Nanni Moretti, Habemus papam

Habemus papam, l’ultimo film di Nanni Moretti, non convince. Se in questo momento uscissimo dal cinema diremmo: “Ci sono cose interessanti, ma non sviluppate”.

Certamente non mancano idee e scene valide: lo psicanalista, il professor Brezzi (Nanni Moretti) che legge nella Bibbia segni che rimandano al caso dell’attuale papa, il cardinale Melville (Michel Piccoli), e alla depressione; l’organizzazione del torneo di pallavolo tra cardinali; la guardia svizzera reclutata per abitare nelle stanze del papa. Ma tutti questi elementi fanno parte della serie “Vaticano – cardinali – psicanalista”, e nessuno della serie “Roma – papa – teatro”. Le due serie in cui si divide il film, infatti, non sono sullo stesso piano, non sono valorizzate allo stesso modo; dopo la scena della prima seduta con lo psicanalista, le due serie non si incontrano più: tutte le aspettative dello spettatore sono per la serie “Vaticano – cardinali – psicanalista”; in particolare, tutte le aspettative sono per la performance attoriale di Nanni Moretti.

Questo produce effetti interessanti sulla costruzione delle due serie.

Serie “Vaticano – cardinali – psicanalista”. Nella dimensione di clausura del Vaticano prevalgono due elementi: lo psicanalista e la guardia svizzera. Entrambi vivono in due spazi separati dello stesso luogo: l’uno si aggira per i corridoi e le stanze, l’altro vive nella camera del pontefice. I due non si incontrano mai, non si riconoscono. La messa in scena gioca a favore della performance di entrambi. Soprattutto di quella di Nanni Moretti: come far finta che quel personaggio sia uno psicanalista e non Nanni Moretti nei panni di uno psicanalista? Fin dalla sua prima apparizione, la scena è allestita per la sua performance: personaggio estraneo all’ambiente e agli altri personaggi, gioca a suo favore la mancata caratterizzazione dei cardinali. Anzi, è lui stesso a caratterizzarli quando riporta le quotazioni dei bookmakers per l’elezione del papa. Li domina, lui in piedi e gli altri seduti.

Serie “Roma – papa – teatro”. La seconda serie sente la dominanza della prima serie; la figura del cardinale Melville sopporta il prevalere della figura dello psicanalista, verso il quale sono rivolte tutte le aspettative. Cosa ci dice la seconda serie di più oltre al fatto che “il papa non se la sente di fare il papa”? Cosa vediamo? Il cardinale incontra la psicanalista, la ex-moglie di Brezzi (Margherita Buy), fissata col “deficit di accudimento”. Diciamolo subito: il personaggio della psicanalista è del tutto superfluo, ha solo due funzioni narrative: (a) far dire al papa che è un attore di teatro; (b) far fuggire il papa. Per il resto, le si potrebbe dare anche un energico colpo con il rasoio d’Occam (se fosse utilizzabile per i racconti).

Tutta la vicenda di Melville a Roma dovrebbe essere un procedere in via di fuga, un andare a zonzo per Roma. Non c’è nulla di tutto questo. Il cardinale si ritrova in due cerchi: (a) il cerchio della psicanalista – montaggio alternato di immagini di Melville a Roma e della sua seduta dalla psicanalista; (b) il cerchio più grande degli attori di teatro, che devono recitare Il gabbiano di Checov, e che incontra per caso in albergo. Non sono cerchi esterni, ma cerchi interni, che appartengono all’interiorità del personaggio di Melville. Non c’è via di fuga, né ricerca o possibile scoperta: tutto resta fermo al punto “il papa non se la sente di fare il papa”.

Il dentro, la dimensione di clausura del Vaticano è articolata con l’assenza del punto di vista del fedele. Ma nella fuga del papa manca completamente il fuori, l’aperto. Il cardinale Melville non incontra nessuno. Solo Margherita Buy e degli attori di teatro. Solo ciò che rimane al suo interno. Come è possibile costruire una via di fuga, un andare a zonzo, se il personaggio non incontra nessuno? Una commessa di un centro commerciale lo aiuta quando si sente male, una ragazza gli presta il telefonino, nell’autobus incrocia lo sguardo di un ragazzo e sente un altro parlare al cellulare. In auto con la psicanalista ci sono i due bambini di lei, e non accade nulla. Ma anche l’incontro con gli attori di teatro non avviene mai: cosa accade nel teatro, durante le prove, dopo che Melville chiede di recitare lui la parte? Come avviene qui l’incontro? Cosa accade al tavolo del ristorante? Tutti incontri che non avvengono. È questa la grande mancanza del film.

Il papa resta solo, non fugge, non va a zonzo, non ricerca. Rimane nei cerchi della sua interiorità. Cosa dice tutto ciò allo spettatore di più rispetto a quanto già conosce: “il papa non se la sente di fare il papa”? Nulla. Tutte le aspettative sono per lo psicanalista, il solo che può fare qualcosa.

Il film è tutto qui: “il papa non se la sente di fare il papa” e “habemus papam”, al quale non segue niente. Solo il balcone vuoto, le finestre aperte, le tende al vento. Dall’altro lato, invece, c’è lo psicanalista: il suo teatro che colma la mancanza del papa.

Riscontriamo qui due limiti del recente cinema di Moretti.

Il primo limite è l’assenza di incontri, l’assenza di immagini. Il cinema di Moretti non è un cinema di immagini. Da sempre impostato su singole messe in scena, su sketch, non sa costruire l’evento. Habemus papam non è un film su qualcosa che non accade perché non accade l’evento, ma un film senza evento perché non ci sono i presupposti per costruire l’evento.

Il secondo limite lo nominiamo “sindrome di Charlie Chaplin”. È la seconda volta, dopo Il caimano, che il protagonista, da uomo di potere (nel caso di Melville: da uomo di impotenza), fa un discorso al pubblico in sala. È quello che fa Charlie Chaplin ne Il grande dittatore, riappropriandosi dei baffetti che Hitler gli ha fregato e dopo averlo messo in ridicolo per tutto il film. Ma Chaplin lo poteva fare perché il suo potere comunicativo sulle masse era maggiore di quello di Hitler.

Nanni Moretti, nel finale de Il caimano, veste i panni di Berlusconi. Come vedervi Berlusconi senza vedervi che è Nanni Moretti nei panni di Berlusconi? Vedendo un’immagine facendo finta che quella non sia un’immagine, ma un monito, una profezia. Non c’è modo migliore per negare l’esistenza dell’immagine. E in questo modo lo stesso Moretti fallisce nel tentativo di porsi “al posto di”, lanciando la sfida, volendosi mostrare più potente di Berlusconi. Fallisce proprio perché l’immagine pretende di farsi profezia: cade nel gorgo di Berlusconi, che ne imita l’immagine.

Alla fine di Habemus papam, Melville dichiara a tutti la sua impotenza. Non solo la sua, ma anche quella della Chiesa a rinnovarsi. “Non è possibile una Chiesa di sinistra”, sembra dire: non è possibile che la Chiesa si doti del potere di cambiare perché ciò andrebbe contro il suo stesso potere.

Ne sapevamo già abbastanza dell’impotenza di Melville. Non sapevamo che si trattasse dell’impotenza interna a un potere. In Habemus papam Moretti fa di tutto per non rappresentare la Chiesa come un potere (potere pastorale, ma anche rapporti di potere). Tutti i cardinali sono uomini simpatici, buoni, pacifici. Ma è proprio alla fine che sfugge ciò che si è voluto mettere al bando fin dall’inizio: l’impotenza di Melville non è più solo l’impotenza dell’uomo scelto per una carica così difficile e importante, ma l’impotenza del papa al balcone di San Pietro, dunque l’impotenza del papa di fronte al suo stesso potere (potere pastorale). Perché piangono i cardinali? Per il povero Melville o perché il papa ha dichiarato la sua impotenza, perché la Chiesa ha ammesso la sua impotenza di fronte al suo stesso potere?

Questo potere è illeggibile nel film, proprio perché è stato volutamente scartato. Scelta legittima. Solo che, così facendo, il dentro del Vaticano, la sua dimensione di clausura, non ha più qualcosa di surreale, ma diventa il teatro allestito in cui Nanni Moretti / professor Brezzi può recitare la sua parte, dominando (senza la follia dell’alter ego della compagnia teatrale).

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