende la ripetizione, seguita da qualche stanco dibattito giornalistico, della morte o dell’eutanasia della critica letteraria. Nel frattempo, coloro che si autodefiniscono “critici” lottano per un posto a un Festival di Letteratura, come gli accademici si spartiscono la curatela delle opere, e Asor Rosa, su tutti, ci propina dall’alto dei cieli le sue enciclopedie. Tutto secondo una logica non di molto diversa da quella dei cartelli industriali.

Ma non bisognerebbe farne una questione morale. La critica letteraria vive morendo ogni anno: che ne sarebbe, altrimenti, della saggistica di divulgazione? L’allarme della propria fine è l’ultimo, e reiterato, grido di copertina: il lancio delle vendite, soprattutto di ciò che si rivolge a un più vasto pubblico che non sia solo quello degli addetti ai lavori, vive grazie a una catena di Sant’Antonio che prosegue sulle pagine culturali o su internet. “Aiutiamola!”, “Dona anche tu il tuo tempo di lettore alla critica letteraria” sono i ritornelli di chi, in qualche modo, desidera parteciparne.

Così Paolo Fabbri in un’intervista rilasciata nel 2008: “La crisi dovrebbe insegnarci l’uso della critica. È stato abbandonato il pensiero critico. Persino in letteratura si dice che c’è stata l’eutanasia della critica. Lo dico anche riguardo all’arte. In giro non ci sono più critici. Vediamo solo persone che organizzano e allestiscono mostre. Nessuno fa più un discorso critico. Ci si limita al montaggio. Io penso invece che nei periodi di crisi il discorso della critica sia più che mai necessario. La prima cosa che la critica dovrebbe fare è definire i mezzi di definizione che utilizziamo”.

Condivido in pieno queste parole. La riflessione ci condurrebbe agli anni Sessanta-Settanta e alle ultime istantanee di vita (quale vita?) della critica letteraria. Ma senza rimpiangerne il passato. “Non c’è più la critica letteraria”, in questo senso, suonerebbe come “Non ci sono più i politici di una volta”: modi di dire mediocri e propri di un pensiero conservatore, accettabile solo fra chi è in pensione e di quelle stagioni politiche o letterarie, per presa posizione personale, conserva una viva esperienza. In pochi, spero, sognerebbero di ritrovarsi fra i piedi uno psicologista, uno strutturalista dicotomico o un formalista, un marxista ortodosso, uno della Nouvelle Critique, uno studioso di poetica e di retorica, un decostruzionista o uno di Tel Quel: questo è passato, e ognuno può porsi le domande che vuole a proposito delle vicende della critica letteraria leggendo i testi che sono a disposizione (anche fra coloro che parlano di Eutanasia della critica, come nel libricino di Lavagetto). Non che tutto ciò sia da buttare: il problema è piuttosto quello di rileggere, se se ne sente il bisogno o il desiderio, questi testi con l’occhio del presente rivolto al futuro, senza dover fare della correttezza filologica se non si è degli storici della critica letteraria. Del resto studiosi come Compagnon, Chatman e Segre hanno proposto delle sintesi di alcune di quelle teorie: sono testi importanti, questi, poiché permettono al lettore di orientarsi in un settore, quale quello della critica letteraria degli anni Sessanta-Settanta, davvero fin troppo denso e affollato (Si potrebbe dire: “bisogna saper usare i testi”; ma così si finirebbe nelle controversie sull’“uso” e “interpretazione”, che è meglio non affrontare.)

Sembra pertanto significativo che il moribondo abbia subito forti scariche elettriche non da un critico letterario, ma da uno scrittore, Wu Ming 1, che si è messo a scrivere di New Italian Epic, suscitando polemiche come di rado se ne sono lette. Ma quali polemiche? New Italian Epic è il tentativo, credo riuscito, di rinvenire delle stratificazioni nella recente produzione letteraria in Italia, ovvero di tracciare dei lineamenti di un certo potere simbolico, di ciò che, riprendendo i termini tradizionali, si potrebbe tranquillamente definire “canone di scrittori”. Di fatti le polemiche non potevano che riguardare il rifiuto o l’accettazione di questo canone, a seconda del potere simbolico in cui ciascun partecipante si riconosce. È difficile pensare a polemiche e dibattiti di critici e scrittori che, esercitandosi sulla letteratura e non (per autoriferimento) sulla critica letteraria, abbiano discusso di altro che non fosse il rigetto o l’accettazione di ciò che – estremizzando – potremmo chiamare un “Programma di Partito”. In realtà la metafora suona bene, dato che New Italian Epic invita in un certo senso a suonare il piffero. Magari prima suonando la melodia della fine del postmoderno – che sembra la dannazione di chi vuole infilare la politica dappertutto, avanzando un’immagine bistrattata e sempliciotta degli anni Ottanta e Novanta. E dicendo ciò ho già preso posizione sull’argomento – come avevamo già fatto in precedenza.

Non è che desideri bollare New Italian Epic come caricatura letteraria. Ma mi pare che tutta la faccenda rimandi a un problema di riconoscimento e di identità di un potere simbolico nell’inquinato e morente sistema della letteratura. La proposta non è, ma rischia di produrre una caricatura letteraria, dove i tratti distintivi non servono più per una descrizione ma definiscono delle norme: ecco, a questo punto arriveremo alla rubrica di scrittori e di romanzi (pardon: epiche) “dentro” e “fuori”, anche se ciò richiedesse qualche aggiustamento sulle norme, l’inserimento di una nuova, la cancellazione di una vecchia, la riforma di un’altra – così, proprio come si fa in Politica. Questi sono i rischi che chi vuole fare critica letteraria contemporanea deve calcolare.

Ma, in tutto questo fermento di eutanasie, morti, e programmi di rinascita, quale ruolo gioca l’insegnamento universitario? L’università – si sostiene – non si occupa di letteratura contemporanea, come invece dovrebbe fare. È vero, ma se il lavoro accademico non lo fanno gli accademici, chi lo potrebbe fare? E poi – ed è questo il punto più importante – l’università italiana è malata di storicismo, di manuali privi di valore critico, di cataloghi e rubriche nelle bibliografie delle lauree triennali e specialistiche. Ho visto molti studenti universitari di Lettere utilizzare i manuali dei licei, come sostituti dei manuali universitari o come integrazioni. Che fine fanno gli strumenti di critica letteraria? Dipende dalla corrente che prevale nei dipartimenti. Qui si rispolverano il primo Barthes, l’ermeneutica, la storia della letteratura, la critica psicanalitica e la decostruzione – queste ultime due in versione light, a causa dei tempi universitari, cosa che spesso li trasforma in strumenti impotenti.

Propongo un sondaggio: in quante Facoltà di Lettere si fanno studi culturali, critica femminista e postcoloniale? Lascio aperta questa domanda. Ma bisognerebbe anche chiedersi: se esistono dei luoghi simili, come si intraprendono questi percorsi? E, infine, come si studia, se si studia, la letteratura contemporanea?

le parole in pugno

Consideriamo una recente pubblicazione,Le parole in pugno. Lingua, società e culture giovanili in Italia dal dopoguerra a oggi, edito da Manni, di Alberto Sebastiani. L’autore – come recita il profilo – “si occupa di linguistica e critica letteraria (…) con attenzione agli studi culturali”. “Bene! – esclamiamo – finalmente uno che si occupa di letteratura contemporanea e si interessa di studi culturali!”. Siamo ottimisti, anche se il titolo non ci piace: “le parole in pugno? Ma verba volant, caro mio, che te ne fai di un pugno di parole?”. Ma forse il titolo è stato scelto dall’editore.

Cominciamo a leggerlo partendo dall’inizio: non è una prefazione o una premessa, ma un breve passo che s’intitola Immagini e immaginario. “Dalle parole alle immagini?”, ci chiediamo: questo volo da un titolo a un altro non ci soddisfa. Di solito nelle prime pagine di un saggio si presentano l’argomento, gli orientamenti di ricerca, i metodi che si sono utilizzati o ai quali ci si è ispirati. Primo paragrafo: Un repertorio condiviso?

“Un repertorio condiviso? Ma che roba è questa?”. Una roba in cui dominano le seguenti parole: “patrimonio… repertorio… immaginario collettivo… paesaggio/ panorama culturale… repertorio a cui tutti attingono… panorama noto, condiviso… repertorio composto di elementi precari…”. Facciamo una breve sosta: finora Sebastiani ci ha detto “esiste un repertorio condiviso di segni, simboli, oggetti, ecc.”. Repertorio, dal punto di vista di chi scrive, sta per rubrica, catalogo; ogni segno, simbolo, oggetto, ecc., rappresenta un ulteriore lista – delle sotto-rubriche. Ma Sebastiani scrive: “Proprio questa instabilità rende difficile compilare una sorta di catalogo”.

“Una sorta di catalogo? – ci chiediamo – Ma cosa vuole fare il nostro?”. La risposta è semplice: compilare cataloghi parziali. Difatti i cataloghi che compila sono davvero parziali: per es. il catalogo delle volte in cui compare la coca-cola, o il pugno chiuso, o i jeans, o il juke-box nei testi letterari – ma non solo nei testi letterari, poiché il nostro vaga quasi a caso fra letteratura, critica, cinema, ecc. Per tutto il corso del libro a Sebastiani non interessa nulla della “lingua” della “società” e delle “culture giovanili” citate nel sottotitolo. Se avesse voluto fare della critica letteraria, avrebbe dovuto configurare la dimensione valoriale entro la quale emerge e si ripete l’oggetto coca-cola, l’oggetto juke-box, ecc. Se avesse voluto fare della storia sociale, avrebbe dovuto essere più preciso nei dettagli, e riportare una bibliografia più corposa – sia per gli studi sia per la letteratura – di quella, del tutto carente, che propone. Ma soprattutto, se avesse voluto fare un lavoro serio, non si sarebbe nemmeno posto fin dall’inizio di fare un catalogo, dato che, come lui stesso scrive, “proprio questa instabilità rende difficile compilare una sorta di catalogo”. Cosa ce ne facciamo di questo catalogo? “Orsù! – sembra esclamare il nostro – proviamo lo stesso a compilare un catalogo”.

Dal punto di vista delle ricerche, questo libro è del tutto insufficiente. Non dice nulla di nuovo, nulla di interessante, ripete frasi fatte del passato, non cita certi studi importanti sui media, come quello di Ortoleva o di Colombo. In sintesi, non colma la lacuna che presuppone esserci: una storia della letteratura italiana dal secondo dopoguerra a oggi, all’interno di una storia sociale e di una storia della cultura italiana dal secondo dopoguerra a oggi. È probabile che questa lacuna esista, ma questo libro non basta a colmarla: invece di compiere questi due percorsi, ci propina un catalogo di nuove parole nei testi letterari in una cornice critica che è quella, a seconda dei casi, degli anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta, Settanta. Gli anni Ottanta e Novanta sono invece trascurati come se fossero il Medioevo degli umanisti, perché bisogna arrivare dritti nel cuore del contemporaneo: il New Italian Epic!

Se ne evince – e concludo – che il libro di Sebastiani è afflitto da due morbi. Il primo lo chiamiamo il “morbo del referente”: il catalogo, per esempio, rubrica le apparizioni dell’oggetto di consumo X nei testi letterari. Che cos’è questo oggetto? La registrazione nel testo letterario della sua esistenza nella società contemporanea. Il testo letterario fungerebbe da “specchio”: cosa che ci pare, francamente, una proposta teorica ridicola. Qui non siamo ancora giunti nemmeno al livello della dialettica, già da tempo defunta, tra le parole e le cose: Sebastiani, insomma, non si preoccupa nemmeno di fare “una breve storia della questione X (oggetto come la coca-cola, evento come lo scontro tra cattolici e comunisti) nell’Italia come storia della cosa” e in parallelo “una breve storia della questione X (oggetto come la coca-cola, evento come lo scontro tra cattolici e comunisti) nella letteratura italiana coeva come storia della parola”.

Il secondo morbo è quello classico dello “storicismo”. Non solo il saggio non è affatto di critica letteraria, dato che, a parte la preoccupazione del catalogo, non c’è metodo nel discorso; ma, cosa ancora più interessante, il saggio propone un catalogo di parole per la letteratura contemporanea non dissimile dal catalogo che gli studiosi fanno sulle opere – che so – del Seicento per vedere quante volte riappare la parola X. Con la differenza che lo studio filologico ha uno scopo linguistico, mentre quello di Sebastiani è una sorta di lessico disconnesso dalla semantica, cioè un catalogo fine a se stesso che non si preoccupa né delle occorrenze linguistiche tout court (altrimenti avrebbe proposto in modo più convincente il problema della lingua che cambia e citato – almeno – De Mauro, o il dibattito negli anni Sessanta tra critici e scrittori sul nuovo italiano) né della dimensione narrativa cui dovrebbe prendere parte il “referente” di prima. Questo storicismo ripropone per la letteratura contemporanea i metodi utilizzati per la storia della letteratura – e li ripropone in malo modo, a mio avviso.

Il secondo tratto di questo storicismo è una ricorrente teleologia: l’incapacità, cioè, di leggere gli eventi come contemporanei, ma di vederli già in rapporto a un immediato evento futuro. Così, tutto ciò che precede il Sessantotto conduce, per “magia dello storicismo”, al Sessantotto. Un modo del tutto privo di cura di affrontare le questioni storiche.

La nostra speranza è che questo sia solo un caso “distratto” del modo di fare studi culturali.

(Vedi Su Valerio Evangelisti)

(Vedi Da New Italian Epic a generazione TQ)

Lezioni in piazza con Sabina Guzzanti

... lezione in piazza con Sabina Guzzanti

Annunci

7 Responses to Miserie della critica letteraria, nuove epiche italiane e il Sebastiani contrario: una filippica

  1. Julia Kristeva ha detto:

    Pure a me è capitato tra le mani il libro di Sebastiani. L’unica cosa che si può dire intorno a un’opera di tale pregio è, citando Stefano Belisari in arte Elio,: “fa cagare questa è la verità!”

  2. Antonello ha detto:

    Ciao, sono uno studente costretto a studiare il libro di cui si parla nell’articolo! Più lo leggo e meno ne capisco il senso: qual è l tesi che l’autore vuole portare? quale il metodo adottato? la prospettiva da cui guardare? a che serve dire che gli oggetti in uso in una data epoca entrano a far parte di testi letterari? Perchè devo sorbirmi un elenco di blue-jeans e pugni chiusi? il tutto scritto con uno stile così noioso da farmi andare in letargo in piena estate! Mi piacerebbe che l’autore mi spiegasse cosa l’ha spinto a scrivere qualcosa che sarebbe stato meglio ci risparmiasse! Cmq grazie della recensione!

  3. ng ha detto:

    «Il problema è piuttosto quello di rileggere (…) questi testi con l’occhio del presente rivolto al futuro» … È tutto qui, direi, in tutti i campi, per lo meno quando si vuole scovare, nei testi del passato, qualcosa che proietta oltre; è come non smettere di fare un buon uso delle rovine … In ciò il NIE ha toppato clamorosamente: nell’incapacità totale di guardarsi indietro, nell’incapacità di strappare alla dimenticanza opere che hanno incrinato la conciliazione. Se le premesse possono essere condivisibili (rompere con la letteratura pacificata), non lo sono gli esiti … Sì, funziona il concetto di “programma di partito” … Un partito, se posso osare, riformista, che si illude di poter modificare dall’interno e gradatamente il gioco perverso d’una scrittura pianificata sul conto delle entrate e delle uscite, e svuotata di ogni eccesso … E per di più, appunto, un partito che fa tabula rasa d’ogni memoria “altra”; e non a caso si cita, come tradizione da rispettare, il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa anziché il suo oppositore più accanito, Gadda … [ma ho fatto qui la mia critica creativa al NIE].

    Complimenti.

    ng

  4. […] dall’inutile saggio lessicale di Alberto Sebastiani, alleato dei Wu Ming, Le parole in pugno, che qui abbiamo aspramente […]

  5. effeffe ha detto:

    ci sono degli eccellenti testi di critica letteraria, com questo, ( http://www.ospiteingrato.org/Recensioni/Non_siamo_gli_ultimi.html ) e che nessuno qui si fila. Ecco, io credo che le energie degli attenti lettori vadano consacrate a quanto di buono c’è e nessuno lo sa, piuttosto che a quanto (a parer degli stessi) buono non è e nessuno lo saprebbe. effeffe

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: