Elogio di Stardi

Nel 1961 Umberto Eco ha scritto un bellissimo Elogio di Franti (pubblicato nel Diario minimo). Leggendolo, mi diventa sempre più chiaro come le cose migliori di Eco siano gli articoli da militante intellettuale (si pensi alla Fenomenologia di Mike Bongiorno o all’articolo sull’ideologia della festa) piuttosto che il risultato di lavori accademici (il rinunciabilissimo Dall’albero al labirinto), i più recenti lavori enciclopedici (sul Medioevo o sull’arte), il romanzo (l’ingiustificabile Il cimitero di Praga).

L’Elogio di Franti è una decostruzione ante-litteram di Cuore dove all’immobilità sociale, corporativa e patetica, al socialismo umanitario, ma già proto-fascista, del narratore (poco protagonista) Enrico e del padre Alberto, si oppone il Franti, o meglio il riso di Franti. In verità, confrontando la decostruzione con il Cuore, non si capisce in che modo ci sarebbe del proto-fascismo: la mediocrità del protagonista e del suo co-narratore è forse piuttosto espressione di quel tentativo di mettersi da parte diventando sempre più piccoli, affinché le grandi cose vadano per conto loro, ma rimanendo ligi al dovere – ciò che Brancati documenterà nell’importante racconto Il vecchio con gli stivali.

La filiazione di Franti con Panurge per via della risata è la cosa più lodevole dell’articolo. Leggendo Cuore dalla prospettiva di Franti, nella metà del libro in cui appare e nell’altra metà in cui ce lo si può immaginare ridacchiare dietro il padre di Coretti che saluta re Umberto, o nel giorno della consegna dei premi, si attenua la pesante contrapposizione Bene VS Male. Scrive Eco:

Ma se il Bene è solo ciò che una società riconosce come favorevole, il Male sarà soltanto ciò che si oppone a quanto una società identifica con il Bene, ed il Riso, lo strumento con cui il novatore occulto mette in dubbio ciò che una società considera come Bene, apparirà col volto del Male, mentre in realtà il ridente – o il sogghignante – altro non è che il maieuta di una diversa società possibile.

Più che interpretare, Eco usa Cuore – secondo l’opposizione Interpretazione VS Uso – per rovesciarne l’ordine morale e smascherarne l’ideologia di fondo, quella che ha impregnato gli animi borghesi dell’Italia di fine ‘800. Si muove tra le righe dei risolini e del ghigno di Franti, sospendendo il giudizio del narratore che considera inaffidabile in quanto custode o protettore dei saldi e immobili valori morali – sebbene Enrico, per la sua minorità e mediocrità, sembra piuttosto un esecutore di quest’ordine, novello poliziotto. Il riso si oppone al pianto di commozione o di gioia (la lacrimuccia quasi sacra), o all’urlo che festeggia un Bene come la famiglia, la patria, la scuola.

Ma in che modo Franti è un “maieuta di una diversa società possibile”? Paniurge – scrive Eco

si integra à rebours, ogni suo gesto appare sfasato rispetto alla norma, accetta le convenzioni (la messa) per sovvertirle dall’interno (occasione per distribuir pidocchi), intraprende discorsi ma per turlupinare l’interlocutore.

E’ dunque

qualcosa che si installa dentro a un ordine e lo mina dall’interno deformandone la fisionomia con atti di gratuita iconoclastia.

Allo stesso modo Franti (l’infame) ride e il suo riso

è qualcosa che distrugge, ed è considerato malvagità solo perché Enrico identifica il Bene all’ordine esistente e in cui si ingrassa.

In generale

chi ride deve dunque essere figlio di una situazione, accettarla in toto, quasi amarla, e quindi, da figlio infame, farle uno sberleffo.

Tuttavia il legame sociale resta debole. In particolare, posto di quale riso si tratta, non si capisce cosa c’è oltre questa demolizione. O il riso ha sola funzione distruttrice che apre la breccia per la fondazione di un diverso possibile ordine sociale – dato che sempre di ordine si tratta? Come è eccessivo dare del proto-fascista a Enrico, così lo è collegare Franti all’anarchico Gaetano Bresci.

***

Una lettura diversa, meno decostruttiva, più liberale e meno sessantottina, permette di concentrarsi su un altro personaggio. Si tratta di Stardi.

Ora, questi può sembrare parte dello schema sociale immobile di Cuore in cui i figli degli operai (e i loro padri) faticano come somari non si sa per quale obiettivo dato che la società è immobile, mentre il borghese, nella sua mediocrità, al più ha doti naturali, come il bellissimo e bravissimo Derossi. Ma Stardi è uno di coccio e che, a gran fatica, ma anche, a suo modo, con gioia, può rappresentare il personaggio che non si accontenta della sua condizione sociale e si impegna per migliorarla. Così suo padre, grosso e tozzo come il figlio, si rallegra di lui con Enrico:

Che ne dici, eh, di questa testaccia di bronzo? È una testaccia che riuscirà a qualche cosa, te lo assicuro io!

Enrico resta allibito:

io non so; non osavo scherzare con lui; non mi pareva vero che avesse solo un anno più di me.

Si confessa a suo padre, il quale gli fa notare che Stardi non gli appare buffo, sebbene fisicamente sembra esserlo, perché ha carattere e questo lo mette in soggezione: “È perché lo stimi”; o, sarebbe più corretto dire, perché tu non riusciresti punto, per quanta fatica e impegno ci possa mettere, a raggiungere i livelli che Stardi, oltrepassando i suoi limiti, raggiunge.

Stardi non è ricco, non può permettersi di comprare molti libri. Ma quelli che ha, li conserva con grande cura, e tutti i soldi che riceve li spende dal libraio (spesso lo si incontra per strada davanti a una libreria; addirittura non va a trovare il muratorino moribondo perché deve fare al meglio la descrizione del monumento a Cavour): ha così messo in piedi una piccola pregevole biblioteca, e lui, come un bibliotecario,

sempre sta attorno ai suoi libri, a spolverarli, a sfogliarli, a esaminare le legature

(descrizione che è già elogio, ma per soggezione, di Stardi).

All’inizio Stardi viene descritto da Enrico come uno stupido cocciuto:

È anche un tipo curioso il mio vicino di sinistra – Stardi, – piccolo e tozzo, senza collo, un grugnone che non parla con nessuno, e pare che capisca poco, ma sta attento al maestro senza batter palpebra, con la fronte corrugata e coi denti stretti: e se lo interrogano quando il maestro parla, la prima e la seconda volta non risponde, la terza volta tira un calcio.

Sembra un somaro. Egli siede accanto a quella faccia tosta e trista di Franti, dalla cui descrizione muove l’elogio di Eco. Ma a dicembre la forza di Stardi, la sua volontà, come si intitola il paragrafo, è paragonata alla dedizione e al sacrificio per bontà di famiglia del piccolo scrivano fiorentino (il racconto che precede). Stardi riceve una medaglia:

chi lo avrebbe mai detto, in ottobre, quando suo padre lo condusse a scuola rinfagottato in quel suo capottone verde, e disse al maestro in faccia a tutti: – Ci abbia molta pazienza perché è molto duro di comprendonio! – Tutti gli davan della testa di legno da principio. Ma egli disse: – O schiatto o riesco, – e si mise per morto a studiare, di giorno e di notte, a casa, in iscuola, a passeggio, coi denti stretti e coi pugni chiusi, paziente come un bove, ostinato come un mulo, e così, a furia di pestare, non curando le canzonature e tirando calci ai disturbatori, è passato innanzi agli altri, quel testone.

Paragonato a un animale, un bove, un mulo, più avanti a un cane da caccia, come se il narratore volesse contenerlo in un paradigma animale, inquadrarlo come bestia da soma nel suo inamovibile schema sociale, in realtà Stardi è il solo che potrebbe muovere le classi sociali, studiando e faticando, ma soprattutto indifferente a quella combriccola d’acciaio che, più della sua “cappadoccia” in cui rumina (come un cavallo) “la lezione di domani mattina”, è la società circostante. La sua volontà di ferro, del tutto individuale, gli si riconosce nell’aspetto fisico, che è dunque nello stesso tempo qualcosa di buffo ma che nello stesso tempo incute timore: il timore che qualcuno possa violare l’ordine metafisico della società. Stardi studia dappertutto

perfin nei brani di giornali e negli avvisi dei teatri, e ogni volta che ha dieci soldi si compera un libro,

andando così ben oltre la semplice lezione del giorno dopo da ruminare, come fanno tutti gli altri scolari (probabilmente anche il Derossi). Possiede in casa

dei libri di racconti, di viaggi e di poesie,

cosa che nulla ha a che vedere con la scuola. Appare di rado negli eventi mondani o nei rituali della patria, o, se vi è, sembra quasi assente, lì per costrizione, pensando piuttosto ai suoi libri e allo studio.

Che Stardi sia il solo a poter muovere qualcosa sembra riconoscerlo lo stesso Eco che, con tono canzonatorio, immagina nel primo dopoguerra uno che

sgobbone com’era, si era letto tutto Il Capitale, se non altro per puntiglio, e quindi qualcosa aveva capito.

Si potrebbe obiettare che Stardi, più che leggere, rilegge, passa di continuo sugli studi, come roso dal dubbio di non aver capito, come nella necessità di voler affermare il vero contenuto, di volerlo capire bene. Deborda completamente oltre i suoi limiti, rompe tutti gli argini:

Non capiva un’acca di aritmetica, empiva di spropositi la composizione, non riusciva a tenere a mente un periodo, e ora risolve i problemi, scrive corretto, e canta la lezione come un’arietta,

narra Enrico, che qui davvero appare invidioso di quella testa di coccio.

Non è un caso che sia proprio Stardi ad affrontare a pugni Franti. Ciò non accade perché Stardi lo ha denunciato, quanto perché Stardi rappresenta l’opposto di Franti, uno che non vuole distruggere la società, ma migliorare per sé e contribuire a una dinamica delle classi sociali riuscendo in qualcosa, movendosi dal proprio stato sociale. Lottando con onore, Stardi si prende gli elogi della gente (il classico giudice in Cuore), ma lui

si dava più pensiero del suo zaino che della sua vittoria, si mise subito a esaminare uno per uno i libri e i quaderni, se non c’era nulla di mancante o di guasto

e alla sorella dice

Andiamo presto, che ci ho un problema di quattro operazioni.

***

Franti è un distruttore e improbabile maieuta di non si sa quale ordine sociale, la Negazione che è necessaria per confermare i valori trionfanti. Come tale, la lettura che ne ha dato Eco mi sorprende per aver anticipato di sette anni il ’68.

Stardi è il solo personaggio che viola la metafisica sociale deamicisiana, intenzionato a muovere le classi sociali, a migliorare – per quanto il piccolo narratore Enrico, dall’alto della sua invidiosa mediocrità, temendo ciò, lo paragona sempre a una bestia e lo compatisce per le fatiche che ha dovuto sopportare: da par suo, è chiaramente convinto che Stardi non riuscirà nei suoi intenti, che il sistema sociale non verrà scalfito. Il socialista di ferro teme la dinamica liberale per cui l’individuo è libero nella società e questa non è al di sopra di quello.

Di fronte a quel corpo, trasparente buffo e stimabile nello stesso tempo, Enrico teme che l’operaio possa non accontentarsi di fare l’operaio, che in qualche modo cerchi di trarre il giusto e dovuto risultato dalle immani fatiche e dai sacrifici cui è costretto dalla società, tra scuola diurna o serale, lavoro e stenti. Probabilmente quello che avrebbe potuto essere un ’68 più genuinamente libertario e meno socialista.

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