Pascoli. Per una lingua minore. Terza parte: riduzione (incompiuta) a minore di una lingua maggiore

(segue)

5. Pascoli. Per una lingua minore.

Nel bel mezzo delle considerazioni sopra esposte, tra l’ammissione di ogni esperienza linguistica (p. 237) e la poetica immanente delle variazioni “durante” la grammatica (p. 238), Contini accenna a Pasolini e al gruppo di letterati che promuovono esperimenti linguistici sulla linea pascoliana. Il che ci permette di tornare, esattamente da questo punto, all’articolo pasoliniano per “Officina” da cui siamo partiti.

Il ponte di congiunzione è dunque il principio immanente costitutivo del plurilinguismo, quello che – per dirla brevemente – permette di procedere lungo le linee di ricerca strettamente correlate sul pre-grammaticale e sul post-grammaticale. Nell’articolo dedicato a Pascoli, Pasolini sottolinea un’apparente contraddizione nel poeta:

una ossessione tendente patologicamente a mantenerlo sempre identico a se stesso, immobile, monotono e spesso stucchevole, e uno sperimentalismo che, quasi a compenso di quella ipoteca psicologica, tende a variarlo e a rinnovarlo incessantemente. (Pasolini, Pascoli, p. 294)

Si tratta, evidentemente, di un profilo psicologico, che offre il vantaggio, non da poco, di evitare immediatamente ogni impostazione sociologica del problema stilistico-poetico. Pasolini sembra distinguere letteralmente l’interesse verso lo sperimentalismo dall’altro versante, quello dell’ossessione psicologica. È quest’ultimo, e non il primo, che può avere un interesse storico-sociologico nel quadro di una storia sociale degli scrittori italiani – dal Duecento (per Pasolini dal Rinascimento) a noi (la riflessione è chiaramente di stampo gramsciano – si pensi agli scritti per una storia degli intellettuali nei Quaderni dal carcere). Tuttavia – ammette alla fine dell’articolo (p. 300) – questa ossessione, in Pascoli, prevale sulle sperimentazioni, tant’è che si potrebbe dire che le sperimentazioni sono in funzione della vita dell’Io-poeta, che è a sua volta vita ridotta a funzione poetica. Non c’è, insomma, una visione del mondo nuova e radicale.

Virgilio Giotti

Virgilio Giotti

E però non si può dire che la questione dello stile, e quella della poetica, abbiano solo una forza psicolinguistica e non una presa sociale: ma, piuttosto che di sociologia, bisognerebbe parlare di una qualche specie di sociolinguistica. Ce lo spiega Pasolini stesso in un altro articolo (in Passione e ideologia segue quello su Pascoli, alle pp. 301-321), del 1956, intitolato La lingua della poesia. Un articolo dal contenuto minore – ci si occupa di un poeta triestino, Giotti – ma, per mezzo di questo, si può affrontare una questione alla quale Pasolini tiene molto: quella del dialetto.

5.1. Giotti e il dialetto.

L’analisi che Pasolini propone della poesia di Giotti, Siora Teresa (scritta nel 1909), pubblicata nel Piccolo canzoniere in dialetto triestino (edito nel 1914) compara la poesia giottiana con quella pascoliana proprio alla luce dei movimenti linguistici che Contini ha individuato in Pascoli. Vediamo in che termini:

  • Operazione impressionistica: in Giotti vi è una preoccupazione di fare pittura in poesia: il verso sul rosa de le’ rece è figura stilistica del genere nero di nubi o blancheur de colonnes.
  • Operazione pre-grammaticale: le interiezioni, le onomatopee: Giotti: robe che lei no’ la capissi gnente / ‘torno de lei noi tuti quanti, sì, / come putei.: il – scrive Pasolini – non ha valore grammaticale, rifiuta ogni funzione di avverbio affermativo, ma appartiene all’area della pre-grammaticalità (…). (Pasolini, La lingua della poesia, p. 304).
  • Operazione di grammaticalità depressa: con questa Pasolini intende un’operazione sul contenuto, le umili epiche quotidiane (p. 303): la poesia di Giotti è la vita quotidiana d’una massaia, è infatti una variante del tipo umile pascoliano. (p. 303).
  • Operazione iper-grammaticale: le acutezze – scrive Pasolini – e i giuochi da pasticheur dei Conviviali o della Canzone di Re Enzio. (p. 303). In Giotti vi è, molto più che in Pascoli, estrosità, dunque, e leggerezza ironica (p. 304): per es. il , esemplificativo dell’operazione pre-grammaticale, sebbene possa richiamare un’immagine di purezza, tuttavia preserva caratteri ironici. Si ha, in questo modo, un distacco dalle operazioni pascoliane di precisione nomenclatoria: in Giotti si dà un tratto proprio della nuova ondata novecentesca, che Pasolini chiama instabilità, spregiudicata, della lingua (p. 305). Operazione, dunque, esattamente contraria a quella di Pascoli.

Pasolini assume l’operazione post-grammaticale (o iper-grammaticale) come categoria analitica che porta i tratti specifici della poetica d’autore: l’immagine dell’innocenza in Pascoli, l’ironia e l’estrosità in Giotti. Tratti, dunque, che sono proprio quelli dell’ideologia del poeta; e che non possono che definirsi a partire dalle altre due operazioni e in continuità con queste. Ne consegue che tali tratti si costruiscono nelle due operazioni precedenti.

L’operazione che Pasolini chiama di “grammaticalità depressa”, è quella nella quale si dà il problema dell’uso del linguaggio, e quindi del plurilinguismo. Dopo aver considerato i due caratteri giottiani (ironia ed estrosità), ci si chiede:

O non saranno piuttosto, tale estrosità e tale ironia, da attribuirsi, come qualità interne e aprioristiche, alla materia dialettale? Alla instabilità e relatività di una lingua parlata? (p. 305)

Insomma, Pasolini si chiede – e intende porre a verifica l’ipotesi – se i due tratti non si costituiscono a livello della “grammaticalità depressa”, considerando in questa soprattutto l’uso del dialetto, e del dialetto come lingua parlata. La risposta è che il dialetto contribuisce limitatamente a costruire tale effetto: analizzando a livello lessicale il componimento, Pasolini afferma che parole come búcole, zucar, grespe, sono parole “piane”, e un guizzo espressivo dialettale lo si può notare solo nei versi la ga cucado se sarà dimani / za ‘verti i fiori grazie al cucado dal tono furbesco.

Che cos’è, dunque, che fornisce questi toni ironici e di estrosità? Pasolini prosegue dicendo che nel componimento di Giotti i cromatismi impressionistici prevalgono sul testo dialettale (p. 305). Dunque non si può parlare in termini semplicistici di prevalenza del dialetto. Ciò non vuol mettere in discussione un’evidenza, cioè che il testo di Giotti è in dialetto; Pasolini sta proponendo un altro punto di vista: non esiste una vera e propria tradizione triestina cui appartiene la poesia dialettale di Giotti (p. 307). Del resto, le poesie contenute nel Piccolo canzoniere sono state scritte tra il 1909 e il 1912, e Giotti tra il 1907 e il 1920 è vissuto in Toscana: dunque ha scritto il suo primo libro in (simil)-triestino in Toscana (p. 309). Prevale il colore dell’impressionismo perché prevale l’immagine dell’ambiente triestino, un’immagine psichica prodotta da una certa formazione ed esperienza culturale.

Passione e ideologiaIl tocco pittorico rimanda all’operazione linguistica: quale tipo di operazione linguistica compie Giotti? Pasolini parla di gusto del rifacimento specie nei toni dei versi triestini (p. 309), e allo stesso modo noi potremmo parlare di ricombinazione o anche invenzione linguistica. Giotti, infatti, non scrive nel vero e proprio dialetto triestino né ha una vera e propria tradizione (un canone) di versi triestini alle sue spalle; tuttavia non c’è alcuna necessità di correttezza sintattica o grammaticale nella proposizione dialettale: l’operazione linguistica che Giotti compie (di “grammaticalità depressa” o di variazioni “durante” la grammatica) non può che essere quella di vitalizzare e rivivificare continuamente il dialetto. Un’operazione di poetica immanente, dunque, simile a quella di Pascoli, ma questa volta orientata verso il dialetto (“durante” il dialetto), non verso il canone della tradizione letteraria.

5.2. Il “sogno” di Pascoli.

Questo dialetto incessantemente rivitalizzato aspira al ruolo di lingua allo stesso livello dell’italiano:

Una evasione verso una lingua reale viva (polemica rispetto alla fossilizzazione letteraria dell’italiano), e insieme assoluta, quasi inventata. (p. 306)

Poco prima Pasolini aveva così risposto alla domanda formulata sopra: “quale tipo di operazione linguistica compie Giotti?”:

si tratta di una lingua “assoluta”: il passaggio di Giotti non è da una lingua maggiore a una lingua minore, dove più liberamente dar vita a un sottomondo regionale e rionale. (p. 305)

Lingua “assoluta” non solo nel senso di lingua reale viva e quasi inventata, ma anche come lingua “unica”: il proto-dialetto triestino. Non ne consegue, forse, una perdita del plurilinguismo? L’operazione linguistica di Giotti sembra univoca. E probabilmente si può qui intravedere quel carattere di ossessione psicologica, di fissità stilistico-poetica che Pasolini attribuiva a Pascoli; le variazioni linguistiche in Giotti sembrano essere quelle piccole, operanti all’interno di una classe, come quelle che Contini individuava in Petrarca. Pasolini introduce così l’analisi storico-stilistica dell’opera giottiana:

Tale modificazione iniziale [intende la modificazione sopraggiunta con il soggiorno in Toscana e dunque con la ricchezza delle immagini pittoriche dell’ambientazione triestina di cui si è parlato sopra] (…) malgrado gli apparenti sviluppi, resterà fissa nella storia stilistica giottiana. (p. 310)

Da questi spunti, si può anche notare come il problema del dialetto sia, riguardo al testo scritto, molto più complesso della semplice opposizione asimmetrica “lingua nazionale / dialetti”. Presentando il dialetto di Giotti come potenziale lingua “assoluta”, allo stesso livello della lingua nazionale, Pasolini lo rappresenta come un’evoluzione e attuazione del “sogno” di Pascoli:

il grande desiderio irrealizzato del Pascoli era di “evadere” compiutamente, dalla lingua maggiore da lui già ridotta a minore, verso il dialetto. (…) In tal senso Giotti per primo, nel Novecento, attua questa ispirazione tipicamente pascoliana (…) al dialetto. (p. 306)

Il “sogno” di Pascoli è costruirsi una linea di fuga verso il dialetto come compimento dell’operazione di riduzione a minore della lingua maggiore. Pasolini a questo punto cita la myrica tradotta in “lingua fraterna”, ovvero in una lingua morta di cui sentire nostalgia: la naiv, dadora, flocca flocca flocca. Secondo Pasolini, Giotti attua questo “sogno”; ma come lo attua? Muovendo dall’invenzione-amalgama di “un” dialetto, quello triestino, operando, quindi, a partire dal dialetto e non dalla lingua nazionale.

Vi è qui, a mio avviso, un problema teorico: Pasolini introduce due categorie fondamentali, quella di “lingua maggiore” e di “lingua minore”. Vi dovrebbe essere un qualche tipo di relazione fra queste due lingue e le categorie continiane del “monolinguismo” e del “plurilinguismo”. Ma Pasolini non sembra chiarire, né avere molta chiarezza sul problema teorico avanzato dalle due nuove categorie. Meglio: le descrizioni del modo di funzionare delle due categorie rispetto a Pascoli è ineccepibile. La confusione comincia quando si inserisce Giotti. Il problema è la tesi pasoliniana sulla quale dovrebbe reggersi la connessione Pascoli-Giotti: il dialetto come lingua allo stesso livello dell’italiano. Sappiamo che questo era uno dei punti forti di “Officina”, ma anche quello che condurrà al fallimento ideologico la rivista. Questa tesi occulta, sotterra il problema teorico al quale Pasolini accenna, e che è problema teorico non solo della lingua della poesia, ma più in generale della lingua della letteratura.

5.3. Lingua maggiore e lingua minore.

Ripartiamo dal brano citato (p. 305) in cui compaiono per la prima volta le due categorie di “lingua maggiore” e di “lingua minore”, e rileggiamo quello che segue (p. 306) “dalla parte” di Pascoli, e non di Giotti.

Pasolini innanzitutto afferma che l’articolazione di una lingua “assoluta” – il dialetto parlato-inventato alla pari con la lingua nazionale – non è la stessa cosa del passaggio da una “lingua maggiore” a una “lingua minore”. Poco dopo considera tale operazione di articolazione della lingua “assoluta” come compimento dell’aspirazione di Pascoli: costruire una linea di fuga dalla lingua nazionale a una “lingua fraterna”. Secondo Pasolini, il dialetto parlato-inventato di Giotti è questa “lingua fraterna”: processo di rivitalizzazione di una lingua di cui sentire nostalgia (Giotti scrive in triestino dalla Toscana). Questa “lingua fraterna” non è una lingua minore, ma una lingua alla pari con la lingua maggiore per istituzione, ovvero con la lingua nazionale.

Ma consideriamo questi due estratti dalla pagina (p. 306) di Pasolini:

La lingua maggiore, in effetti, era già stata ridotta dal Pascoli (…): era già stata abbassata di tono fin quasi a raggiungere il parlato come recente koiné nazionale, o addirittura come dialetto. (…)

In realtà, (…) il grande desiderio irrealizzato del Pascoli era di “evadere” compiutamente, dalla lingua maggiore da lui già ridotta a minore, verso il dialetto.

Tra “lingua maggiore” e “lingua minore” non vi è una relazione dialettica, ma la seconda agisce nella prima, e tenta di tracciare una linea di fuga verso una “lingua fraterna” – lingua che Pasolini identifica, per Pascoli come per Giotti, con il dialetto. Ma per costruire tale linea di fuga, il poeta deve prima “lavorare” sull’espressione, sul piano dell’espressione; per Pasolini tale operazione si dà, per es., con un “abbassamento di tono”. Che significa? Lo abbiamo visto con Contini:

  • Un’operazione pre-grammaticale di risemantizzazione delle onomatopee, desemantizzazione del termine registrato nel dizionario e riconfigurazione del termine reso indefinito;
  • Un’operazione post-grammaticale per gradi differenti di determinazione di emersione dal fondo indeterminato (dall’impressionismo – che tocca la luce – alla nomenclatura corretta – che denomina le linee e la figura compiuta);
  • Un’operazione da compiersi “durante” la grammatica (o operazione di “grammaticalità depressa”) di sperimentazione plurilinguistica, invenzione sintattica e articolazione di linguaggio parlato.

Queste operazioni sono compiute su di una “lingua maggiore”: nel caso di Pascoli, non si tratta di una vera e propria lingua nazionale, ma, come afferma Pasolini, di “lingua letteraria”. Lo abbiamo visto nella prima parte, considerando le differenze proposte da Contini tra Dante e Petrarca: la “lingua letteraria” opera articolando condizioni trascendentali per ogni genere e modelli ideali di classico: le prime solcano confini nominalmente invalicabili, i secondi forniscono qualcosa di simile a un “modello legislativo”. La “lingua letteraria” compie azioni di negazione, riduzione e drenaggio del plurilinguismo, costituisce un mono- o bi-linguismo, e, linearizzando le congiunzioni filogenetiche per ogni genere e a partire da ogni modello in una struttura arborescente finale, si presenta come “naturalmente” originaria.

5.4. Riduzione a minore di una lingua maggiore.

Kafka. Per una letteratura minoreLa “lingua minore”, pertanto, non è qualcosa che sta fuori questo sistema, ma qualcosa che vi opera da dentro. Gilles Deleuze e Felix Guattari, in un capitolo su Kafka. Per una letteratura minore, si chiedono: “che cos’è una letteratura minore?”. La risposta generale che danno può essere accostata a ciò che Pasolini dice su Pascoli: operare una riduzione a minore della lingua maggiore:

Una letteratura minore non è la letteratura d’una lingua minore ma quella che una minoranza fa in una lingua maggiore. (Deleuze-Guattari, Che cos’è una letteratura minore?, in IDD, Kafka. Per una letteratura minore, Macerata, Quodlibet, p. 29)

Per questo non è possibile – come ammette Pasolini – che in Pascoli venga completamente eliminata la lingua letteraria: tracce e brandelli di questa, è inevitabile, permangono.

Deleuze e Guattari elencano tre caratteri di una letteratura minore. A noi interessa solo il primo. Vediamoli tutti e tre in tre brevi estratti:

Il primo carattere di tale letteratura è che in essa la lingua subisce un forte coefficiente di deterritorializzazione. (…) (p. 29)

Il secondo carattere delle letterature minori consiste nel fatto che in esse tutto è politica. (…) (p. 30)

Nella letteratura minore, infine – ed è questo il terzo carattere – tutto assume un valore collettivo. Infatti, proprio per la carenza, in essa, di talenti, non si danno le condizioni di una enunciazione individuata, che potrebbe essere per esempio quella dell’uno o dell’altro maestro e che potrebbe venir separata dall’enunciazione collettiva. (p. 31)

L’operazione pascoliana si ferma al primo carattere. Si può spiegare questo limite sia, come ha fatto Pasolini, segnalando una fissità stilistica dominante (cfr. Pasolini, Pascoli, p. 294: una forza irrazionale che lo costringe alla fissità stilistica (…)) che fa dell’opera poetica una funzione della vita dell’Io-poeta – e dunque venire meno di ogni eventuale aspirazione collettiva; oppure, come ha fatto Sanguineti, visualizzando Pascoli in una prospettiva sociologica, individuandolo come poeta del “sublime medio”, del sublime abbassato per la piccola borghesia, e così motivandone la svolta nazionalista – e dunque costruzione, come scrivono Deleuze e Guattari, di uno “spazio allargato” entro il quale collocare fatti edipici (la pronunciata svolta nazionalista).

Viceversa, l’operazione linguistica in generale va avanti; così il tentativo di costruire una linea di fuga verso una “lingua fraterna”:

Scrivere come un cane che fa il suo buco, come un topo che scava la sua tana. E, a tal fine, trovare il proprio punto di sotto-sviluppo, un proprio dialetto, un terzo mondo, un deserto tutto per sé. (p. 33),

o, per es., l’abbassamento dei toni:

Andare sempre più avanti nella deterritorializzazione… a forza di sobrietà. Poiché il vocabolario è disseccato, farlo vibrare in intensità. (p. 34)

Tuttavia l’operazione pascoliana non è così radicale. Non solo la riduzione a minore agisce solo sul piano del linguaggio, e agisce ancora più specificamente sul piano della lingua letteraria – che è cosa ben diversa dalla lingua nazionale; ma – e lo si è visto con Contini – s’incontra una qualche difficoltà, specie nel caso dell’operazione post-grammaticale, a superare in via definitiva il simbolismo, il parnassianismo della parola.

Si può a questo punto richiamare ancora una volta l’ambiguità di fondo del Pascoli poeta, ma anche il coesistere in lui della tradizione europea ottocentesca e un tentativo di suo superamento (si tratta di due posizioni complementari, che tuttavia Sanguineti concepisce in contrasto, opponendo la prima – che sostiene – alla seconda – che critica). Più dettagliatamente, l’operazione post-grammaticale può anche operare per riterritorializzazione: per es. annettendo almeno due livelli, uno di superficie e uno profondo, con la metafora o con un qualche simbolismo. Certi elementi in Pascoli restano instabili tra le due vie – detterritorializzare o riterritorializzare. Ecco un es. facile di ciò che Pasolini ha felicemente chiamato “fissità stilistica”: l’impressionismo linguistico, per es. “nero di nubi”: la precedenza concessa all’epiteto, la sostantivazione del qualificativo è proprio un movimento d’arresto, il problema del fissare, con una formula la più appropriata possibile, l’indeterminato, fissazione che sospende e immobilizza l’immagine poetica rispetto a un movimento di ritorno verso il simbolismo e rispetto a un movimento lungo di corrosione semantica dei termini e destabilizzazione dell’immagine stessa.

Come procedono l’operazione pre-grammaticale e quella di “grammaticalità depressa”?

Deleuze e Guattari (pp. 40-41) definiscono intensivi o tensori quegli elementi linguistici che, esprimendo le tensioni interne di una lingua, ne destabilizzano sintassi e semantica. Per es. l’uso non corretto di preposizioni, l’abuso del pronominale, l’importanza dell’accento, la successione di avverbi; ma anche la deterritorializzazione di suoni articolati. Si possono rintracciare questi elementi in Pascoli? Se consideriamo l’operazione pre-grammaticale in sé o congiunta all’operazione di “depressione” della grammatica, come quella svolta in Italy, potremmo definire un catalogo di elementi linguistici di questo tipo: Contini parla di uso semantico delle onomatopee e delle interiezioni, mentre in Italy le parole singole e le frasi vengono rielaborate per produrre “multicolore locale”. C’è tuttavia qualcosa che frena il movimento di queste operazioni, qualcosa che sembra davvero svolgere la funzione di drenaggio: in Pascoli, la funzione dell’Io-poeta. Ma è qualcosa che potrebbe coinvolgere tutta la letteratura nazionale (in lingua nazionale), qualcosa come la lingua letteraria.

5.5. Paroleàlangue e paroleàlangage.

Pasolini ritorna su Pascoli, o meglio sulla sua contraddizione interna, in un altro articolo, La confusione degli stili (pp. 365-384) del 1957. Leggiamo un primo estratto:

Strana è la mescolanza degli stili in Pascoli, (…) le sue “tendenze” (che giustapponevano poi, per così dire, anziché mescolare gli stili) erano un’estrema remora di classicismo che si mescolava a un’irrazionale (e appunto pre-grammaticale) inventiva romantica; …:

cambiano i termini in gioco: la giustapposizione degli stili (“grammaticalità depressa”) diventa la punta del classicismo pascoliano, dell’ostinata necessità di non abbandonare la tradizione – la “lingua letteraria”. Irrazionale, invece, non è più la “fissità stilistica” (cfr. Pasolini, Pascoli, p. 294), ma l’operazione pre-grammaticale, che diventa la sola veramente rivoluzionaria. Il brano prosegue:

… ma in definitiva l’allargamento e il conseguente abbassamento linguistico così ottenuto, non era che una dilatazione dell’io, non un ingrandimento del mondo se non apparente; e tendeva a costituire una nuova letterarietà linguistica, una nuova forma di fissazione. (p. 372)

Ritorna il motivo della sperimentazione in funzione della vita dell’Io-poeta. Ma a questo è aggiunto un nuovo tassello: Pascoli rientra nella “lingua letteraria”. La sua operazione di riduzione a minore della “lingua letteraria” rimane incompiuta; nell’opera di Pascoli ciò avviene probabilmente per l’azione di drenaggio dell’Io-poeta. Ma nella tradizione letteraria di questa incompiutezza vanno ricercate nelle otto linee pascoliane che Pasolini abbozza nell’articolo Pascoli (pp. 295-297): per ciascuna novità poetica, dissociata dalle altre, e per ciascuna remora di classicismo, si può tracciare una separata linea di tendenza. Un “Pascoli smembrato” in ogni suo punto fissato nuovamente nella “lingua letteraria”.

Da questa riflessione si può costruire una prima categoria sintetico-teorica. Prendendo a prestito i concetti di parole (linguaggio individuale) e di langue (lingua astratta e formale) da Saussure, senza preoccuparci troppo della correttezza nell’uso dei due termini, identifichiamo la parole come stile individuale (o stile dell’enunciazione individuata) e la langue come sistema stilistico. Questo sistema stilistico è costruito in forma di struttura arborescente con modelli ideali e fasci di varianti ammesse in ogni genere-ramo. La categoria di parole-langue identifica innanzitutto questo rapporto stretto tra stile individuale e sistema stilistico. Lo stile individuale può essere oggetto di smembramento – è il caso di Pascoli: per questo la dicitura “stile dell’enunciazione individuata” sembra più appropriata. È chiaro che questa categoria, che reca un sistema con modelli ideali, funziona mediante codici, o meglio mediante stili codificati.

Possiamo infine accostare il “monolinguismo” a questa categoria. Con “monolinguismo” non si intende la riduzione a uno stile di tutti gli stili d’enunciazione individuata, ma la determinazione astratta di un sistema stilistico. Il “monolinguismo”, per così dire, fornisce le categorie trascendentali a tale sistema, e ai codici di genere, traccia i confini e le griglie entro le quali operare le “fissazioni linguistiche”. Il “monolinguismo” attiva le operazioni di drenaggio che incanalano le paroles nella langue. Per questo il sistema stilistico non è un sistema fisso nel senso di essere immobile, ma un sistema che, con un bel quasi-ossimoro pasoliniano, “tende a innovazioni restauratrici” (La confusione degli stili, p. 373). Come nel caso di Pascoli.

In contrasto a questo movimento, opera la riduzione a minore della “lingua maggiore”. Prendiamo a prestito il concetto saussurriano di langage, inteso come “linguaggio sociale condiviso e parlato”, per costruire la categoria, opposta alla precedente di parole-langage: la parole, come stile d’enunciazione individuata, tende a divenire verso un linguaggio sociale o “concatenamento collettivo d’enunciazioni”. Abbiamo visto come in Giotti questo movimento avvenga, rispetto al dialetto nella posizione di langage, non come imitazione del dialetto, ma complesso gioco di costruzione di un dialetto inventato-parlato. La componente dell’invenzione linguistica, o della sperimentazione, appartiene alla parole, come nel caso di Italy di Pascoli. La parole, dunque, non imita il langage, ma muove verso questo. In questo senso, il “plurilinguismo” non è affatto il gancio che tiene uniti parole e langage, ma un vasto campo di sperimentazione linguistica e di assimilazione di linguaggio sociale. Il problema del doppio legame di sperimentazione e di assimilazione tra parole e langage è molto complesso e molto meno studiato rispetto alle operazioni di smembramento e restaurazione tra parole e langue. Un buon terreno di indagine è la “lingua di prosa”, quella di Gadda, per es., o anche quella di Bianciardi (si tratta di due argomenti differenti). Rimando per simili analisi a un articolo successivo.

Formalmente, dunque, le due categorie teoriche non sono in una relazione dialettica, ma propongono due differenti orientamenti che, a partire dalla parole, dallo stile d’enunciazione individuata, possiamo indicare con due frecce: paroleàlangue l’uno e paroleàlangage l’altro.

Nell’articolo La confusione degli stili vi è un importante studio sulla costruzione della “lingua letteraria” e i suoi rapporti con la “lingua nazionale”. Affronterò in un successivo articolo questo problema. Resta tuttavia un’ulteriore considerazione da fare. Abbiamo cominciato ad abbozzare le categorie teoriche di paroleàlangue e paroleàlangage e abbiamo considerato la langue come “sistema stilistico”. Pertanto langue e langage, essendo quest’ultimo linguaggio sociale, si trovano in due sfere nettamente distinte. In altre parole, l’operazione incompiuta di riduzione a minore di una “lingua maggiore”, nel caso di Pascoli, non avviene dentro una “lingua nazionale” ma nel ventre della “lingua letteraria”. Lo schema, dunque, risulta un po’ più articolato.

Sia Contini che Pasolini segnalano in Pascoli una continua tensione tra polo romantico (quello espressivo e sperimentale) e polo classicista (quello legato alla tradizione). Il rapporto con la tradizione letteraria, che rimanda alla categoria paroleàlangue, precede, per “peso strutturale” e importanza culturale, l’altro movimento, quello che rimanda alla categoria paroleàlangage. Ma Pascoli non si identifica con la tradizione letteraria, la rinnova, la dinamizza. La parole non può non muoversi all’inizio verso la langue, ma si muove con continue torsioni e ripiegamenti, rientrando – per così dire – da fuori. Si tratta dell’operazione di riduzione a minore della “lingua letteraria”. Il movimento paroleàlangue è continuamente interrotto da torsioni verso il movimento paroleàlangage, e queste deviazioni rientrano sul percorso che va dalla parole alla langue. L’operazione di riduzione a minore agisce “durante” il movimento paroleàlangue, come un fuoricampo cinematografico, secondo l’appropriata formula di Contini: operazione “durante” la grammatica.

Controprova: se il movimento paroleàlangage avvenisse solo dopo il movimento paroleàlangue, come dunque retroazione, ci troveremmo nel caso simile a quello dannunziano di un attingere dalla fonte letteraria per poi simulare il movimento verso il langage. Si potrebbe rendere i due diversi orientamenti con due caricature: quelle, appunto, del fanciullino e del Vate.

6. Conclusioni.

Con quest’ultima precisazione s’intende sottolineare una cosa piuttosto importante: i rapporti con la tradizione letteraria (paroleàlangue) e con il linguaggio sociale (paroleàlangage) non sono così semplici e immediati, in particolare se l’indagine è svolta sul piano dell’espressione, in una prospettiva linguistica e stilistica, alla quale ancorare la prospettiva letteraria. “Che cos’è la letteratura?”: io risponderei che si tratta sostanzialmente (nel senso anche della sostanza hjelmsleviana) di un problema di linguaggi e di immagini narrative o poetiche – o, per meglio dire, di linguaggi e di mise en scene. Più o meno è questo l’indirizzo teorico-metodologico che vorremmo dare alle nostre indagini nel campo letterario (e non solo in questo campo).

(fine)

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2 Responses to Pascoli. Per una lingua minore. Terza parte: riduzione (incompiuta) a minore di una lingua maggiore

  1. kon ha detto:

    bell’articolo

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