Appunti critici su “Comune” di Michael Hardt e Toni Negri

Questi appunti presi durante e dopo la lettura di Comune di Michael Hardt e Toni Negri si possono collegare ai due post sul discorso sul lavoro contemporaneo:

Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect e Discorso sul lavoro contemporaneo. Due orientamenti.

Seguono, inoltre, il metodo di analisi della forma fabbrica e del mercato del lavoro:

Introduzione alla griglia di analisi della forma-fabbrica e Introduzione alla griglia di analisi del mercato del lavoro alla fine dei quali si trovano i collegamenti con i post successivi in cui vengono costruite le griglie.

Poiché si tratta di un work in progress, vedi anche la rilettura dei Grundrisse e la riflessione sul rifiuto del lavoro:

I 3 circoli del capitale e Sul rifiuto del lavoro.

Comune

Comune è (p. 8 ) “tutto ciò che si ricava dalla produzione sociale, che è necessario per l’interazione sociale e per la prosecuzione della produzione, come le conoscenze, i linguaggi, i codici, l’informazione, gli affetti e così via”.

Non si tratta solo di bene comune, ovvero il bene naturale fonte di vita (natura, acqua, aria, sole). Il comune è ciò che gli uomini, socialmente, producono:

Bene comune / Produzione del comune

(si veda l’articolo Sui beni comuni).

Produzione sociale

Il concetto di produzione sociale rimanda a Marx: le contraddizioni del capitale, in quanto rapporto sociale, derivano dalla seguente contraddizione: il meccanismo del plusvalore, fondamentale nel modo di produzione capitalistico, non può che darsi su una produzione socializzata.

Accumulazione

Come declinare, oggi, questa formula?

Non bisogna ragionare più su un meccanismo come quello del plusvalore, ma su ciò che è, in un certo senso, all’origine del plusvalore stesso, in quanto condizione di possibilità del capitale come relazione sociale, come processo di soggettivazione (in Marx, si tratta del processo che articola il capitalista e il proletario): l’accumulazione.

In secondo luogo, la produzione sociale non è più ciò che il capitale, nell’accezione proprietaria e monetaria, organizza: “il lavoro biopolitico tende ad accedere direttamente al comune e possiede orientativamente le condizioni per creare la cooperazione al suo interno” (p. 288). La produzione sociale è ciò che si organizza da sé, che dà forma alla forza-lavoro. Forma di cooperazione.

Di conseguenza, “oggi l’accumulazione capitalistica è in gran parte esterna ai processi produttivi, essa cioè assume la forma di una espropriazione del comune” (p. 143).

Come avviene tale espropriazione?

La forma dell’espropriazione del comune è la forma del comando del capitale: il capitale trova la produzione sociale già organizzata, nella forma della cooperazione, ne espropria la ricchezza prodotta, privatizzandola, per trarne profitto.

Si può considerare il comportamento parassitario del capitale in un’altra prospettiva: l’organizzazione della produzione sociale avviene dentro le maglie del capitale, nell’accezione proprietaria e monetarista: subisce una limitazione delle sue possibilità e potenzialità. Ciò dipende dalla natura delle produzioni del comune: linguaggi, informazioni, conoscenze, codici, immagini, affetti ecc. non sono beni scarsi: al contrario, la loro ricchezza sta nella libera circolazione e condivisione; più circolano, più sono condivisi, più sono produttivi. Il capitale pone limiti alla loro circolazione e condivisione, ne mina la potenzialità erigendo confini e barriere. Ne consegue che il capitale diventa nocivo per la produzione del comune: il suo comportamento parassitario, succhiando ricchezza dal prigioniero, genera la distruzione del comune. Si ha qui un “modello del prigioniero”, nel quale il comune è catturato e chiuso in una gabbia, diverso dal “modello del vampiro” visto prima, nel quale il capitale va in giro a succhiare ricchezze.

Si potrebbe definire questa l’epoca del capitalismo parassitario. Caso esemplare è lo smantellamento dei beni pubblici e la loro privatizzazione: il capitale non organizza la produzione e ne succhia la ricchezza prodotta. Il sistema finanziario è l’esempio più preoccupante del “vampirismo” del capitale.

  • NB: riflettendo sull’attuale crisi, si noti che la privatizzazione dei beni pubblici è dinamica opposta a quella che immaginano coloro i quali chiedono di ridistribuire la ricchezza, di porre il problema sociale della crescita prima della questione economica e tecnica (perché basata sul rapporto debito / Pil) dello sviluppo.

Capitale

Il comando del capitale è parassitario in quanto esterno ai processi produttivi. Lo stesso si può dire della finanza. Si tratta di dinamiche esterne alla produzione biopolitica rispetto alla forma di cooperazione che questa si dà in autonomia.

Forme di cooperazione

(Sull’opposizione tra competizione e cooperazione vedi Competizione e cooperazione)

Che cosa si intende con forma di cooperazione? Scendendo dall’idea astratta, si deve intendere lo spazio della produzione. Lo spazio di lavoro. Questo spazio dovrebbe essere dentro la dimensione del comune.

  • Pertanto o io non ho capito cosa si voglia intendere con “condizioni per creare la cooperazione al suo interno”, o l’autonomia del lavoro biopolitico è piuttosto difficile da sostenere.
    • Se è vera la seconda, ciò non dipende solo dal fatto che manca ogni classificazione di lavoro biopolitico (tutti i lavori? O solo alcuni lavori?), ma innanzitutto da un problema di metodo, che discuterò meglio più avanti: il lavoro biopolitico non è considerato nel capitale come relazione sociale, ma solo rispetto al capitale come comando. Di conseguenza, non è un concetto relativo, posizionato, ma una categoria ontologica, ontologicamente piena.
  • Quali sono le forme di cooperazione del lavoro biopolitico? Non si trova risposta a questa domanda. Vorrei soffermarmi brevemente sul problema dell’organizzazione politica. Come ricorderò più avanti, Negri e Hardt affermano un’analogia tra forma cooperativa sul piano economico e forma organizzativa sul piano politico. Di conseguenza, bisognerebbe pensare non solo quale forma organizzativa dare alla moltitudine, ma anche quale forma cooperativa. Insomma: qual è la forma economica dentro la dimensione del comune? Si dirà: l’economia dei beni comuni. Quali sono i beni comuni? Il servizio idrico non è la stessa cosa degli iPhone o delle confezioni di insalata.

Mercato del lavoro

Il capitale, si è detto, è esterno ai processi produttivi. Ma è dentro il capitale che si danno i processi riproduttivi. Qui il capitale recupera la sua accezione di relazione sociale.

  • I processi riproduttivi non si danno nello spazio di lavoro ma in un altro spazio, che tuttavia si può sovrapporre a quello: il mercato del lavoro. La mia ipotesi è che il mercato del lavoro sia, oggi, il più importante dispositivo capitalistico (dirò sommariamente più avanti cosa è un dispositivo). Negri e Hardt affermano che lo spazio di lotta, oggi, non è più la fabbrica ma la metropoli. Io dico che il dispositivo più importante, oggi, non è più la fabbrica ma il mercato del lavoro. Si tratta di uno spazio “molle”, piuttosto stratificato, che è in grado anche di entrare in fabbrica. Il mercato del lavoro è lo spazio in cui il capitale si dà come relazione sociale e si effettua la produzione di soggettività (ritornerò più avanti su questo concetto).

Non c’è traccia di mercato del lavoro nel libro. In più, si afferma che “il neoliberismo era già morto perché era incapace di riconoscere le forze produttive biopolitiche e quindi non poteva gestirle” (p. 270). Negri e Hardt commettono un grave errore: dimenticano il concetto di capitale umano (mai pronunciato). Piaccia o non piaccia, è stato costruito proprio da economisti, di stampo più o meno neoliberista, per mettere al centro la questione del lavoro; non la forza-lavoro, ma proprio ciò che nel libro viene chiamato lavoro biopolitico. Svolge un ruolo decisivo nelle politiche economiche e ricorre spesso nei piani di lavoro di un governo (si pensi al Libro Bianco del lavoro).

Capitale umano

(Sul concetto di capitale umano vedi Dalla fabbrica al mercato del lavoro 4)

Bastava prendere le lezioni di Foucault dedicate alla Nascita della biopolitica e ci si sarebbe trovati di fronte a riflessioni interessanti intorno al capitale umano.

Non è una dimenticanza di second’ordine. È il segno di una certa pigrizia analitica. Si prenda La produzione del sapere vivo di Gigi Roggero. Ritornerò più avanti sulla critica del concetto di “sapere vivo”. L’università non è considerato un dispositivo, non si parla mai di rapporti di potere; le soggettività sono “intelligenze fuggitive” (titolo del precedente libro di Roggero), ontologicamente piene di per sé, che il capitale (privato o pubblico) comanda (modello del prigioniero) o rincorre (modello del vampiro). Ma se la produzione di soggettività è effettuata dall’università in quanto dispositivo, allora non si può dire che tutte le soggettività sono libere e resistenti (questo è un punto critico importante che si comprenderà meglio più avanti). Perciò non solo non funziona l’esodo fuori/dentro l’università, dall’auto-formazione alla con-ricerca, ma non funziona proprio l’idea che ricercatori e studenti siano di per sé delle “potenze”, forze resistenti. L’impianto ontologico è sbagliato, prevale la pigrizia analitica.

Ecco spiegata la vera ragione di quella dimenticanza. Se si fa analisi del dispositivo “università”, e non solo dell’ontologia a fini politici (con scarsi risultati), non si può non osservare la produzione di soggettività effettuata dall’università, che nelle stesse politiche universitarie si articola intorno al concetto di capitale umano.

Produzione del comune

Torniamo al comune. Chi produce il comune?

Ciò che è parte della produzione del comune appartiene alla vita delle persone: linguaggi, affetti, immagini, conoscenze, informazioni, codici, ecc. La vita delle persone, socialmente intesa, diventa direttamente produttiva. La produzione sociale è produzione del comune. Ma, nello stesso tempo, la produzione del comune è produzione biopolitica. Essa non è esterna alla produzione economica: si dà dentro il capitale in quanto relazione sociale.

Si consideri che “il nucleo della produzione biopolitica non è tanto la produzione di oggetti per il consumo dei soggetti, come la produzione di merci, ma la produzione della stessa soggettività” (p. 10). La produzione biopolitica, ovvero la produzione del comune, è innanzitutto produzione di soggettività.

Produzione di soggettività

Il concetto di produzione di soggettività rimanda a Foucault. Gli ambiti che effettuano produzione di soggettività sono i dispositivi. Per esempio, la scuola è un dispositivo che produce studenti, o l’università ricercatori, studenti, docenti ecc. Non bisogna intendere questi come persone in carne e ossa, ma in due accezioni: (a) come posizionamento dentro lo spazio del dispositivo, (b) come flussi che si possono organizzare intorno a differenti variabili.

Il dispositivo esercita una funzione strategica e si situa all’incrocio di rapporti di potere e di relazione di sapere. Attualizza, integra, differenzia i rapporti di potere ed è dotato di relazioni di sapere. Il dispositivo “prigione”, per esempio, esercita potere tramite forze quali “stabilire una condotta”, “punire”, “reprimere”, “controllare”, “sorvegliare” ecc. L’esercizio di potere condiziona le relazioni di sapere: “correggere”, “educare”, “forgiare”, “valutare” ecc. La funzione strategica del dispositivo consiste proprio nella produzione di soggettività. Questa si dà con l’articolazione di una certa condotta, un’armatura di possibili comportamenti di cui i corpi sono dotati, o che sono determinati estraendo e disciplinando le forze dei corpi stessi (si pensi al lavoro in fabbrica).

In questa descrizione sommaria del dispositivo conviene soffermarsi sulla produzione di soggettività. Un dispositivo articola condotte: in questo senso produce soggetti. Si tratta di una descrizione funzionalista, non determinista: il soggetto prodotto non è una persona in carne e ossa, in cui viene inculcata una condotta, bensì una posizione strutturale munita di determinate funzioni, attiva (e attivata) nello spazio sociale. Per esempio, il posto che l’operaio occupa in una fabbrica.

Linee di resistenza, eccedenze, insistono e sussistono nel dispositivo. Esercitano una pressione in forze che si oppongono all’esercizio di potere. Un dispositivo si alimenta di queste forze: il carcere esiste in quanto si producono, e riproducono, diverse forme di criminalità. In fabbrica non ci sarebbe bisogno di un sistema disciplinare minuziosamente articolato se non ci fosse il rischio di scioperi e sabotaggi. In questo senso il potere si esercita su soggetti liberi. Ritornerò più avanti su questa affermazione.

Si può quindi affermare che: i rapporti di forza sono immanenti all’articolazione del dispositivo. Ciò non vuol dire che il dispositivo esiste dopo i rapporti di forza, ma che questi sono ciò che determina e ri-determina, configura e ri-configura, produce e ri-produce quello. I dispositivi, in quanto concatenamenti concreti (Deleuze, Foucault) che attualizzano rapporti di potere in un regime di enunciati (per es. il diritto penale) e in un regime del visibile (per es. l’ambito carcerario), non sono statici. In quanto “insieme assolutamente eterogeneo” (Foucault, Dits et écrits III) un dispositivo è una rete dinamica, non statica.

I rapporti di forza sono immanenti, e in questo i dispositivi ne danno l’attualizzazione in concatenamenti concreti, l’integrazione in funzione strategica di una produzione di soggettività o in istituzioni che fungono da ambito più grande, la differenziazione in un regime degli enunciati e in un regime del visibile in cui avviene l’intersezione con relazioni di sapere. I dispositivi sono continuamente condizionati dai rapporti di potere e cercano di configurarsi in modo da contenere, mitigare, veicolare, addirittura far funzionare le resistenze, configurandosi sulla base delle affezioni attive.

In questa direzione è possibile ripensare il capitale come relazione sociale.

Resistenze VS Comando del capitale

Secondo Negri e Hardt sono le resistenze, e non i rapporti di forza, a venire prima: “il potere non è primario e la resistenza ontologicamente e temporalmente secondaria. Per quanto paradossale possa sembrare, nei riguardi del potere, la resistenza è prioritaria” (p. 89). Ciò viene ricollegato alla tesi foucaultiana del potere che si esercita solo su soggetti liberi: “la libertà e la resistenza sono precondizioni necessarie per l’esercizio del potere” (p. 69).

Non condivido questa interpretazione che Negri e Hardt danno del rapporto di potere. A mio avviso non si sta più nemmeno parlando di rapporti di potere.

  • Innanzitutto non si parla più di rapporto di potere. Il potere diventa qualcosa che qualcuno possiede. Non si sta più parlando di “esercizio” come gestione, amministrazione, serie di atti, pratiche, procedure con specifiche funzioni che, in quanto tali, non possono che darsi concretamente nella forma del dispositivo, ma di “esercizio” nel senso in cui si parla di un “esercizio commerciale”. Non più l’esercizio del potere in un certo ambito, attualizzato in determinate procedure, ma l’esercizio del potere come attività che viene svolta sulla base di condizioni determinate (es. una licenza) ed è perciò legittimato a “occupare” in un certo ambiente (un negozio). Se si considera che è il capitale a darsi le condizioni della sua legittimazione, si capisce in che modo vada intesa l’accezione comando del capitale. La quale: (a) non rimanda al capitale come relazione sociale, (b) discende dall’accezione proprietaria e monetaria del capitale che organizza il lavoro.

Per dirla con una battuta, facciamo un passo indietro: dalla nozione di “potere” in Foucault alla nozione di “potere” presso la vulgata marxista.

  • Il comando del capitale, che è il solo modo in cui si esprime l’accumulazione, risponde a questa seconda accezione di “esercizio”. “Il capitale non è soltanto una forma di comando, ma una relazione sociale” (p. 9). A mio avviso, Negri e Hardt non analizzano mai il capitale come relazione sociale. L’accumulazione capitalistica è “esterna” alla produzione biopolitica, in quanto il capitale (inteso nell’accezione proprietaria e monetaria) non organizza la produzione sociale; il capitale trova la produzione sociale già organizzata (si può ora comprendere quanto ho scritto sopra circa la differenza tra forme di cooperazione e importanza del mercato del lavoro).

Soggettività VS Capitale

Il nucleo della produzione biopolitica è la produzione di soggettività. Negri e Hardt non parlano di produzione di soggettività in quanto effettuata dai dispositivi: “un’altra produzione di soggettività che non solo resiste al potere, ma si batte per rendersi autonoma” (p. 66). Le soggettività sarebbero consapevolmente liberi e resistenti rispetto al potere. Più chiaramente: “la nostra lettura identifica nella biopolitica una determinata potenza produttiva della vita (…) quindi rappresenta la biopolitica come una creazione di nuove soggettività che agiscono come resistenze e come potenze desoggettivanti” (p. 68).

Su questa linea, viene rivisto il concetto di dispositivo: “la produzione strategica del sapere implica immediatamente una produzione alternativa di soggettività. La dinamica del dispositivo (…) apre a una costituzione del comune che è interna alla storia e alla vita e si impegna in un rivoluzionamento di entrambe. La razionalità biopolitica è definita da una sorta di risonanza ontologica tra i dispositivi e il comune” (p. 132).

L’opposizione di base, già assunta nei saggi precedenti, è la seguente:

Biopotere VS Biopolitica

Biopotere è il “potere costituito” sulla vita. Biopolitica è il potere alternativo della vita. Vi è perfetta dicotomia, totale simmetria tra i due termini. I due autori si collocano nella prospettiva del secondo termine. Più precisamente, si occupano unicamente di ciò che ha a che fare con il secondo termine.

Alla biopolitica si lega una produzione alternativa di soggettività. Qui si colloca il ripensamento del concetto di dispositivo. Diventa tuttavia difficile comprendere come venga ri-utilizzato questo concetto. A p. 120 è scritto: “l’altermodernità è un dispositivo per la produzione di soggettività”, frase che non fornisce chiarimenti. A p. 247 si accenna ad alcune caratteristiche del nuovo dispositivo politico della flessibilità e della mobilità: il che sarebbe da considerare un uso più “filologico” del concetto. A p. 316 si afferma che l’eccedenza, in quanto eccedenza linguistica, “è un atto linguistico di rottura e d’innovazione che non può essere reintegrato ricomponendo la continuità del linguaggio”, e, in quanto eccedenza materiale, “l’eccedenza è una metamorfosi continua di modi di vita e un’invenzione sempre più accelerata di forme di vita in comune”, è, in sintesi, “un dispositivo, una dinamica del desiderio, che non è solo autoriflessiva e cioè è capace di ricostruire il proprio formarsi, ma che sperimenta e interviene nel ruolo”. Non si capisce se il dispositivo sia il “terreno biopolitico” su cui Negri e Hardt inventano i tre assiomi della fenomenologia dei corpi di Foucault, e che comprende anche i meccanismi di biopotere che cercano di disattivare i corpi che resistono; o se con dispositivo bisogna intendere un concatenamento delle “resistenze dei corpi” (p. 43), quindi una sorta di contro-dispositivo in cui avviene solo produzione alternativa di soggettività pienamente dentro lo spazio del comune.

Si tratta comunque di tre modi diversi e, soprattutto il secondo rispetto agli altri due, contraddittori di intendere il dispositivo.

Ciò che comunque appare chiaro è che Negri e Hardt non si preoccupano affatto di esaminare i dispositivi capitalistici. L’affermazione che la produzione di soggettività è già dentro il comune e che esternamente il capitale esercita il comando non permette di effettuare alcuna analisi del rapporti di potere. I rapporti di potere si attualizzano nei dispositivi. Se non si esaminano i dispositivi, non si possono studiare i rapporti di potere. Poiché lo schema foucaltiano del dispositivo mi sembra possa permettere di analizzare il capitale in quanto relazione sociale, se ci si sofferma solo sul capitale in quanto comando non si possono studiare né i rapporti di potere né le relazioni di sapere.

L’assenza di un’analisi dei sistemi di sapere-potere rende impossibile comprendere in che modo dovrebbero esercitarsi e organizzarsi le resistenze contro il comando del capitale. Rimane sul terreno dell’ontologia: tutte le soggettività sono potenzialmente, quindi pienamente, delle resistenze.

2 affermazioni critiche

La mia ipotesi è che il concetto di comune non è adeguatamente formulato. Riassumo la mia critica:

  • Se è dentro il comune che già avviene la produzione alternativa di soggettività allora non è possibile alcuna analisi né dei rapporti di potere né dei dispositivi capitalistici. Se si intende con produzione di soggettività la funzione dei dispositivi, allora come è possibile una produzione biopolitica già dentro il comune?
    • Possibile obiezione: Negri e Hardt distinguono un “buon comune” da un “cattivo comune” (famiglia, impresa, nazione). In questo secondo caso, la produzione biopolitica risulterebbe incapsulata, limitata, a rischio di distruzione (modello del prigioniero). Ma non si capisce (a) in che modo ci sia il rischio di distruzione del comune dato che non vengono analizzate queste istituzioni, (b) se si intenda le tre istituzioni nell’epoca post-fordista o anche prima di tale epoca, quindi (c) se con “nazione” si debba intendere lo Stato o un’ideale condiviso. Mi pare una distinzione del tutto insufficiente.
    • Corollario: il concetto di comune, la produzione biopolitica, la produzione alternativa di soggettività sono attraversate da una “buona ontologia”, di matrice spinoziana, che si dà più nella forma di una metafisica etico-politica che di un’analitica politica: gli enti “buoni”, le singolarità che compongono la moltitudine e che sono le soggettività nella produzione biopolitica sono, in quanto tali, potenziali e nello stesso tempo già pieni.
    • È come se si affermasse: tutte le soggettività sono potenzialmente delle resistenze: ma le resistenze possono essere solo delle soggettività; tutte le soggettività entrano in relazione con il potere: ma il potere si esercita su soggettività libere, e le soggettività libere sono delle resistenze; di conseguenza tutte le soggettività sono pienamente delle resistenze, in quanto sono ciò su cui si esercita il potere, e quindi sono soggettività libere, ovvero resistenze. E lo sono precipuamente rispetto al potere: rispetto al potere, tutte le soggettività sono già potenzialmente e pienamente delle resistenze.
  • Se è dentro il comune che avviene la produzione di soggettività, allora non si capisce come si possa parlare effettivamente di “sfruttamento del lavoro”. O, se si parla di “sfruttamento del lavoro”, e quindi di “soggettività assoggettate”, come è possibile che la produzione biopolitica sia già dentro la dimensione del comune?
    • Possibile obiezione: si intende con sfruttamento il ruolo parassitario del capitale che succhia la ricchezza. Questo tuttavia non ci dice nulla circa le supposte forme cooperative del lavoro biopolitico: come distinguerle dall’organizzazione dentro lo sfruttamento del lavoro? In secondo luogo, le soggettività sono sempre enti preposti rispetto al comando del capitale: non si sta affatto parlando di rapporti di potere perché non si stanno analizzando i dispositivi.

Conseguenze

Poiché sul concetto di comune si regge tutto l’apparato politico, quest’ultimo rimane senza fondamenta.

Si consideri la seguente analogia: “Così come una vasta molteplicità produce prodotti immateriali e valore economico, allo stesso modo, questa stessa moltitudine è in grado di prendere delle decisioni politiche”; ma si dice che è più di un’analogia “dato che le stesse capacità che sono in gioco e che sono necessarie sul piano economico lo sono anche sul piano politico” (p. 179). La forma organizzativa delle soggettività alternative è la forma della moltitudine: “la moltitudine diviene tale ricomponendo nel comune le singolarità prodotte in questo processo” (p. 10). Poiché le “singolarità prodotte” nel comune sono una chimera, reggendo non su un’analisi bensì su una “buona ontologia”, cadono tutte le analogie tra piano economico e piano politico, si sfalda la forma organizzativa della moltitudine.

Discorso critico, forma organizzativa, ruolo degli intellettuali

Tre problematiche che ruotano intorno al concetto di comune devono a mio avviso essere ripensate per proseguire, su altri percorsi, il pensiero militante.

In primo luogo il discorso critico.

  • Suo compito è innanzitutto l’analisi dei dispositivi capitalistici.

Senza questa analisi non si può ragionare sui rapporti di potere, sulla produzione di soggettività, sulle resistenze. Negri e Hardt esercitano un discorso critico che si limita allo smascheramento dell’ideologia in senso vetero-marxista.

  • L’analisi del dispositivo supera la critica ideologica.

È un cambio di paradigma, un’evoluzione nel pensiero militante. Gli stessi due autori ne sono consapevoli quando (p. 87) affermano che il razzismo non va esaminato in quanto ideologia ma analizzato in quanto regime di pratiche, dispositivo (Negri e Hardt parlano, a mio avviso non correttamente, di “forma di governamentalità”: in realtà si tratterebbe proprio di dispositivi). Allo stesso modo (p. 78) la modernità non è solo un’ideologia ma un quadro in cui relazioni di sapere sono condizionati da rapporti di potere.

Ironicamente, si potrebbe dire che l’analisi dei dispositivi smaschera la mistificazione di concetti quali “produzione alternativa di soggettività” o “produzione di sapere vivo” in quanto “buona ontologia” e pigrizia analitica.

In secondo luogo la forma organizzativa. Non condivido la storicizzazione delle analogie tra piano economico e piano politico proposta da Negri e Hardt: (a) aristocrazia operaia e avanguardia operaia, (b) operaio massa e Partito Comunista, (c) lavoro biopolitico e forma moltitudinaria. Oltre a essere del tutto incomprensibile il passaggio da (b) a (c), si rammenti che con l’aristocrazia operaia nacque il sindacato e già esisteva il Partito Socialista. Inoltre l’analogia in (b) non comprende affatto le esperienze della militanza operaia.

Non è poi del tutto chiara la traduzione proposta dal modello polimorfico e metamorfico della governance globale in un sistema federativo per la forma moltitudinaria.

Si potrebbe invece ripartire da una domanda sull’organizzazione delle resistenze.

  • Come si organizzano le resistenze?

Questo richiede l’analisi dei dispositivi e dei modi di organizzazione delle resistenze. Le funzioni esercitate dalle resistenze sono quattro e si possono dare in forme differenti, a seconda dei dispositivi:

  • Esodo (o defezione, o fuoriuscita – l’unica funzione presa in considerazione da Negri e Hardt), protesta (o voce), lealtà, occupazione.

In secondo luogo ci si chiede come funzionano le reti auto-organizzate. Qui ci può venire incontro la Teoria della complessità. Non si tratta di applicare dei modelli teorici alla realtà. La mia domanda, suppongo realistica, è la seguente:

  • Come funziona una rete auto-organizzata?

Per rispondere a questa domanda è necessario tenere conto delle funzioni esercitate dalle resistenze. In chiave storica, ci si può chiedere se sia necessaria una struttura più rigida e quale tipo di struttura, considerato che forme auto-organizzate hanno avuto brevissimo tempo di vita. Alla prima domanda generale e alla seconda domanda teorica aggiungo una domanda storica:

  • Perché i gruppi auto-organizzati hanno avuto breve vita?

Bisogna analizzare un insieme di fattori: (a) funzioni e disfunzioni interne, (b) pressioni esterne, (c) grado di resistenza.

Terza e ultima problematica concerne il ruolo degli intellettuali. Negri e Hardt affermano che l’intellettuale, oggi, non svolge più solo un ruolo critico ma soprattutto un ruolo propositivo: “deve essere capace di creare nuove esperienze teoriche e sociali, deve saper tradurre le pratiche e i desideri delle lotte in norme e istituzioni, deve proporre nuovi modi di organizzazione sociale” (p. 123).

  • Il ruolo critico, intendendo la critica come analisi dei dispositivi, è a mio avviso centrale.

In secondo luogo, bisognerebbe riflettere storicamente sul ruolo dell’intellettuale e rimediare al senso comune che parla dell’intellettuale in quanto éngagé e ne colloca la nascita col J’accuse di Zola. Bisognerebbe invece riflettere più attentamente sul ruolo degli intellettuali nell’Età dei Lumi, a mio avviso epoca in cui nasce l’intellettuale. Considererei in particolar modo tre gruppi:

  • gli enciclopedisti (i più conosciuti), (b) gli idéologues, (c) i giacobini.

Si tratta di tre modi differenti di concepire e praticare il ruolo dell’intellettuale éngagé che possono definire tre paradigmi di riferimento.

In terzo luogo mi sembra rimanga preziosa la riflessione di Gramsci.

  • Porre correttamente il problema dell’intellettuale significa, in senso gramsciano, porre la questione culturale.

Che lo si voglia o meno, l’intellettuale ricopre un ruolo pedagogico, indispensabile. Negri e Hardt, per “bontà ontologica”, cercano di ridurne l’importanza, considerando l’intellettuale “una singolarità tra le altre”. Purtroppo le soggettività non sono già per sé libere e resistenti.

Se ci si libera dalla chimera di un’orizzontalità diffusa si può cominciare a riflettere sul ruolo dell’intellettuale. Non è portatore della verità, novello Prometeo, né maestro di una scolaresca. Se tuttavia si cerca di comprendere in cosa possano consistere le sue pratiche (creare nuove esperienze, tradurre pratiche e desideri, proporre forme organizzative – e analizzare i dispositivi), se si va oltre la mera dimensione della protesta o se non ci si impunta solo sull’esodo, allora emerge la questione culturale in tutta la sua problematicità. Si capisce l’importanza di questa problematica e la necessità di ripensare in modo più rigoroso il ruolo dell’intellettuale. Ciò può essere tradotto in una formula, sibillina, che sintetizza le tre problematiche:

  • La questione politica (socio-economica, politico-giuridica) è strettamente correlata alla questione culturale.
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8 Responses to Appunti critici su “Comune” di Michael Hardt e Toni Negri

  1. […] Vedi Appunti critici su Comune di Hardt e Negri […]

  2. enzo modugno ha detto:

    bene mort, qualcuno doveva pur dirglielo.
    sulla breve vita dei gruppi auto-organizzati si veda anche sartre, critica della ragione dialettica.

  3. […] (vedi Appunti critici su Comune di Hardt e Negri) […]

  4. […] (vedi Appunti critici su Comune di Hardt e Negri) […]

  5. […] (V. Appunti critici su Comune di Hardt e Negri) […]

  6. […] per creare delle condizioni di scarsità (come al tempo delle enclosures). Rimando agli articoli Appunti critici su “Comune” di Michael Hardt e Toni Negri e Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect per una lettura critica dei presupposti e […]

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