Pascoli. Per una lingua minore. Seconda parte: Pascoli e il plurilinguismo

(segue)

4. Pascoli e il plurilinguismo.

Un’importantissima affermazione può fungere da conclusione provvisoria e da ponte di congiunzione con l’articolo di Contini Il linguaggio di Pascoli (pp. 219-245), conferenza del 1955 e poi in stampa nel 1958: il plurilinguismo richiede un rinnovamento delle categorie di sintesi della critica letteraria. Contini è molto chiaro a riguardo:

tuttavia mi preme dire che non si può misurare il linguaggio pascoliano con le categorie della letteratura e della critica tradizionali. (p. 231)

Giovanni PascoliCiò segue immediatamente al giudizio di Pascoli come anticlassico (nel temperamento poetico, non in relazione alla sua storicizzazione): ma dire questo significa opporre qualcosa in negativo (anticlassico) a qualcosa che sussiste in positivo (classico), quando abbiamo visto che è la tradizione letteraria, cioè ciò che si presenta come positivo, a essere costruita, soprattutto con i classicisti, per via negativa e di riduzione. Bisogna invece fare luce sulle potenze del plurilinguismo, e non presentarlo come un oggetto derivato dal “rifiuto dei classici”: del resto il plurilinguismo non rifiuta i classici, bensì materialmente li analizza; al più rifiuta i classicisti, i quali sono a loro volta i veri soggetti dell’atto di rifiuto – rifiuto del plurilinguismo.

L’esordio dell’articolo di Contini vuole essere una scommessa:

io vorrei poter riproporre nella sua novità e freschezza quel linguaggio che era tanto sorprendente, in un certo senso tanto scandaloso, per chi lo misuri sulla norma della tradizione letteraria italiana. (p. 219)

Segue una lista di brani brevi scelti, dopo di che Contini riprende con decisione:

In questo campionario risulta evidente che Pascoli o trascende il modulo di lingua che ci è noto dalla tradizione letteraria, o resta al di qua: a ogni modo, si tratti di una poesia, se così mi posso esprimere, translinguistica, si tratti di una poesia cislinguistica, siamo di fronte a un fenomeno che esorbita dalla norma. (p. 222)

Ma in Pascoli non agisce un diniego della tradizione letteraria, piuttosto un recupero di materiali scartati, da ricombinare sul piano dell’espressione e sul piano del contenuto. Di che fenomeno si tratta, in che modo Pascoli “costituisce una serie di eccezioni alla norma”? La norma è l’istituzione delle condizioni trascendentali per ogni stilistica e per ogni poetica entro confini di generi e ramificazioni arborescenti di classici. L’operazione di Pascoli è molto più semplice (in teoria) di quel che non si crederebbe: ricostruire il piano d’immanenza sul quale si sono solidificati i trascendentali, muoversi in più direzioni, trovare cosa potrebbe esserci “prima”, “durante” e “dopo” la norma. Seguiamo Contini:

se si tratta di linguaggio fono-simbolico, per esempio di onomatopee, abbiamo a che fare con un linguaggio pre-grammaticale. Ma ci sono eccezioni alla norma che, se così posso dire, si svolgono durante la grammatica, vale a dire sono esposte in una lingua provvista d’una struttura grammaticale parallela a quella della nostra, in un altro linguaggio; e ci sono eccezioni le quali si situano addirittura dopo la grammatica, perché, quando Pascoli estende il limite dell’italiano aggregando lingue speciali, annettendo poi quelle lingue specialissime che sono intessute di nomi propri, realmente ci troviamo in un luogo post-grammaticale. (p. 224)

Consideriamo più attentamente ogni singolo movimento.

4.1. Linguaggio pre-grammaticale.

Linguaggio fono-simbolico, per es. le onomatopee: Tornano quindi ai campi, a seminare / veccia e saggina coi villani scalzi, / e – videvitt – venuta d’oltremare…; sembrerebbe un tic, ma Contini precisa:

in realtà Pascoli si comporta come se non avesse voluto usare in modo puro, isolato, assoluto, neppure la poesia pre-grammaticale. (p. 225)

L’operazione va considerata in stretta relazione con i valori semantici in gioco nel componimento. Di es. nelle poesie di Pascoli ve ne sono molteplici, come il ritornello chiù e il sentivo un fru fru tra le fratte ne L’assiuolo. Contini prosegue con questa nota importantissima:

Inoltre, se Pascoli usa elementi sprovvisti di semanticità (…) d’altra parte gli accade pure, all’interno di questa sua innovazione, di simulare, se così è permesso dire, un uso semantico dell’interiezione o dell’onomatopea. (p. 225)

fringuelloIl verso proposto all’inizio di questo paragrafo è preceduto qualche strofa più indietro da v’è di voi chi vide… vide… videvitt?. O, ancora, nel Fringuello cieco: “Finch… finché non vedo, non credo” / (…) / “Anch’io anch’io chio chio chio chio…”. Ancora, termini dotati di valore semantico registrato nei dizionari, vengono desemanticizzati, utilizzati con una funzione puramente evocativa a partire dalla loro massa fonica: per es. ne L’amorosa giornata: E le rondini zillano alle gronde / di qua, di là, vertiginosamente, dove “vertiginosamente”, collegato all’evocatore “zillano”, passa oltre la sua portata semantica investito in pieno di valorizzazione fonosimbolica.

Vi è un movimento di desemantizzazione della parola, o di trascinamento alla deriva della configurazione semantica del verso, o un movimento di ricostruzione del termine, si assiste al superamento della barriera che separa la finitezza o compostezza grammaticale del verso dall’evocazione musicale condotta direttamente a livello di linguaggio.

Non si può certo dire che tutto ciò sia una vera novità nel mondo della letteratura e della poesia. Onomatopee e fonosimbolismi sono in uso specie presso le avanguardie storiche. Ma ciò che sembra interessante in Pascoli è la possibilità di sintesi tra livello pre-grammaticale e livello post-grammaticale del linguaggio. Vediamo in che modo.

4.2. Linguaggio post-grammaticale.

Contini afferma che, a questo livello, Pascoli è in sintonia con la cultura del suo tempo:

del linguaggio speciale e del linguaggio post-grammaticale tutto il tardo romanticismo, tutto quello che da qualche tempo si suol chiamare il decadentismo, ha fatto uso assai copioso, basti citare D’Annunzio e l’intero movimento simbolistico. (p. 224)

Con linguaggio post-grammaticale si definisce quell’elemento risaputo della poetica pascoliana, la nominazione determinata delle cose. Si tratta comunque di un procedimento che non può essere così facilmente associato a quelli sopra citati. Più che un procedimento per significazioni occulte, il livello post-grammaticale rimane in continuità con il livello pre-grammaticale. Ma per comprendere questo, bisogna innanzitutto vedere in che modo si dà questa operazione. A riguardo, si possono mettere insieme due brani tratti da due discorsi di Pascoli: il primo è tratto da un discorso del 1896, il secondo è un celebre passo del Fanciullino. Ciascuno dei due brani dovrebbe rispondere alle due seguenti domande: il primo brano alla domanda “che cos’è questa esattezza nomenclatoria?”; il secondo brano alla domanda “in che modo bisogna intenderla?”. Leggiamo i due brani:

E io sentiva che, in poesia così nuova, il Poeta così nuovo cadeva in un errore tanto comune della poesia italiana anteriore a lui: l’errore dell’indeterminatezza, per la quale, a modo di esempio, sono generalizzati gli ulivi e i cipressi col nome di alberi, i giacinti e i rosolacci con quello di fiori, le capinere e i falchetti con quello di uccelli. Errore d’indeterminatezza che si alterna con l’altro del falso, per il quale tutti gli alberi si riducono a faggi, tutti i fiori a rose o viole (…), tutti gli uccelli a usignuolo. (p. 239 del saggio di Contini)

La determinatezza, l’esattezza nomenclatoria, si oppone all’indeterminatezza di parola. Vi sono due specie di indeterminatezza: l’una nomina il genere per la specie o l’individuo; l’altra nomina una specie per tutte le altre specie appartenenti a un genere. Entrambe sono classificabili come sineddoche. A queste, Pascoli oppone l’appropriatezza del nome (in questo senso si può parlare di nomi propri). Il che conduce a un punto importante, per definire il quale conviene citare il secondo brano:

Direte voi che il sentimento poetico abbondi più in chi, torcendo o alzando gli occhi dalla realtà presente, trovi solo belli e degni del suo canto i fiori delle agavi americane, o in chi ammiri e faccia ammirare anche le minime nappine, color gridellino, della pimpinella, sul greppo in cui siede? (p. 235 del saggio di Contini)

L’appropriatezza dei nomi e la determinatezza delle cose permette di operare delle distinzioni molto importanti: vi sono le agavi americane, che rimanda a un mondo aulico, illustre e lusinghiero, e le pimpinelle di un ambiente più quotidiano e basso, meno elevato del precedente. Entrambe hanno diritto di cittadinanza nella poesia: non solo le prime, che rimandano a un mondo al di sopra della linea umana, ma anche le seconde, che rimandano a un mondo al di sotto della linea umana. È questa la “rivoluzione romantica” di Pascoli: non ci sono oggetti privilegiati.

Caratteristico della poesia classica [ma si dovrebbe dire classicista] è di redigere un catalogo chiuso di oggetti selezionati, proprio come in certi circoli aristocratici occorrono determinate presentazioni e si esigono requisiti particolari per essere ammessi. (p. 234)

Ideologia e linguaggioAl contrario, in Pascoli opera una vera e propria democrazia poetica. Già Contini sembra collegare ciò alla posizione umanitarista, o meglio del socialismo umanitario, del poeta. Più esplicito ancora, Sanguineti, qualche anno dopo, in un saggio del 1962 Attraverso i Poemetti pascoliani (in Ideologia e linguaggio, pp. 11-34):

L’operazione stilistica compiuta dal Pascoli svela tutto il suo significato, mi pare, soltanto se spiegata appunto come un tentativo, coraggioso quanto disperato, rigoroso quanto patetico, di “abolire la lotta di classe” anche sopra il terreno, precisamente, dello stile: un tentativo di abolire la lotta tra le classi delle parole, non meno che tra le classi degli uomini, trovando un pacifico punto di equidistanza tra “agavi” e “pimpinelle” (…). (Sanguineti, Attraverso i Poemetti pascoliani, p. 19)

Tale abolizione avviene secondo il progetto di un socialismo umanitario, in cui ciascuna cosa, comprese le “cose umili”, può guadagnare il proprio posto, accanto alle altre cose, senza più sovrapposizioni. Sanguineti lavora, evidentemente, con strumenti della critica marxista. Pertanto, legge il programma pascoliano non come “rivoluzione romantica”:

la cosiddetta rivoluzione poetica operata dal Pascoli è in realtà una riforma, una profonda riforma, che si sviluppa come trasposizione di tutto un vasto materiale tematico e linguistico, da un’area, diciamo sempre schematicamente, alto-borghese, a un’area piccolo-borghese (…). (p. 14)

Due sono le critiche che si possono muovere all’interpretazione sanguinetiana: innanzitutto un appiattimento del piano dell’espressione e del piano del contenuto su un livello di connotazione inventato dal critico letterario, attribuito all’ultimo Pascoli – il “poeta nazionale” – e fatto retroagire su tutta l’opera del poeta. In secondo luogo una pressoché totale cancellazione del problema del plurilinguismo. Al contrario, se si prosegue con l’articolo di Contini, si giunge a un punto interessante. Dopo aver parlato del Pascoli delle cose umili e della determinatezza, Contini segnala che tale questione non può concludersi qui, perché ancora non si è analizzato il modo in cui il modo post-grammaticale agisce sul piano del linguaggio. Isolare il problema e risolverlo nei termini del socialismo umanitario del poeta – che è operazione compiuta da Sanguineti – significa annullare alcuni elementi importantissimi.

Contini è ben consapevole della problematicità di questo punto e cerca anzitutto di determinarla in modo teorico:

La determinatezza di Pascoli si accampa sempre sopra un fondo di indeterminatezza che la giustifica dialetticamente. (Contini, Il linguaggio di Pascoli, p. 240)

Poi cerca di determinarla per mezzo di immagini e di un’analogia cinematografica:

Qui sopra un fondo di bruma o di fumo vedete emergere dei primi piani, precisamente dei primi piani in senso cinematografico, una siepe, una mura (…). Ma dei primi piani non si giustificano se non in rapporto a un fondo, a un orizzonte, il quale esso è indeterminato (…). (p. 240)

La determinatezza delle cose non vale di per sé entro un rapporto di connotazione con la visione del mondo del poeta, ma è dinamizzata: la determinatezza emerge da un fondo di indeterminazione. Per comprendere questo rapporto, Contini propone una riflessione su due celebri liriche, L’assiuolo e Il gelsomino notturno:

Entrambe offrono primi piani di oggetti evidenti quali “il mandorlo e il melo”, oggetti che si fanno ancor più flagranti, quasi configurando quello che certi poeti americani chiamano il “correlativo oggettivo”, nel Gelsomino notturno: il tutto su un fondo diffuso, fondo diciamo dell’“alba di perla”, del “nero di nubi”, che è invece molto più esposto e confesso nell’Assiuolo. (p. 241)

Nero di nubi e non “nubi nere”, alba di perla e non alba perlacea: vi è sostantivazione dell’aggettivo, ovvero della qualità, e la qualità diventa l’elemento fondamentale dell’espressione. Contini collega questo procedimento a quello studiato da Charles Bally, il quale definisce impressionismo linguistico espressioni come une blancheur de colonnes in luogo di des colonnes blanches. L’epiteto è fondamentale, la sostanza serve solo a caratterizzare l’epiteto.

assioloTutto ciò segnala una dinamica di emersione dal fondo diffuso, o fondo di indeterminazione, di determinatezze. A questo procedimento partecipa anche il linguaggio pre-grammaticale: sempre nell’Assiuolo, il verso sentivo un fru fru tra le fratte è in parallelo con sentivo il cullare del mare e con sentivo nel cuore un sussulto; una indeterminazione fonosimbolica emerge dal fondo diffuso assieme a cose significate per mezzo di vocaboli, il valore semantico dei quali è registrato nei dizionari, ma che nella composizione si danno in quanto semanticamente instabili.

La stessa instabilità non può non coinvolgere la nomenclatura esatta: per es. le fratte; ma anche l’impressionismo linguistico richiede una qualche esattezza nomenclatoria, come quando si definisce il fondo come un’alba di perla. Nominare il fondo diffuso, o meglio nominare la dinamica di emersione di elementi più o meno determinati e più o meno sfumati: il grande fondo diffuso dell’“alba di perla” o del “nero di nubi” non è indefinito rispetto al luogo imprecisato, seppur nominato, delle “fratte” o di nomi specifici di specie animali e vegetali: vi è una differenza nel grado di precisazione della cosa in via di emersione o della cosa emersa, ma non si può dire che vi sia uno sfondo diverso o che ciascun termine sia un’isola tra altre isole:

E questo che cosa significa in ordine al nostro problema generale? Significa che l’indeterminatezza, questo fondo che dialetticamente sorregge il determinato, è esposta in una parola semanticamente sfuggente, artisticamente quanto mai precisa. (p. 244)

Ecco come il linguaggio post-grammaticale giunge a connettersi al linguaggio pre-grammaticale, essendo entrambi definiti per mezzo di elementi particolari. Tali elementi non fanno parte di un dizionario di stile o di un dizionario di temi, ma di due enciclopedie, allo stesso modo in cui in Dante si individuavano un’enciclopedia stilistica e una dottrinale:

Pascoli li ha fusi o li ha giustapposti nella sua pagina con un’intenzione estremamente definita, che è quella precisamente di costituire quasi una sorta di enciclopedia tonale da rompere la prigionia del tono, del genere, dell’arte determinata. (p. 244)

4.3. Variazioni “durante” la grammatica.

rondiniLinguaggio pre-grammaticale come desemantizzazione di termini registrati nel dizionario o come movimento alla deriva degli stessi, uso semantico di interiezioni e di onomatopee o risemantizzazione di termini resi indefiniti. Linguaggio post-grammaticale come nominazione appropriata di tutte le cose determinabili, in quanto punta di massimo perfezionamento tra gradi differenziali di precisazione a partire da uno sfondo di indeterminatezza. La determinazione a-grammaticale di un suono è emersione dal fondo diffuso che rinvia alla nominazione appropriata della cosa determinabile; nomi appropriati per cose possono richiedere elementi fonosimbolici o evocatori per maggiore precisione nella determinazione dell’immagine poetica: linguaggio pre-grammaticale e linguaggio post-grammaticale sono strettamente correlati: per es., ne L’amorosa giornata, e le rondini zillano alle gronde / di qua, di là, vertiginosamente: nominazione delle cose – le “rondini” – che rinvia a elemento fonosimbolico – “zillano” – quale grado di determinazione del suono delle rondini, e “vertiginosamente” qui desemantizzato rispetto alla sua definizione dizionariale. Anche il fondo diffuso – come si è visto – è nominato e qualitativamente specificato con il procedimento di messa in risalto dell’epiteto rispetto alla sostanza: da “nubi nere” a nero di nubi.

La correlazione tra i due livelli si dà ovviamente sul piano del linguaggio. Ma bisogna anche dire che tale correlazione è costituita lungo un continuum temporale che è descrizione dell’evento, ovvero configurazione dell’immagine poetica. Anzi si potrebbe dire che, considerando la determinazione nominale, Pascoli sembra ossessionato dalla precisazione di tale configurazione; e tale precisazione non può costruirsi sul piano del linguaggio. Giungiamo così a una domanda importante: finora si è quasi sempre parlato di animali e vegetali; ma che ne è del linguaggio umano?

Premetto alla risposta la citazione per intero dei versi di Italy rubricati da Contini:

Venne, sapendo della lor venuta, / gente, e qualcosa rispondeva a tutti / Ioe, grave: “Oh yes, è fiero… vi saluta… // molti bisini, oh yes… No, tiene un frutti- / stendo… Oh yes, vende checche, candi, scrima… / Conta moneta: può campar coi frutti… // Il baschetto non rende come prima… / Yes, un salone, che ci ha tanti bordi… / Yes, l’ho rivisto nel pigliar la stima…”. (p. 221)

Abbiamo cominciato il par. 4 con un passo a partire dal quale abbiamo potuto analizzare il livello pre-grammaticale e quello post-grammaticale. Un po’ prima di quel brano (alle pp. 222-223), Contini propone un vario elenco di “campioni di lingue speciali” che mappa come colori:

  • Colore locale: questo in modo particolarissimo nelle poesie ispirate alla vita di Castelvecchio e sature di termini garfagnini. (p. 222)
  • Colore temporale: quando per esempio il Pascoli vuole alludere al tono presunto nella poesia volgare ai tempi di re Enzo, (…) ricorre a elementi linguistici che (…) associano echi bolognesi, emiliani, padani, a echi arcaici, duecenteschi. (pp. 222-223)
  • Multicolore locale (che è il caso dell’estratto da Italy): vedete l’emigrante che, tornando in Lucchesia dagli Stati Uniti, parla un linguaggio impastato di italiano e di americano, in cui il toscano incastona o, più spesso, assorbe, adattati alla sua fonetica e forniti in connessioni mnemoniche in tutto nuove, i vocaboli stranieri. (p. 223)
  • Colore locale occasionale: per esempio innanzi a una situazione della guerra d’Abissinia evocherà termini specifici, etiopici, molti dei quali sono nomi propri e perciò risultano doppiamente estranei al linguaggio quotidiano. (p. 223)

Ogni colore di lingua speciale rimanda a variazioni sulla lingua normale – Contini parla di differenze di potenziale rispetto alla lingua normale. Queste variazioni possono agire sul significante o sul significato, possono essere di tipo terminologico o proposizionale, infine possono essere multiformi: per es., nel caso che ho rinominato del “multicolore locale”, la parlata dell’emigrante può comportare variazioni sia sul significante (molti bisini) sia sul significato (conta moneta), o portare variazioni sul termine (fruttistendo) o sull’enunciato (può campar coi frutti) con diverse possibilità ricombinatorie sul piano grammaticale.

Non bisogna farsi ingannare dai nomi utilizzati: tutte queste eccezioni non sono solo “coloriti”. Se Contini parla di colore vuole forse soprattutto sottolineare le molteplici possibilità di variazioni grammaticali che questi “colori”, in potenza, permettono di articolare, il tratto fortemente plurilinguistico di questa operazione. Ma come collocarla rispetto alle operazioni pre-grammaticali e post-grammaticali?

A un certo punto dell’articolo, dopo aver introdotto la problematica delle “cose umili”, Contini si concentra sulla sensibilità linguistica di Pascoli. A proposito, cita un discorso tenuto dal poeta nel 1898, intitolato Un poeta di lingua morta, dedicato a un autore suo contemporaneo di poesie in latino, Diego Vitrioli. Di questo estratto, basta citare le ultime tre righe:

la natura va dal semplice al composto, dall’omogeneo all’eterogeneo, e non viceversa; e le lingue e i dialetti moltiplicheranno sempre d’anno in anno e di secolo in secolo. (p. 236 del saggio di Contini)

Vi è una certa ossessione in Pascoli – nota Contini – che non è solo ossessione per il linguaggio ma più propriamente ossessione per il problema della morte delle parole. Contro l’angoscia della morte delle parole, per ridestare le parole dal cimitero linguistico, ogni esperienza linguistica deve essere ammessa, ogni lingua speciale e specialissima – ogni, cioè, “colore” – deve poter vivere e vivificare. Ecco il principio vitale del plurilinguismo: fare esperienze ed esperimenti per ricombinazione dei piani dell’espressione e del contenuto di ogni possibile lingua. Non importa se tali lingue siano registrate: questa è una preoccupazione da redattori di dizionari; viceversa, alle lingue deve essere permesso di vivere e di vivificare, secondo una direttrice del problema che è cosmica ed enciclopedica. Ciò che conta è il principio vitale:

(…) di cui si riesce a ripristinare la vitalità. Secondo precisamente quella poetica che è immanente nel Pascoli di Un poeta in lingua morta, la sua è una riserva di oggetti linguistici che furono vivi e a cui si restituisce la vita. (p. 238)

Il principio vitale delle variazioni “durante” la grammatica è il principio immanente, operazione che sfonda la “tradizione marcita” (quella gelosamente custodita dai classicisti) riapre sul piano d’immanenza la possibilità di operare pre-grammaticale e post-grammaticale. Riapre soprattutto, in quanto principio vitale, al mondo, allo sguardo sul mondo. Ma la “tradizione marcita” è solo quella dei classicisti. Pascoli è molto legato alla tradizione, perché, come spiega bene Contini,

soltanto questo discorso [discorso grammaticale: infatti si parla di variazioni “durante” la grammatica, non contro o per annullare questa] permette di attuare una sintesi di determinato e indeterminato (…) (p. 233),

che è il problema, questo della sintesi, discusso in 4.2.: il principio vitale delle variazioni “durante” la grammatica ricombina in modo molteplice tale sintesi ricostituendolo ogni volta di nuovo sul piano d’immanenza.

Si capisce, infine, perché la domanda che si pone Pascoli non è “come formare una lingua nuova?” – o neo-lingua, preoccupazione delle avanguardie – e nemmeno “come riformare una lingua antica?” – preoccupazione dei classicisti in particolare dei letterati della rivista La Ronda – bensì “come far convivere le lingue e come far vivere lingue morte?”. È ora chiaro che una “lingua morta” può anche essere una lingua di cui sentire la nostalgia, o meglio una variante di tale lingua tutta da far rivivere: la naiv, dadora, flocca flocca flocca… Sembrerebbe solo un giochetto, e invece non è così: tocchiamo, con questo verso, un problema molto importante, di cui Pasolini era lucidamente consapevole.

(continua)

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3 Responses to Pascoli. Per una lingua minore. Seconda parte: Pascoli e il plurilinguismo

  1. […] Pascoli. Per una lingua minore. Terza parte: riduzione (incompiuta) a minore di una lingua maggiore (segue) […]

  2. Hassan Orsborn ha detto:

    This is very satisfactorily composed. The blog post was informational to subscribers who exactly have a good value for articles. We looking forward for even more of the very same. He has detailed each and every little thing very nicely and briefly.

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