Sul rifiuto del lavoro

1. Archeologia del rifiuto del lavoro: “lavoro / non lavoro”

1.1. Il rifiuto del lavoro rimanda alla dicotomia generale “lavoro / non lavoro”.

1.2. Benveniste (Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee. 1: Economia, parentela, società, Torino, 1969, p. 104) nota che il greco askolia significa lett. “il fatto di non aver tempo”, ed è usato con senso di “occupazione”, “impedimento, affare” (per es. in Tucidide). Il latino negotium, nec-otium, tempo occupato e sottratto all’ozio, ha forma negativa come il termine precedente, ma acquista significato da un altro termine greco, pragma, “occupazione, ufficio, incarico”, e viene usato per indicare gli “affari commerciali”. Il commercio, pertanto, è il fatto di “avere da fare”, “essere occupati”: occupazione in senso generale, che non corrisponde ad alcuna delle attività tradizionali.

1.3. All’askolia, e alla presenza del termine in Aristotele, si collega la distinzione tra “attività”, o “azione”, in senso politico e artistico, e “lavoro”. Si tratta della relazione di contraddizione “lavoro / non-lavoro”, opposizione di tipo disgiuntivo, “o… o”: o si tratta di “lavoro” – a-skolia, nec-otium, “occupazione, impegno”, in luogo privato – o si tratta di “non lavoro” – skolia, otium, “ozio, attività artistica, attività politica”, in luogo pubblico. Questa opposizione è costruita tra un termine di forma positiva e il corrispondente termine di forma negativa: si oppone l’accezione negativa del lavoro all’accezione positiva dell’attività, della vita activa nel dominio pubblico.

1.4. L’agire, secondo Aristotele, si differenzia sulla base dello scopo. Un’azione può essere finalizzata alla realizzazione di un prodotto: è il caso del fabbro che costruisce un utensile. Un’azione può essere finalizzata all’esecuzione dell’azione stessa: è il caso dell’azione teatrale. La stessa differenza vive nel linguaggio: il linguaggio come produzione ha il suo scopo nella realizzazione di un prodotto, come nel caso di un’opera scritta; il linguaggio come azione ha il suo scopo nell’esecuzione dell’azione, come nel caso della comunicazione.

1.5. In Habermas questa differenza è posta in relazione alla dicotomia “lavoro / non lavoro”. Si ha, da un lato, l’agire strumentale nella stessa colonna del lavoro, in quanto azioni finalizzate alla realizzazione di un prodotto; dall’altro lato, l’agire comunicativo nella stessa colonna del non lavoro, in quanto azioni che hanno il proprio fine nell’esecuzione stessa dell’azione.

1.6. In Marx la differenza aristotelica è posta sul piano del lavoro. Vi è un lavoro che ha il proprio fine nella realizzazione di un prodotto esterno, come nel caso del lavoro operaio; ma vi è anche un lavoro che ha il proprio fine nell’esecuzione dell’azione, come nel caso dell’artista di teatro o del musicista. La differenza si pone fra il lavoro produttivo e il lavoro improduttivo.

1.7. È interessante notare come l’argomento rimandi a un problema storico e antropologico: quale relazione intercorre tra lavoro e linguaggio, tra divisione del lavoro e divisione di classe tra lavoro manuale e lavoro intellettuale? A questa domanda hanno tentato di rispondere Engels e Lukacs: lavoro e linguaggio non possono essere separati nella storia dell’evoluzione dell’uomo. Leroi-Gourhan (Il gesto e la parola 1: tecnica e linguaggio, Torino, 1977, pp. 78, 172-220) suddivide il problema: sul piano dell’evoluzione biologica vi è un rapporto diretto tra colonne vertebrata diritta, che permette uno sviluppo differenziato degli arti anteriori rispetto agli altri animali, e dentatura anteriore ridotta, che significa liberazione della parte posteriore del cranio dagli sforzi meccanici, specie di quelli mandibolari. Progressivamente cresce e si sviluppa la dimensione cerebrale. L’argomento tradizionale del “volume del cervello” non è probatorio; l’omologia fra “faccia corta” e “mano libera” a partire dalla “stazione eretta” permette lo svolgimento di nuove attività tecniche, come l’uso degli utensili e la fabbricazione degli stessi. Sul piano dell’evoluzione sociale le tecniche si sviluppano in rapporto alla struttura corporea e alla struttura cerebrale. Ma sono anzitutto prolungamento del corpo (uso degli utensili come artigli e come denti). E sono anche sostituti differenziali evoluti di grado (uso degli utensili al posto degli artigli e dei denti). L’evoluzione delle tecniche subisce enormi sviluppi con il costituirsi di nuove possibilità cerebrali. La complessità del linguaggio è in stretto rapporto con la complessità della tecnica. La struttura materiale tecnico-economica, inoltre, influenza direttamente le forme sociali e culturali; il viceversa non è sempre vero.

1.8. Nella letteratura post-fordista sul lavoro (v. Lessico postfordista, a cura di Fadini e Zanini, Milano, 2001; Bologna e Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione, Milano, 1997) la dicotomia “lavoro / non lavoro” è ritenuta non più adeguata per l’analisi socio-economica del lavoro. Virno (Lavoro e linguaggio, in Fadini e Zanini cit., pp. 181-185) critica l’opposizione habermasiana “agire strumentale / agire comunicativo” e l’opposizione arendtiana “agire funzionale nel privato / agire politico nel pubblico”. Contro la prima, mostra come il lavoro immateriale sia più finalizzato all’esecuzione dell’azione per mezzo dei suoi tratti costitutivi (capacità di comunicare, di cooperare, di pensare, ecc.) piuttosto che alla realizzazione di un prodotto. Ma nel caso del lavoro operaio nella fabbrica post-fordista i due poli della dicotomia si intersecano. Contro la seconda, mostra come il lavoro immateriale acquisisca i tratti pubblici dell’agire politico (v. i tratti costitutivi sopra), mentre l’agire politico sembra acquisire i tratti propri dell’agire funzionale, non – come sostiene la Arendt – realizzando prodotti esterni quali lo Stato o i partiti, ma per una sorta di divenire-amministrazione della politica, di una politica più strumentale e meno “attiva”.

1.9. Posto ciò, ne consegue che il rifiuto del lavoro, preso alla lettera come passaggio da una condizione di lavoro a una condizione di non lavoro, appartenga a un paradigma socio-economico ormai defunto.

2. Archeologia del rifiuto del lavoro: tre orientamenti

2.1. Il rifiuto del lavoro trova espressione in almeno tre orientamenti.

2.2. Diritto all’ozio

2.2.1. Il primo orientamento converge sul “diritto all’ozio”. Nell’omonimo pamphlet, Paul Lafargue (Il diritto all’ozio, Milano, 1971) oppone il diritto all’ozio al diritto al lavoro, sancito nel 1848, e ai diritti dell’uomo del 1789. Cinquant’anni più tardi, John Maynard Keynes (Prospettive economiche per i nostri nipoti, in La fine del laissez-faire e altri scritti, Torino, 1991), probabilmente influenzato da Lafargue, pensa in modo ottimistico alle generazioni successive. In particolare, stabilisce tre elementi indispensabili per costituire una società libera dal lavoro necessario: il controllo demografico, la fine delle guerre e dei conflitti civili, la fiducia nella scienza. Secondo Keynes, la variabile meno controllabile è la disoccupazione. Ma questa rappresenta “solo una fase di squilibrio transitoria”: gli uomini potranno impiegare il tempo libero per altre attività, a loro più propizie, e, grazie allo sviluppo tecnico delle industrie, la disoccupazione non sarà più l’esercito dei potenziali lavoratori di fabbrica, ma un fenomeno crescente e positivo di fine lavoro. Nello stesso periodo, Bertand Russell fa il suo Elogio dell’ozio (Milano, 2000) in esplicito contrasto con l’etica del lavoro, studiata a inizio Novecento da Max Weber.

2.2.2. Discorsi più recenti hanno rivendicato il “diritto all’ozio” a partire da una lettura ottimistica del dato di disoccupazione. La disoccupazione – secondo l’ipotesi di Keynes – è un fattore strutturale della società, che ha origine nelle innovazioni tecnologiche e organizzative. Alcuni scrittori hanno interpretato positivamente l’aumento della disoccupazione come segno dell’imminente liberazione dal lavoro pesante e ripetitivo (v. Rifkin, La fine del lavoro, Milano, 1995).

2.2.3. Il discorso orientato sul “diritto all’ozio” ripiega nell’ambiente di lavoro, trasformandosi in una “politica della pigrizia”. La ricerca dell’utilità per sé avviene ora in contrasto e ai danni dell’organizzazione d’impresa, senza più fini sociali. Corinne Maier (Buongiorno pigrizia, Milano, 2005) espone dieci consigli per lavorare il meno possibile. Il pamphlet descrive il non-senso dell’impresa e il non-senso del lavoro nell’impresa. Al resoconto delle astruserie del linguaggio aziendale e delle strategie di comunicazione d’impresa, segue la proposta di una rete di relazioni, che il dipendente intesse per difendere il proprio posto, e salvare così un lavoro “che non serve a niente”.

2.2.4. L’orientamento al diritto all’ozio verte sulla dicotomia “lavoro / non lavoro” considerando, sul piano sociale e individuale, inutile l’eccesso di lavoro e utile il non lavoro. Sul piano morale: una società basata sul lavoro è una “società di schiavi” (come scrive Russell), mentre il non lavoro apre alla possibilità di attività moralmente utili a ciascuno.

2.2.5. Dal punto di vista storico, tale orientamento mostra un’eccessiva fiducia nella bontà dell’uomo, o, più materialmente, è contraddetto dal consumismo. Delle due più recenti versioni, la prima, lanciando un ottimistico sguardo verso il futuro, pensa il lavoro in termini di “lavoro in un solo luogo e a tempo indeterminato”, cosa che esclude la condizione precaria del lavoro; la seconda rispolvera l’ipotesi cartesiana – che troviamo a volte anche in Marx – della mente libera durante il lavoro faticoso (oggi diremmo del lavoro sotto stress), non pone il problema di cosa accadrebbe al lavoratore pigro in condizioni di lavoro controllato dai parametri dai produttività (a livello legislativo o a seconda delle politiche aziendali).

2.3. Liberazione dal lavoro

2.3.1. La liberazione dal lavoro, l’abolizione del lavoro alienato, è condizione necessaria per il futuro “regno della libertà”, in cui l’esistenza sarà libera dai bisogni necessari. Herbert Marcuse (v. Eros e civiltà, Torino, 2001; L’uomo a una dimensione, Torino, 2004) ha formulato questa proposta partendo da una rilettura della metapsicologia freudiana e del principio di piacere, e recuperando la tradizione del socialismo utopico di Fourier. Innanzitutto, la nuova civiltà comincia dal punto di massima pienezza della società industriale avanzata, dal punto di massima repressione della forza-lavoro, soggetta all’organizzazione razionale. In secondo luogo, la definizione del lavoro come gioco è tutta impostata sul piano della filosofia estetica e della psicanalisi

2.3.2. L’orientamento alla liberazione dal lavoro verte sulla dicotomia “lavoro / non lavoro” considerata sotto diversi aspetti: “principio di morte / principio di vita”, “principio del dolore e della sofferenza / principio del piacere” “fatica / gioco”, “attività subita / attività voluta”, “schiavitù delle persone / liberazione delle persone”, anche “attività finalizzata al prodotto / attività fine a se stessa”, e altre ancora.

2.3.3. Dal punto di vista storico, tale orientamento sembra vincere col trionfo del “lavoro creativo”. È solo una delle varie trappole socio-economiche in cui il discorso di Marcuse, strettamente legato al movimento giovanile e della nuova sinistra negli U.S.A., inesorabilmente inciampa.

2.4. Rifiuto del lavoro

2.4.1. Non si vuole porre una tautologia, ma rinviare alla teoria sviluppata nell’ambito dell’operaismo, che segna l’epilogo dell’operaismo: il rifiuto del lavoro è l’orientamento fondamentale grazie al quale si può comprendere il superamento dell’operaismo. Consideriamo dapprima alcuni punti alla base dell’orientamento. Procederemo seguendo il manifesto steso da Italo Sbrogiò (v. l’autobiografia Tuberi e pan secco, Venezia 1990, appendice pp. 135-140). Sbrogiò è stato militante di Potere Operaio prima, dell’Assemblea Autonoma di Porto Marghera in seguito. Protagonista delle lotte nel Petrolchimico negli anni Sessanta e Settanta, stese questo testo nel 1970 nel contesto dell’Assemblea Autonoma: vi troviamo i punti più importanti dell’orientamento, scritti da un operaio che “supera” la sua stessa posizione interna all’operaismo, e senza i difficili nodi teorici di uno scritto di Toni Negri (v. gli scritti raccolti ne I libri del rogo, Roma, 1997, ai quali rinviamo). In seguito isoleremo gli aspetti che vi si intersecano. L’esposizione ci permetterà, infine, di valutare l’attuale possibile uso dell’espressione rifiuto del lavoro.

2.4.2. L’opposizione fondamentale è “rifiuto del lavoro / ideologia del lavoro”. Che cosa si intende con ideologia del lavoro? L’immagine del lavoro operaio, di cui è portavoce il Partito Comunista, come contributo collettivo di classe alla ricostruzione e alla ripresa economica del paese nel secondo dopoguerra. Obiettivo del rifiuto del lavoro è, scrive Sbrogiò, smitizzare e rovesciare l’educazione all’utilità del lavoro.

2.4.3. Il lavoro di cui si parla è il lavoro operaio. Il rifiuto del lavoro, scrive Toni Negri, è anzitutto rifiuto del lavoro più alienato, quindi più produttivo: rifiuto del lavoro di fabbrica. Si riconoscono qui due tratti fondamentali. Innanzitutto la figura dell’operaio massa, operaio non specializzato alla catena di montaggio. In secondo luogo, il ruolo politico trainante della classe operaia. Ma ciò avviene in una fase particolare: quella delle ristrutturazioni. Le nuove tecnologie, sostiene Italo Sbrogiò, e le continui ristrutturazioni degli stabilimenti da parte dei dirigenti rendono inefficaci le lotte – che si sono diffuse nella fine degli anni Sessanta – come lo sciopero della produzione: è necessario individuare nuove forme di lotta. Da qui un importante punto critico: lo Statuto del lavoro del 1969 non è un punto di arrivo, ma un nuovo punto di partenza. Di per sé, non è segno di alcuna vittoria.

2.4.4. Tale posizione di vertice non viene meno con il rifiuto del lavoro. Il sostantivo operaio diventa attributo. Innanzitutto, se tutto il lavoro è lavoro operaio, allora, poiché tutti gli operai sono proletari, tutti i lavoratori sono proletari. Proletariato è definito come “classe che vive di lavoro” (v. Antunes, Il lavoro in trappola: la classe che vive di lavoro, Milano, 2006). Dunque tutti i lavoratori sono lavoratori salariati, e tutti i lavoratori salariati sono proletari.

2.4.5. L’orientamento al rifiuto del lavoro estende la rete di queste relazioni. Più globalmente, è rifiuto dello sfruttamento capitalistico: “il rifiuto del lavoro (…) nega la società intera del capitale”, scrive Toni Negri. Tutti i rapporti sociali “dominante / dominato” sono rapporti capitalistici. Per es. gli operai sono dominati nei rapporti capitalistici di produzione della fabbrica. Il conflitto generale è quello “Capitale / Operai”. Il capitalismo, scrive Sbrogiò, è una potenza impersonale; i capitalisti sono suoi funzionari; i padroni, di conseguenza, non sono più necessari al capitalismo. Il padrone agisce per la conservazione e lo sviluppo del capitalismo: il punto non è di rendere il profitto più giusto, come si sostiene avvenga in Russia; il punto non è imitare il socialismo sovietico, ma rovesciare il sistema sociale in cui la gente è costretta a lavorare, farla finita con una società fondata sul lavoro. Farla finita con il primo articolo della Costituzione. Il rovesciamento è possibile solo costituendo un’organizzazione operaia che sia capace di rovesciare il controllo politico esercitato dai padroni, e l’uso che i padroni fanno delle tecnologie. Spezzare l’imposizione fisica del lavoro e il suo controllo politico da parte del capitale. Non si tratta più di eliminare la proprietà privata, ma di distruggere il rapporto di produzione, che è rapporto sociale: ovvero distruggere il rapporto sociale che pone il lavoro al centro della vita dell’uomo, che impone la necessità del lavoro per vivere.

(vedi Il circolo del Capitale)

2.4.6. I lavoratori salariati sono i dominati entro i rapporti capitalistici. Ma non tutti i dominati sono lavoratori salariati. L’estensione che il passaggio di “operaio” da sostantivo a attributo permette è l’estensione dall’operaio massa all’operaio sociale, l’espansione della fabbrica alla società “come fabbrica” (v. Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale, 1979). Ne consegue che tutti i dominati sono lavoratori, ma vi sono lavoratori salariati (operai, impiegati) e lavoratori non salariati: casalinghe, studenti, disoccupati. Così si delinea estensionalmente la società come fabbrica; conferendo ruolo politico a soggetti esclusi dalla nozione di produttività, si combatte l’ideologia del lavoro.

2.4.7. Si noti che ciò non rimette in discussione la definizione di “proletariato” data sopra. Il proletariato, i dominati, è sempre la classe che vive di lavoro. Ma vi sono appunto lavoratori salariati e lavoratori non salariati. Il rifiuto del lavoro è rifiuto del lavoro produttivo, rifiuto del lavoro di fabbrica, e rifiuto del lavoro riproduttivo, rifiuto del lavoro sociale, della società fondata sul lavoro e sulla rappresentazione dell’utilità del lavoro. Infine, si potrebbero stabilire altre espansioni: dire, per esempio, che la società è come una prigione, come una caserma, come un ospedale. Ma queste espressioni, secondo l’operaismo, individuano rapporti secondari rispetto ai rapporti di produzione.

3. Aspetti eterogenei e convergenti del rifiuto del lavoro

  Rifiuto del lavoro Rifiuto delle condizioni di lavoro Rifiuto del rapporto di lavoro
I Sociale tecnico Automazione: lotta contro l’uso ideologico delle tecnologie e liberazione dal lavoro necessario Salari più alti e riduzione orario di lavoro Autonomia operaia e autonomie varie
II Sociale etico Distruggere la società Aumenti di salario uguali per tutti Rovesciare il rapporto di lavoro
III Individuale tecnico Rifiuto della fabbrica Più soldi per il lavoro operaio, salario per il lavoro non salariato Sabotaggio, scioperi selvaggi, assemblee spontanee
IV Individuale sociale Rifiuto della fatica psichica e fisica Nuova socialità (possibilità di formazione, liberazione dalla famiglia, liberazione della donna, ecc.) Società = Fabbrica

4. Il rifiuto del lavoro oggi

4.1. Il rifiuto del lavoro è tutt’oggi concetto politico adoperabile in un discorso militante? Si può supporre di sì, ma a patto di modificare i termini in gioco. Quel che segue vuole essere un modello di riferimento per pensare il discorso militante. Molti di questi punti possono ritenersi ancora non adeguatamente trattati, o anche punti non ancora diventati punti di lotta. Procediamo, come sopra, per sintesi rapide e formulando uno schema seguendo gli stessi tratti e la medesima dichiarazione di metodo.

4.2. L’opposizione fondamentale è “lavoro vivo / lavoro morto” (v. AAVV, Lessico marxiano, Roma, 2008). Che cosa si intende con “lavoro morto”? La vita messa al lavoro, la vita messa al valore (v. Fumagalli, Bioeconomia, Roma, 2007). Su questi punti rimando all’articolo Discorso del lavoro e General Intellect, alla quale si farà più volte riferimento.

4.3. Il lavoro di cui si parla è lavoro cognitivo. Tutto il lavoro è lavoro cognitivo. Il rifiuto del lavoro è anzitutto rifiuto del lavoro morto, sottrazione dei saperi al lavoro cognitivo da parte del parassita-capitale. Ciò avviene in una fase particolare: quella della crisi economica e finanziaria (v. Roggero, La produzione del sapere vivo, Verona, 2009). Non c’è più congiuntura, ma la crisi come strumento di ridefinizione, processo di accumulazione del capitale. Le crisi rendono necessarie nuove forme di lotta. Gli scioperi generali o le manifestazioni per la pace sono mezzi di lotta che hanno perso la loro forza.

4.4. Tutti i rapporti sociali sono rapporti “Capitale / lavoro”, capitale-parassita VS eccedenze vive di sapere. Tutti i rapporti sociali sono, in questo senso, rapporti capitalistici. E tutti i rapporti capitalistici sono rapporti parassitari. Rispetto alla precedente versione del rifiuto del lavoro, di cui questa riprende molti dei passaggi ma modificando i concetti in ragione di una lettura più aderente alla nuova realtà, il rapporto capitalistico appare “più alienato” a tal punto che non si può parlare quasi più di alienazione (NB: ciò vale per il discorso dello sciame degli intelletti, non per quello del Grande Cervello). Il capitale non è la macchina fagocitante e repressiva della versione del cybercapitalismo narrata da Enzo Modugno, ma è una sorta di entità astratta, un Dio visto con occhio ateo feuerbachiano.

4.5. Tutti i rapporti sociali sono rapporti di riproduzione. Attraverso la riproduzione dei saperi vivi, il capitale-parassita si riproduce. La velocità è direttamente proporzionale alla rapidità di fuga dello sciame degli intelletti. Il lavoro cognitivo, ponendo al centro il sapere, non stabilisce più una sintesi necessaria fra lavoro salariato e lavoro non salariato. Non vi sarà mai – si sostiene – tecnica organizzativa per mezzo della quale misurare il lavoro cognitivo. Il lavoro cognitivo abolisce la legge del lavoro-valore sulla quale si regge il governo del capitale – che per tale ragione comincia a vivere da parassita. Vi è un lavoro cognitivo che è fatto di saperi vivi cooperanti, comunicanti, che è necessario liberare dal capitale-parassita che ne succhia la linfa trasformandolo in lavoro morto. Espressione del lavoro morto è il lavoro precario. Ora è chiaro perché il discorso critico-militante rifiuta la centralizzazione sull’immagine del lavoro precario: perché il lavoro precario è lavoro morto. Bisogna invece porre l’enfasi sul residuo, sullo scarto che vi è sempre in eccesso – perché procede lungo la linea di fuga, come l’interpretazione illimitata della decostruzione parte per la tangente – sul lavoro vivo. Il capitale non può succhiare tutto il lavoro: il parassita deve far vivere la sua vittima se vuole continuare a sopravvivere.

(vedi sulla protesta dei precari come voce leale: tra rifiuto del lavoro e voce leale vi è chiaramente una netta opposizione…)

(vedi Congetture e confutazioni politiche 7. Nota sul problema della riarticolazione del rifiuto del lavoro)

(vedi Appunti critici su Comune di Hardt e Negri)

5. Aspetti eterogenei e convergenti del rifiuto del lavoro

  Rifiuto del lavoro morto Rifiuto delle condizioni del lavoro morto Rifiuto del rapporto di lavoro morto
I Sociale tecnico Network: la rete di condivisione dei saperi non ha bisogno del capitale Più lavoro vivo, più lavoro autonomo Superamento rapporto capitalistico e parassitario
II Sociale etico Produzione del comune Reddito per tutti Movimenti autonomi
III Individuale tecnico Rifiuto del precariato Reddito per la formazione Lotte a progetto per liberare e connettere le eccedenze dei saperi vivi
IV Individuale etico Rifiuto del furto dei saperi Liberare i saperi e la loro circolazione Ricomposizione sociale sul piano della moltitudine
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13 Responses to Sul rifiuto del lavoro

  1. enzo modugno ha detto:

    ma dove sono finite le macchine? ma davvero l’umanità è diventata una di artigiani? ma le non sono la traduzione dell’ degli scienziati sociali usa? ma davvero questo sistema educativo produce ? e credete davvero che il prof di mia figlia abbia la naturale capacità di pensare e di parlare? che sia un cervello in fuga, che il capitale possa inseguirlo e succhiargli alcunchè?

  2. enzo modugno ha detto:

    ma dove sono finite le macchine? ma davvero l’umanità è diventata una moltitudine di artigiani? ma le eccedenze non sono la traduzione dell’empowerment degli scienziati sociali usa? ma davvero questo sistema educativo produce eccedenze? e credete davvero che il prof di mia figlia abbia la naturale capacità di pensare e di parlare? che sia un cervello in fuga, che il capitale possa inseguirlo e succhiargli alcunchè?

  3. Kriminal ha detto:

    (1) Nessuno ha escluso l’esistenza delle macchine; (2) No, ma la figura dell’artigiano pone problemi storici alla contrapposizione “dominanti / dominati”; inoltre non si è mai fatto riferimento al concetto di “uomo artigiano” di Sennett; (3) Il concetto di empowerment andrebbe adeguatamente considerato. Più in generale andrebbe adeguatamente considerato il concetto di “capitale umano” – sul quale diremo qualcosa in seguito; (4) sì, a meno che non si vogliano porre delle differenze di natura entro la specie “uomo”; (5) le ricostruzioni delle due teorie che abbiamo proposto negli articoli (collegati da link) intendono fornire delle linee di orientamento circa i discorsi sul lavoro contemporaneo. Abbiamo tentato di osservarli con il maggiore distacco possibile. Non prendiamo parte per nessuno di questi, che ci lasciano insoddisfatti in numerosi punti. Forse scriveremo un articolo in cui illustreremo i punti critici, ma è una cosa che richiede un po’ di tempo. A tal proposito, qualsiasi segnalazione (articoli, commenti, risposte, controrepliche, ecc.) non può che rallegrarci.
    Cercheremo di proseguire lungo un’altra strada che posso sintetizzare così: (a) i concetti di governamentalità e biopolitica a partire da Foucault, lungo un percorso che conduce all’analisi del mercato del lavoro (o meglio della costruzione del mercato del lavoro); (b) l’economia sociale di mercato – cosa di cui tanto si parla ma poco si conosce.

  4. […] (Sul lavoro vedi anche: “Discorso sul lavoro contemporaneo“, “Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect“, Sul rifiuto del lavoro“). […]

  5. […] Sul rifiuto del lavoro « LaBattagliaSoda scrive: agosto 16, 2010 alle 11:48 pm […]

  6. […] Sul rifiuto del lavoro: rifiuto del lavoro e voce leale sono chiaramente […]

  7. […] Le singolarità non sono per se stesse resistenze. Le resistenze vanno costruite innanzitutto individuando i rapporti di forza. Bisogna ancora adeguatamente individuare i rapporti di forza. Molto spesso, infatti, questi vengono presentati con candore pre-fordista, come se l’imprenditore qualsiasi oggi fosse il capitalista di inizio Novecento. È inoltre necessario proseguire nello studio di individuazione dei rapporti rispetto alla figura del rentier metropolitano oltre che finanziario (le due cose non sono in opposizione): tale studio è importante proprio per definire le istanze dei movimenti (reddito, casa, mobilità) e magari riconfigurare nell’oggi il rifiuto del lavoro. […]

  8. […] disciplinare una delle più importanti distinzioni è quella tra “lavoro / non-lavoro” (v. Sul rifiuto del lavoro). Il tempo di lavoro è chiuso in un determinato ambiente, la frontiera della sequenza di lavoro è […]

  9. […] tempo di lavoro. Si riproduce, a livello attoriale, l’opposizione “lavoro / non-lavoro” (v. Sul rifiuto del lavoro). Al contrario, una delle prime motivazioni a guidare la riforma del mercato del lavoro è il […]

  10. […] I 3 circoli del capitale e Sul rifiuto del lavoro. […]

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