Noi credevamo. Negli sguardi, la storia critica della nascita di una nazione

Noi…

La prima persona plurale esprime l’attore collettivo: non solo i tre protagonisti del film, ma tutti i personaggi uniti nell’azione di credere.

Un noi, però, al quale manca il popolo. Il popolo è l’assente del film: la Repubblica Romana resta fuoricampo, nel carcere borbonico i contadini non partecipano alle conversazioni sulla politica, pur essendo anche loro detenuti in quanto sovversivi. Che il popolo manchi, lo dice fin dall’inizio la principessa di Belgiojoso. Il popolo non fa parte del noi. Questo è un punto molto importante: fa già intendere in che senso Noi credevamo può essere film di storia critica.

… credevamo

L’imperfetto è il tempo del racconto: esprime la durata delle azioni, la loro continuità nella storia.

Durata delle azioni e continuità nella storia non rinviano all’ordine della cronologia: il tempo del racconto filmico non è lineare e procede per salti; il tempo della storia segue un altro andamento dal Tempo della Storia (il cui scorrere è comunque, per i tre protagonisti del film, inesorabile).

Durata delle azioni e continuità nella storia sono della stessa materia del credere: l’azione del credere, la storia di noi che credevamo, dal giuramento degli affiliati alla Giovine Italia al desiderio di morire per i propri ideali.

Noi credevamo è film delle passioni di chi crede nella rivoluzione: film sul credere e critica del credere – e per questo non semplicemente film di genere storico, ma film di storia critica: modo di essere della storia al cinema, spinge a criticare il passato e il legame che il presente ha intessuto, a infrangere e a dissolvere il passato, a non cementificarlo, per poter vivere o spingere ad agire; in questo senso, storia critica della Nascita di una nazione.

Sguardi

L’elemento principale di un film di storia monumentale è l’immagine-azione: l’agire dell’uomo attivo è all’origine dello sviluppo degli eventi.

L’elemento principale di un film di storia critica è l’immagine-discorso: l’immagine o la parola come elemento di un dispositivo discorsivo di critica, di denuncia, di rivelazione.

L’elemento principale di Noi credevamo, in quanto film di storia critica, è lo sguardo: lo sguardo è il centro di emanazione delle passioni del credere. Lo sguardo è la chiave discorsiva del film: i dialoghi, per esempio, sono momenti di articolazione e di comunicazione delle passioni.

L’agire (il credere) dei personaggi va considerato in rapporto a ciò che dice (emana) lo sguardo. Per esempio lo sguardo di Domenico nella prigione borbonica, lo sguardo di Angelo quando è a Londra con Crispi, lo sguardo di Salvatore che osserva lo sguardo del Procida e che poi si incrocia con lo sguardo di Mazzini.

Lo sguardo è la cassa di risonanza delle intensità, il tratto che pertinentizza le passioni e gli interessi: lo sguardo appassionato di Domenico con i garibaldini e lo sguardo interessato di Crispi che abbraccia le ali del parlamento sabaudo; lo sguardo equivoco di Mazzini, o per meglio dire lo sguardo sul quale lo spettatore non può decidere, perché è lo sguardo che crede, ma soprattutto lo sguardo nel quale si crede. Quando Mazzini esorta Salvatore a credere nello sguardo del Procida, e dopo che il Procida si è nascosto, dopo che il suo sguardo non è più visibile, come credere? Quando Angelo uccide Salvatore dopo averlo accusato di tradimento, e dopo che questi ha negato pur affermando che lui ha visto ciò che gli altri non sanno (i proprietari rubano l’olio dei contadini), in cosa credere?

Lo sguardo di Domenico che crede nel fantasma notturno di Garibaldi – lui che non ha mai visto Garibaldi – che ha visto Angelo ghigliottinato, che ha visto la sua famiglia ridotta in condizioni di estrema povertà a causa della sua ostinazione a credere; lo sguardo di Angelo che ha riconosciuto lo sguardo di Mariotti/Procida a Londra, che brucia i suoi appunti e tra questi il suo ritratto disegnato dalla principessa di Belgiojoso, che crede solo nell’attentato a Napoleone III. Lo sguardo che non può vedere nella nebbia fitta l’insurrezione morire prima di nascere.

Critica del credere

Lo sguardo come cassa di risonanza delle intensità, luogo di passaggio di invisibili passioni. Ma lo sguardo è anche l’elemento discorsivo della storia critica, della storia critica della Nascita di una nazione. Come fare una storia critica con gli sguardi? Come fare una Nazione con le passioni?

In una storia critica il credere, per quanto ostinato, è fenomeno complesso di intensità differenti. Un esempio concreto: Buongiorno, notte di Marco Bellocchio: nel personaggio di Anna, molteplici intensità si mescolano con il puro credere brigatista, cambiano continuamente la direzione di questo credo: emozioni, ricordi, immaginazioni intrecciano rapporti inattesi con l’evento vissuto, incrinano la linea del credo.

In cosa crede e come crede Salvatore dopo ciò che il padre gli fa vedere e dopo che si è incrinato lo sguardo-modello, designato da Mazzini, del Procida? In cosa crede e come crede Angelo dopo aver ucciso l’amico-fratello Salvatore e dopo aver bruciato carte e ritratto? In cosa crede e come crede Domenico vedendo la sua famiglia povera a causa sua, il figlio di Salvatore cresciuto nel mito “falso” del padre, il plotone di esecuzione che fucila i disertori, Crispi che abbraccia il parlamento sabaudo?

Questa è la grandezza di Noi credevamo: essere un film critico ma non sul piano della ragione critica, bensì in termini di passioni critiche. Le immagini nebbiose dell’insurrezione e quelle dei piemontesi che sparano sui garibaldini sono esemplari in rapporto agli sguardi dei protagonisti, ma lo sono anche altre immagini di passioni critiche che passano invisibili attraverso gli sguardi: lo sguardo di Procida sul pugnale, lo sguardo di Angelo sul suo ritratto, lo sguardo di Domenico sulla madre muta.

La Nascita di una Nazione che Domenico vede nel discorso di Crispi non è la Nazione in cui noi credevamo. E qui non si può non accennare a “quale idea di Nazione” essi credevano – ne discutono la principessa di Belgiojoso e Angelo. Di questa Idea fa certamente parte Mazzini, dal quale si reca Salvatore per farsi consegnare il pugnale e nel quale Angelo, a Londra, ormai non sembra più credere. L’immagine equivoca di Mazzini, del suo sguardo che crede e in cui si crede, non riappare a Domenico, prima superata dall’apparizione notturna di Garibaldi, poi dall’immagine solida e isolata di Crispi, del suo sguardo che fa da cassa non alle passioni ma agli interessi. Il credere forse ostinato di Domenico, la continuità nella storia espressa dall’imperfetto (noi credevamo), enunciata alla fine del film, soccombe al tempo della Storia, quasi sempre fuoricampo – eccetto l’attentato a Napoleone III, evento in cui convergono passioni disperate, rimorsi di passioni, passioni annichilite nello sguardo di Angelo – e che alla fine s’installa nel parlamento sabaudo vuoto, convergendo nelle sole parole e nel solo sguardo di Crispi. Tempo della Storia mai visto dagli sguardi appassionati, ma che passa prima di loro (l’insurrezione fallita, la repressione dell’esercito piemontese nel Sud Italia) e sopra di loro (i cannoni sabaudi sui garibaldini).

Viene in mente San Michele aveva un gallo dei Taviani sulla base di questa comparazione: il credere che si ostina con una detenzione in carcere di lunga durata. Ma nel film dei Taviani lo spazio carcerario diventa spazio dell’immaginazione per ripetere e rafforzare le Idee, fino al punto in cui le stesse Idee sembrano la prigione abitata da un credere ostinato e calcificato, infine sconfitto non dalla Storia ma da Idee nuove, giovani. Nel film di Martone il credere di Domenico che forse si solidifica nel carcere, pur come fenomeno complesso e non in maniera lineare, sembra alla fine sconfitto dall’eretta figura di Crispi e da ciò che rappresenta, e non può che ritornare su se stesso, al suo stesso sguardo delle intensità che lo animavano, alle passioni in cui Noi credevamo.

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One Response to Noi credevamo. Negli sguardi, la storia critica della nascita di una nazione

  1. kon ha detto:

    interessantissimo sito

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