Ethan e Joel Coen, Il grinta

Il “Rooster” Cogburn di Jeff Bridges (benda sull’occhio destro) sembra l’antitesi dell’eroe western John Wayne (benda sull’occhio sinistro), al di là del suo Cogburn: meno spaccone, più rozzo, meno pistolero (nella grandiosa scena dello scontro finale non “sa” ricaricare il fucile in corsa su cavallo come fa John Wayne), più sporco ma forse apparentemente meno in sovrappeso.

Rispetto al Cogburn di John Wayne, che spalanca l’occhio, come un attore del cinema muto, quando diventa cattivo, e che diventa ridicolo whisky in mano, il Cogburn di Bridges non dà un calcio al bandito catturato ma ai due bambini che torturano un asino, con una cattiveria che sa di giustizia e che suona leit-motiv del film, ed è già ridicolo senza whisky, (non) apparendo all’inizio chiuso in una latrina e alla fine ridotto a fenomeno da baraccone del West ma morto fresco di tre giorni. Ed è proprio per questo che diventa quasi patetico, come nella scena in cui corre a cavallo e a piedi in una notte stellata – e poi nevica, come nell’immagine estranea all’inizio del film – per salvare la vita di Mattie, così diventa patetica la pellicola stessa con la cornice della voce off che ci fa vedere il film in flash-back, quasi non sapessimo già della decostruzione del (non) mito del western.

Il grinta dei Coen è un film certamente di qualità, di una qualità propria di chi sa fare film e non perde l’occasione di strizzare l’occhio allo spettatore che si diverte (meno stavolta al critico compiaciuto, che di solito ama parlare di segni “indecifrabili” quando vede i film dei Coen – lo hanno rifatto con Non è un paese per vecchi e mancavano da un pezzo – ricordarsi di Bartol Fink!), e lo è soprattutto grazie alla scrittura, a una capacità di costruire dialoghi per personaggi cinici e impertinenti, a una Mettie Ross la cui quattordicenne sfacciataggine è già matura per contrattare con il mercante avendola vinta e non ha bisogno di darsi la tempra, come nel film di Hathaway, assistendo allo spettacolo dei tre impiccati, ma lo va a vedere per caso – nel film dei Coen diventa cinicamente divertente (strizzata d’occhio) la scena dei tre impiccati, accanto ai quali cadaveri Mettie dormirà quella notte.

È film di qualità anche per la ricerca della precisione, non della giusta inquadratura ma dell’inquadratura mirata, quella ad effetto che deve colpire lo spettatore. Non è un paese per vecchi sembra il manifesto dell’inquadratura mirata e delle geometrie delle traiettorie dei personaggi – accanto all’apparentemente innocuo Ladykillers (mentre L’uomo che non c’era lo è probabilmente per la scrittura – e ammiccamenti allo spettatore divertito). Così Cogburn, che non ha nulla di eroico e non sa caricare un fucile in corsa come John Wayne, dichiara al processo che una pistola non carica non può sparare. Così capiamo anche il ruolo di LaBoeuf con il suo fucile di precisione, con un Matt Damon ranger texano doc nel vestito rispetto al LaBoeuf telegenico e innamorato del film di Hathaway.

È proprio quando l’inquadratura mirata inscena il remake, lo scontro finale, che il film mostra la sua lucida superficialità, la verità dell’atto di “rifare l’azione” – e si capisce che è un remake perché si vede meno sangue – non quei leggeri schizzi di sangue sul volto, che abbiamo visto qualche sequenza prima sul volto in primo piano di Cogburn, impossibili in un qualsivoglia western; e si capisce che proprio “La” (vera) scena western è l’intruso, la menzogna, in un film che è solo apparentemente un western e rimane sospeso nella sua identità, o possiede solo quella autoriale che pervade tutta la prima parte. Di fatti già prima dello scontro finale si capisce che non si tratta di western, al di là di qualche campo lungo, o forse già all’inizio, nell’immagine che si focalizza lentamente del cadavere del padre di Mattie, immagine che sembra fuoriuscire da una palla di cristallo, del tutto, forse troppo isolata rispetto al resto del film e dal successivo classico dolly in giù che ne sancisce l’inizio.

Eppure non si può certo dire che Il grinta sia, fin dal titolo, del tutto estraneo al western. Anzi, gioca con elementi propri del genere ma senza fare del metafilm, come in Miller’s crossing o in Fargo, piuttosto fingendo di fare il metafilm, o meglio sapendo di non poter più fare solo il metafilm eppure senza riuscire ad andare veramente oltre, come in Non è un paese per vecchi. È questa forse una direzione ancora non intrapresa dal percorso filmico dei Coen, che sembra temuta in quelle scene de Il grinta in cui il film vira decisamente verso il western, o almeno finge di volerlo essere, veste i panni del metafilm, e che forse va oltre le strizzatine d’occhio allo spettatore divertito. Tuttavia noi festeggiamo che non abbia vinto Oscar e che abbia lasciato tutto al ciarlatano Il discorso del re.

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