“La fogna della politica”, “la democrazia del broglio”. Il pulpito dell’antipolitica come fonte di verità e organo di pulizia

Che Il Fatto Quotidiano sia l’organo di stampa ufficiale di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle non è una notizia, come non sembra esserlo, a detta dei suoi sostenitori, il fuorionda di Giovanni Favia. Tuttavia alcune conseguenze meritano di essere valutate.

Il Fatto Quotidiano esce l’otto settembre con ben due editoriali a difesa del Movimento 5 Stelle; o meglio: a difesa della sua “testa”: Beppe Grillo e Gianroberto Casalegno.

Ferruccio Sansa, Democrazia del broglio, esordisce:

Chi è senza peccato scagli la prima tessera. Da destra a sinistra, tutti contenti oggi che è esploso il “caso Favia”, ma andando a pescare nel passato recente quanto a trasparenza interna trovi storie degne di “Totò e Peppino alle primarie”. Trovi partiti con più iscritti che votanti, altri che hanno tesserato novantenni inconsapevoli, perfino avversari politici.

L’argomento è quello tipico di Travaglio, metaforizzabile con frasi evangeliche come “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” o “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?”; oppure con il detto “Da che pulpito viene la predica”.

Il secondo editoriale è di Marco Travaglio, Il diavolo veste Grillo. Ecco l’esordio:

Ve l’immaginate un fuorionda di un consigliere regionale del Pdl o del Pd su B. o D’Alema che spadroneggiano nei rispettivi partiti? Non lo trasmetterebbe nessuno, per mancanza di “notizia”. Invece il fuorionda-findus del consigliere di 5 Stelle Giovanni Favia, scongelato da Piazzapulita dopo tre mesi di freezer, è la notizia del giorno.

Travaglio afferma che la notizia non esiste perché manca il “fatto”: da anni, sostiene, il Movimento 5 Stelle, “fondato cinque anni fa da Grillo e Casaleggio”, discute di problemi di democrazia interna; lo sfogo di Favia risale alla cacciata di Tavolazzi, il quale voleva che il Movimento si trasformasse in partito. Inoltre Favia è uno dei più votati e dei più brillanti esponenti del movimento.

Si potrebbe rispondere a Travaglio che dissensi all’interno del Pdl e del Pd sono emersi numerose volte in forma di interviste a sindaci e consiglieri regionali. O si potrebbe fargli notare che un esponente di un gruppo politico non meriterebbe di essere espulso solo perché sostiene una linea di minoranza: allo stesso modo il Pdl avrebbe dovuto già espellere Pisanu e il Pd Veltroni. Ma non è questo ciò di cui mi interessa discutere. Non è nemmeno necessario prendere in considerazione il tentativo, denunciato da Travaglio, di mettere il Movimento 5 Stelle sullo stesso piano degli altri partiti. E’ invece più interessante soffermarsi sulla prospettiva e sul linguaggio di questi articoli, esemplari nella lotta contro l’attuale politica.

“Da che pulpito viene la predica!” – esclama Sansa e ribatte Travaglio. L’accusa, a sua volta, non è lanciata dalla piazza dove si raduna la folla, ma da un altro pulpito, più in alto del precedente. Michele Serra ne individua il contesto, il web, nel suo editoriale su la Repubblica Quella fede incrinata:

La forza (e/o la presunzione) delle Cinque Stelle, infatti, sta soprattutto nell’idea di appartenere a una cultura mediatico-politica superiore. Nella convinzione che il web consenta di bypassare qualunque altra forma di mediazione e di comunicazione.

Il web è superiore a ogni altro media in informazione e comunicazione, non solo per la molteplicità di notizie che si possono trovare, navigando trasversalmente tra siti e blog. Questa condizione di “libertà” risulta superata dall’individuazione di “isole della verità”: sul web, e non su altri media, circolano notizie vere, fatti, laddove la verità non è data da elementi di contenuto o dalla forma degli enunciati ma innanzitutto dalla fonte.

Vi è un secondo dato di superiorità: la possibilità di aggregazione che il web consente rispetto a ogni altro media. Le interazioni personali si traducono facilmente in relazioni sociali e politiche senza più intermediari, centri di aggregazione e di opinione. Michele Serra lo spiega citando Beppe Grillo:

C’è un’idea salvifica (quasi religiosa) del web, non più e non più soltanto prodigiosa innovazione tecnologica, ma strumento di vera e propria palingenesi sociale che riesce a “mettere al centro la persona” superando (anzi “sopprimendo”, scrive Grillo) ogni precedente forma di “intermediazione economica e politica”.

La macchinosa, spesso indecente – aggiunge Serra – crisi delle vecchie forme di rappresentanza risolta da un medium che, lui sì, è finalmente il messaggio, è la Rivelazione.

Che il web sia questa sorta di superficie liscia in cui ogni persona può esprimersi allo stesso modo delle altre e dove si costruiscono relazioni equivalenti e partecipazioni dal basso, è palesemente falso. Ciò contraddice l’esistenza stessa del blog di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle, la cui esistenza in rete è del tutto dipendente dal sito personale del comico genovese.

La fonte di verità non solo non può essere alla pari con qualsiasi altra persona, ma funge da centro aggregatore di utenti ed è iniziatrice della parola, del verbo. Non esisterebbe alcuna “notizia” o “fatto”, secondo il pensiero di Travaglio, dove discorso e oggetto del discorso corrispondono alla realtà e sono verità, senza la fonte originaria: Beppe Grillo e la sua protesi, il Movimento 5 Stelle, Marco Travaglio e la sua protesi, Il Fatto Quotidiano.

Solo da quel pulpito è possibile emendare giudizi, dare valutazioni; da qui ricevono legittimazione gli adepti della parola salvifica della fonte di verità. Ne sono esempi il Passaparola di Travaglio, dove si passa la Parola, quella di Travaglio, dopo averla silenziosamente ascoltata, e i monologhi dello stesso giornalista nei programmi televisivi di Michele Santoro: sono discorsi-verità pronunciati da un pulpito gerarchicamente superiore a quello dal quale predicano politici e giornalisti comuni. Allo stesso modo Travaglio, la cui parola corrisponde sempre alla realtà ed è sempre verità, contesta politici e tecnici prestati alla politica le cui parole non corrispondono alla realtà e sono menzognere – le balle. Questo strumento politico distribuisce accuse e condanne e fa parte del processo di semplificazione che inevitabilmente il pulpito mette in moto e legittima.

Il Vero, il Giusto, il Buono sono prerogative di questa fonte. La conseguenza politica è la dicotomia netta e lacerante rispetto a coloro che occupano livelli politici e mediatici inferiori: Noi VS Loro, Buoni VS Cattivi, Giusti VS Corrotti, Vero VS Falso. Noi siamo dalla parte del vero, voi siete dalla parte del torto. Le dicotomie semplificano il quadro politico, riducono sistemi e processi politici a cose elementari. Secondo Michele Serra ciò che colpisce della “ideologia del web” è

l’idea semi-folle che un processo complicatissimo come la democrazia possa d’un tratto sustanziarsi in rete non fa paura, fa soltanto tenerezza, tanto profondo è l’equivoco tra le facoltà enormi che la rete aggiunge alla vita umana, e una sua presunta possibilità di redimere la società da ogni imperfezione.

Esplicitata la verità, articolata la perfetta e coerente assiologia di fondo, possono di conseguenza pullulare giudizi di valore su politici, giornalisti, sulla società intera, opinioni per lo più riassumibili nei motti più rozzi e grossolani, quelli che, capaci di sintesi, prevalgono negli spazi web per il commento. Grida che reclamano giustizia, verità, legalità lanciando accuse: Napolitano è stato intercettato, deve rivelare il contenuto delle sue conversazioni; i politici hanno fallito e rubato, tutti in galera; urla che invocano soluzioni immediate: abbattere l’evasione fiscale, eliminare la corruzione, cancellare ogni forma di illecito. In una sola parola “fare piazza pulita”.

Dal pulpito si incita la folla. Sansa titola il proprio editoriale “La democrazia del broglio”, Travaglio così conclude il proprio pezzo:

Se riusciranno [i partiti politici] a inventare un sistema di selezione dei candidati davvero trasparente, avranno vinto. Se no, gli sconfitti non saranno loro, ma tutti gli italiani che magari non li votano, ma neppure si rassegnano a questa fogna chiamata politica.

Dal pulpito si diffonde la verità, la parola giusta e buona, ma anche l’accusa, la condanna contro quella realtà che non corrisponde alla propria parola. Questo desiderio di voler vedere una realtà che corrisponde alla propria visione, ritenuta buona, vera e giusta, e quindi non relativa rispetto ad altre visioni ma la sola visione che si rispetti, è forse uno dei tratti più interessanti e meno sottolineati di come il pulpito ha costruito la propria identità. Sembra il cuore dell’antipolitica come sfilacciamento della tela che tiene il tessuto sociale (Politica e Antipolitica su Teoria & Pratiche). Infatti la condanna non è una proposta di riforma della realtà, intesa come ri-composizione della realtà a partire dai suoi dati: la proposta è tutta contenuta nelle strilla di folla. Il pulpito vuole la pulizia della realtà condannando coloro che la inquinano e che fanno sì che questa non corrisponda alla propria visione. Non c’è alcun paradosso: la verità informa sulla realtà, svelandola in quanto tale, senza quel velo menzognero nel quale l’avvolgono i media e i politici; la condanna accusa quella realtà, e soprattutto i suoi manipolatori, di essere così lontana e distante dalla Vera verità, dalla Vera giustizia, dalla Vera bontà.

Il pulpito è così, nello stesso tempo, “fonte di verità” e “organo di pulizia”: mandante dell’azione pulitrice della realtà, di coloro che devono “spazzare via” gli agenti inquinanti che hanno fatto sì che essa deviasse il suo corso dalla verità. Per questo si moltiplicano le voci di condanna, la fogna politica, la democrazia del broglio: non è vera politica, non è vera democrazia. Tralascio i ragionamenti su improbabili complotti (uccidere Beppe Grillo?) e irricevibili metafore (la fine di Bossi? Come nel finale de Le iene).

Luigi Manconi, nell’editoriale C’è una sinistra che fa la destra, ha centrato il problema. Il punto, infatti, non è ciò che si critica, ma sia il modo (il linguaggio) sia la prospettiva (il pulpito) dalla quale lo si critica, ciò che fa sì che il pulpito diventi nello stesso tempo fonte di verità e organo di pulizia. L’intero spazio politico ne sopporta le conseguenze. Prendendo a esempio un titolo de Il Fatto Quotidiano “In un paese di ladri” (5 aprile), Manconi scrive:

Sembra un titolo come tanti, ma è invece straordinariamente significativo del ragionamento che qui intendo fare. Innanzitutto perché la sacrosanta lotta alla corruzione diventa, con quelle cinque parole, non solo il punto di vista del quotidiano, ma anche qualcosa di simile a una “visione del mondo”. Come si fa, infatti, a definire l’Italia, ma anche solo il suo sistema politico e istituzionale come un universo di mascalzoni?

Qui non si esprime solo il qualunquismo che fa di tutta l’erba un fascio, che azzera le differenze, che livella le biografie individuali e le storie collettive; qui si manifesta, piuttosto, un’idea della società come un’unica macchina del malaffare (…). Siamo di fronte o all’idea di un’unica e sola e omogenea struttura dispotica – e va dimostrato che l’Italia attuale sia questo – o alla proiezione paranoide di una concezione autoritaria e disperata della vita sociale.

Assunto un blocco sociale, economico, politico come corrotto, ingiusto, illegale, falso, realtà inquinata, il solo mezzo per cancellarlo è spazzarlo via, fare piazza pulita:

Se viviamo in un “Paese di ladri”, – prosegue Manconi – è inevitabile che il primo e principale slogan politica coincida col grido di Giorgio Bracardi: “in galera”. Ed è conseguente, ancora, che la preoccupazione di una presunta “difesa sociale” prevalga sempre sulla tutela dei diritti individuali.

Dalla prospettiva del pulpito, da dove parlano Grillo, Travaglio, spesso Di Pietro; diffondendosi questo punto di vista nella folla, caricata dalla parola di verità e incitata a condannare e ad accusare: ogni argomento propriamente politico, come i diritti, lo Stato sociale, l’ambiente ecc., è innanzitutto preceduto da ciò che Manconi chiama “difesa sociale”: il desiderio e il bisogno di pulizia della realtà. Ciò che fa essere eroi i magistrati e che sostituisce la giustizia alla fogna politica. Manconi sostiene giustamente che questa manovra formi

un’opinione pubblica convinta che la dimensione più sordida e oscura sia quella che domina l’intera collettività e tutte le relazioni interpersonali.

Per cui

Ne deriva inevitabilmente che la grande questione dei diritti umani e delle garanzie individuali (…) risulti totalmente ignorata (…): il problema dell’Ilva sembra essere solo quello delle sanzioni nei confronti dei proprietari e dei dirigenti, e non l’enorme questione dello sviluppo sostenibile.

Di conseguenza gli argomenti classici della politica non sono più rilevanti: poiché il modo in cui si deve agire sulla realtà non è la ri-forma (nel senso di cui ho detto sopra), ma la pulizia, il messaggio del pulpito coincide per intero con quest’ultima azione, nel tentativo di trasformare un desiderio in volontà (appelli a sostegno dei magistrati, raccolta di firme contro politici ecc.), e nella convinzione che la realtà sia una, ora inquinata da sostanze nocive, per cui basta spazzare via queste sostanze per ritornare alla vera realtà ri-pulita. Ovvero: basta cambiare le persone per cambiare il mondo.

Quest’idea può solo provenire da chi ritiene che sia la realtà a non essere adeguata alla propria unica e vera visione del mondo. La patologia giustizialista, o, si potrebbe dire “puliziesca”, contamina lo spazio politico e, in particolare, la sua parte sinistra: quella dove dovrebbero primeggiare diritti individuali e sociali e invece cercano di prevalere giudizi e accuse contro coloro che negano o nascondono la verità. Dove si discute non più, per esempio, su quale politica industriale avviare in Italia, ma sul conflitto di interessi di Passera e sui dirigenti dell’Ilva, secondo oscillazioni che dipendono dalla contingenza: infatti prima si discuteva anche di Confindustria, poiché ne era presidente Emma Marcegaglia; ora che il presidente è Giorgio Squinzi, pare che l’intera istituzione sia cambiata, sia cioè più adeguata al modello di realtà pulita, grazie alla sostituzione di una persona. Allo stesso modo la domanda sulla tenuta delle istituzioni repubblicane, dopo venti anni di scorribande berlusconiane e alla prova con una grave crisi economica, politica e sociale, diventa l’accusa contro Napolitano di non voler rivelare il contenuto delle sue telefonate con Mancino (v. Lo “scoop” sul contenuto delle telefonate di Napolitano).

Gli effetti generati nello spazio politico dall’installazione di un pulpito fonte di verità e organo di pulizia non sembrano ancora emersi del tutto. Sebbene tra i suoi seguaci, adepti in religioso ascolto, vi siano sedicenti giustizieri, si può avanzare l’ipotesi che tutto ciò abbia a che fare non solo con l’inadeguatezza degli attuali gruppi politici, tra molti di destra (esponenti del Pdl e gli organi di stampa di destra, con qualche obiezione per Il Foglio e Il Tempo) che inseguono spesso i toni “pulizieschi” e molti di sinistra (Idv e Federazione della Sinistra e a volte pare anche il manifesto) che desidererebbero salire sul pulpito (il contenuto delle parentesi serve a non fare di tutta l’erba un fascio); ma pare che quanto accada sia anche il segno della lunga e dura a morire inadeguatezza della società civile italiana, divisa perennemente tra “guelfi e ghibellini” e alla ricerca di pulpiti tra chi osanna la venuta del Salvatore e chi vi lancia contro strali o vi oppone una sorta di anti-Papa.

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One Response to “La fogna della politica”, “la democrazia del broglio”. Il pulpito dell’antipolitica come fonte di verità e organo di pulizia

  1. manuel ha detto:

    bel servizio da provare, complimenti per il blog 😉 Continuo a seguirvi, aspetto con ansia nuovi aggiornamenti!!

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