Sui beni comuni

 

Premessa

In questo articolo discuto di beni comuni sotto diversi aspetti: concettuale, storico, giuridico, politico. A mio avviso, considerando ciascuna di queste prospettive, si possono individuare carenze e mancanze, più o meno gravi, del “discorso sui beni comuni”. Intendo con “discorso” gli enunciati e le pratiche collegate (alle quali si ispirano gli enunciati o che gli enunciati vogliono definire). Ho riportato numerose citazioni nel tentativo di far emergere alcuni di questi enunciati.

0. Prima definizione

Commissione Rodotà 2008, definizione di beni comuni:

cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona.

Elementi giuridici:

I beni comuni devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico, anche a beneficio delle generazioni future. Titolari di beni comuni possono essere persone giuridiche pubbliche o private. In ogni caso deve essere garantita la loro fruizione collettiva, nei limiti e secondo le modalità fissate dalla legge.

Catalogo di beni comuni:

i fiumi, i torrenti e le loro sorgenti; il laghi e le altre acque; l’aria, i parchi come definiti dalla legge, le foreste e le zone boschive; le zone montane di alta quota, i ghiacciai e le nevi perenni; i lidi e i tratti di costa dichiarati riserva ambientale; la fauna selvatica e la flora tutelata; i beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone paesaggistiche tutelate.

0.1. Nota

Il catalogo dei beni comuni corrisponde a un catalogo di beni naturali (o ambientali), al quale, alla fine, sono aggiunti i beni culturali. I beni comuni risultano una categoria di genere che include beni culturali e ambientali (in questi ultimi sono inclusi le zone paesaggistiche) quali categorie di specie. Rispetto alla definizione e al quadro giuridico, i beni comuni rimandano all’articolo 9 della Costituzione e alle leggi che delineano tutela, conservazione e fruizione dei beni culturali e ambientali.

1. Seconda definizione

Michael Hardt, Antonio Negri, Comune (p. 8):

Per comune si deve intendere (…) tutto ciò che si ricava dalla produzione sociale, che è necessario per l’interazione sociale e per la prosecuzione della produzione, come le conoscenze, i linguaggi, i codici, l’informazione, gli affetti e così via.

1.1. Nota

Comune è ciò che gli uomini, socialmente, producono. La produzione sociale si auto-organizza (p. 288):

il lavoro biopolitico tende ad accedere direttamente al comune e possiede orientativamente le condizioni per creare la cooperazione al suo interno.

Il capitale organizza la produzione sociale, ma la cattura; poiché non si tratta di beni scarsi (linguaggio, conoscenze, affetti ecc.), bensì di beni il cui valore aumenta con la condivisione e la circolazione, il capitale innalza barriere per creare delle condizioni di scarsità (come al tempo delle enclosures). Rimando agli articoli Appunti critici su “Comune” di Michael Hardt e Toni Negri e Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect per una lettura critica dei presupposti e del ragionamento intorno al discorso sul comune.

2. Storia

Ugo Mattei, in Beni comuni. Un manifesto, fornisce una descrizione della vita sociale nel Medioevo come “ecologica e qualitativa” (p. 28). Si tratta di un quadro immaginifico privo di valore storico: un uso bizzarro della storia.

Se la storia dei beni comuni è la storia delle lotte, delle pratiche di accumulazione e delle resistenze, allora bisogna andare alle lotte degli zapatisti per i diritti degli indigeni in Messico, a quelle contro la privatizzazione dell’acqua in Bolivia e in India contro il saccheggio delle terre.

2.1. Nota

Si tratta di lotte intorno a beni naturali (terra, acqua) o per i diritti, non riconosciuti, di una popolazione, come sono avvenute nel ‘900 e avvengono ancora oggi. Nel secondo caso non c’è nesso con il concetto di bene comune. Nel primo caso si conferma il rapporto di equivalenza o di genere-specie tra bene comune e bene naturale.

3. Regime giuridico

Si assiste a un pullulare di beni comuni: anche un treno ad alta velocità può diventare un bene comune! Nella maggior parte di casi si utilizza il termine “bene comune” in sostituzione di un altro: per esempio si dice “bene comune” quando basterebbe dire “una cosa che riguarda tutti”, “questione sociale”, “diritto” – ciò che andrebbe detto quando si dice “il lavoro è bene comune”. Tra questi casi, si distinguono quelli in cui si utilizza “bene comune” in luogo di “bene pubblico”. Queste occasioni si ripetono così spesso da far sospettare che non si tratti di malafede dell’enunciante o di una sua confusione mentale, bensì del fatto che, forse, bene comune risulta un concetto non ancora ben definito. Alberto Asor Rosa (Il nuovo soggetto politico. Tra Toni Negri e Tommaso d’Aquino) non vede alcuna distinzione tra bene comune e bene pubblico e rinvia al problema dello Stato e del governo della cosa pubblica.

Si rilegga la prima definizione di bene comune omettendo il catalogo. Si rifletta su tutte quelle cose che possano sembrare conformi a tale definizione: sono molte di più di una casistica di beni culturali e naturali! Vengono in mente anche cose che “da sempre” ci sembrano naturalmente private (ma è un effetto ottico) come il telefono, o il telefonino, e il computer: non sarebbero forse beni comuni, conformi alla prima definizione, informazione e comunicazione?

Intellettuali impegnati nella diffusione dei beni comuni, anche in modo pratico (penso ad Alberto Lucarelli, assessore ai Beni Comuni del Comune di Napoli), preferiscono non redarre un catalogo di beni comuni: questi non devono essere considerati come degli oggetti o, peggio, delle merci, giuridicamente inquadrabili entro una proprietà pubblica o privata. Di conseguenza oppongono il comune (anche nel senso discusso da Hardt e Negri) alla dicotomia giuridica pubblico VS privato.

Alberto Lucarelli (Oltre la proprietà pubblica) evidenzia il contrasto tra principi costituzionali e codice civile. Scrive:

Emerge la necessità di un nuovo assetto non incentrato sul diritto proprietario, con tutto ciò che ne consegue in termini di regime di circolazione e di gestione, un assetto in cui sia assicurato il godimento di un bene alla collettività; in cui la gestione del bene sia funzionale al godimento della collettività e non al lucro di chi lo gestisce (…): beni della collettività e non di proprietà pubblica, la cui gestione e titolarità è sottratta alle stesse istituzioni rappresentative e diviene oggetto di gestione partecipata e di decisioni indisponibili.

3.1. Nota

In un regime giuridico un concetto deve tagliare chiaramente e con la massima precisione possibile una porzione di realtà, costruendo giuridicamente questa stessa realtà, diventandone, cioè, parte costitutiva. Nomos significa dividere. Un concetto giuridico che non opera in questo modo non è definibile:bene comune resta un concetto vago. Infatti, dopo l’esperienza della commissione Rodotà, non è ancora pervenuta nessuna proposta giuridica.

Antonio Musella e Leandro Sgueglia (Di che cosa parliamo quando parliamo di beni comuni) sostengono che il regime del comune non va individuato per via negativa rispetto alla dicotomia pubblico VS privato. Come poterne dare, dunque, una definizione positiva? I due autori propongono la distinzione comune VS diritti: i beni comuni sono beni materiali o immateriali, naturali o artificiali; i diritti (i due autori citano Deleuze: non proprio uno studioso di diritto!) nascono dalla dicotomia tra il valore negativo della legge e e quello propositivo della spinta dei popoli.

Questa distinzione non è adeguata perché posta tra due ambiti inconciliabili: da un lato l’identificazione di alcune proprietà intrinseche, dall’altro lato l’individuazione di un criterio, in questo caso storico, di concettualizzazione. I due autori confondono i due ambiti quando scrivono:

così – per guardarla da una prospettiva molto concreta – assume senso programmare la riscrittura nella forma di enti speciali pure per quelle che oggi sono le aziende municipalizzate che garantiscono servizi fondamentali come il trasporto locale e l’assistenza della persona.

Trasporto e cura sono diritti o beni comuni? L’istruzione è un diritto o un bene comune? La confusione è certa se si assume che bene comune sia la “produzione sociale di valori d’uso”, che vi sia comune in “tutti gli ambiti in cui si fa rete tra persone interagendo nel contempo con un ambiente”. Simili enunciati richiamano la definizione di comune di Hardt e Negri.

Sono scettico rispetto alla “rivoluzione giuridica” che il comune dovrebbe condurre contro il regime pubblico VS privato. Penso che chi proceda in questa direzione si rifaccia alla proposta di Hardt e Negri (il che è evidente nel discorso di Musella e Sgueglia come in quello di Ugo Mattei, che è uno studioso di diritto): mi pare che questo avvenga ogni volta che si parli di “produzione sociale” o di “valore d’uso” o delle due cose insieme. A mio avviso, per questa strada, non si va da nessuna parte.

4. Discorso politico

I sostenitori dei beni comuni parlano di “democrazia dei beni comuni” o “governo dei beni comuni”: come praticarle? Affermano l’opposizione democrazia partecipativa VS democrazia rappresentativa: il governo dei beni comuni è possibile solo nel primo dominio, escludendo il secondo. Infatti vige il rifiuto non solo della proprietà privata, ma anche di quella pubblica.

Stefano Rodotà (Beni comuni e democrazia) sottolinea che nel Manifesto per un soggetto politico nuovo (A.L.B.A.), alla cui redazione ha collaborato, il rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa sia stato correttamente impostato. Nel Manifesto si afferma che un soggetto politico nuovo

dovrebbe impegnarsi su tanti terreni, sia dentro le istituzioni che fuori, cercando sempre di coniugare fra di loro diversi livelli di democrazia: quella rappresentativa, quella partecipativa e quella di prossimità.

E’ chiaro il riferimento all’esperienza positiva dei comitati referendari per l’acqua. Subito dopo, però, Rodotà evidenzia come il rapporto tra soggetto politico nuovo e quello vecchio (forma partito) non sia adeguatamente espresso: troppo trionfalismo per il “nuovo”, poco approfondimento del “vecchio”.

4.1. Nota

A.L.B.A. nasce dal bisogno di non disperdere la rete organizzativa tessuta per la promozione dei referendum nel 2011, da una domanda di partecipazione democratica che non è stata accolta dai partiti ed è stata avviata, in modi diversi, nei comuni di Napoli e Milano. Si tratta di una questione importante, oggi, considerato l’attuale clima politico, urgente.

Il nuovo soggetto politico è una rete organizzativa che cerca di tenere insieme i fili, culturali e politici, di una sinistra oltremodo sfilacciata, come altre volte si è cercato di fare. Non è chiaro in che senso si tratti di un “nuovo soggetto politico” e quale atteggiamenti assume rispetto a partiti (come Fds o Idv) e movimenti (come Sel) che, in qualche modo, sono stati coinvolti nella sua nascita.

A mio avviso si corre il rischio di assumere una prospettiva caricaturale dello spazio politico: questo sarebbe diviso tra sostenitori della proprietà privata (centro-destra), sostenitori della proprietà pubblica (centro-sinistra) e sostenitori del comune (sinistra). Non ci sono nemmeno i presupposti in base ai quali una simile descrizione possa risultare vera. A.L.B.A., qualunque cosa sia, sembrerebbe voler diventare l’istanza progettuale di un’organizzazione di sinistra; ma mancano i due pilastri che reggerebbero un simile edificio: (a) un progetto chiaro circa la questione dei beni comuni; (b) un’adesione totale delle sinistre a questo progetto.

Riguardo al punto (b) basti pensare alla confusione che si fa tra “bene comune” e “bene pubblico” o allo statalismo sostenuto dalle sinistre.

Riguardo al punto (a), ho cercato di mostrare come non vi sia chiarezza concettuale, storica, giuridica, politica su che cosa sono e come si declinano i beni comuni.

5. Governo dei beni comuni

Enrico Grazzini (Beni comuni e diritti di proprietà. Per una critica della concezione giuridica) contrappone due discorsi sui beni comuni: all’approccio giuridico, prevalente in Italia, interessato alla fruizione dei beni, preferisce l’approccio economico, focalizzato sulla gestione dei beni, che rimanda al premio Nobel Elinor Ostrom e all’imprenditore sociale Peter Barnes. Non mi addentro oltre nell’argomentazione di Grazzini. Vi sono tuttavia numerosi punti del secondo approccio condivisi anche dal primo. Avverto anche che ciò su cui ho scritto nel paragrafo 3. (Regime giuridico) non coincide con l’approccio menzionato da Grazzini.

Grazzini ha il merito, menzionando i lavoro della Ostrom, di evidenziare la complessità della gestione dei beni: i diversi regimi proprietari si intrecciano in vari modi, definiscono una gerarchia di livelli che può essere diversa a seconda delle circostanze; riguardano, inoltre, beni di tipo diverso (pubblico, privato, comune, di club – secondo la distinzione proposta dalla Ostrom), i quali non appartengono naturalmente e in modo rigido a un tipo piuttosto che a un altro, ma cambiano aspetto anche a seconda della gestione alla quale sono sottoposti.

Ciò va collegato a quanto scrive Rodotà circa il rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa. Vi è una complessità delle relazioni di cui ogni bene è costituito: si tratta di relazioni tra soggetti e oggetti, alle quali partecipano anche le tecnologie, che non possono essere escluse. Si pensi alla complessità di un sistema di trasporto urbano o a tutte le reti del regime idrico. Un governo formato da processi consultivi e decisionali opera su queste relazioni complesse.

5.1. Nota

Carlo Donolo (Qualche chiarimento in tema di beni comuni) critica il discorso sui beni comuni, in particolare il pamphlet di Ugo Mattei, perché non tiene conto della complessità delle relazioni sociali. Il “governo dei beni comuni”, scrive richiamando i lavori della Ostrom,

richiede tutte le risorse della democrazia costituzionale: forme di democrazia partecipata, divisioni dei poteri, agenzie terze, tribunali (…), monitoraggi tecnici e – non da ultimo – la condivisione collettiva di una cultura delle regole e di cooperazione sia sociale che interistituzionale.

Come scritto da Rodotà, mitizzare forme nuove di organizzazione politica “liquefando” forme vecchie (i partiti), non è utile al fine di risolvere il problema del “governo dei beni comuni”. Dirò di più: vi è il rischio che soggetti politici nuovi, o tutte le soggettività supposte “ontologicamente resistenti” (come vuole la vulgata Hardt-Negri), oltre che di dogmatismo e spontaneismo (contro quest’ultimo mette in guardia lo stesso Rodotà), si ammalino anche di infantilismo, nell’accezione che Lenin dava a questa parola riferendosi a certe forme di estremismo. Scrive Donolo:

Ogni riduzionismo che neghi queste relazioni complesse illude sulla semplicità della soluzione.

A tale proposito, valga l’esempio dell’insieme di relazioni che costituiscono un bene comune. Nella vulgata prevalente questo insieme è considerato per le relazioni tra persone, come se si trattasse di uomini nudi o, per usare un concetto largamente abusato, di “nude vite”. Una comunità è un insieme di relazioni umane tra “nude vite”.

Questo quadro appartiene anche a coloro, come Ugo Mattei, che muovono dal presupposto epistemologico di opporre al realismo un certo modo del costruttivismo. Ma le relazioni sociali non si possono ridurrre a relazioni umane. E’ quanto deve preoccupare coloro che parlano di “governo dei beni comuni”: in un sistema di relazioni complesse si ha a che fare con rapporti intersoggettivi, interoggettivi e tra soggetti e oggetti. Quando si parla di “acqua bene comune” bisognerebbe cominciare a pensare a un regime idrico complesso, non a una fonte sorgiva di acqua pura e di mani che la raccolgono e bocche che si abbeverano. In questo senso, al riduzionismo della comunità oppongo la complessità del collettivo: concatenamenti di attori umani e non umani che costituiscono dispositivi. Un sistema di trasporto pubblico è un dispositivo complesso, non un insieme di nude persone scorazzanti. Il riduzionismo epistemologico, di cui i sostenitori di beni comuni non si accorgono, allontana da un qualche progetto sul “governo dei beni comuni”.

Alla critica epistemologica bisogna aggiungere quanto menzionato da Donolo (si veda la prima citazione che ho tratto dall’articolo citato): la condivisione di regole e di cooperazione. E’ un problema di logica dell’azione collettiva: riguarda il livello di metapreferenze che gerarchizzano e orientano le preferenze nelle scelte effettive (si veda Carlo Donolo, Il ruolo dei beni comuni nell’azione collettiva). E’ necessario convenire, a questo livello, su regole e cooperazione: cioè stabilire le condizioni di governo – di processi consultivi e decisionali. Si tratta di un bene comune primario, la cui questione viene prima dei beni comuni da gestire – “prima” non temporalmente, ma strutturalmente.

Come organizzare le assemblee? Come regolare e distinguere processi consultivi e decisionali? Come definire il rapporto tra le possibili forme di gestione? Se non si pongono queste domande non è possibile alcun progetto di “governo dei beni comuni”.

Conclusioni

Le definizioni di beni comuni risultano insufficienti: o fanno del “bene comune” il genere di due specie – beni culturali e beni naturali – o estendono in modo indefinito il concetto di “comune”. I tentativi di delineare un concetto giuridico di “bene comune” oscillano tra le due definizioni: rifiutando il catalogo di beni – cosa che può essere considerata corretta o sbagliata – non riescono a inquadrare le condizioni in base alle quali si possa delineare un quadro giuridico di questi beni. Di conseguenza prestano il fianco a coloro che criticano questi tentativi e affermano l’equivalenza tra bene comune e bene pubblico.

Il desiderio di un nuovo soggetto politico articolato intorno al discorso sui beni comuni si espone al rischio di formulare un progetto su qualcosa di cui manca perfino una concreta e condivisa definizione. Alcuni possono sostenere che questa definizione esiste (la prima definizione, della commissione Rodotà, senza catalogo), ma difficilmente convincono chi obietta la scarsa concretezza delle loro affermazioni secondo due aspetti: da un lato il riduzionismo delle relazioni sociali, ridotte a interazioni tra “nude vite”, dall’altro lato la mancanza di riflessioni e proposte sui problemi che riguardano la gestione dei processi consultivi e decisionali.

A chi parla di comunità come luogo di partecipazione e gestione di beni comuni oppongo il collettivo come sistema complesso di relazioni tra soggetti e oggetti. Contro l’enfasi sulla democrazia partecipativa propongo una serie riflessione sia sul governo misto, composto di livelli di gestione, in rapporto gerarchico a seconda delle circostanze, sia sulla tipologia dei beni, secondo una stratificazione che cambia a seconda delle relazioni contestuali e delle modalità di gestione.

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6 Responses to Sui beni comuni

  1. Maria Lidia Rao ha detto:

    bell’articolo,le cui analisi e soluzioni presuppongono un tessuto socio-politico sano e orientato al bene comune.
    il punto debole,a mio avviso,sta proprio nell’onestà intellettuale di fondo,poichè ignora totalmente la commistione tra i centri nevralgici della politica economica e mafia/camorra/ndrangheta o qualsiasi altro nome con cui si voglia fare riferimento a un parastato che media tra la politica e una società complessivamente sempre meno civile e più individualista,oltre che ripiegata su se stessa. Tolta la sicilianità,mi pare che i romanzi di Sciascia diano un quadro più realistico della realtà italiana di qualsiasi trattato di fine economista o politologo.

  2. Fed ha detto:

    Potrei anche essere d’accordo dato che a me piace molto Sciascia; ma limitarsi a indicare il luogo dove si trova la più nitida immagine di un paese (che è gesto basato su un giudizio personale) non rischia di diventare paradossalmente consolatorio? Ricordo, infine, che si tratta di un articolo teorico, quasi da disputa filosofica, non un esame della realtà italiana. Il collegamento con la realtà sta nel fatto che con certe categorie si ragiona, si fa politica, specie militante, o addirittura istituzionale (per ciò che tu chiedi di trattare ci vorrebbe un giornalista): non è cosa campata in aria.

  3. kiokok ha detto:

    La chiarezza delle tue analisi è aria fresca. Bene comune, come un sasso lanciato nel lago, spinge onde un po’ ovunque: é stato una parola d’ordine, è diventato uno slogan, diventerà un marchio. Il contrario di quello che doveva secondo le intenzioni di alcuni (la vita al lavoro) e l’astrazione in un cappello che ci distingue dagli altri (Italia bene comune della campagna del PD). Mi pare che il sentimento dilagante sia la nausea per quello che è, anche se non si sa bene dire cosa sia. E allora si propone qualcosa (Bene Comune, ALBA…) che non si sa altrettanto identificare. La povertà teoretica per un economia non predatoria forse è il bene comune che avvicina gli insoddisfatti. C’è un generico “facciamo… che almeno noi facciamo” (dai movimenti d’indignatos che trasformano tutto in laboratorio di idee, ai vertici di una nuova Politica con la P maiuscola), ma nessuno si vuole sporcare le mani con le gerarchie, le decisioni, le rinunce. E qui mi collego al commento su Sciascia: la connivenza,il legame strisciante di chi è pronto a condannare chiunque ma non l’amico venduto. Vasilij Grossman scrisse che si può dire no. Ma solo se si è disposti a morire.

  4. Fed ha detto:

    Cioè?!? Cosa in concreto “facciamo”?
    Penso che l’aria fresca sia salutare per alleviare la mente dalle idee fumose.

  5. kiokok ha detto:

    Volevo solo dire che da quando i beni comuni sono entrati nel linguaggio corrente se ne fa uso a man bassa. E pochi hanno chiara la complessità enucleata dalla sempre ottima battagliasoda. Sul “facciamo” mi riferivo al fatto che in molti ambienti il solo fatto di fare diventa sinonimo di “roba” positiva (perché richiama gente, perché avvicina a certe questioni… su quali siano le questioni è più complicato essere d’accordo). L’aria fresca era per dire di un respiro di salute in questo caldo d’agosto.

  6. Fed ha detto:

    Evidentemente il caldo mi rende poco lucido 🙂

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