Elia Suleiman Piccole Resistenze Poetiche

 

Intervento divino (2002)

Il tempo che ci rimane (2009)

Il cinema di Suleiman è cinema militante.

Ma non è militante in senso storico-diegetico (Chahine), documentaristico (Gitai), mitologico-popolare (Glauber Rocha), intellettuale (Godard), pedagogico (Rossellini), corporeo e in forma di happening artistici (Wakamatsu), estetico (Scavolini).

Il cinema di Suleiman è cinema militante in altro senso.

Vi è l’opposizione principale, indubitabile, “Israele VS Palestina”. Vi sono tutti gli elementi che già conosciamo di questa opposizione: gli israeliani ultra-armati, i posti di blocco, i palestinesi senza armi, ecc. Ma uno dei punti fondamentali del cinema di Suleiman consiste nel porre il problema: “come si può resistere all’opposizione Israele VS Palestina”?

Suleiman è palestinese, ma non si lascia trascinare nell’opposizione di cui sopra. Si pone il problema del suo superamento. Proprio in questo senso non si pone il problema della risoluzione del conflitto. Non è cinema militante nel senso di essere di impegno sociale. Non si può porre la risoluzione del conflitto ma si può mettere in opera il tentativo del suo superamento.

Come si può superare l’opposizione principale, o anche opposizione totale, quella che subito viene in mente quando si pensa a Israele o a Palestina, quella che invade tutto il territorio?

Suleiman non invoca un popolo. Non c’è problema del popolo. In questo senso, ancora, il suo cinema militante non si può collocare nell’opposizione “Israele VS Palestina”. Suleiman opera il tentativo del superamento di tale opposizione.

Già il problema di porre questo interrogativo fa sì che il cinema di Suleiman sia cinema sospeso, in perenne bilico, cinema precario, e, nello stesso tempo, leggero, sottile. Nei suoi film prevalgono i posti di confine, le frontiere, ma nelle immagini ci sono sempre porte aperte, finestre aperte. Un cinema aperto che cerca il superamento di un evidente contrasto.

Un cinema aperto è il contrario di un cinema della chiusura: non un cinema di tesi, di prese di posizione nette e chiare, di storiografia (mi viene in mente l’operazione di Rocha sulla storia del Brasile, prendere possesso della storia del Brasile da un punto di vista militante e marxista); non un cinema di parte. Non un cinema in sé contro Israele, ma un cinema contro il persistere nell’opposizione “Israele VS Palestina”.

Un cinema che si pone il problema del superamento dell’opposizione principale, non è un cinema astratto, irreale. In un certo senso, già i documentari di Aimos Gitai, Una casa a Gerusalemme, mettono in discussione l’opposizione. Suleiman lo fa dalla parte palestinese. Giocando sulla convivenza con questa opposizione, sulla sua disillusione che è anche il suo smascheramento, lo smascheramento della sua debolezza, giocando sulle piccole resistenze.

Il tempo che ci rimane: una donna col passeggino passa mentre in strada si fronteggiano palestinesi, armati di pietre, e soldati israeliani ben equipaggiati. I palestinesi sono fermi, gli israeliani puntano il fucile sulla donna. Le dicono “vai a casa”. La donna risponde: “no, voi andate a casa!”. Dopo che è passata, riprende la guerriglia.

Ecco un esempio del superamento dell’opposizione “Israele VS Palestina”, del suo smascheramento e della convivenza con questa.

Un giovane esce a gettare il pattume. Un carro armato israeliano, a pochi centimetri di distanza, segue i suoi movimenti con il cannone puntato. Il giovane parla al telefonino, si muove, il cannone lo segue.

Una discoteca in un edificio a vetri. È sera. I soldati israeliani avvisano che è aperto il coprifuoco. I giovani continuano a ballare.

Cortile interno di un ospedale. Un giovane palestinese, alto, trascina un poliziotto israeliano che lo ha legato a lui con le manette (mi pare che i soldati israeliani nel cinema di Suleiman sembrano sempre fisicamente inferiori ai palestinesi). L’uomo in manette trascina il poliziotto per salutare tre amici seduti sulla panchina.

Due uomini, il padre e un amico, pescano di notte.

Intervento divino: il lancio di un palloncino con disegnato il volto di Arafat per distrarre i soldati israeliani e poter passare al posto di blocco e incontrarsi con la donna amata.

Il cinema militante di Elia Suleiman è un cinema militante delle piccole resistenze poetiche.

Immagine topica: E.S. (il protagonista, lo stesso regista che mette il suo corpo per vedere, superficie liscia che osserva, come la cinepresa, ciò che lo circonda) e il muro che divide la striscia di Gaza. E.S., con un’asta, salta il muro (lanciarsi verso il superamento dell’opposizione forte).

Piccole resistenze poetiche, piccole resistenze dell’immaginario, che rovesciano la realtà, irrompono nei concatenamenti reali, capovolgono questi, saltandoli piuttosto che spezzandoli.

Piccole resistenze poetiche che operano il superamento, lo smascheramento, la convivenza rovesciata, a proprio favore, dell’opposizione “Israele VS Palestina”.

Non un cinema militante che invoca un popolo, ma nemmeno un cinema militante che chiede pace. “Non so come fare”, sembra dire il regista all’inizio del secondo film – “Dove sono?”. Ma un cinema militante che fa vedere, pratica, agisce delle piccole resistenze.

Un cinema militante che suggerisce pratiche immaginarie, poetiche di savoir-faire contro una realtà di guerra (ma anche contro la realtà raccontata dai media). Penso che tutto ciò sia molto vicino a un certo situazionismo.

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