Per farla finita con la ragion comune pacifista

(Vedi primo articolo su pacifismo)

(Quasi) un’autocritica…

Presentazione del libro C’è un’Italia migliore, di Nichi Vendola e La fabbrica di Nichi, Bologna 6 aprile. Sorprende sentire Sonia Pellizzari, rappresentante di Sinistra Ecologia Libertà e persona molto vicina a Nichi Vendola, affermare che “forse si è sbagliato qualcosa nell’informazione e nella comunicazione sulla questione degli sbarchi”, “forse non siamo riusciti a far sentire la nostra voce”, “forse dovevamo cominciare quando Maroni, prima degli sbarchi, già parlava di orde di clandestini in arrivo da Libia e Tunisia, di esodo di massa”; poi notare che “comunque i numeri parlano chiaro: nessun esodo di massa è in corso, c’è solo una cattiva gestione da parte del governo, che è davanti agli occhi di tutti”.

Sorprende tutto ciò, perché accade meno di una settimana dalla manifestazione per la pace di sabato 2 aprile. Chiariamo subito: quella manifestazione è stato un fallimento, e come tale deve essere considerata. Ma bisogna stare attenti quando (3 aprile) si legge su il manifesto che la manifestazione in (metà) piazza Navona è comunque

“un buon esempio della difficoltà che ha il diffuso sentimento pacifista a trasformarsi in movimento”.

La manifestazione di sabato 2 aprile è un buon esempio di cosa non si deve fare, di cosa non si deve trasformare in movimento. Soprattutto di cosa non si deve sovrapporre alle istanze già in atto dei movimenti.

E’ troppo presto / E’ troppo tardi

Come mai questa (quasi) autocritica? Come mai, soprattutto già dopo qualche giorno dalla manifestazione del 2 aprile? Come mai solo dopo la manifestazione del 2 aprile?

Sorprende ascoltare simili parole da una persona vicina a Nichi Vendola: ci si chiede cosa sia accaduto dopo il 2 aprile, ma anche cosa sia accaduto prima del 2 aprile. Una riflessione sulla manifestazione pacifista, infatti, ci permetterà di capire quali sono le mancanze (e non i limiti!), quali sono stati i vuoti, i buchi del discorso politico dei movimenti, delle associazioni e dei partiti di rappresentanza che gravitano intorno alla costellazione della sinistra.

A nostro avviso le mancanze sono due: tattica e critica. Sonia Pellizzari non ha pronunciato la parola tattica (o strategia): non ha detto “forse non ci siamo organizzati in modo adeguato”, cioè “abbiamo sbagliato tattica” o “abbiamo sbagliato strategia”. Il punto è che non c’è stata alcuna tattica né alcuna strategia. Sonia ha invece detto “forse si è sbagliato qualcosa nella comunicazione e nell’informazione”. Queste parole rimandano alla seconda mancanza: la critica. Non c’è stata adeguata informazione e comunicazione vuol dire che non si è fatta adeguata critica, soprattutto delle pratiche e dei discorsi del governo.

Come mai queste mancanze? La (quasi) autocritica di un’esponente di primo piano di SEL è un dato importante: SEL è il gruppo politico di rappresentanza più avanzato tra i partiti della costellazione della sinistra, non perché ha gettato via l’esperienza e la memoria del comunismo. Le ragioni sono almeno due: è la fazione più vicina a tutte le istanze dei movimenti, dei quali condivide le rivendicazioni (riportate anche nel manifesto); Vendola è un leader di sinistra (nel senso del potere carismatico). Bisognerebbe fare una serie di puntualizzazioni, ma non è questa la sede. La questione è un’altra: cosa è successo prima del 2 aprile? Perché siamo arrivati a quel/questo punto?

SEL ha sbagliato “qualcosa nella comunicazione e nell’informazione”. Vendola ha rilasciato un’intervista vestendo i panni del pacifista pochi giorni dopo averne data una in cui assumeva una posizione più ambigua. I movimenti sono rimasti quasi fermi. Che cosa è accaduto, dunque? Ciò che bisognava evitare fin da subito: il risveglio del mondo pacifista.

Per farla finita con la ragion comune pacifista

Il pacifismo, come lo abbiamo visto impaludarsi dopo il 2003, come lo abbiamo visto assonnato sabato 2 aprile, è un pensiero arcobaleno al quale piace molto andare in piazza, tutti insieme, un bel sabato di sole. Un’idea deambulante che si può ben immaginare in un film di Nanni Moretti: una famiglia della buona borghesia, ma di sinistra e progressista – vero oggetto di ricerca di Moretti in tutti i suoi film – che va in piazza a manifestare per i grandi ideali. Idealismo a oltranza che (non) riempie una piazza di gioia e di colori. Per queste ragioni, ci sembra che il paragone possa essere fatto con lo “storico” Family Day, al quale la manifestazione di sabato 2 aprile ci sembra la risposta di sinistra.

Due sono i tratti distintivi della ragion comune pacifista: no tattica, no critica. Niente tattica, niente critica.

È facile capire perché nessuna critica: “la pace è la verità, la guerra è la menzogna”. Il discorso pacifista – come abbiamo detto (vedi link a inizio articolo) – è dentro il discorso occidentale sul resto del mondo: “io manifesto per te – spiega il pacifista all’Altro – perché tu possa vivere in pace, perché io voglio la pace; e io te lo dico dal mio luogo di pace, perché io vivo in pace; io sono messo molto meglio di te: perché non dovrei chiedere per te la pace? Io voglio la pace per tutti perché la pace vi porta diritti, democrazia, libertà, cioè tutto ciò che io già posseggo, sebbene Berlusconi faccia di tutto per portarmeli via”. Questa è la grande critica di cui è capace l’acuto pacifista.

Non è meno facile vedervi una mancanza di tattica o strategia: protestare contro chi pensa di risolvere tutto lanciando bombe, protestare contro la violazione dell’articolo 11 della Costituzione. Questo è il massimo di tattica che il pacifista riesce a mettere in piedi: cerca di fare politica estera ma viene preso alla sprovvista dalle voci reazionarie contro “l’orda di clandestini”. Il più che gli riesce è manifestare la sua solidarietà.

In occasione del 2 aprile c’è stato il risveglio degli stereotipi del pacifismo. Non si è minimamente riusciti ad andare oltre il modesto tentativo di riproporre una manifestazione come quelle oceaniche di otto-dieci anni fa. Questo è un evidente segno della mancanza di critica e di tattica. Mancanza di critica perché si è rimasti fermi al ricordo del passato, senza saper né voler andare oltre, senza innovare le pratiche, senza fare un discorso nell’oggi, cosa che avrebbe richiesto di prendere sul serio la rivoluzione araba e il conflitto sociale, e quindi ciò che unisce le due sponde: la questione migranti. Mancanza di tattica perché non si è saputo né voluto fare altro che una manifestazione di piazza con il palco da dove partecipavano “eccellenti” personalità dello spettacolo della sinistra (un Family Day di sinistra).

Tutta questa ragion comune pacifista è incarnata dal discorso pubblico di Gino Strada. Lui è stato il principale organizzatore della manifestazione, lui, nelle sue parole, ha riesumato tutti i cliché del pacifismo, anche Vittorio Agnoletto. Gino Strada ha un potere simbolico molto forte: ha lanciato l’iniziativa e ha trascinato la gente in piazza, piegando anche Vendola. Ciò non vuol dire che Vendola ne sia stato ingannato: ma in questo caso, Gino Strada ha dimostrato di godere di maggiore capitale simbolico (anche per questo Vendola non era a Roma), di essere un intoccabile del discorso politico della costellazione di sinistra. Ma lui, in quanto organizzatore, attivista, promotore, pacifista, è il principale artefice della riesumazione dello stereotipato pacifista.

Vedremo all’opera questo potere simbolico sabato 9 aprile a “Che tempo che fa”, dove Gino Strada è ospite per presentare la rivista “E” di Emergency: del resto il programma di Fabio Fazio è in televisione uno dei migliori spazi di riproduzione del capitale simbolico, uno dei migliori spazi di articolazione delle forze politiche, sociali, culturali; non è in grado di costruire egemonia, ma è in grado di lanciare una proposta di egemonia. Il che dona a molti degli ospiti un consistente investimento valoriale, un rilancio importante del loro potere simbolico.

Non si vuole affatto negare l’importanza di Emergency, il suo lavoro difficile nei territori di guerra. Vogliamo piuttosto affermare che un discorso politico avanzato e innovativo deve assolutamente fare a meno del discorso pubblico di Gino Strada.

Perché questo discorso pubblico è capace solo di far deambulare idee belle di pace, non di fare conflitto sociale. E noi abbiamo un gran bisogno di conflitto sociale.

Conclusione

Non si è stati capaci di fare del 2 aprile un’occasione di rilancio del conflitto sociale. Non ne sono state costruite le premesse. Di conseguenza bisogna riflettere su ciò che è accaduto per comprendere cosa conviene evitare, cosa non si deve fare e quali sono le mancanze. Critica e tattica. Per produrre, innovare discorsi e pratiche politiche bisogna saper fare critica e saper fare tattica. Fare analisi e costruire l’agenda sono azioni fondamentali per organizzare discorsi e pratiche.

Ci sembra, infatti, che fin da subito la costellazione di sinistra sia andata in tilt sulla questione migranti. C’è chi ha pensato che le parole di Maroni fossero menzogne autoevidenti, o chi credeva – di nuovo Sonia Pellizzari – che la Puglia fosse terra purificata (da due mandati di governatore di Vendola), totale apertura all’ospitalità. In entrambi i casi c’è stata mancanza di critica e di tattica. Non si è fatta adeguata controinformazione e ci si è adagiati nell’illusione di un territorio “che ha finalmente intuito” dov’è la verità e dove la menzogna; non si è saputo contrattaccare al discorso reazionario, all’imposizione della tendopoli di Manduria, né si è saputo denunciare la condizione di detenzione all’interno della tendopoli né organizzarsi a sostegno dei migranti (cosa dire loro? Aiutarli a fuggire o consigliare loro di aspettare nella tendopoli per cercare di farsi dare il permesso?).

Critica e tattica sono le due armi fondamentali per il conflitto sociale. Senza di queste non si possono costruire discorsi e pratiche di lotta, ma, come è accaduto sabato 2 aprile, si rimane incagliati nelle belle e colorate idee universali. Con queste non si lotta: al più si possono fare interessanti riviste, interviste in televisione comodamente seduti su divani rossi, incontri pubblici in libreria o in fiera, qualche libro, monologhi a teatro.

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2 Responses to Per farla finita con la ragion comune pacifista

  1. […] dei movimenti si inceppa a causa di pretese egemoniche che ne strozzano la vitalità. Penso al discorso pacifista. Cosa avrà mai combinato di così grave il pacifista? Rimanendo legato agli stereotipi, ha […]

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