Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect

 

Premessa

In questo articolo prenderemo in considerazione interpretazioni e usi del concetto di General Intellect. Organizziamo i discorsi sul lavoro contemporaneo in due orientamenti che si richiamano a Marx e al passo dei Grundrisse di Marx. Non intendiamo patteggiare per l’uno o per l’altro. Ognuno potrà aderire al discorso che ritiene più corretto, riflettere su limiti, punti importanti o da sviluppare. Alla fine assegneremo i nomi ai due discorsi.

Das Cyberkapitalismus 1

Articolo di Enzo Modugno, pubblicato su il manifesto il 15 luglio 2010.

Modugno sottolinea l’importanza dell’opera di Marx per capire la recente crisi economica, in particolare alla luce della “privatizzazione del sapere” e della trasformazione delle università in “agenzie di formazione dei lavoratori della conoscenza”. In opposizione a coloro che ritengono le nuove pratiche di lavoro immuni da rischi di alienazione, l’autore si schiera con coloro che leggono le relazioni tra capitale e lavoro ancora schiacciate sotto il peso dell’alienazione e della sussunzione reale. Posta tale premessa, come poter analizzare criticamente il modo di produzione del capitalismo cognitivo?

Modugno punta sulla lunga durata di eventi considerati nella loro continuità. Tornando a Lukacs, in cui legge la prima critica dell’economia della conoscenza, afferma che un’analisi critica del capitalismo cognitivo deve procedere con un’analisi critica del pensiero scientifico. Cita una frase da Storia e coscienza di classe: “La scienza è un istituto del mondo borghese”: con Lukacs emerge una critica della scienza non basata sul pensiero irrazionale e spiritualistico. Secondo Modugno è necessario ripartire da qui, dalla critica del pensiero scientifico, per dimostrare come il pensiero scientifico si sia matematizzato, ovvero reificato in processo automatico, e come, da questa prospettiva, le tecnologie realizzate nella Silicon Valley non siano l’inizio di una nuova era, ma il punto d’arrivo dello sviluppo della scienza e della tecnica.

La reificazione del pensiero scientifico trasforma processi meccanici in processi automatici: il lavoratore mentale è ridotto a una condizione di minorità,

trova un sapere già formato, il suo contenuto è sottratto alla sua esperienza.

Modugno parla di organizzazione cibernetico-tecnica della scienza:

Con l’«organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» infatti il sapere è diventato un algoritmo, si è reificato, si è autonomizzato, si è separato dall’«uomo che pensa», gli si è contrapposto come «ratio estraniata», come mezzo di produzione e prodotto di un nuovo capitale che lo ha ridotto a lavoro mentale salariato. (…)

Un cybercapitale che è passato dalla «macchina per filare senza dita» alla macchina per pensare senza cervello, che dunque possiede la macchina dalla quale ha preso l’avvio la produzione capitalistica di conoscenze, che sono diventate la nuova ricchezza sociale, la nuova comunità che i knowledge workers cercano di far propria e dalla quale invece «vengono ingoiati»,

e per questo si può parlare di sussunzione reale. Il capitale delle grandi corporation ha prodotto

la gran massa dei lavoratori mentali addetti alle macchine informatiche che «ri-producono» infinite volte conoscenze di cui non sanno e non debbono sapere nulla, ne rovinerebbero l’operatività, sarebbero un «fattore di disturbo nel calcolo cibernetico». (…)

Un cybercapitale dunque che oggettiva nelle macchine ogni competenza dei lavoratori mentali, che ne assorbe ogni virtuosità con un processo ininterrotto e con una rapidità senza precedenti, riducendoli alla precarietà, alla delocalizzazione, alla concorrenza mondiale tra lavoratori.

Modugno conclude:

Questo sapere insomma è «un istituto del mondo borghese» e riprodurrebbe, come è già successo, «coazione e gerarchia». Proprio questo però potrebbe essere un indizio per il superamento dell’attuale forma dei rapporti di produzione, un’indicazione per il «che fare».

Das Cyberkapitalismus 2

L’autore sottolinea le differenze di questa posizione da due correnti marxiste: (i) coloro che considerano la produzione di conoscenza un’attività parassitaria dei paesi imperialisti; (ii) coloro che ritengono i lavoratori della conoscenza dotati di qualità e competenze non oggettivabili nelle macchine e non misurabili col tempo di lavoro. Questi ultimi

considerano il cervello umano, cioè la facoltà di pensare e di parlare, come la vera macchina che produce conoscenze, segni.

In particolare: sottolineano il carattere di eccedenza delle capacità umane di cooperare rispetto ai sistemi e processi di disciplina e di controllo del capitale; affermano, riprendendo proprio il passo marxiano sul General Intellect, la fine della legge del valore sulla quale si reggeva il capitalismo industriale. Ritengono pertanto che il capitale

sia ridotto a puro dominio, un parassita che sopravvive con la sopraffazione e la violenza.

Introdotti i due orientamenti, vediamo alcune differenze fondamentali intorno ad alcuni concetti chiave: (i) capitalismo cognitivo, (ii) lavoro, (iii) governo del capitale sul lavoro, (iv) fabbrica, (v) macchina.

Capitalismo cognitivo

Le differenze fra i due modi di pensare e analizzare il modo di produzione del capitalismo cognitivo possono essere elaborate ragionando innanzitutto intorno al modo di rappresentare la conoscenza, e quindi l’aspetto “cognitivo” del capitalismo.

Quando si parla di capitalismo cognitivo si intende sottolineare la componente politica nell’economia. Le funzioni del capitale prese in considerazione sono quelle di comando, governo, ma anche di controllo, disciplina. Sono funzioni del capitale che agiscono sul lavoro. Il tratto politico dell’economia consiste in ciò: rapporto tra capitale e lavoro.

I due discorsi sul lavoro contemporaneo pongono questo problema in modi differenti.

Il primo discorso parla di sussunzione reale, di gerarchia, di sapere automatizzato e di lavoratori della conoscenza ridotti alla condizione di operai massa (la gran massa dei lavoratori mentali addetti alle macchine informatiche… di cui non sanno e non debbono sapere nulla).

Il secondo discorso afferma la fine della legge del valore e il ruolo parassitario che il capitale ricopre nei confronti del lavoro: considera dunque il controllo del capitale sul lavoro non solo a livello di sussunzione reale ma anche di sussunzione formale – parlando a volte di sussunzione totale a volte di sussunzione biopolitica (v. Fumagalli 2007), di saperi condivisi che il capitale cerca di risucchiare, di riprodurre, sul quale afferma di possedere diritti e ne rivendica la proprietà (v. Roggero 2009).

Riguardo al concetto di eccedenza bisogna distinguere fra due prospettive, le quali non devono essere necessariamente considerate opposte fra loro.

La prospettiva dello storicismo considera le eccedenze il prodotto scolastico e universitario del sistema di welfare dell’era fordista. Il processo di scolarizzazione di massa ha condotto alla rovina il sistema che lo ha realizzato. Il sapere diffuso che va sotto il nome di General Intellect è il risultato contemporaneo di questo processo: può avere il suo posto nella storia, dopo l’epoca dell’operaio di professione e quella dell’operaio massa (v. Vercellone 2006).

La prospettiva del naturalismo considera le eccedenze il risultato paradossale della “profezia di Marx”: il General Intellect non ha condotto al comunismo, ma ha creato una sorta di comunismo dentro il nuovo modo di produzione del capitalismo cognitivo. In questo quadro si parla di facoltà naturali dell’uomo messe a lavoro: linguaggio, comunicazione, pensiero, creatività, cooperazione sono qualità naturali dell’uomo, che tutti posseggono e sulle quali cerca di mettere le mani il parassita-capitale. Questa prospettiva non solo concorda circa la fine della legge del valore: in ragione del proprio naturalismo, reclama l’abolizione del lavoro salariato e il reddito garantito per tutti (v. Virno 2001).

Lavoro

Dal capitale al lavoro. Nel rapporto politico, il capitale è il polo maggioritario del governo e del controllo, il lavoro è il polo minoritario della forza-lavoro e della potenza (dynamis). Maggioritario e minoritario sono concetti di Deleuze: non sono la stessa cosa di “maggioranza” e “minoranza”. Si tratta di due concetti qualitativi e non quantitativi. I lavoratori sono certamente una maggioranza rispetto all’élite del “grande capitale”, ma sono minoritari in quanto, nell’ambito dei rapporti di forze, risultano più deboli e in posizione di svantaggio (ma su questi concetti cfr. Deleuze e Guattari 1980).

Come i due discorsi rappresentano il lavoro contemporaneo?

Il primo sembra rimandare alla figura dell’operaio massa, e quindi al concetto di forza-lavoro in Marx.

Il secondo, sia nella prospettiva storicista sia nella prospettiva naturalista, considera le eccedenze per le loro qualità, per le loro potenze, in quanto le qualità sono potenziabili sia per formazione e auto-formazione, sia per processi di condivisione dei saperi e di cooperazione. È proprio questo carattere a rendere non misurabile il lavoro cognitivo. La prospettiva naturalista ritiene non misurabili in alcun modo le facoltà naturali; la prospettiva storicista vede nei tentativi ergonomici e sperimentali un fallimento: è possibile misurare e calcolare le prestazioni “fisiche” al computer, ma non le prestazioni “mentali”, la creazione e trasmissione di conoscenze. Per sottolineare questo punto, si cita spesso il concetto di conoscenza tacita di Polanyi. Più diffusamente, si parla non più di forza-lavoro, ma di lavoro vivo o sapere vivo (v. Negri 2008b; Roggero 2009).

I due modi di rappresentare il lavoro possono essere facilmente visualizzati con le immagini dell’informatico e di internet.

Il primo discorso considera illusoria l’idea del lavoratore della Silicon Valley come giovane creativo, libero e indipendente, sottolineando la riduzione a massacrante lavoro salariato – anche peggio del lavoro operaio – dei dipendenti delle grandi corporation.

Il secondo discorso accetta questa tesi perché smonta la menzogna del lavoro creativo; prosegue riflettendo sui processi di interazione in rete. Qui, infatti, trova la realtà più aderente alla rappresentazione del capitale come parassita: non solo nelle battaglie contro il copyright, ma in particolare nei meccanismi dei social network, del peer-to-peer e del free software. Da un lato si può parlare di una cooperazione che il capitale può catturare costringendo nelle proprie maglie o sfruttando gli elementi che emergono da una discussione in rete; dall’altro lato, come accade nel free software, la cooperazione del lavoro creativo procede per condivisione dei saperi, elaborando oggetti che entrano in competizione con i prodotti del capitale, che “danno fastidio” al capitale (v. Rossiter 2006).

Governo del capitale sul lavoro

I rapporti politici tra capitale e lavoro possono essere sintetizzati nell’immagine del capitale che governa, o cerca di governare, che controlla, o cerca di controllare, il lavoro. Di un capitale che fagocita il lavoro alienandolo; di un capitale-parassita che rincorre e di un lavoro che fugge. Queste due rappresentazioni possono essere messe in relazione a due modelli “in sintesi” della governamentalità di Foucault: modello disciplinare e modello della sovranità.

Il modello disciplinare è proprio della grande fabbrica dell’industria pesante, topos del fordismo. Questo modello è ripreso dal primo discorso, il quale parla di sussunzione reale, di alienazione del lavoro mentale, di grandi corporation. La precarizzazione dei lavoratori della conoscenza e la reificazione del pensiero scientifico nei processi automatici dell’organizzazione cibernetico-tecnica della scienza sono considerati due processi di sviluppo, razionalizzazione, pianificazione del capitale. Il capitale usa i modelli disciplinari anche per articolare il modo di produzione del capitalismo cognitivo.

Il secondo discorso usa termini presi dagli studi di Foucault quali biopotere e biopolitica – quest’ultimo re-interpretato quasi come opposto del primo (v. Hardt e Negri 2002; Negri 2008b). Tuttavia non punta all’analisi dei sistemi e dei processi di regolazione del lavoro, quanto all’elaborazione teorica del discorso sulle eccedenze (v. De Giorgi 2002). Il mercato del lavoro è “già” il prodotto autoritario e repressivo del capitale-parassita. Il discorso muove, soprattutto sul piano teorico, in tutt’altra direzione. Non verso l’ipotesi di un processo razionale, disciplinare del capitale, capace di riformulare la struttura gerarchica nel nuovo modo di produzione (primo discorso), ma verso l’ipotesi di un capitale che a sua volta è sempre più costretto all’emergenza, all’eccezione. Lo “stato di eccezione” non sarebbe tanto quello dello Stato-nazione, quanto quello del capitale, anche in virtù dei rischi che ha auto-generato a livello finanziario.

La finanza è una delle nuove e più temibili armi di comando del capitale. Ma non è affatto un’arma facile da usare – come si è potuto constatare con l’esplosione dell’attuale crisi. In questo senso non si tratta di disciplinare il comportamento e le pratiche dei lavoratori della conoscenza, né di regolare il loro spazio di azione, ma di produrre nello stesso tempo “libertà” (la libertà per es. dal posto fisso) e comando (assoggettare le pensioni e anche i redditi alle fluttuazioni della finanza). La sovranità del capitale è in innumerevoli centri di potere – della finanza e del mercato – ma deve allo stesso tempo fare i conti con le eccedenze che sfuggono alle maglie del suo controllo.

Fabbrica

In quale luogo è possibile osservare i rapporti politici tra capitale e lavoro?

Ricollegandoci al punto precedente, si è parlato della traduzione del modello disciplinare e della riconfigurazione della struttura gerarchica come operazioni razionali nel nuovo modo di produzione del capitalismo cognitivo. Il primo discorso privilegia come luogo di analisi la fabbrica: non solo le nuove tecniche di organizzazione del lavoro nelle fabbriche, in particolare il modello Toyota, ma la società intera in quanto spazio dove si estende la fabbrica, fabbrica sociale. Tutta la società diventa fabbrica – soprattutto la società in rete. L’università, per esempio, è un’agenzia di formazione dei lavoratori della conoscenza; ma è anche una fabbrica, organizzata secondo principi simili al taylorismo, producendo saperi “alienanti”. Il primo discorso parla di “studente massa”, di modello taylorista-fordista dell’università. In generale riprende il pensiero dell’operaismo per l’analisi del capitalismo cognitivo (v. in particolare Negri 2009).

Il secondo discorso considera la fabbrica parte di un tessuto più complesso, in cui non c’è più un centro determinato – come poteva accadere nell’era fordista – ma solo centri d’indeterminazione. Questo tessuto complesso e diffuso è la metropoli (v. Negri 2008a). Non si tratta solo di considerare i grandi agglomerati urbani: il modello della rete e delle connessioni permette di analizzare i collegamenti che sussistono tra una cittadina di provincia in Italia e un centro d’affari in Cina. Nella metropoli tutto è connesso. Le principali reti di connessione sono quelle finanziarie: una diminuzione di valore di azioni ad alto rischio in California sarà percepita più in Giappone che nel Texas. La fabbrica è dentro questa rete, non è più il centro. La metropoli si muove, sposta incessantemente i suoi confini (v. Mezzadra 2008). Il metodo dei confini pone il problema dell’università, delle connessioni in cui le università sono inserite, in modo nuovo: non si può pensare a questa rifacendosi semplicemente al modello della fabbrica. Nel secondo discorso vi è, se non un superamento, almeno una problematizzazione della riflessione operaista sulla società.

Macchina

Il rapporto tra processi capitalistici e processi tecnico-scientifici può essere considerato osservando l’articolazione tra rapporti di potere (capitale e lavoro) e rapporti di sapere (scienza e tecnica). Entrambi i discorsi adoperano l’espressione ideologia nel senso comune di “menzogna verbale che ricopre la realtà dei fatti non-verbale”. Per attenerci al modo in cui parlano di ciò che abbiamo chiamato “rapporti di sapere” conviene descrivere questi a livello dei rapporti politici, come una freccia che muove dal capitale verso il lavoro (primo discorso) e come una freccia bi-direzionale (secondo discorso). In questo modo i “rapporti di sapere” possono essere valutati nel luogo dell’organizzazione disciplinare del lavoro e della tensione tra sovranità ed eccedenze. Rappresentiamo entrambi i processi per mezzo delle macchine.

Secondo il primo discorso, l’organizzazione cibernetico-tecnica della scienza asservisce l’uomo alla macchina. Si tratta del tratto “repressivo” del modello disciplinare proprio della fabbrica. La macchina, sia le macchine cibernetiche con il loro algoritmi, sia la macchina del capitale, fagocita l’uomo: non solo la forza-lavoro che lavora nelle fabbriche, ma anche quella impiegata nelle nuove mansioni.

Per il secondo discorso le nuove tecnologie informatiche sono il prodotto di una tensione tra sviluppo militare e linee di fuga di eccedenze cognitive, passate per le pratiche di resistenza. La macchina non asservisce l’uomo perché non è completamente sotto il controllo del capitale. Vi sono forme di assoggettamento in lavoro morto – come quelle degli informatici impiegati nelle grandi corporation – e forme di soggettivazione del lavoro vivo – come quelle delle soggettività cooperanti e che condividono i saperi, per esempio per lo sviluppo del free software.

I nomi dei due discorsi

I due discorsi sono totalmente distinti o vi è qualche punto d’intersezione? Ne abbiamo riscontrato uno analizzando la rappresentazione del lavoro informatico. Ma si tratta di una concordanza nell’argomento critico verso un discorso esterno, il discorso sul lavoro creativo. Sembrerebbe dunque che tra i due discorsi ci siano delle differenze che non si possono annullare sul piano empirico – modo di osservare i rapporti tra capitale e lavoro, definizione del luogo privilegiato d’osservazione, definizione dell’oggetto d’analisi, ecc. – e sul piano teorico – modo di rappresentare e descrivere questi rapporti.

Ma i due discorsi hanno due punti in comune. Il primo lo troviamo sul piano epistemologico ed è quello da cui siamo partiti: Marx, la rilettura di Marx per analizzare il modo di produzione del capitalismo cognitivo. Si potrebbe al più, forse, trovare una differenza: il primo discorso predilige Il Capitale, il secondo discorso i Grundrisse.

Il secondo punto in comune lo troviamo considerando il problema operativo della costruzione del discorso. Come organizzare le conoscenze, come collegare letture marxiste e nuovi problemi sociali, economici, politici? Come elaborare il problema della conoscenza dei nuovi processi capitalistici che agiscono sulle conoscenze? A quali figure, a quali modi di rappresentazione si può attingere per costruire il discorso sul lavoro contemporaneo? Si tratta infatti di un discorso che deve saper analizzare il lavoro contemporaneo per capire i possibili eventi futuri, in particolare al fine di organizzare la resistenza politica (il “che fare”, come scrive Modugno).

Credo che questo punto in comune sia la letteratura cyberpunk. Non si tratta solo di citazioni di passi di romanzi o di racconti, dell’antologia politica di inizi anni Novanta a cura di Scelsi, nemmeno di un immaginario in comune. La letteratura cyberpunk penetra il discorso sul lavoro contemporaneo ora in modo più vistoso (cfr. descrizione di Berardi Bifo su psicofarmaci e millenium bug in Berardi 2004) ora in modo convenzionale (per esempio, la letteratura sull’hacker), ora in modo silenzioso.

Quest’ultima forse è la modalità più interessante. Il cyberpunk, infatti, non è solo evoluzione della fantascienza, fantapolitica, nuova letteratura psichedelica, immaginario post-organico del cyborg; da un’altra prospettiva, il cyberpunk è la risposta in campo letterario al nuovo paradigma cognitivo della scienza. Si potrebbe prendere il campo letterario del cyberpunk, analizzare i differenti e molteplici modi di “vedere il mondo”, valutare il ruolo che giocano il cervello e il rapporto mente-corpo (mind-body problem) in tali rappresentazioni immaginifiche e futuristiche. Cervello, mente-corpo, neuroni, sistema nervoso, vari termini specialistici, anche quelli che indicano le psico-droghe, sono parole chiave di questi romanzi.

Allo stesso modo, il discorso sul lavoro contemporaneo deve affrontare il problema del paradigma cognitivo nel nuovo modo di produzione capitalistico. La letteratura cyberpunk non offre solo quadri immaginari di battaglie nello spazio virtuale e pratiche di resistenza, ma innanzitutto un nuovo modo di pensare e costruire il discorso sul lavoro.

Quest’ultima riflessione ci permette di assegnare i nomi ai due discorsi, nomi che esprimono le differenze teoriche ed empiriche e il punto in comune e differenziale sul piano operativo.

Il primo discorso è il discorso sul Grande Cervello. Il Grande Cervello è la macchina che fagocita l’uomo, cervello artificiale che elabora conoscenze senza bisogno del pensiero dei “fallibili” cervelli umani; il capitale che procede alla razionalizzazione, attraverso l’alienazione, la sussunzione reale, la riduzione dei lavoratori della conoscenza a precari (“lavoratore della conoscenza” è espressione simile a “operaio metallurgico”); il sistema disciplinare centrale che organizza lo spazio di produzione, la fabbrica reale e la fabbrica sociale, riproducendo le sistemazioni funzionali e gerarchiche.

Il secondo discorso è il discorso sui cervelli comunicanti o sciame di intelletti. Le eccedenze producono conoscenze, condividono saperi che il capitale-parassita cerca, come un pidocchio, di succhiare. Ma le conoscenze sono di chi le produce e le riproduce attraverso processi di cooperazione. Il capitale non è un Grande Cervello perché non esiste un centro: lo spazio in cui si vive è la metropoli, disseminazione di centri di potere che hanno volti e vesti diversi. Sono come degli avatar che possono cambiare di continuo, possono essere anche loro dei cervelli ma con i pidocchi. Rincorrono i cervelli in fuga, si appropriano o riproducono impropriamente i saperi vivi, creano spazi di libertà per le stesse attività del lavoro vivo. Il capitale opera lontano, come avviene nei processi finanziari, o è dappertutto, come nello spazio virtuale. Del resto è questa disseminazione dei centri di potere e delle forze di controllo che contraddistingue l’attuale società del controllo (v. De Giorgi 2002).

Il primo discorso legge ancora 1984 di George Orwell, esempio di modello disciplinare. Ma rimanda a più recenti opere letterarie, come il racconto Occhi di serpente di Tom Maddox.

Il secondo discorso è fedele a William Gibson, il racconto La notte che bruciammo Chrome e il celebre Neuromante.

Il primo discorso sembra rimandare a un paradigma cognitivo legato a Chomsky, agli studi sull’Intelligenza Artificiale intrecciati con la cibernetica e la macchina di Turing, a un certo funzionalismo.

Il secondo discorso muove verso la neurofenomenologia, a partire dal concetto di enazione, in base al quale si complica il problema dell’“essere nel mondo” e si introduce la fortunata categoria di embodiment (“azione incarnata”), ma in riferimento anche agli studi delle neuroscienze sui neuroni (v. Hardt e Negri 2004).

(vedi i due orientamenti del discorso sul lavoro)

(vedi sul rifiuto del lavoro)

(vedi sulla protesta dei precari come voce leale)

(vedi sullo sciopero generale e sullo sciopero precario)

(vedi Introduzione alla griglia di analisi della forma-fabbrica: 1. Spazializzazione, 2. Temporalizzazione, 3. Attorializzazione)

(vedi Dalla fabbrica al mercato del lavoro: parte 1, parte 2, parte 3, parte 4)

(vedi Per l’analisi del mercato del lavoro: parte 1, parte 2)

(vedi Introduzione alla griglia di analisi del mercato del lavoro: 1. Spazializzazione, 2. Temporalizzazione, 3. Attorializzazione)

(vedi Appunti critici su Comune di Hardt e Negri)

(vedi Sui beni comuni)

Testi citati

Berardi, F., 2004, Il sapiente, il mercante, il guerriero. Dal rifiuto del lavoro all’emergere del cognitariato, Roma, Derive Approdi

De Giorgi, A., 2002, Il governo dell’eccedenza. Postfordismo e controllo della moltitudine, Verona, Ombre Corte

Deleuze, G., Guattari, F., 1980, Mille plateaux. Capitalisme et schizophrénie, Paris, Les Editions de Minuit, trad. it. Mille piani. Capitalismo e schizophrenia, Roma, Castelvecchi, 2003

Fumagalli, A., 2007, Bioeconomia e capitalismo e cognitivo, Roma, Carocci

Hardt, M., Negri, A., 2002, Impero, Milano, Rizzoli

Hardt, M., Negri, A., 2004, Moltitudine, Milano, Rizzoli

Mezzadra, S., 2008, La condizione postcoloniale, Verona, Ombre Corte

Negri, A., 2008a, Dalla fabbrica alla metropoli, Roma, Datanews

Negri, A., 2008b, La fabbrica di porcellana, Milano, Feltrinelli

Negri, A., 2009, Dall’operaio massa all’operaio sociale, Verona, Ombre corte

Roggero, G., 2009, La produzione del sapere vivo, Verona, Ombre corte

Rossiter, N., 2006, Organized networks. Media theory, creative labour, new institutions, Rotterdam, NA, trad. it. Reti organizzate. Teoria dei media, lavoro creativo e nuove istituzioni, Roma, Manifestolibri, 2009

Vercellone, C., 2006, Elementi per una lettura marxiana dell’ipotesi del capitalismo cognitivo, in C. Vercellone (a cura di), Il capitalismo cognitivo, Roma, Manifesto libri, 2006, pp. 39-58

Virno, P., 2001, Grammatica della moltitudine, Roma, Derive Approdi

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9 Responses to Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect

  1. […] messa al valore (v. Fumagalli, Bioeconomia, Roma, 2007). Su questi punti rimando all’articolo Discorso del lavoro e General Intellect, alla quale si farà più volte […]

  2. […] lavoro vedi anche: “Discorso sul lavoro contemporaneo“, “Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect“, Sul rifiuto del […]

  3. […] (vedi Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect) […]

  4. […] La precarietà va innanzitutto intesa come condizione positiva e non negativa: bisogna passare dalla prospettiva della sociologia critica alla prospettiva politica (vedi I due orientamenti nel discorso sul lavoro e Discorso sul lavoro e General Intellect). […]

  5. […] Hardt e Toni Negri si possono collegare ai due post sul discorso sul lavoro contemporaneo – Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect e Discorso sul lavoro contemporaneo. Due orientamenti – e seguono il metodo di analisi della […]

  6. […] (vedi Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect) […]

  7. […] Rimando agli articoli Appunti critici su “Comune” di Michael Hardt e Toni Negri e Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect per una lettura critica dei presupposti e del ragionamento intorno al discorso sul […]

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