Luciano Gallino, Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia

Einaudi, Torino, pp. 195, € 17

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Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia

di Luciano Gallino prende il titolo da un volume di saggi pubblicato nel 1914 da un giurista, Louis Brandeis, che nel 1916 divenne membro della Corte Suprema degli Stati Uniti. Quello di Brandeis è un volume estremamente critico nei confronti del sistema della finanza e dell’investitore di professione, il banchiere specializzato in investimenti. “Con i soldi degli altri” significa che questi banchieri facevano affari per mezzo dei soldi che ogni specie di risparmiatore depositava in banca; utilizzando un’analogia, gli investitori di professione facevano dei soldi altrui il proprio strumento di lavoro. Quali ne sono state le conseguenze? La risposta è ovvia: il crollo del 1929 e la “grande depressione”. In seguito a questi drammatici eventi, il governo degli Stati Uniti promulgò nel 1933 un’importantissima legge, la legge Glass-Steagall, con la quale si imponeva la separazione tra banche d’investimento e banche di deposito e commerciali per garantire la sicurezza dei risparmi. L’abolizione di questa legge nel 1999 è uno dei passaggi cruciali per comprendere l’attuale crisi economico-finanziaria.

Il saggio di Gallino è piuttosto arduo dato che si impegna a spiegare i complicati meccanismi dei vari fondi (fondi pensione, d’investimento, speculativi, sanitari, assicurativi, ecc.), cosa sono, come agiscono e quali rapporti hanno con istituzioni come banche e corporations (capitoli I, II, III). Nei capitoli V e VI l’autore discute degli intrecci tra sistema politico e sistema finanziario (nel capitolo VI questi rapporti sono esemplificati nel caso della Enron); nel capitolo IV dello “scontro” tra finanza ed economia, scontro esemplificato nel modo in cui si trasforma l’impresa; infine, nei capitoli VII e VIII si considerano gli effetti sull’economia reale dei processi finanziari e l’inevitabile impotenza della politica. Ciò che segue non è una recensione, ma l’elaborazione di una chiave di lettura (o meglio di rilettura, che vale soprattutto per chi ha letto o ha cominciato a leggere il libro) per addentrarsi in, e poter continuare a riflettere su alcuni argomenti trattati dal libro.

Il sottotitolo del saggio, Il capitalismo per procura contro l’economia, richiama innanzitutto uno dei punti controversi nell’attuale dibattito socio-economico: esiste una finanza che si muove contro l’economia o i due sistemi sono strettamente interdipendenti e, di conseguenza, come sostengono i neo-liberisti, la finanza contribuisce allo sviluppo economico? Il punto di vista più interessante credo che sia quello di chi sostiene che la finanza è il nuovo sistema di regolazione dell’economia. Che significa? Prendiamo il caso del lavoro. Nel regime fordista, la regolazione dei processi lavorativi è di tipo politico: vi è uno Stato Sociale che garantisce, tra le altre cose, istruzione, servizi, sanità e pensione. Ma questo stato di cose è venuto meno abbastanza presto, dopo nemmeno trent’anni, non solo per un problema di staticità di questi processi che contraddice la necessaria dinamicità dei flussi economici, e non solo per una serie di altri problemi, o per una domanda di rinnovamento culturale avanzata e messa in pratica soprattutto dai giovani a partire dagli anni Sessanta; in termini numerici – detto in modo elementare – come si poteva mantenere un numero sempre maggiore di pensionati e il costo del settore pubblico con il sostegno di una massa di lavoratori in diminuzione di conseguenza all’automazione di molti processi lavorativi? Da qui, la finanza comincia a prendere il posto della politica nella regolazione dei processi economici. I primi passi di questa sostituzione sono sotto gli occhi di tutti: smantellamento del settore pubblico e privatizzazioni.

Einaudi, Torino, pp. 271, € 15

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In questo senso, si può interpretare il sottotitolo come “la finanza contro l’economia”, intendendo la finanza come nuovo sistema di regolazione dell’economia contro un’idea di economia regolata per via politica e soprattutto legata a meccanismi sociali. Questo punto è discusso da Gallino soprattutto a partire dal capitolo IV: riprendendo un suo libro precedente, L’impresa irresponsabile, il sociologo discute di due modelli di impresa: l’impresa come “istituzione” che svolge funzioni socialmente rilevanti, alla quale attività co-partecipano, in misura maggiore o minore, anche gli operai, e che è anche la sede di numerosi e spesso aspri conflitti sociali; e l’impresa come “rete di contratti” in cui prevale il rapporto tra azionisti e manager alla guida dell’impresa. L’obiettivo di quest’ultima – spiega Gallino – è far crescere le plusvalenze, cioè i rendimenti degli azionisti. Come farlo? Alleggerendo i processi produttivi con pratiche quali tipologie di contratti a termine, delocalizzazione, esternalizzazione, richiesta di politica di moderazione salariale, ecc. (all’elenco di Gallino possiamo aggiungere la de-regolarizzazione del contratto nazionale, fortemente richiesta dalla Confindustria e approvata da CISL e UIL). Questa tipologia di impresa, dunque, ormai legata a, se non dipendente da, i processi finanziari, per favorire questi ultimi può (e spesso deve) muovere contro l’economia.

Ma che cosa s’intende con “capitalismo per procura”? Dalla sostituzione della politica con la finanza quale sistema di regolazione dell’economia cerchiamo di seguire un percorso basato su una forte analogia tra sistema politico e sistema finanziario. Alla base dei processi politici vi sono (o vi sarebbero) gli elettori, i quali scelgono di dare il loro voto a un partito o al candidato del partito o al leader del partito, sulla base di aspettative e desideri più o meno razionali, più o meno emotive, ma sempre legate alla propria condizione di vita, a quella dei propri famigliari, a quella della categoria sociale (operai, imprenditori, avvocati, ecc.) di appartenenza. Il partito, o candidato, o leader, in campagna elettorale, fa promesse, stila o sottoscrive un programma politico, o un impegno con gli elettori. Il rapporto tra i primi e i secondi soggetti è estremamente complesso ed è quasi tutto ciò che va sotto il nome di “comunicazione politica”. È chiaro che, nei processi di comunicazione politica, un ruolo cruciale è quello dei media; ma altrettanto importante è la macchina del marketing politico.

Consideriamo ora la finanza: quali sono i soggetti alla base di questa? I risparmiatori, ogni specie di risparmiatore, dal super-ricco che vuole scommettere qualche milione di euro in azioni ad alto rischio, al lavoratore indipendente o al dipendente pubblico che si affida ai fondi pensione, ai piccoli risparmiatori che investono qualche centinaia o migliaia di euro in obbligazioni. I risparmiatori – scrive Gallino verso la fine del libro (p. 168) – “hanno affidato all’intermediazione degli investitori istituzionali decine di trilioni di dollari ed euro, allo scopo di accrescere la sicurezza di poter fruire in futuro vuoi di un reddito sufficiente per condurre  una vita dignitosa, una volta lasciato il lavoro, vuoi di un capitale da destinare in qualsiasi momento a qualche sensato uso”. I risparmiatori hanno delle aspettative, hanno uno strumento che, “per procura”, può permettere loro di cercare l’appagamento di tali aspettative. Sembrerebbe proprio un sistema elettorale, dove una quota di risparmio corrisponde a un voto. Fin qui ci troviamo, formalmente, in una sorta di “democrazia finanziaria”. Gallino, del resto, già nell’introduzione, cita La rivoluzione invisibile di Peter Drucker, celebre economista che negli anni Settanta, in modo avventato e da futurologo, parlava di un nascente socialismo grazie alla finanza, in cui i lavoratori possiederebbero, attraverso un meccanismo di deleghe, e soprattutto per mezzo dei fondi pensione, i mezzi di produzione.

Ma a fare la parte del candidato, in finanza, vi è un attore di cui non è facile chiarire l’identità: chi è questo attore? Può essere un manager – ma sotto tale generale dicitura vi è una molteplice specie di manager – può essere un consulente, un agente di Borsa, o anche un rappresentante di un ente finanziario. In termini generici, si tratta di un investitore istituzionale. Rispetto ai risparmi che a lui vengono affidati, e rispetto alle aspettative dei risparmiatori-elettori, l’investitore istituzionale promette di operare in qualsiasi modo per ottimizzare il rendimento del capitale investito. Fino a questo punto, sembra di essere ancora in un sistema formalmente democratico. Tuttavia vi è qualcos’altro che non rientra in questo rapporto di “comunicazione economica” (comunicazione nella quale, oltre al marketing, giocano un ruolo importante, come nella comunicazione politica, anche i media: si pensi alla “campagna di sensibilizzazione” a favore dei fondi pensione di qualche anno fa in Italia). Gallino chiama questo qualcos’altro “effetto perverso” (e rimanda a un saggio di Raymond Boudon degli anni Settanta): effetto che risulta dalla giustapposizione di comportamenti individuali e che non risultano obiettivi ricercati dagli attori. In poche parole, gli investitori istituzionali non hanno alcun interesse, né motivo né obbligo né bisogno, a spiegare come utilizzeranno “i soldi degli altri”. L’obiettivo principale, la massimizzazione del rendimento del capitale investito, è la promessa, ma solo agli investitori istituzionali spetta di decidere con quali modi realizzare questa promessa, senza doverne rendere conto ai risparmiatori.

Colin Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Bari, pp. 148, € 7.50

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Ma non funziona in questo modo anche il sistema politico? Non vi è anche qui un “effetto perverso”? Possiamo pensare alle denunce della “Casta”, ma non si tratta solo di questo. L’“effetto perverso” di un sistema politico è tale, cioè perverso, solo se considerato in rapporto al processo di comunicazione politica. Il politico candidato, per esempio, alle elezioni non andrà certo in giro a dire chi sarà il nuovo direttore di una certa agenzia o da chi ha ricevuto donazioni per la campagna elettorale, dato che nessuno gli chiede o gli ordina di renderne conto agli elettori; i pochi nomi ch fa sono sempre promesse. In altri termini ancora, il partito o il candidato o il leader promette agli elettori e risponde ad altri soggetti con i quali entra in relazione o che sono suoi alleati. Per una ragione di equilibri, i secondi soggetti sono più potenti degli elettori e quelli ai quali bisogna innanzitutto rispondere. Questo ulteriore e decisivo passo ci proietta nella dimensione della “post-democrazia”, dove il “post” non indica un regime politico che è successivo a quello democratico, ma un insieme di processi che si trovano oltre e fuori rispetto alla democrazia – processi che, per la loro importanza, orientano l’andamento di quest’ultima. Il caso Alitalia è un interessante caso di “post-democrazia”: in campagna elettorale Berlusconi ha promesso “una soluzione rapida”. Che tipo di soluzione? La soluzione è stata elaborata dopo, con attori del sistema economico e finanziario (Confindustria e banche su tutti), fuori del controllo della democrazia, senza dover rendere conto né agli elettori (anche se lo Stato paga i debiti della compagnia) né ai lavoratori (se ci si ricorda delle complesse trattative con sindacati e con associazioni corporative di rappresentanza).

Gli enti finanziari, le grandi banche, le corporations, i grandi industriali ecc. sono gli attori che giocano nella dimensione della “post-democrazia” e coesistono con gli attori del sistema politico. Nel capitolo III, Gallino studia il modo in cui il sistema bancario (che definisce “bancocentrico”) ha creato, grazie all’abolizione della legge Glass-Steagall e ad altri provvedimenti, un sistema della finanza alternativa, composto da enti finanziari, investitori istituzionali, fondi vari, che si muovono alla luce e al buio, in una no man’s land che Gallino chiama “sistema finanziario ombra”. Qui si muovono i famigerati “prodotti derivati”, di cui è necessario sottolineare un tratto distintivo: per i quattro quinti, questi prodotti derivati non circolano in Borsa ma sotto forma di contratti privati. Che vuol dire? Vuol dire che la Borsa non è il solo luogo, il solo modo di espressione, della finanza. La tipologia della “rete di contratti” pervade burocraticamente i processi economici: per esempio, prodotti derivati si possono trovare anche in un fondo pensione. Per questa ragione le banche centrali e gli istituti finanziari possono fornire solo una stima molto ipotetica dei prodotti derivati in circolazione. Per la spiegazione di questi complicati meccanismi, delle attività dei fondi e dei rapporti con banche e altri soggetti influenti, rimando ai capitoli I, II e III del saggio di Gallino.

La politica stessa, infine, gioca in un contesto di “post-democrazia”. Gallino, per esempio, sottolinea come la Dichiarazione del G20 del novembre 2008 riporti le stesse raccomandazioni di un documento dell’Institute of International Finance, un’associazione che raggruppa le più potenti istituzioni finanziarie (p. 185). Si potrebbe parlare di una sorta di “pensiero unico”. Ma non bisogna dimenticare che esistono associazioni finanziarie che studiano anche il modo in cui poter ottenere buoni risultati dall’investimento economico e finanziario in tecnologie “pulite” (il famoso eco-capitalismo).

Resta aperto, in conclusione, un interrogativo sull’attuale governo americano, già per esempio sulla riforma sanitaria. La vittoria di Obama alle elezioni è certamente un fatto di democrazia elettorale. Tuttavia non è detto che ciò debba avere dei legami immediati con la questione della finanza. Per esempio, non è detto che le maggiori ripercussioni di tale vittoria si avranno negli Stati Uniti piuttosto che a livello internazionale. E poi, quali istituti e quali attori gravitano intorno al governo americano? È cosa dubbia, credo, che si possano riformare i processi finanziari così rapidamente – e se lo si dovesse fare, non ci verranno certamente a perdere i professionisti dell’investimento e gli enti finanziari.

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2 Responses to Luciano Gallino, Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia

  1. […] le interazioni strategiche e di potere nel campo economico e nel campo politico – filone che prende spunto da qui – e la retorica del discorso politico e del discorso economico – che prende spunto da […]

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