Tv Talk: il programma che smonta la televisione per lasciarla perfettamente intera

Lo staff di tv talk: esperti, mass mediologi ecc.

Tv talk è un programma televisivo di Rai3, il cui compito è, nelle intenzioni, quello di analizzare la “realtà televisiva italiana” da un punto di vista, si supporrebbe, tecnico poiché al programma partecipano: un paio di docenti universitari, un presentatore massmediologo, alcuni che si presume siano dei ricercatori e il gruppo dei cosiddetti “giovani analisti” cioè degli studenti di scienze della comunicazione dell’università Cattolica di Milano. Da tutto questo dispiego di forze specializzate ci si aspetterebbe un tipo di programma capace di offrire agli spettatori un’analisi che sia seria e che (nel limite del mezzo) affronti la “complessità” della televisione con un metodo adeguato. Lo slogan con cui il presentatore massmediologo apre il programma ci dice che “a Tv Talk si smonta la televisione italiana”. Ma a ben guardare si capisce che non si tratta tanto di smontare (e poi uno smontare senza alcun tentativo di ricostruire è cosa sterile) ma di riassumere e di giustificare. Basta seguire con attenzione anche poche puntate (per non incorrere in qualche intervista a Pupo) di Tv Talk per capire, senza essere analisti, quelli che sono i concetti e le linee portanti del programma, e dunque in definitiva il suo scopo.

Possiamo ridurre il “metodo” di Tv Talk a due punti intorno a cui tutto gira: la questione dell’auditel, la scrittura del programma. Si potrebbe però ridurre ancora ad un unico e incrollabile concetto sovrano: l’efficacia, che è il senso, il valore, il fine a cui tutto ciò che è televisione tende, secondo gli esperti di Tv Talk.

Per giungere all’efficacia (parola, è da notare, quanto mai intrisa d’aziendalismo) è dunque necessario passare prima per il concetto di auditel, poi per quello di scrittura del programma per: 1) ammantare di una pretesa oggettività quello che gli esperti dicono; 2) offrire al pubblico degli strumenti per cogliere i meccanismi della televisione, nel senso di far capire che quello che importa non è tanto la qualità del programma (il giudizio di valore non è compito di chi possiede la chiave per l’analisi del mezzo televisivo) ma come il programma è fatto, o meglio il fatto che il programma esista al di là di tutto. Cioè, di nuovo, la sua efficacia: se il programma ha buoni ascolti è perché è ben scritto e, controprova, se è ben scritto ha di necessità dei buoni ascolti: cioè è efficace. Inattaccabile paralogismo.

Ecco, se fossi un’analista televisiva di Tv Talk potrei facilmente avvalermi di questi semplici strumenti per dimostrare dunque che Tv Talk esiste efficacemente, e direi per comprovarlo che: 1)Tv Talk è seguito da un certo pubblico (e magari direi che tipo di pubblico da una prospettiva perfettamente sociologica: un pubblico giovane, colto, di laureati etc., del nord Italia specialmente. Direi così se fossi io l’addetta ai dati auditel, un po’ una Maga dalla sua postazione dietro allo schermo di un computer col suo look vagamente zingaresco),  e 2) come Tv Talk è stato scritto dagli autori del programma. E soprattutto direi che per tali ragioni Tv Talk è efficace. Tutto questo potrei dire se fossi un’ analista televisiva, ma non essendolo posso andare oltre e domandarmi: a che vale tutto questo?

Filumena Marturano by Massimo Ranieri, ambientata ai nostri giorni

E allora potrebbe anche (malignamente) sorgermi il dubbio che in fondo Tv Talk esista per presentare e giustificare la programmazione della tv in generale e della Rai in particolare. Dubbio che sfiora la certezza quanto, in base agli indiscutibili e inattaccabili mezzi dell’auditel e della scrittura degli autori, si presenta (o meglio si vanta) il fatto che Milly Carlucci conduca dei programmi sotto questi aspetti interessanti e soprattutto efficaci, come Ballando con le stelle, il quale aveva degli ottimi ascolti ed era un programma scritto bene dai suoi autori, buoni i tempi, buona la regia, in una parola sola: è efficace. Si può dimostrare poi quanto sia interessante, originale, efficace (qui i dati auditel mancavano perché la fiction doveva ancora andare in onda, ma la Maga dell’ auditel ha le capacità per prevedere che sarebbero stati buoni gli ascolti di sicuro) l’idea di Massimo Ranieri di rifare la Filumena Marturano in italiano e ambientata ai giorni nostri (e siccome quel che importa agli esperti di Tv talk sono la scrittura del programma e i dati d’ascolto, nessuno si accorge dalla clip di presentazione che i costumi e le scenografie della Filumena ambientata ai giorni nostri sono delle copie di quelli di Matrimonio all’italiana, che certamente non si svolgeva nel 2011). In un altro caso si presenta con gli strepitosi dati d’ascolto alla mano e con l’interesse per una scrittura che si rifà al romanzo d’appendice ottocentesco, la soap di Raiuno girata in Argentina e ambientata in Maremma; gli attori saranno pure  pessimi e cani (ma questo non si dice perché se al pubblico piace e se gli autori li han voluti così non è per caso) ma è interessante ed efficace come la bellezza di quei corpi e il pathos che da essi si sprigiona sappia coinvolgere il pubblico (multiforme e trasversale di Raiuno, composto sia da giovani donne che da signore di mezz’età, non importa il titolo di studio né la provenienza geografica) e il fatto soprattutto che questa soap (qualcosa tipo Terra Selvaggia) abbia battuto “in termini di ascolto il diretto concorrente Mediaset”. E su Mediaset qualche giudizio di valore ci può anche stare, a patto che sia sempre avvalorato dai dati auditel e dalla scrittura degli autori, cioè se ne dimostri l’inefficacia. Così tra due programmi seppur identici o similissimi (è obbiettivamente molto difficile capire quale siano le differenze tra i programmi Rai e Mediaset senza sapere che tasto di telecomando s’è premuto) il programma Rai sarà per principio considerato efficace e interessante, su quello Mediaset si storcerà un pochino il naso. Così se la soap Terra Selvaggia Rai era interessante, il corrispettivo Mediaset con protagonista Gabriel Garko sarà considerato abbastanza volgare e, al di là degli ascolti altissimi, si dirà che il pubblico è di un “livello più popolare” e che la scrittura degli autori è andata a pescare in quei cliché banali che sanno ben attrarre quel ben preciso target di pubblico. Oppure, parlando del Grande Fratello (uno dei cavalli di battaglia di Tv Talk) , se gli ascolti vanno male, se i dati auditel rilevati non sono buoni, sarà non perché il dopo dieci o undici anni del Grande Fratello ci si stuferà pure, o perché si tratta di un programma volgare, monotono, banale, no: è la scrittura degli autori che è un po’ fiacca quest’anno, ma basta un qualche ritocco e un po’ di buona volontà da parte loro, e tutti saranno ben felici di risorbirsi il Grande Fratello per i prossimi 25 anni. E ciò valga per ogni programma vecchio e stravecchio dalla Corrida, ai vari Varietà canterini del Sabato, da qualunque fiction in costume con protagonista Beppe Fiorello a Zelig: tutto in tv esiste se è efficace, cioè se è ben scritto, cioè se ha dei buoni ascolti.

Terra Ribelle: capolavoro rai

Non credo sia necessario essere un massmediologo o un laureato in scienze della comunicazione all’università Cattolica di Milano, per capire quanto sia limitante questo tipo di pseudo-analisi. Per quel che riguarda sia la questione dell’auditel che quella della scrittura del testo (ed è da notare che gli esperti di Tv Talk quando s’addentrano nel campo della scrittura riducono tutto a un livello banalissimo da narratologo propperiano) appare evidente che questi due parametri di valutazione invertono quello che dovrebbe essere il punto di partenza, capovolgono ciò che, a mio parere (e senza essere analista) sono la causa e la conseguenza: bisogna partire non dai dati d’ascolto ma, viceversa, dall’offerta che il palinsesto propone. Credo sia abbastanza evidente che qualunque tipo di programma proposto in prima serata su rai1 o su canale 5 avrebbe suppergiù lo stesso indice di ascolti, per il pubblico televisivo il guardare la tv è un atto automatico: si accende l’elettrodomestico televisione, ci si siede la sera stanchi in poltrona, e si guarda quello che c’è. Anzi non su un unico canale si fermano lo sguardo e l’attenzione dello spettatore, ma migrano da un canale all’altro con uno zapping spesso abbastanza veloce: da una parte all’altra poco cambia. Ci sarebbe poi da dire (ma di questioni tecniche poco mi intendo) quali sono i metodi con cui vengono raccolte le statistiche dell’auditel, quali i campioni di spettatori, quanto sono rappresentativi ecc. Per quanto riguarda poi la scrittura degli autori a questo punto diventa assolutamente secondaria, e la pochezza nella sceneggiatura delle fiction, la stupidità e la ripetitività dei programmi pomeridiani di rai2, o del “preserale” di rai1, sono giustificati dalla pigrizia di chi sa che, appunto, qualunque cosa propinasse: molto più semplice riciclare il già visto, incollare trame consunte che sperimentare e inventare qualcosa di nuovo e interessante. Così il concetto di efficacia sbandierato come fulcro del tutto televisivo dagli esperti mass mediologi di TV talk si riduce a un banalissimo principio di economia: quanto più si può con meno fatica possibile.

Antonella Clerici: un incubo per i poveri giovani di Tv Talk

In tutto ciò il compito dei nostri giovani analisti  (seduti uno accanto all’altro come i bambini delle elementari in gita, vestiti come a dei giovani si chiede, con quella voce un po’ incerta che tutti i giovani hanno – tranne l’immancabile fuoricorso delle folte sopraciglia) è oltremodo desolante e ingrato. A scadenze fisse alzano la mano, avvicinano il microfono alla bocca e si lasciano andare a timidi giudizi e stentati commenti su quello che hanno avuto il compito d’osservare. Me li immagino questi disgraziati costretti a sorbirsi ore e ore di fiction amorose o in costume della rai, a papparsi tutti i più impensabili programmi d’intrattenimento condotti da Antonella Clerici, o magari (cosa più innovativa) a subire i programmi sperimentali di rai5 (passepartout?). Questo si chiama sfruttamento del lavoro giovanile; da qui a uno stage non pagato al comune poco cambia, a parte la laurea in scienze della comunicazione all’università Cattolica.

 

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