La letteratura migrante, l’etica e la qualità

“La Qualità fa diminuire la soggettività. La Qualità fa uscire da se stessi e rende consapevoli del mondo circostante. La Qualità è il punto in cui soggetto e oggetto  si incontrano”

R.M.Pirsig

Mi è capitato recentemente di assistere a una tavola rotonda organizzata dall’Archivio Scritture e Scrittrici Migranti dell’Università Ca’ Foscari il cui tema era appunto quello della Scrittura e delle scrittrici migranti provenienti dai Balcani, partecipavano all’incontro alcune scrittrici migranti, alcune docenti dell’università di Venezia.  Dopo l’intervento introduttivo di una delle studiose di scrittura migrante il dibattito si è acceso quando Azra Nuhefendic, scrittrice “migrante” e autorevole  giornaliste  in Bosnia, è intervenuta per contestare sia il titolo dell’incontro che l’etichetta stessa di scrittore o scrittrice migrante, a cui lei non sentiva di appartenere. La sua esperienza di scrittrice non è nata con l’esperienza migratoria (altra categoria che rifiutava preferendo quella di profuga), o meglio Azra Nuhefendic si considera prima una scrittrice che una migrante, in quanto praticava la scrittura nella suo paese e nella sua lingua. La migrazione, anzi, la sua condizione di profuga è una conseguenza di eventi che l’hanno portata in Italia, ma che non possono essere considerati come il punto di vista da cui osservare il suo essere una scrittrice. È stata quella di Azra Nuhefendic una presa di posizione molto netta, quasi rabbiosa nel tono di voce e nel modo in cui si rivolgeva a chi ha il compito di studiare e analizzare la produzione letteraria. Un modo, condiviso da molte altre scrittrici di origine non italiana, di sottolineare come, paradossalmente, un certo tipo di interesse e di prospettiva possa risultare limitante e, questo era il punto centrale dell’intervento della Nuhefendic, sia discriminante per chi si trova costretto a vestire sempre i panni dell’altro, del diverso, anche se in buona fede.

Le stesse posizioni di fastidio verso un’etichetta rischiosa come quella di scrittore migrante si possono ritrovare nelle interviste di altri scrittrici, dalle cui parole emerge il desiderio e la volontà di essere riconosciute come scrittrici per il valore letterario della loro opera e non per una questione semplicemente autobiografica.

 

La letteratura di migrazione è un’etichetta soffocante, categoria da superare. Ero talmente nauseata da certi scrittori stranieri che a un tratto si sentivano di tale importanza , talmente gonfiati, convinti di salvare la letteratura italiana che mi sono detta; la prossima volta che m’invitano per un intervento voglio che mi invitino in quanto scrittrice, se a loro interessa il libro, e basta.

Qualsiasi categoria di storia della letteratura (coloniale, femminile, ecc.) per me ha importanza se diventa bella e buona letteratura. Questo per me è l’unica cosa che ha importanza. Cerco di banalizzare: migliaia di persone hanno vissuto Auschwitz, l’esperienza di Primo Levi fu anche di tanti altri, ma non tutti vivendo le stesse esperienze potevano fare un libro come Se questo è un uomo; dunque non tutti gli scrittori migranti, non tutti quelli che scrivono in una lingua straniera, non tutti quelli che vengono dalle colonie straniere vengono con l’oro in mano, benché sia molto di moda enfatizzare quello che portano. Ma non è tutto oro, cerchiamo di mettere un filtro; non tutti potevano scrivere il testo di Levi quindi per me queste categorie sono da sfatare:per me c’è una bella e grande letteratura e cose che, portando elementi autobiografici o anche politici, se non entrano nel terreno universale della bella, colta letteratura, per me non hanno alcun interesse.[1]

 

Igiaba Scego, forse la più famosa tra le scrittrici cosiddette migranti dice:

 

La mia più grossa paura è di essere ingabbiata in una etichetta, ossia ‘scrittrice migrante’. Lo sono e non lo sono. Non mi piacciono le etichettature, perché quando penso alla scrittura migrante io penso a una scrittura che parla di immigrazione, ma non vorrei limitarmi a questo. Credo che gli autori migranti – di prima, seconda, incerta generazione -, che provengono da altre parti del mondo, non vogliano limitarsi a  scrivere soltanto di immigrazione. Trovo che a volte parlare di  migrazione possa diventare una gabbia. Personalmente vorrei  parlare sia di migrazione, ma anche d’altro … a volte purtroppo  noi autori di nascita non italiana siamo ingabbiati dalle nostre  origini. Questa limitazione è molto forte, anche le case editrici  che si avvicinano a noi, sono case editrici che si occupano di intercultura. Anch’io parlo spesso di immigrazione nei miei scritti, ma spesso mi ritaglio isole dove parlo di hobby, per esempio nel giornale Carta ho pubblicato dei mini-raccontini  per raccontare l’amore per un hobby ai lettori … gli argomenti da me toccati sono stati vari: amore, solitudine, dilemma o favole per ragazzi[2]

 

e ancora, Laila Wadia, scrittrice indiana che vive a Trieste, dice invece:

 

se l’etichetta “letteratura della migrazione” è sinonimo “di produzione di uno scrittore a cavallo di più culture”  mi va bene. Se significa un ghetto, delle catene tematiche dalle quali non ti permettono di uscire allora lo rifiuto categoricamente[3]

 

Ecco, una categoria creata in buona fede, nel tentativo di far emergere la ricchezza di una produzione letteraria nuova della letteratura italiana, può correre il rischio di diventare un luogo chiuso, un’etichetta ghettizzante: gli scrittori migranti in quanto migranti devono rappresentare un mondo e dei temi predefiniti e cha a noi interessano, in un doppio salto che fa tornare indietro ciò che credeva di superare lo stereotipo, chiedere all’altro di rappresentare sulla scena quello che a noi piace vedere di lui. Nulla di più occidentalocentrico e mainstream per accogliere l’altro che guardarlo e cercare di conoscerlo attraverso forme che sono le nostre: così dalla volontà di accogliere e di agire in modo interculturale si finisce per costruire dispositivi di sguardo dominante sulle pratiche di chi appartiene al mondo delle culture che sono state dominate. Si possono concedere spazi ristretti di tolleranza per rendere neutro, neutrale, comprensibile e conformato quello che ci appare diverso. Si può anche creare il concetto di altro fino a farne un mito costruito sui desideri e l’ideologia occidentale: il mito del buon selvaggio che percorre tutta la storia dell’occidente ritorna sotto varie forme.

Dunque  il problema si presenta già dalla definizione o dall’etichetta: locuzioni come scrittura migrante, letteratura della migrazione o simili, tendono quasi inevitabilmente a polarizzarsi sulla parola migrazione rendendola unica chiave di lettura di una produzione letteraria molto vasta creando così una categoria vaga, un insieme di testi e opere estremamente eterogenei da ogni punto di vista e dunque difficilmente analizzabile, un mare magnum in cui è difficile perdersi. L’entusiasmo con cui la letteratura di migrazione è stata accolta all’interno del panorama letterario italiano dai critici, se da un alto è giustificato e condivisibile per  “lavoro di innovazione linguistica e tematica”[4] che è stata in grado di apportare alla nostra letteratura contemporanea,  dall’altro ha dato talvolta vita a un approccio critico unidirezionale e semplificatorio del fenomeno, dal momento in cui si è appiattita l’analisi critica solo sul versante sociologico e politico, allontanadosi, spesso ideologicamente, dal lato estetico del testo.  È certamente vero che la letteratura di migrazione, soprattutto per quel che riguarda la situazione italiana, può ricoprire un ruolo fondamentale sotto l’aspetto etico e politico, dal momento stesso in cui rende visibile una realtà diversa da quella che sono le rappresentazioni stereotipiche e molto spesso razziste dei media e di certi partiti politici, e che difficilmente ha diritto di parola, ma è necessario ad un certo punto, andare più in là, superare la semplice constatazione di esistenza e di testimonianza.

   La letteratura di migrazione italiana ha compiuto un percorso, per così dire, naturale, che l’ha portata a passare da diretta testimonianza della nuova  situazione di “terra di immigrazione” che l’Italia s’è trovata a vivere dalla fine degli anni ’80, a una produzione che mira ad essere autonoma dagli accadimenti.[5]

Era certamente necessario che dei nuovi attori si facessero spazio all’interno del campo letterario in questo modo,  e per giungere alla possibilità di superare le origini di un tipo di letteratura che, in conseguenza col rapporto forte che intratteneva con gli accadimenti storici, manteneva un carattere quasi da inchiesta; era necessario anche affrontare una serie di passaggi, di fasi che portano questi scrittori ad emanciparsi dell’ hic et nunc al quale talvolta qualcuno vorrebbe costringerli eternamente.  Così, subito dopo i primi testi, superato un periodo di quasi vuoto, conseguente alla perdita di interesse mediatico per l’evento di testi italiani scritti da persone straniere, si ha un tipo di produzione che avviene direttamente in lingua italiana, ma che mantiene tuttavia una tematica di tipo autobiografico, di letteratura d’esperienza in cui i temi trattati sono quelli del rapporto tra paese di origine e paese d’arrivo. Sono i gradini tipici che possiamo ritrovare in tutta la letteratura di migrazione[6]. Solo con l’avvento della cosiddetta seconda generazione, si ha l’abbandono quasi programmatico, accompagnato a quella sorta di fastidio che abbiamo visto, per certe tematiche che riducono l’attività di scrittore a un determinato “genere letterario” che sembra a volte creato ad hoc da un critica desiderosa di novità o di mode alle quali aggrapparsi.

La critica italiana ha accolto con grande entusiasmo la novità degli scrittori di migrazione, come possibilità di rinnovamento del canone, come apertura all’esterno di una letteratura con connotati fortemente tradizionalisti. È vero cioè quello che dice tra i tanti Silvia Camilotti, cioè che gli autori e le autrici migranti permettono un’apertura di più ampio respiro “che mi piace definire mondiale”[7] all’idea di campo letterario

 

Collocandosi in maniera tutt’altro che scontata all’interno del panorama letterario contemporaneo anche dal punto di vista linguistico: esse invitano forse senza rendersene  sempre conto, a riflettere sul concetto di nazione, di cultura nazionale e di italianità. Che si dimostrano spesso costrutti ideologici funzionali a rappresentare appartenenze a marcare i confini.[8]

 

Tuttavia la critica che ha iniziato a studiare la letteratura cosiddetta migrante, ha corso innumerevoli volte il rischio di rimanere  ferma alla constatazione dello stesso fatto che in Italia è nata una letteratura nuova e che il “solo il fatto che esse ci siano e scrivano” sia necessario a mettere in crisi i concetti fin ora citati. È vero che

 

È ideologico pensare alle letterature a alle culture come entità monolitiche come dei compartimenti stagni, quando invece nascono da scambi storici e processi osmotici continui[9]

 

però i processi che regolano il campo della letteratura e della cultura sono molto più complessi di quello che può apparire da un approccio ingenuo che spesso non supera, o non vuole superare, la semplice constatazione dell’oggetto di studio, oppure rischia di idealizzarlo nel momento in cui si pone in una prospettiva “impegnata, come si diceva qualche decennio fa, e parziale.[10]”  In questi casi questa parzialità e questa volontà tende a rinnovare una lettura superficiale e biografica del test letterario, limitando il valore di questo non al fatto che si tratti di un’opera letteraria ma di una testimonianza di un’epoca:

 

credo che oggi  essere uno scrittore o una scrittrice migrante voglia dire, anche in Italia, essere un testimone e un protagonista del mondo[11]

 

Dice Gnisci, affidando inconsapevolmente la funzione dello scrittore alla dimensione tutta referenziale tra realtà e scrittura. L’approccio biografico-sociologico porta con sé alcune conseguenze: la svalutazione del lato estetico del testo e l’idealizzazione dello scrittore. Per quel che riguarda il secondo aspetto, quello di mitizzazione dello scrittore migrante come portatore di un’esperienza altra e pura, in quanto il migrante proviene da una realtà non occidentale, ne possiamo trovare non pochi esempi.

 

i narratori magrebini parlano, ma viaggiare l’errance, come dicono i francesi è per gli arabi del Magreb non solo l’umiliazione della miseria e la patria vagante della nostalgia, ma anche la disciplina antica e sapiente che rovesciando il dolore della ferita arcaica, indica, a chi sa ascoltare, la qualità  profonda e magnifica dell’anima dei nostri interlocutori. Ciò che li fa da noi diversi,  non perché poveri miserabili, infidi e scuri, traditori e delinquenti, miscredenti e reietti in ragione della razza, ma perché doppi, tripli, nuovi e antichi, pieni di segreto e dignità. Mentre noi siamo solo ricchi, dominatori, stanchi, senza segreti tradizioni e radici. Gli unici segreti e dolori che nutriamo sono ormai le nostre malattie mentali, le nostre alienazioni e perversioni, il fondo malato che portiamo in cura a psicoanalisti e agenti di viaggio o, se, non abbiamo abbastanza soldi, sfoghiamo in macchina, in casa, in ufficio, allo stadio, o inebetendoci davanti alla teleteca dell’immondizia planetaria. Perfettamente felici come le figure dei nostri spot pubblicitari; perfettamente infelici, come le cronache degli assassini. Come Winnie e  Willie. Invecchiati senza avere mai vissuto[12].

 

Parole come purezza, cuore, diversità, anima, antichità e sapienza che fanno dei migranti i  portatori quasi mistici di una conoscenza altra: che costruiscono una visione dicotomica, un tentativo di rovesciare lo stereotipo razzista, ma che finiscono per creare un altro mito, quasi una nemesi contro l’occidente opulento e sempre colonizzatore, oppressore e distruttore. Come se tutto quello che viene da fuori avesse lo scopo, con la sua sola presenza, di illuminarci con la sua verità, come se la missione del migrante fosse ontologicamente salvifica, e diretta esclusivamente alla salvezza dell’occidente. Oltretutto pare che si confonda ciò che è lo scrittore straniero che scrive in italiano con la figura (spesso anch’essa stereotipata) del migrante. Ma gli scrittori migranti sono ben diversi dai migranti che sbarcano a Lampedusa, e difficilmente sarà dato di trovare uno di questi scrittori in un centro di identificazione e di espulsione.[13] Questa confusione può in verità diventare ben pericolosa, perché inconsciamente appiccica una maschera, un ruolo e una storia a tutto quello che è altro, nonostante le intenzioni di tolleranza.

Le critiche al modello di sviluppo occidentale possono essere condivisibili, ma una critica che crede che una qualche salvezza possa arrivare così naturalmente e semplicemente dall’esistenza di una parola migrante appare quantomeno ingenuo. 

 

Oggi sappiamo che la letteratura mondiale è quella che si fa voce dei mondi e dei flussi tra i mondi. E che ci educa proprio a mondializzare la mente, come la po-etica (?)che porta il valore culturale massimo della specie e come matrice degli incontri felici possibili. La mente mondializzata serve a resistere e a lottare ora, nella modernità più ingiusta e orribile, contro la mente di massa globalizzata dalla menzogna della società opulenta e contro la mente astenica e cancrenata delle terre desolate[14]

 

Se può essere in buona parte d’accordo con queste parole (sorvolando sui toni quasi millenaristici) da un punto di vista politico ed etico, tuttavia le riserve rimangono se passiamo dal lato letterario, perché ci troviamo in un campo altro, perché la parte che spetta alla letteratura è un’altra. O meglio bisognerebbe rileggere i concetti in una prospettiva nuova, che rimetta al centro non un’azione immediata e pragmatica dei testi ma che renda alla letteratura tura la sua vera funzione etica

 

Nondimeno la forma e la bellezza, ossia, lo strumento e l’obiettivo di una letteratura capace di esplorare l’esistenza e di illuminare la verità, non sono giudicabili con l’armamentario dell’impegno politico, né utilizzabili da quest’ultimo a scopo di lotta, se non al prezzo di una mistificazione della funzione della letteratura stessa e delle sue effettive possibilità. insomma, la forza critica dell’opera letteraria va riconosciuta e rispettata nella sua specifica distanza da quella che un tempo si chiamava la prassi; solo così se ne possono preservare il senso e il valore.[15]

 

Superare questo approccio idealistico, biografico e apocalittico, andando oltre la semplice constatazione dell’esistenza di testi di autori di origine straniera che scrivono e vivono in Italia e la speranza di un effetto pragmatico dei testi, non vuol dire remare in  una direzione conservatrice chiudendo il canone letterario italiano, negando il valore di un’apertura storicamente necessaria alla globalità; al contrario significa rendere possibile l’accesso a opere e a ad autori  che hanno come valore non la propria  biografia  ma la qualità letteraria, ascoltando anche in questo modo la loro volontà di essere considerati totalmente come autori della letteratura italiana e non come ospiti, graditissimi, ma pur sempre ospiti.  Come dire, la questione non deve porsi dalla parte degli attributi che possiamo mettere acconto alla parola letteratura (migrante, italiana, post-coloniale etc) ma sulla parola letteratura che, se è davvero letteratura, è per definizione universale, pur rimanendo sempre frutto di quella precisa realtà storica e culturale in cui si produce. Sarebbe necessario a questo punto agire su diversi livelli, separando dapprima quello che riguarda la parte della letterarietà dei testi da quello che è l’aspetto del campo letterario, dei meccanismi sociali e culturali che sono sottesi e sottendono ciò che è il lavoro letterario.

Così, se si vuole però studiare appropriatamente e con serietà il funzionamento, i dispositivi, i rapporti di forza e di potere, i mutamenti, gli ingressi e le uscite di attori all’interno del campo della cultura e dell’arte, i rapporti che legano questa al di fuori è necessario farlo da un punto di vista che non che si ponga dal lato di una critica (non che questo per me sia un errore, anzi,  ma la critica militante deve avere il coraggio di ammettere che le sue sono prese di posizioni ideologiche e agire in modo chiaramente politico sempre, già dall’inizio[16]),  ma con un’attenta analisi di tipo sociologico, che possieda i giusti strumenti, che ad esempio ci possono fornire gli studi sul campo della letteratura di Pierre Bourdieu.[17] Il rapporto tra società e opera d’arte non può essere né lasciato a uno spontaneismo entusiasta intriso di idealismo, né a superficiali constatazioni sociologiche. Solo cercando i legami, i rapporti, le omologie profonde e strutturali, si può avere la pretesa di cogliere fino in fondo quali mutamenti possa apportare l’ingresso di un nuovo tipo di scrittori come quelli migranti all’interno della letteratura italiana, e quali mutamento questa possa portare all’interno di questa. Capire quali mutamenti possano scaturire da questo ingrasso dal punto di vista dello stile e del gusto del pubblico. E ancora, come si tratti di processi che avvengono nell’autonomia del campo letterario che però rimane necessariamente per omologia legato a tutto il resto del campo sociale. Si tratta di un lavoro molto complesso, che richiede competenze e conoscenze diversificate e interdisciplinari, nonché un tempo molto lungo, in quanto si tratta i un lavoro empirico e di analisi. 

 

Per percorre invece la strada della letteratura è necessario tenere conto della complessità, dell’eterogeneità e della fertilità che questa possiede, cercando cioè un approccio che consideri i diversi livelli di lettura, da quello della superficie a quello della profondità, dalla forma al contenuto del testo, cercando di  mantenere in rapporto, di ricercare quelle che sono le reti e i legami che danno significato all’opera, strutturalmente.    

Andare oltre cioè a quell’idealismo di cui s’è visto, significa capire che esiste una differenza tra la letteratura e la testimonianza, che non bisogna appiattire e utilizzare la seconda in funzione della prima, incorrendo nel pericolo di depotenziare quello che il valore intrinsecamente etico che c’è nell’estetica dell’opera. Lo sguardo che l’opera letteraria ha sul mondo non può essere uno sguardo diretto, non è un semplice riportare ciò che accade o si esperisce del mondo sulla carta. Il processo che c’è alla base di un opera letteraria filtra quello che il mondo in cui l’autore si trova per ricreare un mondo altro, con sue regole e modi di esistenza, che non possono essere letti con gli strumenti con cui leggiamo quella che è la nostra realtà, e viceversa.  Qui sta il valore della letteratura: non nell’essere una semplice documentazione della realtà, ma in questa sua essenziale alterità, extralocalità, per usare un termine bachtiniano, nella sua irriducibilità, e quindi riluttanza, a una semplificazione storicistica, sociologica, idealistica o formalistica che sia. È nell’opera letteraria che possiamo trovare una complessità di linguaggio e di immagini, di punti di vista che rendono mutevole e profondo, in un continuo gioco di scambi, anche lo sguardo di chi legge. Il valore etico dell’opera non sta nel contenuto che essa apporta ma nel modo in cui questo contenuto viene riportato.

La volontà di rifuggire da quella che è l’essenza dell’opera letteraria di alcuni critici, cioè la rielaborazione estetica (che non è mai sinonimo di ermetismo o di art pour l’art), per guardare solo l’aspetto della superficie rischia di rendere sterile e piatto ciò che per definizione è profondo e fertile. Nel caso della scrittura migrante significa rinunciare alla differenza e al valore della qualità del testo. Ma, come detto, questo considerare la validità del testo solo per la portata esperienziale della vita dell’autore, significa che ciò che viene da fuori ha bisogno per entrare di rispettare determinati canoni, ha dei luoghi limitati in cui esistere, gli spazi di un genere letterario ben preciso, una lingua ben precisa, dei sentimenti ben precisi da esprimere, delle passioni, delle tematiche che stanno bene a chi apre la porta di ingresso, a chi è nella posizione di altro. È il solito paradosso della tolleranza per cui la condizione di marginalità e alterità, di opposizione viene accettata, e dunque neutralizzata, nel momento stesso in cui viene riconosciuta. Gli studiosi postcoloniali sono ben consapevoli di questo rischio e la consapevolezza può fungere da antidoto.

A mio avviso, il solo modo di valorizzare l’enorme ricchezza delle voci della narrativa cosiddetta migrante e superare il paradosso, è considerare il valore letterario del testo estetico ed etico della letteratura, che non sta in una eccentricità semplicemente etnica, che scivola in una specie di folclore, ma nella bellezza delle parole e delle immagini e dalla narrazione che ci avvicinano al limite dalla complessità dell’altro.

Qui sta il punto fondamentale da cui partire e a cui giungere: l’eticità del testo sta nel rapporto che si viene a creare con ciò che altro da noi, in un’esperienza di continuo dialogo tra chi è  lettore e le parole che sono state scritte. Non semplicemente un altro in quanto proveniente da una società e una cultura diversa, cioè un mero portatore di informazioni, ma in quanto colui con cui ci mettiamo in contatto nel momento in cui leggiamo le parole che ha scritto, nel momento in cui ci ritroviamo in quella dimensione fuori dalla quotidianità che è il testo. La responsabilità che viene dal lavoro di interpretazione del testo, la complessità e la ricchezza che nascono dal dover trovare punti di contatto che non sovrappongano la nostra visione con quella dell’altro, la felicità con cui si scoprono nuovi modi di vedere ed esprimere, e quella di scoprire terenzianamente ciò che sempre ci accomuna a tutto ciò che è umano[18], sono i  veri valori etici che possiamo affidare e affinare attraverso la frequentazione della letteratura.

 

Ma in questa ricerca di un colloquio entro cui alla fine si ritrova se stesso, il lettore non dispone dell’arbitrio di una soggettività assoluta, poiché leggere significa vedere e comprendere nella dinamica inventiva del testo una coscienza diversa, un altro individuo, circoscritto dalla sua posizione, dalla sua prospettiva temporale e culturale. Leggendo, nella mia soggettività rappresento anche un altro soggetto, quasi  “due in uno” sperimentando la mia stessa identità come movimento e tensione verso l’alterità e la differenza. Ed ecco allora la comprensione nella separazione, con la responsabilità di una risposta tale sa mettere in gioco anche colui che risponde. Qui certo appare chiaro che l’estetica dell’interprete o dell’esecutore deve convertirsi in un’etica.

Dobbiamo chiederci allora come si determina la prassi, l’ethos del lettore a contatto con la materia vulnerabile della parola divenuta segno, per scrutare più a fondo, quando un testo viene nelle nostre mani, l’impulso che ci porta ad averne cura ed esserne solleciti, a prenderlo in custodia per salvaguardarne il senso: in una parola a rispettarlo. Come non parlare di rispetto, se nel testo si riconosce un’epifania dell’altro, una traccia fragile e finita dell’umano?[19]

 

È all’interno di parole come queste di Ezio Raimondi  che troviamo il limite e il senso dell’eticità della letteratura: nel rapporto ermeneutico col testo sono la cura, il rispetto e la responsabilità che ci permettono di  poter avere un incontro con la diversità, ma ciò avviene appunto attraverso la parola del testo, non prima, non dopo, pena una un sovrapposizione, una mislettura che rende vano ogni sforzo: ecco, gli scrittori cosiddetti migranti, come tutti gli scrittori ci chiedono di essere ascoltati, rispettati e accolti all’interno della loro opera, nei testi che loro scrivono, con le parole che loro dicono. Uscire fuori da questi confini significa non parlare più di letteratura.

 

Così anche la questione di apertura del canone può essere riletta in una nuova prospettiva, così una condizione fortemente storica e legata al cambiamento epocale della globalizzazione, dell’apertura dei confini culturali e dunque letterari , appare in una luce nuova di eticità, così la questione della mondializzazione proposta da Gnisci si può vedere in una luce che consideri ciò che la letteratura porta e non chi la letteratura produce, in un rovesciamento che pone al centro l’esperienza della letteratura, secondo le parole di Raimondi,  quale  pratica di paziente e laborioso impegno che ci educa al “pluralismo autentico”:

 

Ora la letteratura, con il suo spazio di figure visibili e invisibili, introduce ed educa esattamente a questa conoscenza: alla compresenza di varietà differenti nella pluralità libera delle coscienze. E il tema dell’altro, oggi così vivo nel discorso filosofico e in tante riflessioni avvertite di ordine sociologico, trova un riscontro intenso e forse una specificazione nell’universo del lettore e della lettura, in un paesaggio multiplo e scosceso di voci e di intenzioni, di contrasti e differenze, e  forse anche di aporie.[20]

 

È la plurivocità di voci, la polifonia dell’opera letteraria, le diverse prospettive e visioni che dal testo nascono e che nel testo si incontrano che rende quello della letteratura un atto etico in sé, un eticità profonda che  “scaturisce, dissonante ma viva, dallo scontro dei punti di vista, dei mondi vitali”. I mondi che si incontrano non sono semplicemente i mondi della cronaca e della storia, ma sono gli infiniti mondi che attraverso l’uso delle parole emergono, si incrociano e si moltiplicano.  Il libro, sempre per usare le parole di Raimondi, non ci informa (né ci intrattiene) ma ci mette in contatto, ci aiuta a ricercare le differenze e le affinità di forme e di gesti, di parole e pensieri. Ci aiuta nella difficile scoperta della molteplicità dell’identità nostra e altrui

 Perché nel momento in cui si colloquia con il personaggio di un romanzo con l’io di una poesia è come se lo si chiamasse a diventar parte di noi e si fruisse potenzialmente di una vita moltiplicata. [21]


[1] Intervista a Ornela Vorpsi, in S. Camilotti e S. Zagrando, Letteratura e migrazione in Italia, studi e dialoghi Trento, uni service editrice, 2010,  pp.81, 82, 83

[2] I.Scego I., Relazione al IV Forum Internazionale sulla Letteratura della Migrazione, 2004

[3] Intervista a Laila Waida, in S. Camilotti, cit. pag.41

[4] N. Moll  Il rinnovamento viene da “fuori”? L’apporto degli scrittori migranti alla letteratura italiana contemporanea, in S.Camilotti,  Lingue e Letterature in Movimento. Scrittrici emergenti nel panorama letterario contemporaneo, Bologna, Bononia University Press 2008,  pag. 37

[5] Non è mia intenzione fare un nuovo riassunto sulla storia della cosiddetta scrittura migrante in Italia, dalle sue origini, con i testi a “quattro mani” Immigrato, 1990  Salah Methnani e  Dove lo stato non c’è   di Tahar Ben Jelloun fino ai cosiddetti autori di seconda generazione, cosa facilmente ritrovabile nella maggior parte dei testi scritti intorno alla questione della scrittura di migrazione. Rimando al testo di A.Gnisci, Il gioco del rovescio, in Creolizzare l’Europa Letteratura e Migrazione,  Roma Meltemi  2003, sulla prima produzione migrante in Italia

[6] Ad esempio nella letteratura degli emigrati Italiani negli Stati Uniti d’America ritroviamo le stesse tappe: Da una scrittura a quattro mani, a temi autobiografici scritti in lingua inglese, a un’emancipazione tematica che avviene con la seconda generazione. Per approfondimenti rimando ad A. Portelli La rappresentazione e l’immaginario nella letteratura di lingua inglese e C. Romeo, La rappresentazione e l’immaginario nella letteratura italo-americana. In Storia dell’emigrazione italiana, vol.2, a cura di P. Bevilacqua, A. De Clementi, E. Franzina, Roma, ed. Donzelli, 2000

[7] Silvia Camilotti, cit. pag.14

[8] Id.

[9] Id.

[10] A.Gnisci, cit. pag. 91

 

[12] Ibidem.

[13] Non voglio essere semplificatoria, ma difficilmente il percorso sociale di uno scrittore migrante sarà tale da potergli far vivere quell’odissea migratoria che vediamo nelle immagini televisive e leggiamo negli articoli dei giornali. Sarebbe necessario analizzare bourdieuianamente i percorsi che questi scrittori compiono all’interno dei campi sociali, quali habitus rivestono etc.

[14] A. Gnisci,  Mondializzare la mente. Via della decolonizzazione europea n. 3, Isernia, Cosmo Iannone, 2007,

p. 81.

[15] S. Zangrando, Romanzo e Migrazione in Italia in Letteratura e Migrazione in Italia,cit. pag.53

[16] A mio avviso fare della letteratura una letteratura militante ha il suo senso e il suo valore se l’autore o il critico si pone fin dal principio di agire nella realtà con la sua opera o con la sua lettura dell’opera, facendo della sua opera uno strumento di partecipazione e lotta politica, come avviene per esempio,  per alcune correnti dei genders studies, come il personal criticism, americani, dove esiste la precisa volontà di rovesciare sia il canone letterario che il concetto di autorità dell’autore, facendo della scrittura una pratica di espressione democratica che renda possibile a tutti di far sentire la propria voce, di partecipare attivamente, di modificare la realtà. Dare voce a chi non ha voce è una delle scelte programmatiche, quasi di poetica di molta letteratura femminista, il punto da cui si parte per creare l’opera è politico e come tale deve essere considerato. Poiché si giunge fino all’estremo di rovesciare il valore dell’autorialità e dunque della letterarietà del testo, che non ci si occupi del lato estetico è perfettamente comprensibile. (Per approfondimenti rimando al testo di C. Romeo, Narrativa tra due sponde. Memoir di italiane d’America, Roma, Carocci 2005).

[17] Il rimando è ovviamente a P. Bourdieu Les Règles de l’art. Genèse et structure du champ littéraire, Paris, Seuil, 1992.

[18] Non  potevo non riportare per intero la citazione, per quanto celebre, dell’humanitas di Terenzio:“Homo sum, humani nihil a me alienum puto”.

[19] E. Raimondi, Un’etica del lettore, Bologna, Il Mulino 2007, pp19, 20, 21. (Corsivo mio)

[20] Ivi. Pag. 44

[21] Ivi pag 51

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