Sul comportamento economico

Ne L’impresa irresponsabile, Luciano Gallino inserisce in nota una piccola storia interessante.

In Social theory and social structure, Merton narra un episodio fittizio, ma assai realistico se riferito agli anni Trenta: una banca in buone condizioni fallisce a causa della diffusa credenza fra i suoi clienti, credenza infondata, di una situazione di crisi. I clienti si precipitano per ritirare tutti i loro depositi mandando al collasso l’istituto.

Di questo episodio fittizio esistono (per così dire) due versioni cinematografiche.

In un film di Frank Capra del 1932, Follia della metropoli (American madness), il direttore di una banca, Thomas Dikcson, affronta gravi difficoltà a causa del crollo di Wall Street del 1929. Il cda della banca lo invita a cedere l’istituto a un Trust per evitare il fallimento e poter conservare il ruolo di direttore. Dickson rifiuta, ma una notte vengono rubati dal deposito centomila dollari. Alcuni clienti della banca si recano agli sportelli per delle commissioni: la mancanza di contanti scatena il panico, una folla di persone si precipita per ritirare i propri depositi, la banca è sull’orlo del fallimento. Ma quando viene individuato il colpevole, alcuni amici del direttore Dickson, uomini dell’alta finanza, si recano agli sportelli per depositare somme ingenti. L’evento provoca un effetto esattamente opposto al panico, una sorta di “euforia irrazionale” che fa impennare la domanda di depositi.

Una seconda versione, molto più lucida della precedente, è la celebre scena dei due penny in Mary Poppins (1964). Michael ha due penny che vorrebbe dare alla vecchietta che dà da magiare ai piccioni. Il padre, George Banks, considera del tutto irragionevole il proposito del figlio e gli consiglia di depositare i due penny nell’illustre banca di cui è impiegato. Anche il decrepito direttore partecipa al lungo tentativo di esortazione musicale: è lui che, alla fine, prende dalla mano di Michael i due penny (ricordo le celebri frasi: “se la Banca d’Inghilterra sta in piedi, l’Inghilterra sta in piedi”; “se la Banca d’Inghilterra crolla, l’Inghilterra intera crolla”); ma con ciò provoca la reazione del bambino che gli si lancia contro per riprendersi il soldo. Le urla del bambino – “ridammi il mio denaro!” – giungono fino alla sala centrale, dove vengono udite da due signore allo sportello, che chiedono prontamente la restituzione dei loro depositi. Un signore, poco più in là, fa la stessa richiesta, e in poco tempo la banca è presa d’assalto da gentiluomini inglesi.

Queste storie fanno riferimento a una questione molto interessante, quella del mimetismo del comportamento economico. Si prenda il caso di un attore economico che agisce in una condizione d’incertezza e che dispone di informazioni incomplete sulla situazione interessata, o che non sappia come gestire le informazioni a sua disposizione; probabilmente imiterà i comportamenti altrui, specialmente di quelli che lui crede (o sa?) ne sappiano più di quanto ne sappia lui. Già Keynes aveva parlato del problema del mimetismo. Il mimetismo non è per forza determinato dalla complessità di un oggetto, ma dipende per lo più dalle valorizzazioni operate dai soggetti. Poiché di solito si ritiene molto importante il risparmio depositato in banca, allora una persona esprimerà una forte domanda di sicurezza per il proprio deposito e manifesterà un sentimento di grande tensione per ogni evento che possa minacciare il proprio risparmio. Poiché si tratta di tratti comuni del comportamento economico, ecco come può esplodere il panico in una situazione che l’attore collettivo interpreta come rischiosa per il proprio fondo.

Ma il mimetismo del comportamento economico non è qualcosa che appare solo quando crollano banche. Il mimetismo degli attori economici può generare comportamenti razionali. Ma la folla che ha assalito i negozi il primo giorno di vendita dell’I-phone a New York è una folla razionale o irrazionale? La stessa domanda si può porre, per esempio, per le prime uscite di best-sellers come Harry Potter, i libri di Dan Brown, ecc.

Nell’episodio e nelle due versioni cinematografiche, il mimetismo genera comportamenti emotivi. Purtroppo, gli economisti neoclassici non hanno mai apprezzato questi comportamenti. Anzi, il più delle volte li considerano idioti. Tuttavia non si può certo dire che il mimetismo di comportamento sia un fenomeno casuale e sporadico: al contrario, è organizzato e fortemente modalizzato. Una folla, per esempio, è un attante collettivo in cui ogni attore agisce nello stesso modo in cui agiscono gli altri. Una folla non è affatto un cumulo di soggetti passivi o oggetto di somministrazione ideologica da parte di “persuasori occulti”: una folla è un attante estremamente attivo. Basti pensare alle folle che linciano o incitano al linciaggio. E cosa sarebbe accaduto a Mussolini se un bel giorno, durante una delle sue adunate oceaniche, la folla, invece di acclamarlo, lo avesse ignorato? Uno studio attento sulle folla, uno studio semiotico e psicosociale, è qualcosa che sembra oggi poter avere una grande importanza; grande anche per gli economisti. Per un economista neoclassico, un fan di Madonna è completamente idiota dato che per acquistare il biglietto è disposto a recarsi alla biglietteria anche la notte precedente la sua prima apertura.

Perché questa pigrizia degli economisti verso il comportamento? La risposta si può trovare nel modello economico neoclassico: l’attore razionale bada alla sua utilità, agisce massimizzando i benefici e minimizzando i costi, possiede tutte le informazioni pertinenti al suo agire. Questo modello è del tutto astratto, ma per l’economista neoclassico è il punto marginale del modo di funzionamento di una società economicamente perfetta. Pertanto il modello deve fungere da momento sanzionatorio, cioè valorizzante, di ogni operazione economica e di ogni scelta politica su fattori economici, e, nello stesso tempo, da metro di costruzione del fatto economico – per es. di una riforma del lavoro o di una privatizzazione.

Tutto ciò, per rovesciare il giudizio che l’economista dà sul comportamento economico che non si commisura al modello neoclassico, è del tutto idiota. Una folla è di certo molto più intelligente di un’economista: non è la folla che non segue l’economista, è l’economista che non segue la folla.

Di recente, in seguito alla crisi finanziaria-economica, è cresciuto un dibattito tra economisti sul problema del metodo economico e dell’insegnamento dell’economia. Ed è soprattutto emerso un punto molto importante all’interno di questo dibattito: l’economia deve occuparsi di più del problema dell’attore economico e del comportamento economico. Questo percorso metodologico è seguito da una vasta area che comprende economia cognitiva, economia sperimentale, finanza comportamentale, neuroeconomia. Momento illustre per queste scienze economiche è stato il premio Nobel assegnato nel 2003 a Vernon Smith e Daniel Kahneman, entrambi critici dei modelli neoclassici e degli approcci econometrici tradizionali, proprio per aver introdotto la psicologia cognitiva nelle discipline economiche (inoltre Kahneman è di formazione uno psicologo cognitivo). Si possono sintetizzare questi contributi alla critica del modello neoclassico (senza con ciò voler sintetizzare gli approcci, le discipline, gli studi) con un’asserzione: “il comportamento degli attori economici non è razionale, ma è molto più complicato. Per saperne di più dobbiamo studiare la mente umana e l’interazione tra attori pensanti. Se ne evince che il modello neoclassico non appartiene al ragionamento”.

Questo insieme di studi muove da una base comune, la convergenza di studi economici con la psicologia cognitiva e le neuroscienze. Probabilmente seguiranno ulteriori appunti su questi campi di studio. Ma una domanda può già essere posta “a bruciapelo”: non è che questo modello non solo non è presente nella mente umana, ma non lo è nemmeno nelle relazioni sociali? Vi è questo risvolto del comportamento economico che andrebbe tenuto in stretta considerazione. La conseguenza non è la sparizione del modello neoclassico, ma la sua collocazione nell’ambito della cultura economica. È questo un terreno molto importante, che però è stato affrontato solo sul piano dello studio dell’ideologia o dello studio normativo. Entrambe le operazioni hanno dei forti limiti: lo studio dell’ideologia procede per sintesi e non per analisi, e dunque rischia di dimenticare di osservare quel che accade, e quel che strutturalmente accade, a livello empirico, generalizzando certi elementi e perdendone altri che tuttavia potrebbero essere interessanti se ripiegati in altri concatenamenti, o, quando estremamente politicizzati, costruiscono culture economche viziate da visualizzazioni disforizzate di comportamenti economici che non si confanno ai propri (dell’osservatore) desideri; lo studio normativo, invece, tende ad affermare il “dover-essere” e il “dover-fare” degli attori socio-economici. Ma non è vero che il primo filone è studio critico e il secondo è studio da “alleato”: per es., certi studi critici, che sono anche studi dell’ideologia, possono essere molto più normativi di uno studio da “alleato” o consulente di industria ferroviaria, anche quando affermano il “dover-essere” in modi di dialettica negativa. Ciò che andrebbe articolato è uno studio descrittivo delle tipologie di cultura economica a partire dall’analisi a livello empirico dei comportamenti economici in interazione.

Procederemo lungo questo percorso in modo parallelo ad altre due strade che abbiamo già cominciato a percorrere o che abbiamo da poco preso a indagare: il primo è la prossima chiusura della critica dei cognitivisti – non quelli di cui ho detto poco fa, ma della corrente che proviene dall’operaismo – vedi qui –; l’altra è la necessità di studiare insieme le interazioni strategiche e di potere nel campo economico e nel campo politico – filone che prende spunto da qui – e la retorica del discorso politico e del discorso economico – che prende spunto da qui. Tutto ciò per problematizzare le questioni economiche, spesso banalizzate o eccessivamente formalizzate, e per ribadire che l’economia è luogo in cui praticare, discutere e anche criticare un’operare analitico materialista, a partire da un interessante paradosso che potrebbe interessare il materialista: ma non è che le trasformazioni economiche diventano concrete quando cambiano i rapporti interni ed esterni di cultura economica? E come costruirsi (storicamente e semioticamente) una cultura economica?

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