Discorso sul lavoro contemporaneo. Due orientamenti: emancipazione del lavoro, mercificazione del lavoro

Esaminando la letteratura sui lavoratori della conoscenza e sui precari possiamo individuare due orientamenti generali del discorso sul lavoro. Si tratta di orientamenti che cercano di rendere conto di alcune regolarità che vengono pertanto messe in risalto. I punti intorno ai quali si muovono seguendo direzioni opposte i due orientamenti possono essere così sintetizzati: una diversa lettura delle trasformazioni storiche riguardanti il mondo del lavoro, l’interpretazione di conseguenza elaborata a partire da differenti regolarità sul piano economico, sociale e politico.

Ma da un altro punto di vista, si può dire che entrambi gli orientamenti, movendo dalle stesse condizioni di possibilità, da certi tratti distintivi del mercato del lavoro, leggendo questi in serie di rapporti del tutto differenti, tessono regolarità nell’ambito di fenomeni che presenziano il mondo del lavoro, analizzano le tendenze che si possono tracciare a partire da queste regolarità lungo il piano economico, il piano sociale e il piano politico, costruiscono campi di oggetti differenti, ma in modo tale che lo sguardo dell’uno orientamento possa saltare nel campo di oggetti intorno all’altro orientamento e lo prenda in considerazione come vedendolo in una sorta di prospettiva rovesciata. Ciò accade perché vi è una certa tensione che corre tra i due orientamenti, per cui l’uno non può essere preso in considerazione senza pensare all’altro. Il che è più evidente nel caso dell’orientamento sulla precarizzazione del lavoro, il quale assume spesso questa posizione dall’interno del proprio discorso, volendo così misurare le distanze di prospettiva nella costruzione del proprio campo di oggetti sulla base di un certo piano.

Esaltazione dei lavoratori della conoscenza e precarizzazione del lavoro rappresentano due orientamenti opposti del discorso sul lavoro.

Il primo è un movimento ascendente, che si rileva a partire dalla riqualificazione del lavoro – passaggio dal braccio alla mente – e quindi può giungere a sostituire il termine lavoro con una nuova accezione[1]; il secondo è un movimento discendente, orientato a osservare e registrare la degradazione del lavoro e delle condizioni di lavoro[2]. Il nuovo nome assegnato al lavoro rimanda al nuovo paradigma economico, essendo superato definitivamente il periodo della società industriale: Enzo Rullani, per esempio, osserva la generazione del valore economico nella “fabbrica dell’immaterialità” – laboratori di ricerca o anche produzione di dati e di informazione nei servizi di trasporti o nella logistica[3]; la precarizzazione diffusa convive con le nuove tipologie di contratto, la diminuzione generale dei salari, e soprattutto con lo smantellamento dello Stato sociale, quindi di ogni garanzia e sicurezza per il lavoratore[4].

Bisogna quindi applicare una lettura storica del movimento opposto dei due orientamenti: il movimento discendente ripropone il linguaggio dello sfruttamento del lavoro, interpreta il momento storico seguente la provincializzazione del fordismo paragonandolo al periodo della prima rivoluzione industriale – prevalenza dei rapporti individuali di lavoro, nuove forme di lavoro come il lavoro in appalto o il lavoro su commessa, crescita del lavoro autonomo, pratica del subcontratto, ecc.[5]; il movimento ascendente parla di successo della maturazione del lavoro, passaggio dunque dal lavoro manuale, prevalente nell’era fordista, al lavoro intellettuale, che caratterizza i nuovi rapporti di lavoro: questo quadro sembra rappresentare un primo stadio intermedio tra la crisi del vecchio sistema sociale e la comparsa di nuovi processi sociali[6].

Sul piano economico, il movimento discendente si preoccupa di sottolineare l’irresponsabilità delle imprese e i larghi profitti che queste fanno grazie agli investimenti finanziari, o le perdite conseguenti ai giochi di Borsa che vengono distribuite sulla pelle dei lavoratori, di denunciare la deregolazione dei rapporti di lavoro come meccanismo che rende le persone incapaci di gestire l’incertezza e le fa vivere in una condizione di “insicurezza esistenziale”[7]; il movimento ascendente, al contrario, mette in risalto le nuove opportunità che l’adattamento alla mobilità e alla flessibilità garantiscono in termini di esperienze da maturare e che fanno maturare la persona, di autonomia, professionalità e creatività, di libera e continua formazione in relazione con altre persone[8].

Sul piano sociale, il movimento discendente contestualizza la precarietà dei lavoratori come “isolamento autistico” nella società del rischio, e a questo dato psichico collega l’esplosione delle paure collettive, ma soprattutto ripropone la tesi dell’egemonia dell’economico sul sociale, ovvero dell’irruzione della logica economica, dell’agire strumentale e dei codici funzionali della sfera economica, nello spazio sociale[9]; il movimento ascendente pensa a un’economia in cui quelle che Pareto definiva azioni non-logiche non sono più facilmente distinguibili dalle azioni logiche e diventano parte integrante dello spazio economico (su questo punto il movimento ascendente incontra la riforma della teoria classica del comportamento economico), per cui è la società che viene incontro all’economia, processo con il quale si spiegano casi come quelli di un’economia legata al territorio da un rapporto mutualistico, è la persona con le sue narrazioni ed emozioni ad animare l’economia: si giunge così alla costruzione di un nuovo soggetto sociale, come la “creative class” o la neo-borghesia degli auto-imprenditori[10].

Sul piano politico, il movimento discendente parla dell’esperienza sociale della vulnerabilità come condizione di esistenza nel nuovo modello di produzione post-industriale in cui le resistenze sociali sono marginalizzate per ottimizzare i tempi e l’operato delle imprese: si ha un deficit di democrazia, sia a livello di contrattazione con l’attacco contro le parti sociali, sia a causa della mancanza di una rappresentanza politica che faccia da portavoce dei lavoratori precari[11]; il movimento ascendente individua la novità politica nell’investitura del leader carismatico, il quale passa indifferentemente dalla politica all’azienda, ma vede anche nella società della conoscenza e nell’importanza che assumono i creativi gli ingredienti per una nuova democrazia tollerante, aperta e partecipata[12].

Si può quindi chiamare il movimento discendente discorso sulla mercificazione del lavoro, e il movimento ascendente discorso sulla emancipazione del lavoro.

Il discorso sull’emancipazione del lavoro definisce il lavoro con termini come “lavoro cognitivo”, “lavoro immateriale”, “lavoro creativo”, “lavoro affettivo”. In quest’ultimo movimento si fanno rientrare casi come l’assegnazione di un nome nuovo al lavoro, il discorso sulla persona, sulle sue storie e le relazioni umane, in quanto tratti distintivi e segni delle forze del nuovo capitalismo.

Il discorso sulla mercificazione del lavoro è critico ma non per questo si occupa solo di operai e precari dei call-center; il discorso sulla emancipazione del lavoro parla molto di autonomia professionale e auto-imprenditorialità ma non per questo si traduce in un elogio dei nostri tempi[13].

Si tratta di due discorsi opposti nella visione economica, sociale e politica, entrambi mettono in luce eventi nuovi che emergono con il venire meno dell’immagine dominante della fabbrica, ma in modo differente: il discorso sulla mercificazione del lavoro contraddice i buoni auspici dell’avvento di una società in cui si lavorerà di meno senza guadagnare di meno[14], il discorso sulla emancipazione del lavoro da un lato registra l’aumento del numero di laureati o degli occupati in settori quali quello dello spettacolo o della pubblicità, dall’altro lato racconta storie di invenzioni di lavoro o di costruzione di imprese “fai-da-te”, oppure espone un nuovo modello organizzativo, valido soprattutto per le piccole aziende e i piccoli gruppi, in cui il lavoro cambia completamente aspetto rispetto ai modelli classici (modello fordista-taylorista o modello toyota).

Si potrebbe pertanto sostenere che il primo è un discorso dei governati e il secondo  un discorso dei governanti: ma ciò sembrerebbe solo un effetto di superficie rispetto a un passaggio più profondo. I due orientamenti hanno un punto in comune, la crisi della rappresentazione della classe operaia, ovvero il venire meno dell’immagine dominante della fabbrica.

Da qui la necessità di nominare l’epoca (attuale) successiva al fordismo non più soltanto come post-fordismo, quindi di dotarla di una nuova immagine del lavoro dominante. È ciò che si preoccupano di fare entrambi gli orientamenti: Richard Florida, per esempio, elegge la “classe creativa” a immagine del lavoro dominante – un’iconografia dell’emancipazione del lavoro[15]. Allo stesso modo, si può elaborare un’iconografia della mercificazione del lavoro facendo dell’immagine del precario l’immagine del lavoro dominante.

Se è chiaro perché il discorso politico militante sul lavoro critica l’orientamento dell’emancipazione del lavoro, meno evidente possono essere i motivi della critica al secondo orientamento.

Ciò che lo sguardo critico rimprovera al discorso sulla mercificazione del lavoro non è tanto il tentativo di costruire l’immagine del precario, quanto quella di istituirla a immagine dominante. Il che comporterebbe l’imposizione di un confronto con la vecchia immagine dominante dell’operaio, e quindi il rischio da un lato di rimpiangere i vecchi sistemi sociali come più sicuri e garantiti, dall’altro lato di voler installare sull’immagine del precario tutti gli apparati politici centralizzati di cui l’immagine dell’operaio portava l’impronta.

(vedi discorso sul lavoro e General Intellect)

(vedi sul rifiuto del lavoro)

(vedi sulla protesta dei precari come voce leale)

(vedi sullo sciopero generale e sullo sciopero precario)

(vedi Introduzione alla griglia di analisi della forma-fabbrica: 1. Spazializzazione, 2. Temporalizzazione, 3. Attorializzazione)

(vedi Dalla fabbrica al mercato del lavoro: parte 1, parte 2, parte 3, parte 4)

(vedi Per l’analisi del mercato del lavoro: parte 1, parte 2)

(vedi Introduzione alla griglia di analisi del mercato del lavoro: 1. Spazializzazione, 2. Temporalizzazione, 3. Attorializzazione)

(vedi Appunti critici su Comune di Hardt e Negri)

BIBLIOGRAFIA

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[1]“Oggi che la mente umana diventa, almeno in potenza, la risorsa produttiva primaria, è l’accesso alla facoltà della mente – l’immaginare, il desiderare, il progettare, il riconoscersi – a consentire la generazione di valore economico e di vantaggi competitivi” (Rullani 2004a, p. 42).

[2] Cfr. l’analisi nella realtà brasiliana di Ricardo Antunes. Questi definisce la “classe lavoratrice” come “classe che vive di lavoro”, ovvero i lavoratori produttivi salariati (Antunes 2000, pp. 129-130). Si veda anche l’analisi di Ulrick Beck sull’incertezza del lavoro in Brasile – da cui la definizione del processo di “brasilianizzazione” dell’Occidente (Beck 1999, pp. 100-131).

[3] Rullani 2004b.

[4] Si vedano in particolare le analisi di Luciano Gallino (Gallino 1998, 2006, 2007), che si concentrano soprattutto sulla critica dell’immagine del lavoro che si ha dalle “fotografie” delle statistiche. Cfr. anche le riflessioni di Ralf Dahrendorf, il quale, dopo aver fatto autocritica per aver sostenuto l’ipotesi della fine del lavoro negli anni Novanta, discute la tesi del passaggio dalla società industriale alla società del sapere, quindi prosegue considerando le differenze di classe che si creano nelle nuove condizioni economiche e politiche, senza dimenticare che il lavoro è uno strumento di controllo sociale nelle mani di chi esercita la sovranità politica (Dahrendorf 2003, pp. 45-68, in particolare p. 63).

[5] È questa la tesi del saggio Della Rocca e Fortunato 2006, p. VI.

[6] Aldo Bonomi ha analizzato in numerosi saggi queste trasformazioni nella società italiana (si veda per esempio Bonomi 1997).

[7] Sull’impresa irresponsabile e sulla finanziarizzazione dell’economia: Gallino 2005 e 2009. Di “insicurezza esistenziale parla Federico Chicchi: “incertezza dovuta all’incapacità di progettare liberamente la propria “carriera” di vita, una sorta di sensazione di inadeguatezza a definire costantemente la propria autonomia sociale” (Chicchi 2002, p. 81).

[8] Su questi aspetti cfr. Deiana 2007, soprattutto pp. 87-90.

[9] Rimando al saggio di Chicchi 2005, pp. 149-188.

[10] Sulla società che viene incontro all’economia, si rinvia all’analisi dei distretti industriali nella realtà italiana di Becattini 1998. Riguardo all’importanza della persona, in particolare Bonomi e Rullani, 2005, dove il neoborghese è definito come “colui che, in possesso di un capitale umano di un certo rilievo, è in grado di sviluppare creatività e spirito di iniziativa, di esercitare come attività ordinaria le proprie competenze comunicative ricavandone autostima e consapevolezza di sé sufficiente a consentirgli di misurare le proprie utilità non sul breve ma sul lungo periodo, con i suoi rischi e le sue incertezze, ma anche con tutte le opportunità che può offrire la costruzione di relazioni fiduciarie” (p. 231). Per la “classe creativa” si veda il classico Florida 2002.

[11] Si veda l’inchiesta svolta da Chicchi in uno stabilimento emiliano (Chicchi 2003). Sul deficit di democrazia rimando nuovamente a Gallino 2007, mentre il problema dell’auto-rappresentanza è vivacemente esposto in Berardi 2001 e 2004 (ma cfr. anche Bologna 2007). Una posizione politica sul lavoro precario è contenuta nel manifesto del gruppo KRISIS (che può essere utile anche come riassunto dei punti trattati circa il movimento discendente del discorso sul lavoro): in particolare la differenza tra “critica comportamentale” e “critica categoriale”, per cui solo la seconda permette di fare a meno di termini vuoti come “classe” o “partito” e di porre in modo nuovo il problema dell’autorappresentanza (AA.VV. 2003, pp. 98-122). Si vedano anche le importanti riflessioni raccolte in Virno 2002.

[12] Sul leader carismatico: oltre a Bonomi e Rullani 2005, p. 160 e a Deiana 2007 – in cui si parla di “imprenditori, manager (tutti soggetti molto più istruiti dei lavoratori tradizionalmente intesi)” (p. 87), cfr. in particolare l’introduzione di De Masi a De Masi 2005, dove si rimanda alle categorie politiche di Max Weber (p. 16). Si veda anche la critica all’imprenditore politico, in particolare dell’immagine di Berlusconi, condotta da Maurizio Lazzarato e Antonio Negri in Lazzarato 1997. Sennett 2005, p. 99 si chiede se, con l’ordine sociale della produzione, non cambi anche la politica – una nuova politica: il marketing come cardine della politica, la scelta del candidato come un prodotto al supermercato. Considerare solo il piano della comunicazione non mi sembra sia il modo migliore per porre questo problema.

[13] Anzi, è spesso critico rispetto alla chiusura della politica nei confronti delle nuove culture: Richard Florida, per esempio, ha considerato gli effetti socio-economici negativi delle prese di posizione dell’amministrazione Bush nei confronti dei gay e delle lesbiche.

[14] Si consideri a tal proposito le posizioni di André Gorz. In Gorz 1988 si concentra sui processi di automazione nella fabbrica e rientra nella fiduciosa prospettiva di una riduzione dei tempi di lavoro senza perdita di potere monetario; in Gorz 2003, pur utilizzando il concetto di “lavoro immateriale”, parla di meccanismi di “estrazione” del valore economico dai processi di riproduzione della forza-lavoro (p. 19). Due critiche si possono muovere a queste tesi: in primo luogo il non riuscire ad andare oltre la constatazione della non-misurabilità del lavoro immateriale (p. 59); in secondo luogo il mantenimento di una prospettiva d’analisi all’interno della sfera funzionale economica, e pertanto la definizione delle competenze cognitive in quanto competenze d’uso (saper-fare), senza con ciò riuscire a porre adeguatamente il problema del rapporto tra sfera economica e sfera sociale (cfr. pp. 24-57).

[15] Florida 2002, p. 3.

12 Responses to Discorso sul lavoro contemporaneo. Due orientamenti: emancipazione del lavoro, mercificazione del lavoro

  1. […] (vedi i due orientamenti del discorso sul lavoro) […]

  2. […] il lavoro precario. Ora è chiaro perché il discorso critico-militante rifiuta la centralizzazione sull’immagine del lavoro precario: perché il lavoro precario è lavoro morto. Bisogna invece porre l’enfasi sul residuo, sullo […]

  3. lordbad ha detto:

    Una vera e propria odissea!

    Complimenti per il blog!

    Ti invito tra l’altro se vuoi e puoi ricambiare la visita sul nostro blog Vongole & Merluzzi a leggere l’ultimo articolo, ultimo di una serie di post su 29 donne operaie licenziate in un’industria tessile a Latina…

    Potrai comunque trovare altri post di tuo gradimento.

    A risentirci su questi mari!!!

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/02/22/lo-strip-tease-dei-diritti-7/

  4. Mort Cinder ha detto:

    Grazie. Ricambieremo senz’altro la visita non appena gli impegni extra-blog (più reali che virtuali) ci daranno un po’ di tregua. Per ora abbiamo potuto dare solo una sbirciatina. A presto.

  5. […] lavoro vedi anche: “Discorso sul lavoro contemporaneo“, “Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect“, Sul rifiuto del […]

  6. […] (vedi Discorso sul lavoro contemporaneo) […]

  7. […] bisogna passare dalla prospettiva della sociologia critica alla prospettiva politica (vedi I due orientamenti nel discorso sul lavoro e Discorso sul lavoro e General […]

  8. […] Riprendiamo il testo di Dezio (Nicola Rubino è entrato in fabbrica): il protagonista, dopo essere stato assunto con contratto di formazione, deve stipulare un contratto di veridizione con il direttore dello stabilimento. Il discorso che questi fa, discorso intriso di nuovo linguaggio aziendale, ha come obiettivo quello di ottenere l’adesione dei nuovi assunti ai principi che governano l’azienda, ovvero ai principi di mercato – innovazione, competenza, competizione, dinamismo. Il contratto di veridizione, infatti, non precede solo la fase di contrattazione: può intervenire nella revisione dei rapporti di lavoro. Può accadere, per esempio, che un’azienda decida di rivedere i contratti dei dipendenti. La persuasione consiste nel far credere di poter ottenere una migliore condizione cambiando contratto di lavoro. Il mercato del lavoro non si limita a essere adiacente allo spazio di lavoro: i confini tra lo spazio topico e lo spazio eterotopico sono sfumati. Inoltre, una trasformazione del rapporto contrattuale può avvenire con l’inganno o per mezzo del ricatto (come nel recente caso dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco). Una visione negativa della realtà, che passa da uno stato di euforia a uno stato di disforia, da ciò che una realtà sembra essere alla menzogna disvelata, sembra un processo caratteristico del movimento discendente della precarizzazione. […]

  9. […] nella prospettiva che denuncia la precarizzazione del lavoro queste condizioni risultano rovesciate. Il tempo di lavoro pervade il tempo di vita. Più che la […]

  10. […] due orientamenti – quello che esalta i lavoratori della conoscenza e quello che denuncia la precarizzazione del […]

  11. […] sul discorso sul lavoro contemporaneo – Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect e Discorso sul lavoro contemporaneo. Due orientamenti – e seguono il metodo di analisi della forma fabbrica – il primo post è Introduzione alla […]

  12. […] (vedi Discorso sul lavoro contemporaneo) […]

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