Competizione e cooperazione

0. La natura della competizione

Il saggio I paradossi della società competitiva di Alessandro Casiccia è uno studio sui principali aspetti della competizione. “L’imperativo della competizione – scrive Casiccia – pervade ogni relazione sociale” (p. 13). Prevale, sostiene il sociologo, l’accezione più forte di competizione: “confronto”, “rivalità”, “conflitto”, “antagonismo” (pp. 27-28). La competizione è macrovalore della struttura socio-economica. Nel saggio di Casiccia manca una rigorosa considerazione di questo tipo: ne vedremo le conseguenze nel punto 2.

Si dà il caso che potrebbero esistere forme di competizione più miti e meno bellicose di quella che si è imposta nella vita sociale. Lo sottolinea Luciano Gallino nella prefazione (p. 8). Questo sembra dipendere dal tipo di rapporto che si instaura tra i macrovalori della competizione e della cooperazione. Di questo si discute nei punti 3 e 4.

1. La cultura della competizione

A p. 18 Casiccia auspica che gli studi linguistici prendano in esame le espressioni usate dagli economisti: alcune di queste, infatti, risuonano nel discorso comune, nei media, li si ritrova nella comunicazione politica. Per esempio “competitività” viene integrata con “produttività” ed “efficienza”, formando un triangolo terminologico della buona prestazione di un’impresa.

Il triangolo terminologico non è solo descrittivo: non si limita a valutare a posteriori l’andamento di un’impresa. È soprattutto normativo: designa a priori i valori che devono guidare l’agire dell’impresa. Qualsiasi cosa vogliano dire “competitività”, “produttività”, “efficienza”, si tratta di norme, regole per il buon comportamento dell’impresa, cardini della sua intenzionalità. Di conseguenza, lo studio linguistico deve avere orientamento culturale: essere studio della tipologia della cultura.

Il saggio Le nouvel esprit du capitalisme di Luc Boltanski ed Eve Chiapello è passaggio obbligatorio (v. Per l’analisi del mercato del lavoro. Nota 2). I due sociologi hanno analizzato un corpus di testi presi dalla letteratura del management degli anni Sessanta e Novanta e studiato le differenze paradigmatiche dello “spirito del capitalismo”. In questo modo hanno messo in luce le trasformazioni profonde occorse nella cultura manageriale nell’arco degli ultimi trent’anni. In opposizione alla cultura manageriale burocratica della pianificazione, dell’autorità formale, della tutela del posto fisso, della carriera lineare nella stessa organizzazione, emerge una cultura manageriale dinamica della flessibilità e della mobilità, dell’adattabilità al cambiamento, dell’auto-imprenditorialità. La stessa opposizione è incarnata nelle biografie di Enrico e Rico (nomi fittizi) all’inizio de L’uomo flessibile di Richard Sennett.

Il saggio di Boltanski e Chiapello è fondamentale per l’analisi della tipologia della cultura dominante della struttura socio-economica attuale. L’universo immanente di valori affermati e consolidati dalla letteratura manageriale è il nucleo di tale cultura: la letteratura manageriale è la sede a più elevata strutturalità di tale sistema culturale. Lo studio dei due sociologi delinea il quadro dei valori attualizzati, la configurazione ideologica dell’agire socio-economico: in tale configurazione rientra il triangolo terminologico “competitività”, “produttività”, “efficienza”, norme del comportamento dell’impresa e di qualsiasi organizzazione o attore economico inquadrato in tale ordine di valori. Utilizzando i concetti di Kuhn (La struttura delle rivoluzioni scientifiche), la letteratura manageriale opera nella fase del “consolidamento del paradigma”: si tratta della fase di circolazione di una letteratura minore, secondaria, per la stabilizzazione, il consolidamento del quadro dei valori, per la loro penetrazione ideologica nel tessuto delle relazioni sociali.

2. Paradossi della società competitiva?

Nella rete dei valori che costituisce “lo spirito del capitalismo”, consideriamo il macrovalore della competizione uno degli assi centrali. Questo coordina gli altri valori (flessibilità, mobilità, adattabilità, ecc.), acquista valore aggiunto dagli altri valori.

Il modello base della concorrenza perfetta è un modello formale: si situa a livello metalinguistico rispetto al livello socio-economico, funge da modello logico. Nello stesso tempo, esso sembrerebbe punto ottimale delle politiche economiche e dell’agire degli attori economici. Si ritroverebbe qui il legame tra descrittivo e normativo.

Ma, in quanto norma, sostiene Casiccia, il modello della concorrenza perfetta è contraddetto da tendenze riscontrabili nella struttura socio-economica. L’attore economico segue nella realtà una logica differente da quella del modello formale ufficiale. Tale logica differente ne detta i comportamenti.

Ne derivano ciò che Casiccia chiama i paradossi della società competitiva. I due principali sono i paradossi della concorrenza monopolistica e della concorrenza cooperativa.

La concorrenza monopolistica contraddice uno degli assunti fondamentali della concorrenza perfetta: esistono più attori che competono tra loro. Grazie all’acquisizione di “vantaggi competitivi”, alcuni attori economici tendono a soppiantare o a fagocitare gli altri concorrenti, al fine di ridurre il numero dei competitors. Di conseguenza, in un certo settore di mercato, si può avere una posizione di monopolio di un’impresa o di oligopolio tra poche imprese, che si accordano fra di loro per chiudere l’ingresso a nuovi possibili competitors.

Si tratta di un quadro ampiamente conosciuto e descritto dagli economisti, consultabile nella manualistica. Casiccia, tuttavia, intende sottolineare che monopolio o oligopolio non sono distorsioni del mercato: considerando il comportamento degli attori economici, costituiscono “l’obiettivo ultimo di qualsiasi operatore economico” (p. 31). Ciò contraddice un altro assunto fondamentale della concorrenza perfetta: si ignora l’esito che la competizione può avere. Secondo Casiccia l’esito è tutt’altro che oscuro: consiste nell’eliminazione (sopprimendo o inglobando) degli avversari, specie di quelli più deboli. Ecco un aspetto rilevante della società competitiva, traducibile dal quadro macrosociale (mercato di settore) al quadro microsociale (relazione intersoggettiva).

Tutto questo è abbastanza condivisibile, ma non sembra descrivere alcuna condizione paradossale. Il modello della concorrenza perfetta non è sufficiente come modello normativo ma nemmeno come modello descrittivo: è, in un certo senso, la base di partenza per ogni ragionamento socio-economico, soprattutto per l’individuazione delle eccezioni. La funzione principale di un modello consiste nel permettere di delineare con più chiarezza il profilo delle eccezioni. Allo stesso modo, non esiste grammatica perfetta senza anomalie e senza la possibilità di dare vita a nuove combinazioni.

In secondo luogo la critica del modello della concorrenza perfetta subisce spesso l’illusione di credere di avere a che fare con un modello reale e non con un modello formale. Subisce la tentazione di credere nella realtà ontologica di tale modello. Ciò accade quando si chiamano paradossi i comportamenti economici che non seguono il modello della concorrenza perfetta. Simili descrizioni non conducono ad alcun paradosso. Né ad alcuna contraddizione, la quale non è la stessa cosa del paradosso. Si riscontrano piuttosto delle tendenze, ovvero delle possibilità attualizzabili o non attualizzabili. Nel saggio di Casiccia, invece, queste sono rappresentate a torto come caratteri reali e autocontraddittori della società competitiva. Essi non sono reali prima di essere virtuali, né paradossi perché la concorrenza perfetta non è il loro modello virtuale, né autocontradditori perché il modello della concorrenza perfetta non è normativo.

Per questo il saggio di Casiccia non è una fenomenologia sociale della competizione (uno studio delle tendenze come possibilità) né una genealogia culturale della competizione (uno studio della tipologia della cultura del capitalismo ponendo al centro il valore della competizione). Si limita a una descrizione di alcuni caratteri, i più rigidi ed estremi, della competizione, senza ricondurre questi alla costruzione di un ipotetico modello assiologico di valori, senza analizzare i processi ideologici di attualizzazione di tali valori.

3. Competizione e cooperazione

L’operazione della Fiat a Pomigliano d’Arco e a Mirafiori è un caso di competizione cooperativa. Casiccia (p. 61) non evidenzia questo punto: nota soltanto l’aspra competizione che l’operazione genera tra lavoratori italiani e stranieri. Ma la Fiat ha sottoposto a referendum e ha messo in gioco l’appartenenza dei lavoratori all’azienda, sottolineando la necessità di una cooperazione, dei lavoratori tra di loro e per l’azienda, subordinata alla competizione, alla relazione costitutiva del mercato.

Col diffondersi della crisi, numerose aziende hanno sfruttato il rapporto di subordinazione della cooperazione rispetto alla competizione, per esempio stipulando contratti di solidarietà tra lavoratori. La salvaguardia del posto di lavoro, che è ciò che si prefigge il contratto di solidarietà, è correlata alla capacità dell’azienda di mantenere buoni rendimenti, livelli accettabili di “competitività”, “produttività”, “efficienza”. Il lavoro è parte dell’azienda, dipende dall’andamento dell’azienda. Il lavoratore stesso, soprattutto in quanto formatosi con l’azienda, è parte dell’azienda. Ciò è più evidente in un’organizzazione, soprattutto di dimensioni medio-piccole, che impiega lavoratori della conoscenza che in una grande fabbrica come uno stabilimento della Fiat, dove è necessario procedere con la forza, quasi raggiungere lo scontro.

Per questa ragione si solleva la voce leale: essa rivendica la natura cooperativa in quanto leva indispensabile per la competizione. Dichiara il rapporto fiduciario che costituisce l’articolazione di base dell’organizzazione. Non mette in discussione la subordinazione della cooperazione alla competizione.

4. Cooperazione e competizione

Cooperazione e competizione non si escludono a vicenda. L’intrecciarsi dei due macrovalori è costitutiva della struttura socio-economica come rete (cfr. a tale proposito il saggio di Boltanski e Chiapello). La competizione subordina la cooperazione: questo è l’andamento prevalente della “messa in rete”. Si pensi a una “rete” non metaforica quale internet.

Un’analisi più attenta di questo incrocio permetterebbe di comprendere meglio il raggio di azione delle politiche economiche e dell’agire delle organizzazioni. Di conseguenza, renderebbe più chiaro il quadro socio-economico contrario: la relazione di subordinazione della competizione rispetto alla cooperazione.

Si delineano qui due profili differenti di economia sociale di mercato: l’uno orientato all’impresa e al mercato, l’altro orientato alla società e ai rapporti cooperativi interni costitutivi dell’organizzazione. Qui economia sociale va intesa come “modo di fare economia tout court, che tiene in conto e valorizza la dimensione relazionale ed equitativa dell’attività lavorativa”: Vera Zamagni, nell’articolo Le tendenze dell’economia sociale in Italia negli ultimi anni (nella rivista “Italianieuropei”, n. 3, 2011, p. 40), oppone tale accezione larga a quella stretta di economia sociale, che contempla le sole attività economiche a esclusiva utilità sociale.

Un profilo di economia sociale di mercato orientato al macrovalore della cooperazione, e dei suoi due valori componenti, comune e coesione, è orizzonte di ricerca per una nuova politica economica.

Esso poggia, dal lato della coesione, sul concetto di bene relazionale quale bene la cui utilità dipende “dalle modalità di fruizione con altri soggetti” e dove relazionale sta per “bene che può essere prodotto e fruito soltanto assieme da coloro i quali ne sono, appunto, gli stessi produttori e fruitori mediante le relazioni che li coinvolgono” (Stefano Zamagni, Economia civile e nuovo welfare, p. 28). Ma richiede anche una rivalutazione della nozione di sussidiarietà, già contemplata nella Costituzione (articoli 43 e 118), in direzione affatto opposta al senso dato a tale nozione dalla piega federalista dominante, avanzata dall’attuale governo, dal modello dell’economia sociale di mercato in cui è la competizione a subordinare la cooperazione. Dal lato del comune, invece, è necessario un dialogo con i discorsi militanti: il discorso giuridico in campo economico, infatti, non è solo operazione critica, ma si prefigge la costruzione di un nuovo sapere e di un nuovo potere.

È possibile una convergenza di questi punti, pensando allo Stato come garante sia delle condizioni in cui si può dare e fare il comune, sia della costruzione di una rete socio-economica fondata sulla coesione. L’elaborazione di questi presupposti è importante, se non indispensabile, per pensare una nuova politica economica: soprattutto nuove modalità e nuove forme di welfare, più legate alla contemporaneità, articolate sulla base dei flussi demografici, attuate secondo una logica distributiva che non toglie agli uni per dare agli altri, sostitutive e integrative del welfare state.

(Vedi articolo Sui beni comuni)

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3 Responses to Competizione e cooperazione

  1. […] Nella griglia per l’analisi della forma-fabbrica le voci su ciascuna coordinata seguono un percorso lineare che procede verso il dettaglio e di tipo verticale, che si sviluppa per linea gerarchica. Nella griglia di analisi del mercato del lavoro le voci su ciascuna coordinata sono orientate in rapporto al soggetto, procedono verso l’attività e la relazione – fattori determinanti di una “messa in rete” – e si sviluppano non per gerarchie, né su linea orizzontale, ma per asimmetrie, rapporto tra un superiore e un inferiore, tra un destinante e un destinatario. È infatti la struttura asimmetrica, o “gioco formale tra disuguaglianze”[5]che permette di stabilire la concorrenza, o competizione, insieme alla collaborazione, o cooperazione, come principio di formalizzazione, modello normativo, del mercato del lavoro. (Vedi articolo Competizione e Cooperazione). […]

  2. […] (Sull’opposizione tra competizione e cooperazione vedi Competizione e cooperazione) […]

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