Paradossi della rivoluzione e ritornelli politici. Da Jean-Paul Sartre a Glauber Rocha passando per il Che

L’atto rivoluzionario e la legge dialettica.

Che cosa vi aspettavate quando scioglieste il bavaglio che aveva reso mute le loro bocche? Che cantassero le vostre lodi? Pensavate che quando quelle teste che i nostri padri avevano piegato al suolo si sarebbero risollevate, avreste trovato adorazione nei loro occhi?

Stokely Carmichael

Stokely Carmichael

La citazione è presa di Potere nero, intervento di Stokely Carmichael al congresso sulla Dialettica della liberazione, tenutosi a Londra nel 1967. Questo intervento è stato ora ripubblicato insieme a quelli di Bateson, Goodman, Marcuse e Sweezy sul numero 110-111, Agosto-Settembre, de Lo straniero, la rivista diretta da Goffredo Fofi. Una selezione che ha un certo interesse, non tanto perché in queste pagine qualcuno possa ritrovarsi la sua coscienza-specchio e decidere di lottare per la salvezza dell’Umanità, quanto perché già emergono alcuni ritornelli della sinistra rivoluzionaria, da quella liberal a quella comunista: ritornelli non solo del passato, ma qualcuno ancora del presente. Si legga, per esempio, l’intervento di Marcuse: l’esordio è straordinariamente intriso di contestazione giovanile americana: sono molto contento di vedere qui dentro tanti fiori; questa è la ragione per cui voglio rammentare che i fiori, in se stessi, non hanno alcun potere…; e così verso la fine, prima di concludere voglio dire il mio pensiero sugli hippies: dinnanzi a una lettura che un cinico o testardo potrebbe definire scarsamente politica, Marcuse non manca mai di illustrare la legge dialettica fondamentale di ogni atto rivoluzionario: l’uomo contro la struttura. Tutte le rivolte, le proteste e le contestazioni sono racchiuse in questa legge, che è, appunto, una legge dialettica. Contro la disumanità delle strutture, delle istituzioni e degli apparati di dominio, di disciplina e di controllo, la dialettica è liberazione: lottare per la liberazione dell’uomo. Non è un caso se i testi di Marcuse godono ancora di una certa diffusione.

Herbert Marcuse

Herbert Marcuse

Carmichael, a sua volta, è convinto di questo, che l’atto rivoluzionario è un atto dialettico. In più, poiché parla a nome dei neri, rammenta quella che potremmo definire “la rivendicazione della trascendenza”, cioè la sintesi per sé cui mira l’atto dialettico della negazione: noi stiamo lavorando per far crescere una coscienza rivoluzionaria nei neri d’America, insieme con il Terzo Mondo. Opera, questa, ormai tramontata, la creazione, appunto, di un’opera – il divenire-società dell’arte, o la politicizzazione dell’estetica, come movimento contrario a quello reazionario del divenire-arte della società, ovvero dell’estetizzazione della politica. Un’opera potrebbe essere in qualche modo differente da una critica, se s’intende con critica l’operazione di sconvolgimento, decostruzione, distruzione della società-sistema Nemico dal suo interno. In Carmichael l’atto rivoluzionario dialettico compie inevitabilmente un’opera critica:

non è che il nostro scopo sia quello di costituire una comunità nera dove, al posto di padroni bianchi, padroni neri controllino la vita delle masse nere, e dove il denaro vada nelle tasche di pochi uomini neri; noi vogliamo che il denaro vada nelle tasche di tutti.

O tornando a Marcuse:

Un radicale mutamento della società è oggettivamente necessario, nel senso che è l’unica possibilità per salvare la libertà dell’uomo, e anche nel senso che possiamo ora utilizzare ai fini della libertà grandi risorse tecniche e materiali.

La creazione dell’Opera passando per l’opera critica è condizione necessaria per la rivoluzione secondo la legge dialettica. Scopriamo così l’arcano tra i rivoluzionari: tutti sono d’accordo sul fine, l’Opera, quasi nessuno è d’accordo sui mezzi, l’opera critica – già sulla critica vi sono differenti posizioni.

Ma torniamo alla citazione iniziale, che non proviene da Carmichael, ma che questi riprende da Frantz Fanon, che a sua volta la riprende dall’alfa di numerose leggi dialettiche e di atti rivoluzionari: Jean-Paul Sartre – più precisamente, dal celebre saggio Orfeo Negro (in Jean-Paul Sartre, Che cos’è la letteratura?, pp. 377-416). Si scopre così un secondo arcano: per tutti quelli che intendono diventare rivoluzionari, o avvicinarsi alla professione del rivoluzionario, o vorrebbero comprendere di più dei rivoluzionari, consiglio vivamente di lasciare Marx e leggersi Sartre (e anche un po’ di Marcuse). Oltre alle novità linguistiche e intellettuali che provengono da Foucault e da Deleuze – molto di meno da quest’ultimo – il gesto rivoluzionario, qualunque esso sia, che è il vero gesto che conta per il rivoluzionario di professione – che di teorie ne ha fin troppe – ha sempre in Sartre la sua enciclopedia e tassonomia. Giù la testa, coglioni è atto performativo ben poco maoista e molto sartriano; basti ricordare l’epilogo de La morte dell’anima.

Poetica e dialettica secondo Sartre.

Jean-Paul Sartre

Jean-Paul Sartre

In Orfeo negro la legge dialettica dell’atto rivoluzionario è splendidamente tracciata nel gesto del poeta della negritudine. E poiché si parla di poesia, la lingua, in particolare la lingua francese, non può che essere al centro delle preoccupazioni. L’atto dialettico si fa e disfa nella lingua francese in tre fasi:

  • Tesi: la lingua francese ufficiale è “naturale”, neutra, pallida e fredda. Vi è un’armonia prestabilita, convenzionale dal punto di vista sociale, nei rapporti fra il verbo e l’Essere. Sembrerebbe una posizione normativista (la lingua è fatta di norme, leggi, istituzioni) e realista (le parole sono le cose): la parola è illuminata, vi è, da parte dei francesi, confidenza cieca nelle parole – confidenza più da fiducia nelle istituzioni, confidenza politica, piuttosto che confidenza amichevole o amorosa, il che implicherebbe il sussurrare, il mormorio, il non-dicibile, una spirale intraprendente che già provvederebbe a distruggere la Tesi.
  • Antitesi: l’Essere è silenzio, impotenza verbale, densità silenziosa, forzatura linguistica. La poesia è una camera oscura dove le parole si urtano fra loro in giri folli: ecco qui la spirale intraprendente in forma di piccoli vortici. Ogni componimento poetico è un vortice. Ma quale sentimento si nutre poeticamente per Essere e nel linguaggio? Un sentimento inevitabilmente contraddittorio – nonché dialettico – ossia violento: un sentimento che cerca linguisticamente di ri-essere, movimento nel quale i poeti della negritudine de-francesizzano la lingua francese in un’elevata superlingua solenne e sacra, la Poesia: la Poesia è la dimensione fatta di una molteplicità di vortici in cui si comunica la negritudine. La negritudine è pertanto una forte presa di coscienza politica che fa poesia e disfa linguaggio.
  • Negazione della negazione: il rivoluzionario negro è negazione perché vuole essere miseria pura: per costruire la sua Verità deve prima distruggere quella degli altri. Non vi è via d’uscita. Si ritorni brevemente a Marcuse: in un modo più schematico possiamo dare una formulazione di questa dialettica in termini di circolo vizioso. Il passaggio dalla servitù volontaria (come esiste in gran parte nella società opulenta) alla libertà, presuppone l’abolizione delle istituzioni e dei meccanismi della repressione. Si consideri quindi il seguente passo in Sartre: il negro deve morire alla cultura bianca per rinascere all’anima negra (…). Un simile ritorno dialettico è mistico, implica necessariamente l’adozione di un metodo (…) una cosa sola con chi lo applica: è la legge dialettica delle trasformazioni successive che condurranno il negro a coincidere con se stesso nella negritudine. Si ottiene quindi la seguente equivalenza: Essere = Negritudine. Ecco l’atto di “rivendicazione della trascendenza”, la Terra Promessa dell’esodo dei neri: l’Africa, l’ultimo cerchio, ombelico nero, polo di tutta la poesia negra, l’Africa luminosa… può essere un’immagine poetica, ma il fatto che questo momento negativo non ha una propria autonomia (…). Così la Negritudine esiste per distruggersi è un prodotto della dialettica. Con questo risultato, la Terra Promessa resta la rivendicazione della trascendenza di un esodo che non ha mai fine.

Circolo vizioso, ritorno dialettico sono diagrammi esemplificativi del moto ricorsivo, del ritornello che affascina ogni sinistra rivoluzionaria. Così si potrà dire che in ogni rivoluzionario, o meglio in ogni atto rivoluzionario, c’è sempre della dialettica.

Poetica e dialettica secondo Rocha.

Oggi, quando la mise-en-mort del Che si fa leggenda, è impossibile negare, Tricontinentale, che la poesia è una praxis rivoluzionaria.

Glauber Rocha

Glauber Rocha

Lino Miccichè sceglie questa citazione da Galuber Rocha per il suo saggio introduttivo alla raccolta selezionata di scritti sul cinema del grande cineasta brasiliano. In questi articoli (Glauber Rocha, Scritti sul cinema, La Biennale Venezia, 1986) è tracciato un movimento di superamento, o si potrebbe anche dire di ricollocamento della legge dialettica, per la verità non nuovo negli scritti di cineasti sul cinema (si pensi a Dziga Vertov e al suo ricollocamento della legge dialettica in una materialità che Deleuze ha definito gassosa di punti di vista, al grido: “date a tutti i kinoki una cinepresa!”). Già dalla citazione di sopra, cominciare dalla fine, dalla morte del Che, che è morte dell’atto rivoluzionario dialettico, ma ancora meglio è divenire-leggenda di questo stesso atto, e quindi non sua morte ma farsi trascendenza dell’atto stesso, non più solo del suo Esodo; già in questa citazione – per altro di uno degli ultimi scritti di Rocha – si può intravedere un qualche movimento di distacco, un tentativo di andare oltre e di resistere alla dialettica.

Prendiamo una questione specifica, come se si trattasse di leggere una polemica tra Sartre e Rocha. A Sartre che afferma il rivoluzionario negro (…) per costruire la sua Verità deve prima distruggere quella degli altri, Rocha ribatte polemizzando indirettamente con Sartre e direttamente con Godard: la rottura di Godard aveva uno stampo nihilista (je ne crois plus, en quoi je dois croire?), era una démarque di carattere molto più esistenziale che politico. Per me era anche una questione esistenziale, ma il problema dell’opportunità e della responsabilità politiche era molto più urgente.

A Sartre e ai sartriani che affermano più esistenza meno politica e sperimentano il divenire-politico dell’esistenza (tutto è politica), Rocha ribatte affermando più politica e meno esistenza e sperimenta un divenire-esistenza della politica (tutto è esistenza). Paradossalmente, Rocha è più godardiano di Godard.

Rocha è d’accordo sul fatto che bisogna fare molta attenzione alla legge dialettica. Ma, da cineasta, interpreta innanzitutto la legge dialettica come la legge della sopravvivenza. Questa legge regola l’atto della sopravvivenza, la necessità di costruire un sistema produttivo e distributivo proprio, per poter essere politicamente indipendenti, dunque per poter liberare l’atto creativo. Vi sono due ritornelli che seguono questo movimento: il ritornello terzomondista e quello nazionale. Il primo ribadisce la necessità di un movimento creativo, poetico indipendente del cinema del Terzomondo, il secondo si attiva per costruire un mercato nazionale per far circolare i film indipendenti. Riassumendo con Rocha:

La critica non ha mai capito – e quella brasiliana meno ancora di quella internazionale – che la dialettica nel cinema sta proprio nella proliferazione degli stili individuali all’interno di una strategia economica e politica più grande.

Talmente più grande che Rocha, nella lettera ad Alfredo Guevara, immagina il Cinema Novo brasiliano nella Terra Promessa: in questo momento so che il Cinema Novo è finito e che la nostra creazione artistica sarà possibile solo dopo la rivoluzione socialista.

La legge dialettica è la legge della sopravvivenza che regola l’atto trasformativo di attori e spazi istituzionali. L’atto rivoluzionario, da questo punto di vista, può essere declinato in rapporto ai ritornelli di prima come segue: riguardo al Terzo Mondo si tratta di liberare l’atto creativo, l’atto poetico, la poesia; riguardo al mercato nazionale si tratta di articolare, costruire, dare una mano a forgiare quel popolo che ancora manca, per via di un sistema economico autonomo, perché l’atto rivoluzionario possa essere pienamente dialettico. La lettera ad Alfredo Guevara prosegue, infatti, in questo modo: il cinema non fa la rivoluzione: il cinema è uno degli strumenti rivoluzionari e per questo deve creare un linguaggio latino-americano, liberatorio e rivelatore.

Lo strumento rivoluzionario è la macchina produttiva-distributiva del cinema. Questo strumento rivoluzionario deve riuscire a liberare poesia. Ma la poesia, l’atto creativo, è la proliferazione degli stili individuali che sta dentro quella strategia politico-economica. Rocha scrive una storia del cinema brasiliano che è storia di stili individuali, di poetiche d’autore che lottano per affermarsi in un territorio colonizzato da stili, generi e poetiche imperiali (quelle soprattutto del cinema hollywoodiano).

Ma rispetto all’atto trasformativo, che è variabile dipendente dalla legge dialettica e dalla capacità di agire rivoluzionario, l’atto poetico è una sorta di variabile indipendente. Da un punto di vista della critica, per esempio, la poetica degli autori è applicabile al cinema hollywoodiano o al cinema europeo. Rocha ha scritto delle splendide analisi dei film di Visconti. La critica non va fatta in direzione di un’opera critica, ma già in quanto orientata alle opere dei differenti autori. Vi sono già qui i segni della rottura con il procedimento dialettico nell’atto poetico. Rocha ha stilato due manifesti per il Cinema Novo, uno sull’Estetica della fame l’altro sull’Estetica del sogno. Nel primo scrive:

per mezzo del Cinema Novo: il comportamento normale di un affamato è la violenza, e la violenza di un affamato non è un primitivismo. (…) Finché non impugna le armi, il colonizzato è uno schiavo…

In queste righe viene delineata la legge della sopravvivenza. Si tratta in effetti di un manifesto politico, per una politica della cultura della fame: ma sappiamo, che soltanto una cultura della fame, minando le proprie strutture, può superarsi qualitativamente: e la più autentica manifestazione culturale della fame è la violenza.

Nel secondo manifesto il discorso si sposta sull’atto poetico:

La rottura con i razionalismi colonizzatori è l’unica via d’uscita. Le avanguardie del pensiero non possono più concedersi l’inutile successo di rispondere alla ragione oppressiva con la ragione rivoluzionaria. La rivoluzione è l’anti-ragione, che comunica le tensioni e le ribellioni del più irrazionale di tutti i fenomeni, la povertà.

Non vi è nulla di dialettico nell’atto poetico, di conseguenza non vi è nulla di rivoluzionario. Dialettica e rivoluzione agiscono sul piano della realtà politica e produttiva; sul piano creativo, la focalizzazione sugli stili individuali conduce ad ampie libertà che oltrepassano di gran lunga le strettoie della dialettica. Si potrebbe dire che in Rocha vi è questa precisa consapevolezza: non c’è speranza di rivoluzione politica se non si produce rivoluzione estetica, ed entrambe devono divenire insieme, come una grande rivoluzione culturale. Con la sola rivoluzione politica si hanno movimenti reazionari, mentre la rivoluzione estetica indipendentemente è possibile, e la rivoluzione politica dipende dalla rivoluzione estetica che si fa rivoluzione culturale. Pertanto la rivoluzione estetica è collegata alla rivoluzione politica solo tramite la rivoluzione culturale (e così si capisce perché la rivoluzione politica a sé sia reazionaria: perché non avviene insieme a una rivoluzione culturale).

Gli stili individuali resistono comunque. L’Estetica del sogno prosegue lungo un movimento creativo-vitale:

Le rivoluzioni si fanno nell’imprevedibilità della pratica storica, che è l’incognita dell’incontro tra le forze irrazionali delle masse povere (…) La rivoluzione è un atto magico perché è imprevisto all’interno della ragione dominante. (…) L’irrazionalismo liberatore è l’anima più forte del rivoluzionario.

Non è possibile rivoluzione culturale né politica senza incontro della rivoluzione estetica con le masse povere. La legge dialettica diventa, così, strumento, e non più movimento teleologico, semplice mezzo per perseguire i propri fini, e perde il suo ruolo storico-determinista:

L’irrazionalismo liberatore è l’arma più forte del rivoluzionario. (…) L’incontro tra i rivoluzionari, svincolati dalla ragione borghese, e le strutture più significative di questa cultura popolare, sarà la prima configurazione di un nuovo sogno rivoluzionario.

Rivoluzione come atto magico, sogno rivoluzionario: non si tratta di allontanamento della possibilità di fare la rivoluzione, ma di dissoluzione della rivoluzione come atto che segue la legge dialettica, movimento che segue il suo dislocamento a mezzo produttivo.

CheLa rivoluzione per me significa la vita, la pienezza dell’esistenza; è la liberazione mentale: ciò trasforma la fantasia dell’inconscio in nuove realtà rivoluzionarie: è l’integrazione della vita nella rivoluzione (ovvero il divenire-esistenza della politica). Il rivoluzionario non deve soltanto fare la rivoluzione, deve essere la rivoluzione: questa è la grande lezione del Che.

L’atto rivoluzionario, nel compiersi, dimentica tutto, dimentica di essere il prodotto di una qualche teoria, dimentica di essere regolato da una dialettica. Il Che è il corpo che pone fine alla dialettica, libera l’atto rivoluzionario dalla legge dialettica e rivendica l’atto rivoluzionario come di per sé immanente. Tuttavia questa immanenza diventa leggenda, e il suo diventare leggenda rende l’atto rivoluzionario del Che un’inarrivabile trascendenza, un Atto Promesso (l’Esodo stesso è un Atto Promesso).

La rivoluzione senza il Che, senza il corpo del Che – che è già leggenda – non è niente, come ci ha fatto vedere Soderbegh. Ed è questo che la mise-en-mort del Che, nel suo essere pienamente leggenda, ci dice: il movimento di politicizzazione dell’estetica è uguale al suo contrario il movimento di estetizzazione della politica. Oggi, dopo che la mise-en-mort del Che si è fatta leggenda, è impossibile negare, spettacolare, che la rivoluzione, liberata della dialettica, è reazione in atto, e che la rivoluzione, regolata dalla legge dialettica, è ritornello politico.

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