Pascoli. Per una lingua minore. Prima parte: plurilinguismo e monolinguismo

1. Premessa.

PasoliniLe riflessioni critiche di Pasolini sulla poesia e sul cinema ci sembrano molto interessanti e fruttuose da un punto di vista teorico e metodologico. Questioni stilistiche, estetiche, linguistiche, semiotiche, sociolinguistiche, etiche e filosofiche sono densamente presenti negli articoli raccolti in Passione e ideologia e in Empirismo eretico, sui quali si concentreranno le nostre analisi. L’articolo che segue è la prima parte di un’indagine nel campo letterario e poetico, e prende in considerazione anche alcuni articoli di Gianfranco Contini raccolti in Varianti e altra linguistica. Seguirà un articolo di indagine sul campo cinematografico.

2. Introduzione.

Pasolini, Leonetti, Roversi fondarono la rivista “Officina” a Bologna, nel 1955. Sul primo numero della rivista, Pasolini scrisse un saggio su Pascoli, intitolato appunto  Pascoli, in occasione del centenario della nascita del poeta (ma è anche da ricordare che la tesi di laurea, la seconda e ufficiale, di Pasolini era appunto uno studio sulle poesie pascoliane). Questo articolo non è solo di commemorazione né si tratta di un semplice bilancio. Nell’esordio vi è concentrata la mission della rivista, l’esplicitazione della corrente critica letteraria (stilistica – Contini e Spitzer soprattutto – e marxismo gramsciano), la questione letteraria dibattuta e avanzata dalla rivista, un programma critico sulla poesia italiana del Novecento:

Si consideri intanto la stupenda possibilità di “descrizione” che presenta il fenomeno stilistico pascoliano per un gruppo di ideologi (questo gruppo è chiaramente quello dei fondatori della rivista) che, definendosi fuori dal campo d’una morale belletristica tipica del Novecento, tuttavia si dicono senz’altro “letterati”, di formazione e di aspirazione filologica: “descrizione” anzitutto oggettiva, da laboratorio (se impostata secondo il folgorante schema del Contini, sia pure volgarizzato, delle due categorie letterarie del “monolinguismo” – petrarchistico – e del “plurilinguismo”) ma poi, per una sua intima forza paradigmatica, soggettiva e di tendenza. E ciò nel senso che vi si può fondare una revisione di tutta l’istituzione stilistica novecentesca (da farsi appunto in gran parte risalire alla ricerca pascoliana). (Pier Paolo Pasolini, Pascoli, in ID., Passione e ideologia, p. 291, Milano, Garzanti)

Il brano sembra contenere il seguente programma:

  1. Ipotesi di “descrizione” del fenomeno stilistico nelle opere di Pascoli;
  2. “Descrizione” oggettiva di aspirazione filologica e stilistica e in termini di critica militante;
  3. “Descrizione” impostata secondo le categorie di Contini del “monolinguismo” e del “plurilinguismo”;
  4. Ipotesi di una revisione di tutta l’istituzione stilistica del Novecento alla luce delle ricerche su Pascoli.

L’ipotesi 1 funge da ipotesi minore quale passaggio obbligato di analisi per giungere all’ipotesi 4, l’ipotesi maggiore. Il passaggio per analisi avviene secondo i punti 2 e 3: nel punto 2 sono indicati gli ambiti metodologici e l’intentio del critico – non svolgere studio accademico, ma procedere in controtendenza rispetto all’accademia, verso una nuova e complessiva valorizzazione dell’opera pascoliana – svalutata da Croce. Nel punto 3 sono indicate le categorie sintetiche di orientamento per operare opposizioni contrastive rispetto alle opere di Pascoli nel quadro della tradizione letteraria, e definire gli elementi che compongono la stilistica (e che sono da individuare nelle forme dell’espressione) sia per via negativa sia per via positiva – quest’ultima via richiede anche procedimento tassonomico. La stilistica pascoliana si verrebbe così a collocare in uno dei due ambiti; viceversa, sulla poetica, cioè sugli elementi delle forme del contenuto, sarebbero necessari dei chiarimenti ulteriori.

Il punto 3, che è punto di sintesi, funge da cerniera tra l’ipotesi minore e l’ipotesi maggiore. Pasolini, a proposito, abbozza subito uno schema di linee di orientamento da verificare per l’ipotesi maggiore (ID., Pascoli, pp. 295-297). Ecco, invece, un breve catalogo del fenomeno stilistico:

Il “plurilinguismo” pascoliano (il suo sperimentalismo antitradizionalistico, le sue prove di “parlato” e “prosaico”, le sue tonalità sentimentali e umanitarie (…) è di tipo rivoluzionario ma solo in senso linguistico, o, per intenderci meglio, verbale: (…). (ID., Pascoli, p. 299)

3. Monolinguismo e plurilinguismo.

Varianti e altra linguisticaLe due categorie, come scrive Pasolini, sono proposte da Contini in un intervento orale poi stampato prima con il titolo Preliminari sulla lingua del Petrarca (nella rivista “Paragone”, 1951), poi con il titolo La lingua del Petrarca (nel volume collettivo Il Trecento, 1953). La prima stampa è edita nella raccolta di scritti Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, pp. 169-192, ed è a questa che faccio riferimento.

Il testo continiano è celebre per la proposta di una dualità, il Dante della Commedia e il Petrarca del Canzoniere, dualità recepibile, in generale, come differenza letteraria, ma che, se considerata a partire dall’ammissione di Petrarca di non aver letto la Commedia (ammissione, reale o simulata, documentata in una famosa lettera a Boccaccio), può addirittura presentarsi come opposizione contrastiva. Installate nell’instabile percorso che va dal latino al volgare, Commedia e Canzoniere (per sintetizzare i duali) non sono solo due momenti differenti nello stesso percorso, ma, considerate a posteriori, diventano, formalmente e in potenza, due distanti modelli letterari e stilistici: il “plurilinguismo” a partire dalla Commedia, il “monolinguismo” a partire dal Canzoniere.

Ecco come la differenza letteraria (episodio dialettico) si ricompone a partire da un’opposizione contrastiva (articolazione semiotica). Tuttavia, se l’articolazione dinamizza almeno quattro fasi nel lungo corso della tradizione letteraria italiana (Commedia e Canzoniere, anti-Commedia e anti-Canzoniere), e se la dialettica rimanda il tutto a un dualismo estremo (dalla Commedia il “plurilinguismo”, dal Canzoniere il “monolinguismo”), non si può essere sicuri che la schematizzazione regga. Un solo passaggio, dal latino al volgare, si può compiere in almeno due modi – ma sappiamo che non ci sono solo questi due modi – Commedia o Canzoniere; ma, per ciascuno dei due modi, è necessario procedere complessificando, secondo una tensione discensiva che permette di meglio delineare le due categorie sintetico-dialettiche. Vediamo come.

3.1. Plurilinguismo.

Dei più visibili e sommari attributi che pertengono a Dante, il primo è il plurilinguismo. (Gianfranco Contini, Preliminari sulla lingua del Petrarca, p. 171)

Contini distingue innanzitutto una poliglottia degli stili e una dei generi letterari. Riguardo a quest’ultima elenca

l’epistolografia di piglio apocalittico, il trattato di tipo scolastico, la prosa volgare narrativa, la didascalica, la lirica tragica e umile, la comedìa. (ID., Preliminari, p. 171)

Riguardo alla pluralità di stili individua innanzitutto una pluralità di toni e di strati lessicali, dal sublime al grottesco al linguaggio qualunque, quindi la sperimentazione incessante. Ulteriore punto è l’interesse teoretico e metalinguistico, di un Dante sempre interessato alle questioni linguistiche.

Dante“Plurilinguismo”, dunque, non equivale a sperimentazione, ma include una certa tipologia di sperimentazioni: nel caso di Dante, Contini propone come esempi la compresenza di toni differenti sul piano del comico, cioè sulla base di un’isotopia comica, e un certo “realismo”. Soprattutto riguardo a quest’ultimo, Contini nota uno specimine di violenza sublime (…) (p. 172), distante parecchio da altre possibili sperimentazioni, quali quelle di Petrarca. Sperimentazione, dunque, non è pratica che appartiene al solo “plurilinguismo”, ma vi è inclusa in quanto sperimentazione incessante, ripetuta, violenta. Tali accezioni chiariscono evidentemente poco la sostanza di tali sperimentazioni, sostanza che – sostanza dell’espressione e sostanza del contenuto – va analizzata nella materia letteraria. Di che modo sono queste sperimentazioni? Cercheremo di vederlo meglio nel caso di Pascoli.

Ciò che si può per ora dire è che tale sperimentazione giunge a coinvolgere entrambi i piani – piano dell’espressione (per es.: compresenza di toni differenti) e piano del contenuto (isotopia del comico). Operazioni come queste sono “plurilinguistiche” non solo perché di differente nature, ma perché producono combinazioni nuove e ogni volta diverse. Da qui, le numerose strade alle quali possono aprire e che possono percorrere. Il “plurilinguismo”, sia in quanto insieme di pratiche semiotiche operative e rintracciabili nei testi attraverso residui, sia come collezione di testi e di brani determinabili all’interno di un singolo testo, è vario e multiforme. Piano dell’espressione e piano del contenuto possono ricombinarsi in modi differenti: vi è una pluralità di percorsi possibili che sembrerebbe senza limiti. Così Contini su Dante:

E finalmente, saggi così disparati, non solo vari nel tempo, ma vari nell’istante, non possono comporsi che in un punto trascendente. (p. 173)

Ma tale punto trascendente non rende il tutto uniforme almeno nei contenuti. Non si tratta di capire come dominare e rendere omogenee materie multiformi; così Contini:

Come le composizioni orizzontali dell’arte figurativa di accento bizantino, come le innumerevoli mansions o luoghi deputati della scena medievale, l’enciclopedia dottrinale e stilistica di Dante può trovare un centro solo all’infinito, fuori di lui. (p. 173)

Il richiamo a un’enciclopedia dei contenuti e una degli stili mi pare mossa di grande precisione. Il tutto, quindi, si ricompone in un punto trascendente, in un centro posto all’infinito, fuori non solo del poeta ma di ogni opera. Questo movimento di tensione estrema è sostenuto per continue ricombinazioni semiotiche, avviene attraverso sperimentazione incessante sugli stili, sui toni, sul lessico, sui generi, ecc. Sembrerebbe, dunque, un procedere immanente, un movimento che si persegue su di un piano di immanenza vario e multiforme. Che cosa sarebbe questo piano d’immanenza se non la possibilità non di trovare nuove regole ma di provare nuove combinazioni, incessante esperimento che coinvolge più stili, più generi, attiva enciclopedie virtualizzanti di forme e di contenuti? Il piano d’immanenza potrebbe essere, nel caso di Dante, proprio la lingua, lingua d’immanenza – il volgare.

3.2. Monolinguismo.

PetrarcaPassando a Petrarca, Contini parla di “unilinguismo” (che corrisponde a “monolinguismo”) o “bilinguismo” fatto di due varianti, e due varianti fatte di diverse modalità, che tendono a un assoluto stilistico. Tale assoluto stilistico è a sua volta un’idea, un modello: per es., in latino, il modello di Cicerone, modello che va imitato a perfezione – modello, cioè, di cui essere perfetta immagine – come nella tripartizione gerarchica degli stili; ma anche il modello di Virgilio e quello di Livio. In questa struttura arborescente

Pertanto, se non monoglottia letterale, è certa l’unità di tono e di lessico, in particolare, benché non esclusivamente, nel volgare. (p. 174)

Quale posizione occupa il volgare in questa fitta struttura? Contini è subito molto chiaro su questo punto:

il latino è la lingua normale della comunicazione. (…) È chiaro che il volgare non è passibile di usi pratici. (…) E l’episodio di Petrarca che volge in latino la novella boccaccesca della Griselda non ha bisogno di commento. (p. 173)

La sperimentazione petrarchesca avviene entro precisi limiti di genere, collocandosi anche distintamente tra differenze minime di generi, e ogni mutamento di stile deve compiersi entro un genere determinato. Ecco un es. proposto da Contini di variazioni di stile nel genere della canzone (p. 187): in Chiare, fresche et dolci acque la coniugazione di “stilemi già notomizzati” con la sequenza di aggettivi (aere, sacro, sereno) oppure di coppie ordinate (herba et fior’ che la gonna…; torni la fera bella et mansueta). Rimando comunque, per chi vorrà leggere l’articolo di Contini, all’analisi del sonetto CCXX (pp. 181-182).

La sperimentazione intragenerica, entro il “genere stilistico”, è tutta concentrata sulle occorrenze espressive, mentre la ripetizione tematica salda i valori semantici. La modificabilità delle prime, nei limiti di genere, e la saldezza generica dei secondi, sempre entro quei limiti, pone un serio problema, quello del genere come codice, o sistema, e delle dinamiche interne come usi concessi dalla norma. Come si fabbrica un genere? Contini pone una domanda simile quando, nelle prime pagine dell’articolo, si pone il problema della solidarietà dei moderni al temperamento linguistico di Dante (es. vertiginoso di modernità è certamente Gadda – cfr. Contini, Introduzione alla Cognizione del dolore, pp. 601-619) e della prossimità della tradizione letteraria a Petrarca: come si costruisce un classico? Non dovrebbe precedere una norma ulteriore che ne definisca i requisiti? Risponde Contini:

Coloro, i classicisti, si restringono a irrogare condanne: ma in nome di che legge? In nome di un codice ideale di riduzione, praticata sugli estremi dello schieramento, che non s’intende ove non siano sperimentati le ali risecate. (p. 170)

Per costruire un classico, o un genere, dunque, non serve una norma precedente, basta procedere per riduzione, per negazione, o, come scrive felicemente Contini quasi alla fine, con un’attività di drenaggio (p. 191). Si comprende meglio l’ironia della scena in cui Petrarca dice di non essersi procurato la Commedia: via la Commedia! Un classicista non è un estimatore di classici ma uno che comincia a costruire un’equazione letteraria riducendo qui, negando quello, condannando in quella sede. L’ideale classico di equilibrio e la codificazione di genere sono il risultato di operazioni di drenaggio della complessità plurilinguistica, di pulizia della materia letteraria, di riduzione degli elementi a disposizione e dei precedenti della tradizione, di negazione di tutto ciò che eccede questi limiti: costruire le condizioni di possibilità a partire dalle quali è solo giustificata la sperimentazione. Come Kant è più permissivo con gli abusi di ragione (analoghi ad abusi di ufficio o di potere), che stanno dall’altra parte, ed è molto meno tollerante con chi cerca di installare altri principi nel campo della ragione esautorando le categorie trascendentali, così i classicisti non criticano più di tanto i formalismi che si compiono entro i generi stilistici ma puniscono severamente le ricerche “violente” plurilinguistiche e translinguistiche. Queste ultime vogliono ripartire lungo la via dell’immanenza, mentre i classicisti hanno costruito condizioni di possibilità come delle colonne d’Ercole; e, pur derivando da quel divenire – una derivazione costitutiva e potenziale, non storica – si sostituiscono a quello e fanno dei “loro” classici e dei “loro” generi degli universali.

Nella struttura arborescente di Petrarca, i classici come modelli ideali e i generi stilistici sono come Giganti che vivono su isole fuori del mondo. Ogni isola è un’isola trascendentale che contraddice e nega la pluralità, e

Cosiffatta uscita dai quadri della geografia muove tutta dall’eroismo (eroismo metafisico s’intende) della limitazione a un genere, neppure di ambizione suprema. (p. 176)

(continua)

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One Response to Pascoli. Per una lingua minore. Prima parte: plurilinguismo e monolinguismo

  1. […] Pascoli. Per una lingua minore. Seconda parte: Pascoli e il plurilinguismo (segue) […]

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