Lo “scoop” sul contenuto delle telefonate di Napolitano

L’editoriale su Panorama del 30 agosto 2012 del suo direttore, Giorgio Mulè, è il capolavoro di un paraculo. Ecco l’esordio:

Basta giochi, fine dei giochetti. Panorama ha deciso di infrangere la grande muraglia dell’ipocrisia che circonda le telefonate tra Giorgio Napolitano e Nicola Mancino per un motivo semplice: è in atto il malcelato tentativo di delegittimare la figura del presidente della Repubblica e soprattutto l’istituzione che rappresenta attraverso uno snervante e pericolosissimo gioco venuto ormai chiaramente allo scoperto.

Di quale gioco si parla? Seguendo a singhiozzo la vicenda (alla lunga annoia), è chiaro che la questione centrale è: il contenuto delle telefonate; o meglio: ciò che Napolitano ha detto al telefono con Mancino.

Ci si chiederà: “E’ un contenuto penalmente rilevante?”. No, non lo è! Allora cosa ce ne importa? “Certo che ci interessa”, si obietta, “perché non si sa mai, magari ha detto qualcosa di interessante”. Cosa? E’ chiaro: qualcosa che contraddica i messaggi ufficiali del Quirinale, in particolare in materia giudiziaria.

L’articolo su Panorama, firmato da Giovanni Fasanella, porta l’altisonante titolo Cosa c’è dentro (e dietro) le intercettazioni di Napolitano. A un certo punto, introducendo alle presunte parole pronunciate dal presidente della Repubblica su Berlusconi, il giornalista scrive:

E parole molto poco benevole con il ricorso a metafore assai lontane dal linguaggio ovattato proprio delle alte cariche istituzionali (…).

Ma queste parole non le possiamo leggere, purtroppo per coloro che amano pettegolezzi, risse, il programma “La Zanzara” condotto da Giuseppe Cruciani, editorialista di Panorama. L’articolo, infatti, è un’indiscrezione: tutti gli argomenti sono presunti, non è riportato nemmeno un virgolettato. Non so se Fasanella abbia ascoltato le registrazioni o addirittura, da qualche parte fuori della Procura di Palermo, ve ne sia una copia. In entrambi i casi l’operazione sarebbe illegale.

Si dirà: “ma se ha detto qualcosa di penalmente rilevante?”. La Procura ha detto che non c’è nulla di penalmente rilevante. Ecco allora provenire la grande obiezione da destra: “Ecco! Se si tratta di Napolitano, si diventa garantisti! Se si tratta di Berlusconi, tutti giustizialisti!”.

E’ ciò che sostiene Giorgio Mulè quando rivendica la paternità dello scoop e accusa la Repubblica di voler “salvare” Napolitano mentre, ai tempi di Berlusconi presidente del Consiglio, sbobinava chilometri di conversazioni telefoniche (e anche qualche sms).

E’ vero, bisogna ammetterlo: la sinistra per anni ha avuto come principale argomento le questioni giudiziarie di Silvio Berlusconi. E’ questo che teneva unite presunte coalizioni, poi puntualmente sfracellatesi al suolo a causa di tiri mancini (Bertinotti e Prc), tiri destri (Dini, Mastella), tiri secchi (Veltroni) che hanno fatto fuori l’unica personalità degna di governare l’Italia negli ultimi vent’anni: Romano Prodi. Ma questa è un’altra faccenda. Alla fine, comunque, dopo che le elezioni del 2008 le ha vinte il centrodestra, lo spettatore/elettore si è beccato tutto il puttanaio del Cavaliere mentre la questione centrale era la totale incapacità e inaffidabilità politica ed economica del governo in carica. Berlusconi era prima uno stolto presidente del Consiglio, poi un puttaniere; i giustizialisti, di sinistra o, come direbbe Ezio Mauro, ritrovatisi a sinistra, hanno messo la seconda affermazione davanti alla prima. L’anti-berlusconismo non è mai morto e, con lui, non può di certo morire il berlusconismo (qualunque cosa sia). Più avanti ne trarrò le conseguenze.

Nel puttanaio di Berlusconi si annida la contraddizione che fa cadere l’argomento destrorso. Ed è proprio il Mulè a mostrarlo con uno straordinario atto di chiarimento, come un imputato che dichiara in mondovisione la propria innocenza sguainando un pugnale intriso di sangue:

A differenza di questi [il Fatto Quotidiano e il procuratore aggiunto antimafia di Palermo Vittorio Teresi: faccio cadere questo punto, francamente noioso, come non parlo della faccenda del console americano, manipolata da Libero e Il Giornale] Panorama riferisce di indiscrezioni [come ho scritto sopra] che ormai circolano in modo sempre più insistito senza nascondersi dietro il comodo paravento dell’esempio campato in aria.

Perfetto: uno scoop senza l’oggetto dello scoop! Si riferiscono indiscrezioni su presunti contenuti dei turni di conversazione di Napolitano a telefono con Mancino. Ma, si sottolinea, sono indiscrezioni che già circolano. Che scoop è l’indiscrezione di indiscrezioni? Un avvicinamento progressivo a una verità? Poco prima, Mulè scrive che questo scoop è necessario per svelare la trappola in cui si vuole far cadere Napolitano:

Il disegno è fin troppo chiaro: tenere sulla corda il presidente della Repubblica in un momento straordinariamente delicato per il Paese e con la data delle elzioni da fissare. Il giochino è semplicissimo, quasi elementare: poiché il Quirinale non potrà mai smentire nulla (sia perché formalmente su quelle intercettazioni c’è il segreto assoluto sia perché chi fa finta di non sapere si nasconde dietro la formuletta della “ipotesi di scuola”), viene sin troppo facile, a chiunque voglia avanzare un ricatto politico, insinuare, ammiccare, e subdolamente magari sostenere che Napolitano ha espresso al telefono giudizi diversi da quelli solitamente pronunciati in pubblico. Insomma, che il capo dello Stato sarebbe in definitiva un uomo falso del quale non ci si può fidare. Ecco la manovra. Una manovra per delegittimarlo, per assimilarlo a “tutti gli altri” e fare precipatare così la sua credibilità.

E’ esattamente quello che sta facendo Panorama! Magari con la differenza che così non si tenta di delegittimare Napolitano ma di legittimare Berlusconi. Su questo tornerò più avanti. Io non ricordo un simile caso di paraculismo. Infatti non c’è l’oggetto dello scoop ma una specie di classificazione dei presunti contenuti degli argomenti di Napolitano (magistratura, Ingroia, Di Pietro, Berlusconi) a telefono con Mancino. Tutte illazioni che, come scrive lo stesso Mulè, già circolavano.

Esattamente come nel caso di Berlusconi: tutti sapevano che andava a zoccole o inzoccolava aspiranti meteorine. Tutto cominciò con un’inchiesta su Saccà e favori ad attricette per recitare in fiction; poi tutto esplose con Noemi Letizia, quando circolò la foto di Berlusconi alla festa di compleanno della “Vergine di Raffaello” (l’epiteto che le dette Berlusconi parlando con Emilio Fede); poi fu il turno di Patrizia d’Addario, che rivelò la notte d’amore con il premier; poi Ruby e il culmine del puttanaio. Se ne poteva seguire il filo senza bisogno di intercettazioni. L’acme lo raggiunse Alfonso Signorini, intellettuale di punta della cultura italiana, che “intervistò” la Ruby.

C’è poi un’evidente differenza tra la vicenda Berlusconi e quella Napolitano: Berlusconi teneva un comportamento in pubblico a dir poco vergognoso. Lo si diceva anche dietro le quinte dei summit internazionali, cose poi svelate da Wikileaks. Il puttanaio allietava le serate del Cavaliere ma non giovava all’Italia. E non c’era nemmeno bisogno di pubblicare intercettazioni per rivedere il video in cui Berlusconi scende dall’aereo di Stato atterrato a Panama con Walter Lavitola.

La vicenda Napolitano è ben differente. Dato che non c’è rilevanza penale nelle sue telefonate, come già più volte ribadito dalla Procura di Palermo, che ci importa di quello che diceva con Mancino? C’è forse bisogno di un’intercettazione telefonica per sapere che a Bersani non è simpatico Renzi, e viceversa? Non credo. Di Pietro ha dichiarato che certi suoi atteggiamenti non piacevano a Napolitano. Anche per questo non servivano illazioni su intercettazioni. Chi ne ha voglia, può spulciare nell’archivio delle dichiarazioni di Napolitano: nel solo anno 2012 ne troverà molte interpretabili come moniti verso Di Pietro. Ne troverà anche alcune rivolte ai magistrati: stia tranquillo.

Qual è lo scopo di Panorama – e della stampa vicina a (o della famiglia) Berlusconi? Mi darò ora a un esercizio di lettura trasversale. Infatti gli editoriali sull’argomento che sto trattando di Panorama, de Il Giornale, di Libero, sono curiosamente molto simili.

Ecco ciò che scrive Vittorio Feltri concludendo il suo editoriale Ecco le telefonate segrete. Ecco la prima parte della conclusione:

Due amici che blaterano al telefono [Napolitano e Mancino], a prescindere dai loro incarichi istituzionali, sono portati a dire una parola in più del consentito. Normale.

Ecco un passo dell’editoriale di Belpietro, Le telefonate di Napolitano:

Scoprire infatti che il capo dello Stato non la pensa molto diversamente da noi in materia di esercizio dell’azione penale è una notizia che ci lascia basiti. Con la differenza che noi ciò che pensiamo lo scriviamo e lo dichiariamo a voce alta, mentre il presidente della Repubblica lo bisbiglia al telefono, ma poi si guarda bene dal trarne le conseguenze che il suo mandato gli imporrebbe.

Belpietro si riferisce ai presunti giudizi di Napolitano sull’operato della Procura di Palermo. Ora, di nuovo, Mulè:

Il presidente della Repubblica avrebbe espresso giudizi taglienti e parole forti nei confronti di Berlusconi, Antonio Di Pietro e su alcuni magistrati. Parole forte che comunque appartengono alla sfera di una conversazione privata e alla libertà di tutti i cittadini.

Mi pare chiaro l’obiettivo: in primo luogo sostenere che Napolitano dia un giudizio duro nei confronti della Procura di Palermo. Come fa la stampa di destra. In secondo luogo ribadire la necessità di una legge per limitare l’uso delle intercettazioni e la diffusione del loro contenuto (Feltri lo dice chiaramente nel suo editoriale), ma anche l’urgenza di una legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Sono i vessilli del PDL in Commissione Giustizia.

Questo è il primo obiettivo politico. Ma potrebbe non essere solo questo se il termine di paragone con la vicenda Napolitano è il caso Berlusconi (sia le escort sia i rapporti con la mafia). Infatti tutti gli editorialisti incalzano Napolitano a rivelare il vero contenuto delle sue conversazioni con Mancino:

(Mulè) Nei palazzi che contano e nelle redazioni dei giornali molte di queste indiscrezioni sono note, ma si preferisce presentarle negli articoli come “ipotesi di scuola” [?] più o meno ammiccanti. Ne abbiamo avuto abbastanza: basta giochetti. Chi sa parli. Le ipocrisie e le allusioni fanno solo il gioco dei ricattatori.

(Feltri) Ma se questa parola in più viene rilanciata “urbi et orbi”, ti saluto autorevolezza delle autorità parlanti [mi scuso per l’orribile prosa feltriana]. Le nostre sono interpretazioni maliziose o, peggio, malevole? C’è solo un modo per sgomberare il campo: tirare fuori le carte. Le intercettazioni sono pulite e innocenti? Sia Napolitano a mostrarle al popolo [come fa Napolitano a possedere il contenuto delle sue intercettazioni?!?]. Perché non lo fa?

(Belpietro) Vent’anni dopo stiamo ancora discutendo degli stessi temi. Di come le inchieste vengono costruite, di come si mettono in galera le persone, di indagini basate su teoremi ma non su prove, sulle intercettazioni e altro. Napolitano, oltre che al telefono, non ha nulla da dichiarare?

E’ interessante notare che i tre editoriali si concludano allo stesso modo: un invito a Napolitano a parlare (Mulè con l’impersonale “chi sa parli”; Feltri, addirittura, presume che Napolitano sia in possesso di copia delle sue intercettazioni). Il ragionamento, che espongo con prosa feltriana, pare il seguente: posto che il contenuto è questo, delle due l’una: o Napolitano dice (anche con linguaggio metaforico) “signori, avete ragione: ho detto questo”, e allora ci andremo giù duro contro i magistrati e soprattutto contro la Procura di Palermo: costringeremo Berlusconi, che verrebbe legittimato grazie all’ammissione di Napolitano, a una campagna elettorale dura contro le toghe rosse; oppure Napolitano dice “signori, vi sbagliate: non ho detto questo”, e allora gli sbatteremo in faccia le trascrizioni delle intercettazioni. Non so a cosa condurrebbe la prima opzione, se non al solito gran casino di un’Italia ancora prigioniera del cosiddetto “bipolarismo muscolare”, a causa soprattutto della presenza insistita di Berlusconi; sulla seconda opzione, invece, non so se davvero qualcuno abbia ascoltato o possegga il materiale secretato dalla Procura di Palermo – in entrambi i casi sarebbe molto grave oltre che fuori della legalità.

Se dunque c’è, come credo, un secondo obiettivo, questo è ri-legittimare Berlusconi e accusare la Procura di Palermo con il dito di Napolitano (non con il proprio). Ma la richiesta rivolta al capo dello Stato di svelare il contenuto delle telefonate – cosa che, ribadisco, non ha rilevanza penale e pertanto non dovrebbe essere affar nostro – viene anche dall’area più giustizialista della stampa e della politica italiana, in particolare da Il Fatto Quotidiano e Micromega – e, con loro, da Beppe Grillo e Antonio Di Pietro. Non ha tutti i torti Mulè quando scrive che si vuole delegittimare Napolitano per assimilarlo a tutti gli altri. Non credo, però, che l’obiettivo sia di consegnare il Paese nelle mani degli amici magistrati. Però è evidente che per fare del “bipolarismo muscolare” non basta il solo Berlusconi: ci vogliono gli anti-berlusconiani.

Si veda il titolo in prima pagina del 30 agosto de Il Fatto Quotidiano: sotto “Panorama spara” appare virgolettato “Napolitano insultò i pm, Di Pietro e Berlusconi”. Quindi si attribuisce l’indiscrezione al settimanale di Berlusconi (come si precisa nel sottotitolo). Ma Antonio Padellaro, intervistato da Rainews 24, ribadisce che Napolitano avrebbe dovuto rivelare prima il contenuto delle intercettazioni. Perché? Non vi era motivo per farlo, non tanto perché altrimenti sembrerebbe esserci qualcosa da nascondere (come vorrebbero i complottisti o gli aspiranti tali), ma proprio perché quelle intercettazioni erano state considerate penalmente irrilevanti. Pur prendendo le distanze da Panorama e dalla stampa di destra, anche se “siamo certi che Napolitano non abbia nulla da nascondere”, non si manca di far notare che il contenuto andava rivelato prima che si potesse giungere a questo punto – perché “i giornali fanno il loro mestiere”.

Si lancia il sasso ma si nasconde la mano. Da un lato si fa uno scoop presunto per salvare Napolitano dai ricatti; dall’altro lato si dice di aver consigliato Napolitano pur sapendo che non aveva nulla da nascondere. Ma allora il caso Napolitano è un pretesto per la solita scazzottata tra berlusconiani e anti-berlusconiani, belpietristi e travaglisti ecc., proiezione su carta stampata del “bipolarismo muscolare”? Oppure si tratta di un doppio attacco contro il capo dello Stato per delegittimare lui, poi il governo Monti, quindi attaccare burocrati e tecnici e alimentare il fuoco dell’antipolitica per prendere più voti alle prossime elezioni? O anche per non far andare a votare chi non farebbe mero voto di protesta.

In ogni caso, mi pare che il modo di porre la questione, da entrambe le parti, sia sbagliato e che non esista la materia del contendere. Lo scoop è una bufala e getta parecchia benzina sul fuoco; i consigli sono insulsi se si ritiene che il contenuto delle telefonate è irrilevante. O vorremmo forse farci dire da Napolitano cosa ne pensano lui e Monti della Bundesbank? Qualcosa si saranno pur detti a cena o al telefono. Proprio come fummo lieti di venire a sapere che Berlusconi intercettato dava della “culona inchiavabile” alla Merkel parlando con l’illustre Gianpaolo Tarantini: cosa ce ne fregava? Il problema era che Berlusconi non era in grado né di dialogare alla pari con un capo di Stato o con un suo pari estero né di dare risposta politica alla crisi economica. Questo era il vero punto della questione, non l’opinione privata del Cavaliere – che però interessava molto a Il Fatto Quotidiano, a Marco Travaglio, ai suoi lettori/fans.

Eccoci di nuovo al “bipolarismo muscolare”, orribile espressione forse di Fini o Rutelli. Senza tutto questo, di cosa si potrebbero nutrire i lettori de Il Fatto, di Libero, de Il Giornale, di Panorama? Senza queste “inchieste” o questi “scoop”, come potrebbero lavorare Cruciani, la coppia Telese-Porro, Mentana (indecente l’ultima puntata di Bersaglio mobile), Floris, Formigli, Santoro, Vespa? Pare che in Italia non ci sia politica senza televisione. E sembra che ciò debba per forza essere al livello culturale e linguistico de L’isola dei famosi. C’è solo un problema: l’Italia è in recessione, la sua situazione economica molto grave (si veda la serie storica della produzione industriale). All’estero si teme che la situazione politica rimanga incerta e instabile e, in Italia, si fa di tutto per confermarlo, con una presunta riforma elettorale oscena (proporzionale, preferenze o collegi uninominali ma di grandezza proporzionale, percentuale di lista bloccata: v. questo articolo su Teoria & Pratiche), facendo a cazzotti su una questione inesistente, delegittimando il presidente della Repubblica.

Nel 1993 Luciano Cafagna scrisse un lucido e straordinario pamphlet, La grande slavina (v. analisi del saggio) riedito da Marsilio con prefazione di Michele Salvati. Allora non c’era ancora stata la discesa in campo di Berlusconi. Nella tempesta di Tangentopoli, Cafagna notava, con gusto del paradosso, che se la classe politica era incapace di cambiare davvero allora si faceva prima a consegnare l’Italia nelle mani di Bossi, così, alla fine, si sarebbe arrivati al disastro (o forse, presumeva ironicamente, la Lega Nord sarebbe capace di governare?). Oggi le condizioni economiche, sociali, politiche e morali sono peggiori di quelle del 1993. Si potrebbe dire: si vuole consegnare il paese nelle mani di Beppe Grillo? Forse la classe politica se lo meriterebbe. Anche per evitare questo rischio si cerca di varare una legge elettorale proporzionale. Inoltre sarebbero gli italiani a votare per Beppe Grillo. Allora, come venti anni fa, si ringrazia il presunto “Salvatore della Patria” e si cade nel baratro. Forse, dopo un’esperienza simile, la classe politica e gli italiani si chiederanno se davvero la politica fa per loro o se non è meglio lasciarla ai tecnici. Del resto, una politica “muscolare” in televisione può anche esistere, per il piacere dello spettatore (non più elettore), senza più responsabilità parlamentari e di governo. Forse lo spettacolo ne guadagnerebbe.

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7 Responses to Lo “scoop” sul contenuto delle telefonate di Napolitano

  1. Davide ha detto:

    Eh no, fanciulli, a me st’articolo non m’è garbato punto. La puzza di socialdemocrazia e d’eticuccia borghese della rispettabilità si sente fin qui in Sicilia. Macché, troppo ottimista! fossero solo ste due: qua c’è pure l’altra eticuccia, quella della governabilità e, udite! udite! della responsabilità (ah, il sempreverde Weber), vale a dire —quanto mi dà noia far il serioso— etica della riproduzione dell’esistente e dei suoi bei meccanismi produttivi. Gran virata, fanciulli, e si torna al feticismo dello Stato. Gran bella mossa, davvero.

    In cuor mio, spero d’aver pigliato una cantonata. Mi perdoni l’ora se ho creduto di leggere l’articolo d’un riformistello dove non c’era.

  2. Fed ha detto:

    Toh, un (sotto?)proletario rivoluzionario! Spero sia un pezzo più pregiato del comune strillone di “Lotta comunista”, francamente deprezzato dal mercato.

  3. Davide ha detto:

    Sí, un sottoprolettico. Eh già, scuota la testa, signore, non c’è proprio niente da fare con sti poveracci che… debordano!

  4. Skraffi ha detto:

    Oh Davide, ‘omplimenti pe’ lo stile da maledetto toscanaccio al limite del montanelliano, non la dev’esser facile per un siculo…

    Devo dire che l’eticuccia della governabilità come boutade la mi piace quanto quella sempre insuperabile di Bertinotti che definiva la “governabilità un mito delle destre”.

    D’altra parte cosa c’è di più bello di andare a fondo con tutto il paese sbraitando contro chi ci governa e/o sciorinando ricette miracolose ma impraticabili.

    Brindiamo con il tuo meraviglioso cocktail di voluptas dolendi e irresponsabilità mentre la nave affonda …

  5. Davide ha detto:

    Gentilissimo Skraffi, fosse il luogo adatto, ci discuterei pure con voi, ma senza mezza pretesa di spuntarla. Dico solo banalissimamente, ma avrei preferito mantenermi faceto, che l’intrascendibilità del capitalismo è la piú brutale voliera ideologica finora concepita, dacché in definitiva è la piú totalitaria (occupando persino la categoria di possibilità, tiranneggiata e incatenata nell’alveo dell’esistente).

    Va da sé che a sbraitare contro i governi io proprio non sono solito, per la tanto semplice ragione che non possono essere giudicati al di fuori dalla loro funzione, di garanzia dell’inalterabilità dei rapporti di produzione (stato sociale come morfina dei popoli) e di amministrazione anticiclica durante le crisi del capitale.

    Sarà chiaro quindi che di ricette non ne prescrivo, simpaticissimo Skraffi, ché di mantenerla in vita, la forma-merce, proprio non m’interessa. Sull’impraticabilità d’ogni soluzione che non sia chiamare il tennico dell’aria condizionata, ricorderei ingenuamente che le condizioni sociali e economiche sono oggettivazioni storiche dell’uomo, pertanto interamente trasformabili.

    Alle insulsaggini propalate da rifondaroli e dilibertiani (immeritamente patrocinati da signori pur intelligenti come Canfora e Losurdo) gradirei infine non essere assimilato. Trasfigurare il fisiologico conflitto tra classi in baruffetta parlamentare tra «sinistra» (singolare) e «destre» (plurali, per oscura ragione) ha ormai saziato le ore d’ozio che consacro all’umorismo.

    Ma che noioso brontolio! Per fortuna da tanta gravità mi ci toglierete con qualche raffinata, vivace arguzia.

  6. […] Quest’idea può solo provenire da chi ritiene che sia la realtà a non essere adeguata alla propria unica e vera visione del mondo. La patologia giustizialista, o, si potrebbe dire “puliziesca”, contamina lo spazio politico e, in particolare, la sua parte sinistra: quella dove dovrebbero primeggiare diritti individuali e sociali e invece cercano di prevalere giudizi e accuse contro coloro che uccidono la realtà. Dove si discute non più, per esempio, su quale politica industriale in Italia, ma sul conflitto di interessi di Passera e sui dirigenti dell’Ilva, secondo oscillazioni che dipendono dalla contingenza: infatti prima si discuteva anche di Confindustria, poiché ne era presidente Emma Marcegaglia; ora che il presidente è Giorgio Squinzi, pare che l’intera istituzione sia cambiata, sia cioè più adeguata al modello di realtà pulita, grazie alla sostituzione di una persona. Allo stesso modo la domanda sulla tenuta delle istituzioni repubblicane, dopo venti anni di scorribande berlusconiane e alla prova con una grave crisi economica, politica e sociale, diventa l’accusa contro Napolitano di non voler rivelare il contenuto delle sue telefonate con Mancino (v. Lo “scoop” sul contenuto delle telefonate di Napolitano). […]

  7. Davide ha detto:

    Una risposta m’è rimasta sulle dita. Capisco bene che la vostra maggior preoccupazione, riprendendo e rivolgendo la sferzante immagine di Lukács, siano le crepe che minacciano la solidità del Grand Hotel Abisso, presso cui alloggiate. Ma lasciatemela contaminare con la metafora nautica che tritamente è stata evocata: prendo atto, divertito, che quando la fastosa nave «Abisso» è prossima ad affondare, o a interromper la crociera e toccar terra, non solo gl’illustri ospiti, ma anche la servitú piú fida va in subbuglio.

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