Da New Italian Epic a generazione TQ

 

Nota introduttiva, 28 luglio 2011

Questo post è stato pubblicato un bel po’ di mesi or sono, nella totale (ammetto) incomprensione del movimento Tq. Qualche mese fa circolavano solo vaghe premesse generali che non mi rendevano affatto chiaro (a) il perché di una riunione affollata in libreria, (b) il perché dei “trenta-quarantenni”.

La pubblicazione dei manifesti Tq ha fatto, a mio avviso, un po’ più di luce. Ora posso comprendere il punto (a), ma sinceramente faccio ancora fatica a trovare una risposta al punto (b).

Dal mio punto di vista, i manifesti Tq sono molto deboli e vani nelle premesse generali. In particolare, non contestualizzano adeguatamente la formazione del movimento in un periodo di lotte in Italia, soprattutto da parte di studenti, lavoratori della scuola, della cultura, della conoscenza. Una più adeguata riflessione avrebbe forse dato maggiore coerenza alle premesse.

Proseguendo la lettura del primo manifesto, e passando agli altri due, mi pare di poter vedere e suggerire: (a) la formazione di un vero e proprio collettivo organizzato, o meglio ancora di una specie di sindacato dei lavoratori della conoscenza e dell’editoria, che difenda tali categorie dal basso; (b) di abbandonare, nello stesso tempo, la questione generazionale, che non mi è mai sembrata pertinente, e certe categorie posticce o troppo vaghe (“bibliodiversità” o “qualità VS quantità); (c) di andare nella direzione di precisare e definire meglio il settore di appartenenza, le categorie di lavoratori che si intende difendere dal basso, e proseguire nella direzione di proposte concrete e realistiche verso il pubblico (seminari, incontri, ecc.: non si tratta, come è evidente, di proposte così nuove; bisognerebbe piuttosto, stando al manifesto, intensificare incontri e partecipazioni) e sul piano del lavoro.

Sulla base di queste premesse, un collettivo organizzato o quasi-sindacato potrebbe dialogare e condividere le proprie esperienze e la propria agenda con la sezione Flc della Cgil e con il movimento dei precari che, per settembre, tenta l’organizzazione del primo sciopero precario.

Ci sarebbe bisogno di più precisione e maggiore pragmatismo. Fare attenzione a contraddizioni teoriche, come quando si dice di volere una cultura gratuita e libera per tutti, ma stando dentro il mondo della produzione editoriale. Le due cose insieme non reggono. Piuttosto, meglio ingaggiare una battaglia per distribuire sul mercato i propri libri a prezzi più contenuti (non 16 euri o più, ma 8 / 9 euri). Non sarebbe questa una buona causa per la quale lottare? Staremo a vedere.

Segnalo, infine, questo interessante post di Giulio Mozzi.

Da New Italian Epic

Nel 2008 Wu Ming 1 pubblicava il memorandum New Italian Epic (qui versione online), l’anno dopo edito per l’Einaudi, collana Stile libero, in versione ampliata. I Wu Ming, contando dall’1 ai seguenti numeri naturali, spacciavano per critica letteraria un raffazzonamento di concetti, opere, autori. Noi abbiamo provveduto a demolire qui e qui quella loro specie di instant book. Prendendo a prestito un termine ben detto, si potrebbe includere la loro opera nella fortunata collana degli ad minchiam studies: citare alla cazzo di cane saggi e opere, sbrodolare concetti travisandoli, crearne altri del tutto fuori luogo, racchiudere il tutto in un titolo inglese, che suona meglio.

I Wu Ming non risparmiano autocelebrazioni e, insieme al loro compagno Valerio Evangelisti (vedi qui un articolo in cui si demolisce la sua arrembante carica militante), si compiacciono sul sito Carmilla di essere presenti sugli scudi del Book Block (vedi qui articolo). Il che dice già abbastanza dell’infognatura culturale e linguistica di certi “autori” dei movimenti: quale prova, si legga qui questo intervento.

Tuttavia gli ad minchiam studies sono tutt’altro che controcorrente. Riscontrano infatti ampi consensi nei dipartimenti umanistici delle nostre università. Ciò farebbe di Wu Ming 1 uno (s)qualificato docente, oltre che un buon relatore al master biennale in “Comunicazione, Management e Nuovi Media” dell’università di San Marino. Si legga qui il retrocopertina del libro New Italian Epic: vi abbondano metafore pseudo-scientifiche quali “nebulosa”, “campo elettrostatico”, “avvistamento”, “corpo celeste” che attendeva solo di essere “scoperto”; prevalgono termini oggi alla moda nella saggistica come “dialogo tra libri”, “etica della narrazione”, “sguardi obliqui”, “visioni di mondi alternativi”, “esperimenti transmediali”. Tutta una terminologia fuorviante, che ora non vuol dire niente (“campo elettrostatico”), ora è confusa ma à la page (“transmedialità”), ora è un brutto remake (mi riferisco a L’eroe imperfetto di Wu Ming 4, che non frigge aria, bensì ricopia acqua calda).

È interessante notare come vi sia anche un’economia degli ad minchiam studies, segno della vacuità in cui navigano certi studi letterari che hanno arbitrariamente fatto tabula rasa dei metodi d’analisi e che si circondano di una critica alla moda, concentrata a fare una sottospecie di sociologia della cultura; questa linea è bene rappresentata dall’inutile saggio lessicale di Alberto Sebastiani, alleato dei Wu Ming, Le parole in pugno, che qui abbiamo aspramente criticato.

Grazie a tutto ciò il New Italian Epic ha i suoi adepti e firmatari, ha fatto e forse ancora fa polemica letteraria, sottoscrive appelli e si pone alla testa dei cortei (i pifferai!): movendo da una pseudo-critica letteraria, nella più tenace convinzione di essere il nuovo vero (o comunque già convinti di esserci e perciò di darsi un nome), è già partito per la tangente. Diamo atto a questo essere, al suo piacente trucco di autori, opere, concetti, che vive senza alcun acclamato “sforzo critico”, al più con “sfarzo critico”.

…a generazione TQ

Oggi qualcosa di nuovo vuole dichiarare di esserci, prendendo la parola sulle pagine culturali, dicendo “Usciamo dalla linea d’ombra”. Il TQ: un gruppo di scrittori e qualche critico outsider della generazione dei Trenta-Quarantenni. TQ, come saggiamente scritto qui, nell’appello (autori: Giuseppe Antonelli, Mario Desiati, Alessandro Grazioli, Nicola Lagioia, Giorgio Vasta) del 18 aprile sulla Domenica de Il Sole24ore sta anche per Tale-Quale, Tanto-Quanto, Tarantino-Quentin: Tale e Quale perché la generazione dei Trenta-Quarantenni manca di un’identità definita come i loro padri; Tanto Quanto l’immaginario alto e basso condiviso con l’aristocraticità del giudizio sugli squallidi prodotti della cultura di massa; Tarantino Quentin come l’ultimo movimento letterario, il pulp.

Riassumo ciò che segue con un aneddoto (v. Perniola, Contro la comunicazione): in un convegno sui nuovi media si parla da tre ore. A un certo punto uno si alza e domanda: “Scusate, ma di cosa stiamo parlando?”. Tutti tacciono per qualche secondo. Dopo di che riprendono la discussione per altre tre ore.

Dopo l’articolo del 18 aprile, i TQ si sono incontrati a Roma, nella libreria Laterza, il 29 aprile (qui l’orribile video, qui il resconto). Forse si rivedranno per tre giorni in un agriturismo, come ha detto qui in un’intervista Nicola Lagioia: l’area di campagna fa sempre bene.

Ma cos’è questo TQ? Cosa vuole? Perché vuole essere? Che cos’è questa “linea d’ombra”? È tutto molto più semplice di New Italian Epic. Non abbiamo a che fare con “sfarzi critici”, termini alla moda, memorandum e instant book. C’è solo un manipolo di autoproclamati “intellettuali” che si sentivano molto soli, tristi nelle loro camerette (la “linea d’ombra”), che sentivano bisogno di parlare con qualcuno. Non come chi soffre di solitudine e vive in chat, ma più simili a dei vecchietti che talvolta s’incontrano quando si fa la fila alla cassa dei supermercati delle grandi città, che ti raccontano dei loro acciacchi, del figlio ingrato, del polpettone che cucineranno domenica. A sentirli, viene voglia di invitarli in un agriturismo. I TQ vogliono spodestare i nostri vecchietti.

Ma, mentre l’anziano fa tristezza, l’intellettuale fa solo pena; soprattutto se esordisce dicendo di “essere intellettuale”. Assomigliando così al personaggio di Satta Flores in C’eravamo tanto amati, che penso aderirebbe subito al TQ. È penoso, per esempio, Antonio Scurati, l’umanista Scurati, i cui brevi monologhi per la trasmissione Parla con me bene sintetizzano questo TQ: gente che si parla addosso, vomita parole, si rovescia addosso, si sporca con il loro stesso essere (qui un esempio delle “Lettere dal Nord” di Scurati: si noti l’acuta analisi di iPod e Facebook come nicchie “ecologiche” – perché “ecologiche”? – “uteri esterni immateriali in cui assumere comode posizioni fetali”, e la sferzante alta citazione finale da Jack London, che manda in estasi il pubblico di Parla con me e di certo i TQ). Esaltazione della funzione espressiva, o meglio emotiva, della comunicazione.

Questo cliché dell’intellettuale – esattamente come il personaggio di Satta Flores – dedito a parlarsi addosso chiede più spazi, più voce, più incontri. Anche un po’ di assistenzialismo di Stato, o, in era di federalismo, assistenza di Regioni, Province, Comuni. Come diceva Carmelo Bene, la “scoreggia drammatica di Stato”: è questa l’ambizione di TQ, diventare scoreggia, magari pubblica. Da qui le noiose e di nuovo ontologiche domande, a loro volta quasi un rigurgito del pensiero debole: “è possibile l’intellettuale oggi?”, “esiste ancora un pubblico della letteratura?”, “la letteratura incide sulla realtà?”. Tutte domande sull’essere: il travaglio esistenziale di chi si sente molto solo, lo scrittore che va a fare la spesa e in fila alla cassa ti chiede (tu che speri ci sia una vecchia e invece ti ritrovi un TQ dall’aspetto grave e gentile): “gli intellettuali servono a qualcosa?”.

Su queste domande si arrovella la mente di Scurati da quando (qui l’articolo), solo nella sua stanzetta, sorseggiava una birra sul divano e vedeva in televisione i bombardamenti su Baghdad (prima guerra del Golfo). In quell’istante capì non che la birra era ghiacciata, ma che la sua generazione aveva smarrito il confine (la “linea d’ombra”!) tra finzione e realtà, l’inesperienza vittima dell’immaginario. Rovesciò se stesso, non la bottiglia; la camicia a fiori si macchiò non di birra ma del suo essere. Dopo aver scoperto che Matrix gli aveva scippato la realtà, Neo-Scurati, stordito e francamente preoccupato, uscì di casa, andò al supermercato a comprare della birra e, in fila per pagare, alla vecchietta davanti a lui, prima che fosse lei a parlare dei suoi farmaci, umanamente domandò: “l’intellettuale può incidere ancora nella realtà?”.

Come si colloca TQ nell’Italia di oggi? Christian Raimo ha acutamente notato nell’incontro a Roma che in Italia la classe intellettuale non ha avuto accesso al progetto educativo; oggi va ancora peggio: l’immaginario inconscio (?) è rappresentato dal maglioncino di Marchionne e dalla pedofilia. Fulgido esemplare dello scrittore che deve dire cose intelligenti quando viene interrogato sull’attualità, e contro il quale re-invochiamo la morte dell’autore. Federica Manzon pone le basi teoriche ponendosi domande sull’essere intellettuale. Simone Barillari, qui su Nazione Indiana, invoca un innalzamento del pubblico alla “letteratura alta”, alla lettura come “habitus mentale quasi religioso”, e si prepara a istituire seminari e cicli di lettura “in cui sceverare con dedizione certosina una pagina di un classico o di un grande contemporaneo”. Perché solo una pagina e non tre tomi? Chiamerà Roberto Benigni a declamare tre terzine della Commedia e qualche nota? Il Barillari intende propinare della “letteratura alta” come una fede; esattamente il contrario di ciò di cui ci sarebbe bisogno: re-imparare a fare analisi e critica. In molti lo seguirebbero, inclini a una qualche “religione”: magari quella “laica”, facile, dell’autore, professata nei Festival. Il “religioso” si oppone nettamente all’analisi e alla critica, così come la parola dell’autore nei Festival si oppone alla prassi interpretativa che dovrebbe impegnare il lettore. Secondo Barillari, una pagina di un classico o di un grande contemporaneo ci dicono che quella è una pagina di classico o è una pagina di un grande contemporaneo. Dalla buona novella alla buona ontologia. Ecco la sua “religione”.

Francesco Forlani, in un audace commento all’articolo di Barillari, riassume in cinque punti il TQ:

(1) fare “massa critica” dello stato attuale delle cose (perché “massa”? Non basta “critica”? Come si intende fare critica? Con la religione della letteratura alta? Con Scurati e il cliché dell’intellettuale?);

(2) creare un linguaggio e una comunicazione autentica tra autori e tra gli autori e il mondo (costruire una lingua perfetta? Revival dell’esperanto?);

(3) disinnescare fasi dei processi di produzione culturale e del mercato editoriale (sabotaggio! Sabotaggio! Gli intellettuali Non scrivono più: parlano!);

(4) decodificare impenetrabili paesaggi in vista di una riappropriazione di spazi comuni e di cittadinanza (come si fa a decodificare l’impenetrabile? Gli spazi per fare cosa? Per scoreggiare?);

(5) varie ed eventuali (…).

Tuttavia vi è un pregio in TQ: diversamente dallo “sfarzo critico” di New Italian Epic qui si diffonde la “stipsi critica”. Da qui l’appello alla “scoreggia drammatica di Stato”. Si parla addosso nel suo essere, si rovescia su stesso, si sporca del suo essere i vestiti, emozionandosi. Gode di interviste e spazi sulle pagine culturali dei quotidiani nazionali, dove non dice altro che nulla. Eccetto i tre giorni in agriturismo (qui il sito per scegliere e prenotare) e le avventure al supermercato di Scurati. Ma non può esserci demolizione come per il New Italian Epic: TQ è inattaccabile perché è se stesso, ovvero il suo essere, ovvero il suo nulla. Non si può criticare il nulla, specie quando si prende molto sul serio. Non si può criticare chi parla non avendo nulla da dire.

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3 Responses to Da New Italian Epic a generazione TQ

  1. […] Da New Italian Epica a Generazione TQ) ritratto di Valerio Evangelisti come […]

  2. […] Da New Italian Epic a generazione TQ) … lezione in piazza con Sabina […]

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