La sospensione – La modificazione di Michel Butor e Un uomo che dorme di Georges Perec

Sospensione e modificazione: Michel Butor, La modificazione (1957).

Trad. it. Sergio Claudio Perroni, edizioni Fandango Libri, pp. 270, € 18

Trad. it. Sergio Claudio Perroni, edizioni Fandango Libri, pp. 270, € 18

Se sei entrato in questo scompartimento è perché alla tua sinistra hai visto libero il posto di corridoio nel senso di marcia, lo stesso posto che se ci fosse stato ancora tempo per prenotare avresti come al solito fatto chiedere da Marnal, anzi no, che avresti prenotato tu stesso per telefono, perché alla Scabelli nessuno doveva scoprire esser Roma la meta di questa tua fuga di pochi giorni.

Léon Delmont viaggia spesso in treno da Parigi a Roma come dirigente della Scabelli – ditta di macchine da scrivere. Ma il viaggio che sta intraprendendo è diverso dagli altri: va a Roma all’insaputa della ditta – e ha a fatica motivato il perché di quel viaggio non ordinario per orario di partenza e periodo (il weekend) alla moglie Henriette – e all’insaputa della stessa Cécile, l’amante parigina che vive e lavora a Roma, che Léon intende raggiungere per dirle di essere pronto a lasciare moglie e figli e a vivere con lei a Parigi. Nessuno sa del motivo di questo viaggio: Léon è solo, per ventuno ore, con i suoi ricordi e le sue speranze, sospeso tra Parigi e Roma, tra Henriette e Cécile, in un lasso di spazio-tempo non ordinario, che è già oltre i confini della sua vita di normale padre di famiglia.

Un viaggio lungo, in cui il presente è dilatato oltremisura ma anche delimitato spazialmente dal posto a sedere in una carrozza di terza classe, dal vagone ristorante, dal tragitto. Da un lato, il passato dei bei ricordi (Cécile a Roma) e quello ormai appesantito (Henriette a Parigi); dall’altro lato, il futuro progettato (Léon che fa la sua proposta a Cécile) in piccole scene prolettiche a Roma. Tutto meditato fino a un certo punto, quando le scansioni temporali cominciano a rimescolarsi: il passato (Léon e Henriette a Parigi) incombe come futuro (Léon e Cécile a Parigi) che è già stato vissuto in una traccia passata (Cécile va a trovare Léon a Parigi), il futuro (scene prolettiche a Roma tra Léon e Cécile) ritorna come passato (viaggio di nozze di Léon con Henriette a Roma), il passato (Henriette) lascia intravedere qualche nuovo futuro (Appena potremo, torneremo – è ciò che Léon dice a Henriette rientrando a Parigi da Roma, dopo il viaggio di nozze). Qualcosa è accaduto durante il viaggio, nel presente sospeso, qualcosa che spezza la linea delle intenzioni di Léon e apre una voragine esistenziale e temporale che non è possibile richiudere.

Il romanzo è scandito in tre parti: nella prima parte Léon è sicuro di sé, ben intenzionato ad andare a vivere con Cécile a Parigi; nella seconda parte si comincia a intravedere qualche crepa che spezza la linea delle intenzioni di Léon e rende tortuoso il ripercorrere i ricordi; nella terza parte i ricordi passati e le scene prolettiche si mescolano al punto di far ritornare continuamente Léon nel presente. Le tre parti sembrano definirsi come tre fasi segmentabili nella punta finale del sonno in treno: una prima fase del sogno, una seconda fase tra il sogno e la veglia in cui i rumori esterni irrompono nel sogno, una terza fase di risveglio a causa dei rumori. Nella prima parte, i ricordi e le scene prolettiche appartenenti al “sogno” di andare a vivere con Cécile sembrano essere dei momenti selezionati che descrivono un rettilineo che conduce da Parigi a Roma, da Henriette a Cécile, proprio come il tragitto del treno. Nella seconda parte, i rumori esterni risuonano sotto l’aspetto di propositi non ancora dichiarati: nessuno, infatti è a conoscenza dell’intenzione di Léon:

Urgeva scegliere fra quelle due donne, o, più esattamente, giacché sulla scelta non sussisteva il minimo dubbio, urgeva trarre le conseguenze di tale scelta, dichiararle, ufficializzarle…

Poi, dopo alcuni bei ricordi con Cécile, un rumore esterno nello spazio-tempo presente:

Un uomo che avanza nel senso di marcia del treno si affaccia nello scompartimento, poi prosegue, certo di essersi sbagliato.

È a questa immagine che si associa, per la prima volta, il ricordo del viaggio di nozze con Henriette, quando, alla ricerca dei posti in terza classe,

… tu andavi comunque aprendo tutti i portelli (agevolmente, mentre adesso non hai già più la forza di allora), infilavi la testa negli scompartimenti e subito la ritraevi come quel tale accorgendoti di aver sbagliato.

Così, più avanti, il ricordo del viaggio in treno con Cécile da Roma a Parigi, e il ricordo di Cécile a Parigi che rende più fosca la certezza del futuro insieme.

Nella terza parte il dormiveglia viene continuamente interrotto da rumori esterni – proprio come accade a chi si addormenta in treno – che destano del tutto Léon dalle sue certezze:

Quindi hai dormito più di quanto credessi. Ah, se proprio non puoi impedirlo, questo sonno coi suoi sogni brutti e ostinati, allora converrebbe che almeno seguitasse, che la piantasse di interrompersi così, in continuazione, lasciandoti nella testa e nelle viscere i suoi miasmi deleteri, il suo sapore di veleno!

Léon riprende tutto dall’inizio, riparte dai luoghi, associando Roma all’amore, alla felicità e alla fuga, e Parigi al non-amore, all’infelicità, alla prigione, pensando a un romanzo da scrivere su queste passioni, come una mise en abyme nella voragine che si è aperta nella seconda parte.

È questa passaggio da uno stadio all’altro, da una fase all’altra, la modificazione del titolo, una trasformazione sensibile-intellegibile di un tragitto lineare tra due stazioni, o poli, (Parigi e Roma, Henriette e Cécile, famiglia e amante, non-amore e amore, ecc.) che costituiscono la struttura formale. Durante il percorso, l’incontro con immagini, buchi, rumori esterni trasforma il tragitto lineare in tortuoso, quasi labirintico, fino a trovare una via d’uscita nel presente stesso in cui “lasciare le cose come stanno”.

Michel Butor

Michel Butor

Una medesima scena che si ripete a partire dallo stesso punto (l’uscita di Cécile da Palazzo Farnese, dove lavora) esemplifica al meglio le tre fasi di questo passaggio: si tratta di tre scene prolettiche in cui Léon immagina di attendere Cécile per rivelarle il suo desiderio di vivere insieme a Parigi.

Prima parte. All’una, nella piazza di Palazzo Farnese, Cècile, uscendo dal portone, stavolta ti cercherà con lo sguardo, e sarà durante il pranzo, per esempio al ristorante Tre Scalini, in Piazza Navona, l’antico Circo di Claudio, ammirando la cupola e i campanili ellittici del Borromini, protesi verso l’alto sull’onda delle linee allungate dell’intera piazza, e l’acqua zampillante della fontana dei quattro grandi fiumi, il Danubio, il Nilo, il Gange dal naso camuso, ribaltato per lo stupore, e il Rio della Plata di cui non si vede il viso, appena intuibile sotto il velo che lo copre, i quattro giganti di marmo bianco che coi loro gesti ruotano come una spirale intorno al masso su cui poggia l’obelisco di granito rosa, che arrotolando con la forchetta le tagliatelle le spiegherai il motivo del tuo viaggio, le dirai che stavolta sei venuto non per la Scabelli bensì e soltanto per lei, che le hai trovato un lavoro a Parigi, che anziché all’Hotel Quirinale starai da lei e con lei, ragion per cui occorrerà innanzitutto, nelle prime ore del pomeriggio, andare a parlare con la signora Da Ponte, poi ritirare la tua valigia dal deposito bagagli, e soltanto allora, senza più nessuna premura, potrete entrambi, tenendovi per la vita come due ragazzi, godervi le bellezze di Roma, i suoi monumenti e i suoi alberi, le sue strade…

Léon è risoluto nelle sue intenzioni, anche di pernottare nella stanza accanto a quella di Cécile (la signora Da Ponte è la proprietaria dell’appartamento dove alloggia Cécile). Tale sicurezza risuona nella descrizione dello spazio circostante, protesi verso l’alto sull’onda delle linee allungate dell’intera piazza, come in un dipinto paesaggistico con tutti i dettagli ben rappresentati, la cui funzione non è solo estesica, dato che Léon ha scoperto e si è innamorato di Roma grazie a Cécile, che si è prestata come guida turistica.

Seconda parte. Quando Cécile uscirà da Palazzo Farnese lunedì sera, ti cercherà con lo sguardo, ti scoprirà accanto a una delle fontane a forma di vasca, intento ad ascoltare il suono dell’acqua scrosciante mentre la guardi avvicinarsi nella penombra, attraverso la piazza quasi vuota, poiché a quell’ora in Campo dei Fiori non ci saranno più ambulanti, e solo quando avrete raggiunto Corso Vittorio Emanuele ritroverete le luci e il movimento della grande città, con il rumore dei tram e le insegne al neon; ma ancora mancherà un’ora alla cena, quindi è probabile che ignoriate quell’itinerario troppo breve e vi incamminiate piuttosto, lentamente, nel lungo e tortuoso dedalo di stradine semibuie, con te che d’un braccio le cingerai la vita o le spalle (…) e vi immaginerete in quella vasta folla di innamorati come in un bagno di giovinezza, e ve ne andrete lungo il Tevere, appoggiandovi di tanto in tanto ai parapetti per rimirare i riflessi tremuli sull’acqua bassa e nera, mentre dai barconi dove si balla si leverà a raggiungervi una musica mediocre sospinta dalla brezza fresca, fino al ponte Sant’Angelo, le cui statue così puramente tormentate, così bianche di giorno ti parranno strane macchie d’inchiostro coagulato, poi, per altre strade semibuie, vi spingerete ancora una volta sino alla spina dorsale della vostra Roma, sino a piazza Navona, dove la fontana del Bernini sarà illuminata, e prenderete posto, se non sulla terrazza, troppo fresca a quell’ora (…) e racconterai a Cécile in ogni minimo dettaglio ciò che avrai fatto nel tuo pomeriggio solitario (…) anche per poterle parlare un’ultima volta di Roma, a Roma, con lei.

Dal tragitto lineare verso il ristorante, il percorso nel lungo e tortuoso dedalo di stradine semibuie segnala già un cambiamento nel paesaggio, al quale si aggiunge una trasformazione nello stato dell’arte, delle bellezze romane, con le statue che ti parranno strane macchie d’inchiostro coagulato, e poi l’incombente sensazione di nostalgia per Roma, sapendo di non poter più essere a Roma con Cécile, una volta che i due vivranno insieme a Parigi. Il suono dell’acqua scrosciante e Cécile che si avvicina nella penombra, poi le stradine semibuie e una musica mediocre già si presentano, in questo passo che è all’inizio della seconda parte, come piccoli indizi di rumori esterni e foschie di memoria a venire.

Terza parte. Lunedì sera, quando Cécile uscirà da Palazzo Farnese, ti cercherà nel buio con lo sguardo, ti scoprirà accanto a una delle fontane a forma di vasca, ad aspettarla con una certa apprensione, poiché sarà di lì a poco, durante la cena al ristorante Tre Scalini, che dovrai confessare e affrontare il penoso chiarimento, poiché, lo sai bene, sarà impossibile non dirle ancora niente, lasciarle ancora sperare che prenderai la tua decisione, immaginare che tu stia ancora cercando la sistemazione per lei a Parigi, che tu sia sul punto di trovarle qualcosa, quando invece non cercherai più, quando invece avevi già trovato. A quel punto sarà impossibile non dirle, nel momento in cui starai per lasciarla, (…) che hai rinunciato, impossibile non tentare di spiegarle per quali motivi si sia prodotta questa modificazione, allo scopo di farle abbandonare qualsiasi speranza in tal senso (…)

Da Cécile che avanza nella penombra a Cécile che cerca Léon nel buio, e, soprattutto, al passaggio brusco, dal futuribile a presente, dalla cena al ristorante Tre Scalini al presente sospeso di Léon in treno: lo sai bene, sarà impossibile ecc. e per quali motivi si sia prodotta questa modificazione, dove l’inciso e questa modificazione non si riferiscono allo spazio-tempo di Léon con Cécile ma esattamente allo spazio-tempo del presente sospeso di Léon in treno. In questo modo è dal futuro della scena prolettica che si ritorna nel presente, al punto d’origine del tragitto mentale-passionale e nel luogo in cui concretamente avviene la trasformazione sensibile-intelligibile. Chiaramente, per Léon, si tratta di illusioni (…) sfumate, come immagini in un sogno.

Sospensione e indifferenza: Georges Perec, Un uomo che dorme (1967).

trad. it. Jean Tallon, postfazione di Gianni Celati, edizioni Quodlibet, pp. 170, € 12.50

Trad. it. Jean Tallon, postfazione di Gianni Celati, edizioni Quodlibet, pp. 170, € 12.50

Poi, il giorno dell’esame arriva, e tu non ti alzi. Non è un gesto premeditato, d’altronde non è neanche un gesto, un gesto che non fai, dei gesti che eviti di fare. (…) La sveglia suona e tu non ti muovi di un centimetro, continui a stare a letto e richiudi gli occhi.

Uno studente di venticinque anni, il giorno di un esame, invece di alzarsi al suono della sveglia, rimane a letto. Comincia una serie di “non-fare” che modalizza una progressiva eliminazione di ogni gesto o azione ordinaria: non ti muovi… non dirai… non prenderai mai la laurea… non ti lavi, a malapena ti vesti… non vai fuori dall’aula… non vai al caffè… resti disteso sulla tua panca stretta… non hai voglia di vedere nessuno…

Atarassia, imperturbabilità agli eventi e alle cose quotidiane, della propria vita quotidiana, quale primo stadio per via di negazione di una condizione di riscoperta della propria assenza:

Ciò che ti turba, che ti scuote e spaventa, ma a volte ti esalta, non è tanto il carattere repentino della tua metamorfosi, quanto la sensazione vaga e pesante che le cose non stiano così. Visto che tu, per l’appunto, sei così da sempre e non è cambiato nulla, anche se te ne rendi conto soltanto adesso: questo nello specchio incrinato non è il tuo nuovo volto, sono le maschere a essere cadute…

Dalla progressiva eliminazione di gesti e azioni ordinari il giorno dell’esame, alla definizione di una modalità esistenziale del “non-essere” che permette di ripiegare su di un “fare” del tutto nuovo, del tutto diverso, che viene a definirsi in campagna, nei pressi di Auxerre, dove vivono i genitori dello studente, in una rinnovata attenzione per dettagli e particolari solitamente trascurati:

Soltanto un insetto, una pietra, una foglia caduta o un albero talvolta ti incantano; a volte stai delle ore a guardare un albero, a descriverlo e a sezionarlo: le radici, il tronco, i rami, le foglie, ogni foglia, ogni nervatura, e ancora ogni ramo, il gioco infinito per le forme più varie che il tuo avido sguardo suscita o elemosina: viso, città, dedalo, sentiero, oppure cavalcate e blasoni. Man mano che la tua percezione si affina, diventa più duttile e paziente, l’albero esplode per poi rinascere con mille sfumature di verde, mille foglie identiche eppure differenti.

Georges Perec

Georges Perec

Esercizi preliminari di osservazione in un movimento desiderante divenire-albero, voler essere albero, che apre alle passeggiate infinite e sempre più casuali, imprevedibili per le strade di Parigi, alle immaginifiche visioni nel chiuso della propria stanza. Una sospensione dal “dover-essere” e dal “voler-essere”, che richiede una rigorosa rieducazione allo sguardo e al camminare. È infatti su questi precisi aspetti che si definisce questo radicale essere-sospesi: l’uomo comune cammina in certi modi, a testa alta o a testa bassa, rapidamente o lentamente, sbuffando o fischiettando, ma sempre tracciando traiettorie precise del suo percorso, nella tensione di congiunzione di due poli, una stazione iniziale e una stazione terminale. Diversamente, bisogna re-imparare a passeggiare per essere un flaneur, a dimenticare – per così dire – la segnaletica che è già la strada:

Sei solo. Impari a camminare da uomo solo, ad andare a zonzo, a tirar tardi, a vedere senza guardare e a guardare senza vedere. Impari la trasparenza, l’immobilità, l’inesistenza. Impari a essere un’ombra e a guardare gli uomini come se fossero pietre.

Il passeggiare sospesi e trasparenti, invisibili, conduce all’affiorare di particolari ordinari della vita quotidiana, a configurare sullo stesso piano questi particolari e ogni altro generale su una superficie dove sono abolite profondità e gerarchie di livelli. Così la lettura di le Monde a un caffè avviene riga per riga, sistematicamente. Eccellente esercizio. È questa la pratica dell’indifferenza, non un “levare di senso”, eliminare il senso o vedere il non-senso delle cose, come se si trattasse di pensare e di credere di vivere nell’insensato, nell’assurdo. Al contrario, è proprio il processo della sospensione, l’esercizio della trasparenza, a permettere di incontrare finalmente tutto quel surplus di senso in cui viviamo. Non è che c’è poco senso o nessun senso nelle cose, al contrario ce n’è sempre troppo. L’indifferenza, allora, è un “levare il senso”, sollevarlo dalle profondità in cui viene relegato alla superficie dove si muove lungo concatenamenti indefinibili e sempre ricombinabili; né un ritorno a un naturalismo primordiale né la identificazione con l’oppositore, con la ribellione sociale:

L’indifferenza non ignora il mondo, né nutre nei suoi confronti ostilità. Quello che ti proponi non è di riscoprire le sane gioie dell’analfabetismo, bensì di leggere senza dare alle tue letture nessuna importanza particolare. Quello che ti proponi non è di andare nudo, bensì di vestirti senza che ciò debba implicare ricercatezza o trascuratezza; quello che ti proponi non è di lasciarti morire di fame, bensì unicamente di nutrirti. Non che tu voglia compiere tali atti in uno stato di totale innocenza, ché innocenza è parola troppo grossa: vuoi solamente, semplicemente (ammesso che questo “semplicemente” possa avere un senso) lasciarli in un terreno sgombro da ogni valore, un terreno neutro, evidente, palese, fattuale e non riconducibile a nient’altro, ma soprattutto non funzionale, poiché il funzionale è il peggiore di tutti i valori, il più subdolo e il più compromettente: che quindi non ci sia altro da dire se non: leggi, sei vestito, mangi, dormi, cammini, e che queste siano azioni, gesti, ma non prove e non monete di scambio…

Non si tratta di negare ogni senso, ma di negare solo quegli orientamenti, o valori, funzionali, cioè lineari, già definiti, consequenziali. Si afferma, al contrario, la potenza di ogni possibile concatenamento, non riducibile a uno scambio, ma che non cessa di spostarsi, di muoversi, di compiere un esercizio a fin di niente, come nel giocare da solo con le carte al solitario.

Nella postfazione all’edizione italiana, Gianni Celati sottolinea il riferimento al Bartleby di Melville. Ma vi sono tuttavia almeno due limiti che non conducono alla soglia della piena potenza, come quella espressa da Bartleby nel racconto di Melville, e dal quale il personaggio di Perec, in una sospensione nell’indifferenza che cerca e non trova via d’uscita, è in qualche modo differente. Innanzitutto la mancanza di un’interazione qualsiasi, verbale e non-verbale che laceri il tessuto linguistico e sociale ordinario cui appartengono gli altri, che crei un vuoto nel linguaggio come l’oblio crea un vuoto nella memoria non nel senso di una mancanza ma nel senso di una potenza a-venire; in secondo luogo nel racconto di Melville il punto di vista è esterno a Bartleby, come sanzionando l’impossibile venire a contatto con questo personaggio misterioso, mentre nel racconto di Perec il “tu” sostituisce l’“io” per separare il personaggio da se stesso e tentare una connessione con la realtà altra del lettore.

Che cosa fa, infatti, alla fine un uomo che dorme? L’indifferenza conduceva fin dall’inizio verso una qualche ricerca che non si può compiere:

L’indifferenza è inutile. Puoi volere o non volere, che importanza ha? Fare o non fare una partita a flipper, ci sarà comunque un altro che infilerà una moneta da venti centesimi nella fessura della macchinetta. Puoi credere che consumando ogni giorno lo stesso identico pasto compi un atto risolutivo. Ma il tuo rifiuto è inutile. La tua neutralità non significa niente. La tua inerzia è altrettanto vana della tua rabbia. (…) Ma niente è accaduto: nessun miracolo, nessuna esplosione.

Alla fine si va dunque cercando un ancoraggio cosmico, un punto generale di valorizzazione collettiva, sociale, che ovviamente non può collimare con il percorso intrapreso dal flaneur. Questi è estraneo al mondo, ma sente nello stesso tempo il bisogno che il mondo non sia del tutto estraneo a lui: l’indifferenza non ignora il mondo; è questa la tensione che non lo “lascia vivere” e che non gli permette, come credeva e pensava, la ri-presa del mondo, di ri-appartenere al mondo, sentendosi padrone del mondo:

Il mondo non si è mosso e tu non sei cambiato. L’indifferenza non ti ha reso differente.

È come se non si riuscisse a concentrarsi nella piena potenza e a tracciare una linea di fuga radicale, e, in rapporto con l’Altro, si sentisse tutto il contrappeso della propria condizione inerziale, lo svantaggio acquisito, in un certo senso “il tempo perso”.

Epilogo.

In Un uomo che dorme, come ne La modificazione, il rilancio temporale ed esistenziale nella sospensione conduce a intraprendere due percorsi: nel romanzo di Butor si ha un percorso del cambiamento dello stile di vita in rapporto a un tentativo di ridefinzione temporale del passato a partire dal futuro, che si rovescia in una riconfigurazione del futuro a partire dal passato; nel racconto di Perec la ricerca di una sorta di stasi scettica, cominciando dalla sospensione del proprio presente, dalla negazione del proprio fare e del proprio essere ordinari, passando per la riaffermazione della propria assenza nel mondo in un gioco in cui il desiderio trasparente, invisibile, di essere-nel-mondo non riceve l’adeguato feedback, non può ricevere il giusto riconoscimento (diversamente da un albero, che tutti riconosciamo come albero – che lo si pensi come essere vivente o come cosa qualsiasi). Ma in entrambi i casi non si può che ritornare al presente, e cercare nelle cose del presente la propria modificabile condizione di vita. Una lezione, forse, meno immaginifica della radicale impressione di Bartleby; e, nel caso di Perec, anche un interrogativo critico al rischio di una simile impresa solitaria.

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7 Responses to La sospensione – La modificazione di Michel Butor e Un uomo che dorme di Georges Perec

  1. guido canciani ha detto:

    Complimenti per il blog “marxista – mandrakista”!
    Ci sono arrivato cercando cose su Butor (potente e vertiginoso poeta, amico e collaboratore di quel grande musicista che è stato Henri Pousseur)e mi ha colpito lo spirito ed il taglio del blog.
    Grazie e buon lavoro.
    Guido Canciani

  2. Paolo Pera ha detto:

    Molte grazie, come avrai notato, siamo andati in vacanza per un mese.
    Su Butor: non sono un grande conoscitore delle sue opere. L’articolo l’ho scritto per sottolineare (a me e ad altri) le differenze tra lui e Robbe-Grillet.
    Grazie e a presto

  3. Flavio Ferrarese ha detto:

    La chiave di lettura de “La modificazione” è stata davvero illuminante, per la comprensione del testo in questione di Butor. E non nascondo che mi sto procurando “Un uomo che dorme” (di Perec) spinto dall’interesse che mi ha suscitato la lettura dell’ ‘analisi’ da voi fatta.

    Il blog in sé è stato una piacevole scoperta e sarà sicuramente fonte di ispirazione, per quanto mi riguarda.

    Grazie davvero.

  4. Capannelle ha detto:

    Grazie a te per aver trovato il nostro blog. Consiglierei una lettura simultanea de “Un uomo che dorme” e “La bottega oscura. 124 sogni”, edito nel 2011 da Quodlibet.
    A presto.

  5. TrainBookCrossing ha detto:

    […] che ne dice? ci sarebbe da scrivere assai. Ma stia tranquillo, come sa sono molto lenta.) https://labattagliasoda.wordpress.com/2009/08/02/la-sospensione-–-la-modificazione-di-michel-butor-… Share this:TwitterFacebookLike this:LikeBe the first to like this […]

  6. Musette ha detto:

    Ho scoperto questo blog oggi, mentre scrivevo della Modificazione, che ho appena letto e mi ha molto colpita. Mi sono permessa di citare quest’articolo in fondo al mio post. Spero non Vi dispiaccia. Appena avrò imparato a mettere i link, vi inserirò tra i blog preferiti.
    Grazie,
    Musette

  7. Capannelle ha detto:

    Certo che non ci dispiace! E complimenti per il tuo blog.

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