Sul discorso politico di Vendola e di SEL. Nichi Vendola e La fabbrica di Nichi, C’è un’Italia migliore. Parte I

0.0. Premessa

Non farò una recensione del libro. Ciò che mi preme è esporre quattro questioni relative a Nichi Vendola e a Sinistra Ecologia Libertà (SEL): (1) l’assiologia profonda, (2) la soglia inferiore e (3) la soglia superiore del campo di azione di Vendola, (4) il ruolo politico de Le fabbriche di Nichi.

Dei quattro punti, il primo funge da chiave di lettura del libro, di rilettura del manifesto di SEL, di ascolto dei discorsi di Vendola. Il quarto punto è un punto interrogativo. Con il secondo e il terzo punto intendo porre il problema delle possibilità e dei limiti dell’azione politica di Vendola.

La parte I è dedicata al punto (1). Dei punti (2), (3), (4) diremo nella parte II.

0.1. Scelta editoriale

C’è un’Italia migliore è un’appassionata e talvolta approfondita mappa di questioni e di intenzioni politiche. Si può leggere il libro come un programma politico? Meglio considerarlo una piattaforma di argomenti di cui discutere e sui quali poter elaborare il programma politico. Così sembra presentarsi alla luce della motivazione editoriale: C’è un’Italia migliore è stato steso alla fine del 2010 e stampato nel mese di gennaio 2011, cioè nel periodo in cui, tra migrazioni e compravendite di deputati, il governo sembrava giunto alla fine. Stesura e diffusione sono avvenute secondo questa aspettativa: non solo le elezioni politiche, ma soprattutto le primarie per il candidato della coalizione di centro-sinistra, sulle quali Vendola ha ingaggiato la battaglia col PD.

Il fatto che il governo non sia caduto, e che quindi non ci siano state né elezioni né primarie, non invalida le ragioni del libro.

Veniamo al primo dei quattro punti.

1.0. Assiologia profonda: Cooperazione VS Competizione

Nel Manifesto di SEL, a p. 7, in conclusione della seconda parte, è scritto:

“Ci vuole cultura e struttura. Ci vuole un’organizzazione, radicata e flessibile, giovane e coraggiosa: un soggetto politico che si metta in rete con tutte le esperienze innovative, e che tessa il filo delle idee e delle passioni autentiche. Che faccia della cooperazione la nuova modalità di vita associata”.

Compare per la prima volta il termine cooperazione. Il passo si conclude presentando SEL non come il nuovo partito di sinistra, ma come un cantiere aperto per la rifondazione di una nuova sinistra.

Questo brano è importante e dovrebbe essere tenuto in mano come una bussola quando ci si muove tra il manifesto di SEL, C’è un’Italia migliore, libri e discorsi su Vendola, SEL e Le fabbriche di Nichi. Seguiremo questa direzione. “Ci vuole cultura e struttura”: nel proseguo del testo parleremo di cultura; nella seconda parte considereremo la struttura.

Il termine cooperazione compare in un altro passo del manifesto (p. 18):

“Sinistra Ecologia Libertà guarda alla rivoluzione più grande, che ribalta il sistema dei valori oggi dominante: dallo spirito della guerra alla cooperazione e all’empatia; dalla competizione alla convivialità; dal primato dei beni materiali, alla conoscenza, alla cultura, all’arte”.

Cooperazione non si oppone a “spirito di guerra”, ma a competizione. “Empatia” e “convivialità” rimandano a due riferimenti culturali: La civiltà dell’empatia di Jeremy Rifkin e La convivialità di Ivan Illich (quest’ultimo è scaricabile online qui). “Empatia” e “convivialità” sono due elementi culturali della cooperazione: quest’ultima è “la nuova modalità della vita associata” e la “rivoluzione più grande, che ribalta il sistema dei valori oggi dominante”. Sono parte della cultura necessaria per una rifondazione della sinistra.

L’assiologia profonda su cui regge tutto il discorso politico di SEL è quindi /Cooperazione (+) VS Competizione (-)/.

Ciò è ribadito in modo netto nella seconda pagina di C’è un’Italia migliore (p. 6). Così sulla competizione:

Competere, infatti, significa sentirsi sempre in un atteggiamento agonistico, con l’ansia di dover tagliare un nastro e raggiungere prima di qualcun altro una postazione, il trionfo dell’egoismo che non tiene conto del concetto di comunità”.

Sull’idea di comunità ci soffermeremo fra poco.

Così sulla cooperazione:

“L’elemento cooperativo è il punto di svolta, è il punto attraverso il quale riusciamo a dotarci di una sorta di osservatorio astronomico per cogliere i segreti delle costellazioni del potere culturale dominante”.

Tradotto dal linguaggio vendoliano: la cooperazione permette di costruire il discorso critico, la pars destruens della società attuale. Ecco, allora, la pars costruens:

“L’elemento cooperativo è il seme buono che può dare frutti importanti anche in tanti ambiti della nostra società”.

Seguono alcuni esempi di frutti della cooperazione: il mutuo soccorso e la collaborazione tra gli enti pubblici contro l’idea di federalismo della Lega; la scuola e l’università contro i tagli e il modello educativo del governo Berlusconi; un nuovo welfare e strumenti inclusivi contro la macelleria sociale e gli strumenti esclusivi di questo governo.

1.1. I valori interni della cooperazione: comune e coesione

Si è detto che la competizione e i suoi effetti non tengono conto del concetto di comunità – anzi, si direbbe che vanno in direzione opposta. Tale concetto è parte del valore della cooperazione. Ma si è visto anche che tra i buoni propositi della cooperazione vi è un certo modo di intendere la società, di cui esistono buoni esempi: ne segue che la cooperazione non è un’idea astratta, ma il valore profondo per ripensare l’intervento pubblico, il ruolo dello Stato nella società e nell’economia, il ruolo della politica, il punto di partenza dal quale elaborare una politica di governo.

La cooperazione include due prospettive, una generale e una particolare: è un macrovalore, o valore duale, che contiene al suo interno due altri valori: comune e coesione.

Il primo di questi due è orientato verso il basso, verso la politica fatta dal basso, verso i movimenti: si riallaccia ai discorsi sul comune e sui beni comuni (si pensi al lavoro o all’acqua pubblica), che né Vendola né SEL, ovviamente, ignorano.

Il secondo ha orientamento orizzontale, verso la società e l’economia. Ho nominato coesione questa seconda componente del macrovalore per richiamare la coesione sociale, di cui si parla nel libro, quale obiettivo dell’intervento pubblico nella società e nell’economia (chiariremo questo punto più avanti). Qui si può intravedere un abbozzo di un modello socio-economico per il paese, di una politica di governo.

Non è un dato irrilevante: la coesione è esattamente ciò che distingue SEL dalla Federazione della Sinistra (e da altri gruppi rappresentativi a sinistra), laddove si può dire che il valore del comune distingue SEL dal PD.

1.2. Comune come visione generale

Il macrovalore cooperazione comprende due valori, comune e coesione. Il primo di questi due valori, comune, abbraccia il secondo, lo guida nel suo farsi valore di base per una politica economica, orientando l’azione politica verso l’obiettivo della coesione sociale. Da un lato, infatti (p. 39),

“Bisogna recuperare una visione generale in grado di riportare al centro il valore sociale del lavoro quale mezzo di emancipazione sociale e non più come merce povera”.

Ho riportato in corsivo i due riferimenti culturali segnalati (questa volta nelle due note cui si rimanda): per la visione generale Alfredo Reichlin, Il midollo del leone. Riflessioni sulla crisi della politica – al quale aggiungo il recente libro-intervista di Pietro Ingrao con Maria Luisa Boccia e Alberto Olivetti Indignarsi non basta, non segnalato solo perché edito dopo la pubblicazione del libro; per il valore sociale quale mezzo di emancipazione de lavoro Marco Panara, La malattia dell’Occidente. Perché il lavoro non vale più.

È questo ciò che riguarda il versante del comune: la prospettiva generale, la visione generale. Vi è una netta distinzione dal PD perché si avanza un’idea di riforma – sociale, economica, politica – orientata “dal basso”, e non dall’alto, che muove dalle necessità, dai desideri, dai bisogni di chi opera nelle organizzazioni interessate alla riforma, e non secondo piani prestabiliti. In questo senso il comune abbraccia e guida la coesione. In 1.4. vedremo due esempi.

Aggiungiamo che, proprio sulla necessità di recuperare il valore sociale del lavoro, Vendola e SEL incrociano i precari, la loro protesta portata avanti come voce leale della buona società; e proprio in questo incrocio la voce leale trova la struttura porta-voce, senza uscire dal dato di essere protesta della parte buona del paese, quella che rispetta i rapporti fiduciari. Se, infatti, dal lato del comune si afferma che il lavoro è bene comune, dal lato delle relazioni socio-economiche il valore profondo della coesione si fa garanzia di una politica di governo per il rispetto dei rapporti fiduciari e la valorizzazione della parte buona e leale del paese – politica che tende all’obiettivo della coesione sociale.

(Sul lavoro vedi anche: “Discorso sul lavoro contemporaneo“, “Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect“, Sul rifiuto del lavoro“).

1.3. Coesione come coesione sociale

Il comune guida la coesione che orienta la politica di governo in tutti i campi (sociale, economico, ambientale, dell’istruzione, culturale, ecc.). La coesione determina una visione particolare; il che non significa una visione più ristretta, ma una visione più pragmatica.

Si pone il problema del ruolo dello Stato e della politica economica. Bisogna pensare a una politica economica che ricopra per la società non un ruolo “tecnico”, come accade oggi, ma “politico”. La crisi – si afferma nel libro – ci offre un’importante opportunità: lo Stato deve attivarsi per ricostruire la società e l’economia come coesione degli elementi in relazione fra loro, tessuto di relazioni, rete partecipativa. Ma per farlo deve tendere alla coesione sociale come massimo obiettivo: fare della coesione un valore non del solo intervento pubblico, ma condiviso dalle organizzazioni e dagli attori istituzionali che agiscono nel campo socio-economico.

La coesione sociale non è nulla di diverso dalla coesione: si tratta solo di specificare che la coesione trova piena realizzazione solo se è valore condiviso nella società e nell’economia, e non solo prerogativa dell’intervento pubblico. È obiettivo che va diffuso tra le organizzazioni e gli attori istituzionali, e con questi condiviso.

Innanzitutto bisogna chiedere “alle istituzioni di non abdicare alle proprie responsabilità” (p. 37). Quindi, vengono ribaditi i compiti inderogabili dell’intervento pubblico: tutela dei beni pubblici, lotta all’inquinamento, redistribuzione della ricchezza, correzione degli squilibri di mercato, ovvero ricerca di una maggiore coesione sociale per abbattere le disuguaglianze e la precarietà della vita (p. 37). Si tratta di compiti che sono orientati dal valore della coesione, a sua volta guidato dal valore del comune. Come tali, riguardano l’intervento pubblico di per sé.

Nel rapporto dello Stato con le organizzazioni private si comprende il ruolo dell’intervento pubblico, delle politiche economiche e sociali in nome della coesione, per una diffusione dell’obiettivo della coesione sociale (p. 37):

“Vogliamo uno Stato in grado di accompagnare lo sviluppo e le imprese senza sostituirsi agli imprenditori, ma che piuttosto favorisca gli investimenti più coraggiosi in innovazione e ricerca, aiutando le piccole imprese (anche grazie ad un’adeguata politica fiscale) a non aver paura di crescere in dimensione e qualità (siamo il paese delle piccole e medie imprese e non sempre questa è una scelta volontaria) abbattendo le barriere in entrata per le start up, punendo le rendite di posizione, riscoprendo la modernità delle nostre imprese artigiane, vere depositarie del made in Italy apprezzato in tutto il mondo”.

Si potrebbe obiettare che questi sono buoni propositi ma irrealizzabili. Tuttavia non si tratta di “credere a un sogno”: semplicemente di constatare, proprio in questo passo, la netta differenza che corre tra SEL e i gruppi di sinistra. Qui è messo nero su bianco un orientamento per una politica economica. Tale orientamento giunge a un punto importante: lo Stato deve farsi carico di dare una visione globale alle imprese. Non si tratta del comune, ma della coesione sociale, della costruzione di una rete partecipativa. Bisognerebbe considerare meglio questo modello socio-economico confrontandolo con il modello dei distretti industriali. Si può comunque già affermare che tale modello si oppone al modello neoliberista del “ciascuno per sé”, dello smantellamento del welfare, del “tutto è lecito, meno ciò che è espressamente proibito”.

(vedi a tal proposito la recensione di Luciano Gallino, Con i soldi degli altri)

La coesione è visione particolare, di orientamento per la politica di governo, per l’intervento pubblico; nello stesso tempo, in quanto coesione sociale, deve essere visione globale, diffusa dall’intervento pubblico tra le organizzazioni e gli attori istituzionali che agiscono nel campo socio-economico, e con questi condivisa (pp. 38-39):

“Perché non favorire le filiere industriali o promuovere la creazione di nuovi distretti tecnologici? Perché non si può recuperare il paradigma ecologico come nuovo paradigma economico o scommettere sulla formazione permanente di nuovo capitale o sulla riqualificazione di quello già esistente? Lo stesso fenomeno migratorio, liberato dalla retorica xenofoba, può essere un fattore di sviluppo importante se adeguatamente gestito. Occorre inoltre ridisegnare un welfare attivo che non scarichi sulla famiglia tutto il peso dell’assistenza, in grado di offrire maggiori opportunità e non semplici sussidi, che sappia offrire un riparo adeguato a chi resta senza lavoro (rivedendo, ad esempio, l’uso distorcente e discriminatorio della cassa integrazione) e lo metta in condizione di ritrovarlo, che consenta alle donne di partecipare più attivamente al mercato del lavoro senza essere costrette a scegliere tra un figlio e un impiego, che sblocchi la mobilità sociale garantendo percorsi di formazione garantiti per le nuove generazioni ancora troppo condizionate dalle condizioni delle famiglie di origine e che non hanno la possibilità di accedere ad affitti calmierati, né tanto meno possono permettersi di acquistare una casa”.

Questa è la visione particolare – la coesione – che la politica di governo deve diffondere nella società e nell’economia come coesione sociale, condividere con attori istituzionali e organizzazioni, orientata dalla visione generale – il comune. Per fare questo ci vuole “cultura e struttura”: ci sembra che su questo non ci siano dubbi.

Tutto ciò che precede riguarda la costruzione della cultura: comune e coesione come valori del macrovalore cooperazione in opposizione a competizione. Costruzione di una cultura di governo, ma anche ricostruzione di una cultura politica, sociale, economica per un paese che si è dato a Berlusconi e che è pervaso dal berlusconismo. Nella seconda parte dell’articolo ritorneremo su quest’ultimo punto della cultura e ci occuperemo della struttura.

(Sul nuovo welfare: vedi “Definizione di quattro forme di reddito garantito“)

1.4. Due esempi

Facciamo due esempi dell’intreccio di comune e coesione nei presupposti e nelle intenzioni delle politiche di governo. Il primo è la città (p. 42):

“In una società complessa e frammentata le città sono un bene comune; ma maggiormente lo sono le relazioni fra le popolazioni che vi abitano”.

Questa è la premessa, la visione generale. Segue la parte critica: prevalendo il valore della competizione la città resta

“uno scenario inquietante fatto di separatismo sociale, di un diffuso senso di insicurezza, latente o manifesta”.

Da questa premessa bisogna “mettere a punto un’ambiziosa agenda urbana e metropolitana”, un nuovo governo dello spazio pubblico fondato sulla coesione.

Il secondo esempio riguarda scuola e università. A partire dal motto di Victor Hugo “chi apre le porte di una scuola, chiude una prigione”, bisogna ripensare istruzione e educazione come beni comuni: per una cittadinanza attiva, per il rispetto degli altri e dell’ambiente, per considerare la multiculturalità come una risorsa.

“Non si tratta solo di assicurarsi che le persone sappiano leggere e scrivere e abbiano, quindi, una prima e sacrosanta alfabetizzazione. Il punto è fare in modo che il maggior numero di persone acceda a istruzioni superiori e universitarie e possa così mettere a frutto il proprio ingegno e le proprie capacità, contribuendo allo sviluppo e all’innovazione” (p. 73).

Le riforme della scuola e dell’università devono partire dal basso. Così si costruisce una politica scolastica e universitaria fondata sulla coesione (p. 73):

“c’è bisogno di un nuovo modello di welfare che preveda un reddito di formazione, un assegno mensile che da una parte garantisca agli studenti universitari di continuare a formarsi e a mantenersi; e dall’altra consenta a tutti di continuare a elevare il proprio grado di formazione”.

Così si rovescia il rapporto “università – mondo del lavoro”:

“E in un quadro di questo tipo, l’università non può rincorrere il mercato del lavoro in una sorta di corsa del gambero. L’università a cui pensiamo, piuttosto, deve mettere in campo una ricerca che sia più avanti del mondo del lavoro, deve essere l’istituzione del sapere complesso, capace di contribuire alla trasformazione del mondo del lavoro” (p. 74).

1.5. Il territorio

Si potrebbero fare altri esempi, come l’immigrazione e l’ambiente. Ma il movimento dei valori profondi sembra chiaro. Bisogna invece chiarire che la coesione non produce da subito effettive politiche economiche, il che sarebbe contraddittorio con un progetto politico che muove “dal basso”. Inoltre né C’è un’Italia migliore è un programma di governo né SEL ha la struttura del partito. Si tratta di un pacchetto di valori profondi comuni e di un insieme di questioni su cui dialogare e da cui partire.

Concludiamo questa prima parte sottolineando l’ingrediente decisivo senza il quale è impossibile attualizzare il valore della cooperazione: il territorio. La coppia “territorio e cooperazione” si oppone alla coppia “globalizzazione e competizione”, come un progetto politico di sinistra, dotato di nuovi valori, si deve opporre al neoliberismo e ai suoi valori che hanno prodotto povertà diffusa e disuguaglianze e provocato l’attuale crisi economico-finanziaria.

Il territorio è elemento decisivo: una politica orientata alla coesione che muove dal comune deve (p. 7)

“attraversare in lungo e in largo il territorio, conoscerlo, viverlo, agirlo, per non parlarne con distacco sociologico”.

Il distacco sociologico contraddistingue una politica delle riforme calate “dall’alto”.

Il territorio non è liscio, ma striato: non è spazio vuoto, ma percorso da pratiche e attività di associazioni e movimenti che occorre valorizzare e promuovere, condividendo il valore del comune. Questo è il movimento “dal basso”. Nello stesso tempo, bisogna promuovere un intervento pubblico orientato alla coesione, la condivisione della coesione sociale con attori istituzionali e organizzazioni socio-economiche presenti e attive sul territorio. In direzione contraria alla consuetudine, diffusa nel mondo della competizione, di aziende private che scaricano costi sociali e ambientali sulla cittadinanza. Questo è il movimento orizzontale: un movimento non separato dal precedente, ma guidato dal valore del comune. L’azione politica, pertanto, insiste e sussiste sul territorio: è solo a partire dal territorio, costruendo il comune e la coesione, che si può dare vita a una società partecipativa.

Fine I parte (vai a parte II)

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3 Responses to Sul discorso politico di Vendola e di SEL. Nichi Vendola e La fabbrica di Nichi, C’è un’Italia migliore. Parte I

  1. […] Sul discorso politico di Vendola e di SEL. Nichi Vendola e La fabbrica di Nichi, C’è un’Italia … scrive: aprile 18, 2011 alle 8:40 pm […]

  2. […] parte I dell’articolo ci si è soffermati sull’assiologia profonda del discorso politico di Vendola e […]

  3. […] Il quarto punto è ben poco attuabile, non solo perché è difficile trovare accordo sulle parole d’ordine (e nel precariato l’accordo è per somma di unità, non tramite delegati), ma soprattutto perché le parole d’ordine viaggiano sui media sociali e, come si è visto in occasione delle manifestazioni contro la precarietà del 9 aprile, se si cerca di costruire un evento su internet senza che vi siano le condizioni materiali il risultato è un fallimento (nel nostro articolo abbiamo cercato di individuare la domanda alle istituzioni rappresentative dei pochi scesi in piazza il 9 aprile, la voce leale rivolta soprattutto a Vendola e a Sel). […]

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