Gli italiani e i libri: per una politica della cultura?

Articolo di Luciano Canova e Enzo di Giulio Sei quel che leggi. E in Italia non è un granché su Lavoce.info. Tabelle sulle percentuali di lettori in Italia divisi per età. Nel 2011 il 54,7 % degli italiani, 31 milioni 483 mila, non legge nemmeno un libro all’anno; il 45,3 % legge un libro all’anno; il 45,6 % da uno a tre libri; il 40,6 % da quattro a undici libri; il 13,8 % più di dodici libri. Tra le fasce di età giovanili (6-10, 11-14, 15-17, 18-19 anni) la punta più alta è nella seconda fascia: il 60,8 % ha letto nell’anno precedente almeno un libro non scolastico. La curva delle percentuali di persone che hanno letto più di un libro all’anno decresce con gli anni. Dopo il picco (11-14 anni), si assesta poco sopra il 50 % fino ai 25-34 anni, dopo di che cala scendendo sotto il 45 % a partire dai 60-64 anni.

La percentuale di lettori di almeno un libro non scolastico all’anno in generale oscilla tra variazioni inferiori al 10 % dal 1988 e si assesta sopra il 40 % dal 2001. Tra i giovani (tutte le fasce comprese), la percentuale di lettori che legge più di un libro all’anno è cresciuta solo dell’8 %: il valore è proporzionale ai livelli della percentuale di lettori adulti.

Si aggiunga che il 5 % dei nativi non è in grado di decifrare singole cifre o lettere e il 33 % non è in grado di scrivere o capire una breve frase; percentuali maggiori non sanno decodificare un messaggio orale.

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I dati sulla capacità di lettura degli italiani sono lo spioncino dal quale osservare la questione educativa. Si tratta di un problema strutturale e di lungo periodo, che ha le sue conseguenze sulla vita politica del Paese. Ma non può essere affrontato né con dichiarazioni d’allarme né con presunte politiche culturali. In primo luogo perché se un problema è profondo, allora va affrontato nelle radici, non potando i rami più lunghi; in secondo luogo perché non si è mai capito in cosa consisterebbero le politiche culturali o certe campagne di incentivo alla lettura promosse dal governo.

Fino a poco tempo fa circolava uno spot televisivo commissionato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali nel tempo in cui ministro era Sandro Bondi. Vi scorrono disegni animati mentre una voce over narra di un certo Tizio che si è interessato dell’oggetto muro e, tramite ricerche in biblioteca, libri, interviste, voci di corridoio, ha scoperto diverse cose sul muro, o per meglio dire diversi muri.

Tizio che medita sul muro nello spot di governo

Non so se si pensava a Tizio muratore, in una compagine di governo particolarmente sensibile più agli abusivi edilizi che ai lavoratori del settore. Di certo nessuno potrebbe essere tanto folle da effettuare una simile ricerca in biblioteca. Potrebbe essere un “divertissement”, tanto per fare, di qualche scocciatore (ce lo si immagina un novizio che si reca in biblioteca e domanda ad alta voce “avete qualcosa sui muri?”). Ho i miei dubbi che costui possa pervenire alla stessa conclusione dello spot: “più leggi, più sai leggere la realtà”. Infatti un simile spettro semantico della parola, e non dell’oggetto “muro”, Tizio potrebbe leggerlo solo in un dizionario. Non mi pare si tratti dello strumento più efficace per leggere la realtà. Almeno qui Tizio troverebbe una spiegazione più didascalica di certi termini – “muro” nella pallavolo per catacresi – e scoprirebbe che la Muraglia sono “mura”, concettualmente diverse dal proprio muro di casa o funzionalmente diverso dal Muro di Berlino.

In fondo, al di là della mancanza di muri storici, come Porta Pia (mura) o quello celebre dei Pink Floyd, perché scegliere questo particolare oggetto per propagandare l’utilità della lettura? Forse perché si tratta di una delle cose più comuni con cui abbiamo a che fare nella vita quotidiana? Forse perché è segno di barriera, di qualcosa da abbattere, come lo spot intenderebbe fare breccia nella scarsa attitudine alla lettura da parte della popolazione? Tuttavia i muri non sono fatti per essere abbattuti. Né mi pare siano oggetto di così frequente riflessione o conversazione da parte della gente, allo stesso modo di “lampadina”. Non occupa spesso i nostri pensieri perché non lo si usa o non lo si usa di frequente.

Studiosi di muri

Facendone un esempio di realtà a noi immediata in uno spot di propaganda per la lettura, si commette un errore concettuale. Perché, allora, non usare “chiave”, “porta”, “finestra”, “bicchiere d’acqua”? Purtroppo, adoperando questi stratagemmi si è più prossimi all’immagine nozionistica del sapere: esattamente quella che allontana sia dai libri sia dai tentativi disperati di leggere la realtà.

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