Sergio Luzzatto, Partigia. Riflessione su Resistenza, microstoria, conoscenza

Sergio Luzzatto, Partigia, Milano, Mondadori, pp. 300, € 19,50

L’oggetto principale del saggio Partigia di Sergio Luzzatto è la breve esperienza resistenziale di Primo Levi nella banda di Col de Joux dal 8 settembre al 13 dicembre 1943. Dentro e intorno, si dipana una fitta rete di ricostruzioni storiche locali, spesso intrecciate con eventi di rilievo. Non si tratta dunque di una ricostruzione statica, ma di un’indagine su luoghi, tempi, persone, testi, una ricerca d’archivio e un’attività di decifrazione e interpretazione di documenti, monumenti, luoghi, scritti vari. Rispetto alla Resistenza, si presenta come (p. 16)

una storia quasi ridicolmente piccola – ma che contiene – come un guscio di noce, una quantità sorprendente di materia

che tocca tutti i nodi principali di quegli eventi, mostrandoli (p. 17)

con uno zoom piuttosto che allontanandoli con un grandangolo,

nei dettagli, per farli apparire sotto una luce nuova.

Non so se, in effetti, questo saggio contribuisca a una nuova lettura di certi eventi. Una nuova lettura significa nuovi e ulteriori percorsi di ricerca su oggetti ancora da esplorare, o facendo emergere elementi non ancora adeguatamente visualizzati. Bisogna badare a non ingigantire il piccolo, mantenendo le dovute proporzioni. Sembra che il saggio di Luzzatto sia il primo a fornire la verità sull’epilogo dei due giovani partigiani caduti, Luciano Zabaldano e Fulvio Oppezzo, nonché sull’esistenza di Edilio Cagni, alias tenente Redi, alias “Sognatore Italico” (ma su quest’ultima anteprima ho dei dubbi). In quest’ultimo caso, procedendo oltre l’oggetto principale, Luzzatto lavora, più che da storico, da detective; tanto da sentire a un certo punto il dovere morale, per “giustezza storiografica” (p. 283), coerenza dell’oggetto di ricerca e delle informazioni raccolte e trascritte, di interrompere le ricerche d’archivio sulla biografia di Cagni.

Certo è che una luce nuova sembra potersi dare solo “a queste condizioni” (p. 18):

oggi, una storia della Resistenza ha senso civile unicamente come corpo a corpo. (…) Il corpo a corpo dello storico con loro. Per guardare non a santini né a mostri, ma a figure vere. E per cercare di compiere, insieme alle migliori fra queste, un nuovo passaggio di valori e di memoria.

Lo storico sembra dirci che sulla Resistenza non c’è nulla di nuovo da scoprire e raccontare. Il che non è del tutto corretto, se è vero che permane ancora il mistero dell’oro di Dongo (p. 281). Tuttavia nuove ricerche su tale oggetto possono compiersi solo scendendo nei dettagli, zoomando su una delle miriadi di circostanze, rintracciandovi nuovi fili, nuove linee. (p. 17)

A volte rischia addirittura di sembrare una storia striminzita, politicamente futile e moralmente inutile;

ma è proprio da qui che deve ripartire la ricerca storiografica disinteressata alle contrapposizioni che talora infiammano l’opinione pubblica, lo spazio mediatico e politico. Non che una tale ricerca sia priva di valore civile e morale. Luzzatto stesso lo ha dichiarato (“oggi, una storia della Resistenza ha senso civile…”). Ma di quale senso civile si tratta? Di un percorso che vorrebbe sottrarsi fin da subito alla lotta tra sacro e profano, tra i difensori della Sacralità della Resistenza e i profanatori revisionisti di questa. Innanzitutto di un percorso personale, come sottolineato già alle pp. 14-18: dello storico che intraprende un lavoro di ricerca, della persona che vive le passioni morali e civili di eventi che da sempre lo riguardano (la Resistenza e Primo Levi). In questo senso, un percorso di ricerca storica, oggettivo, si interseca continuamente con un percorso di ricerca (ovvero di vita), soggettivo. Il saggio storico diventa saggio morale: una simile ricerca non va intrapresa (p. 15)

per coltivare ossessioni, né per grattare piramidi, ma per approfondire conoscenze.

Proprio qui emerge una sola volta il termine microstoria, quando ci si pone la domanda:

Perché indugiare tanto su una storia che somigliava piuttosto a una microstoria, apparentemente così ristretta nel soggetto e nell’oggetto, nel tempo e nello spazio?

La risposta è la frase citata sopra.

Sergio Luzzatto

Al termine “microstoria” si collegano tutti i disvalori della storia: “storia quasi ridicolmente piccola”, “una storia striminzita, politicamente futile e moralmente inutile” (p. 16, 17). Ma la “microstoria” è innanzitutto l’atto dello zoomare che, come gli ingrandimenti di una mappa (v. le cartine a inizio e fine volume), segna paesini e percorsi che, se l’insieme fosse visto a una distanza maggiore, si ignorerebbero, e ai quali segue l’atto fisico della perlustrazione, del sopralluogo. Da uno zoom dall’alto, sullo schermo di un computer, allo zoom ravvicinato, dello storico alla ricerca di fonti, dati, testimoni o persone da intervistare.

Si ha spesso l’impressione, nella lettura, che così proceda il lavoro di ricerca di Luzzatto. La microstoria non reca un tratto negativo di per sé: è ricerca su di uno spazio o uno o più personaggi, in un determinato intervallo di tempo, fatti rivivere grazie ai documenti d’archivio. Qualcosa che si muove ai limiti del senso di una Storia, che diventa, a volte, quasi un’indagine giudiziaria, archeologica, erudita. L’orientamento che porta consiste nella ricostruzione di un insieme, non nell’indirizzamento secondo un grande vettore temporale, una macrocornice storica quale può essere un evento che “segna il tempo” o che “cambia un’epoca”.

Ciò che può infastidire della microstoria è proprio questo suo ingrandire i particolari, i dettagli, fino alla vita quotidiana, alla ricostruzione puntigliosa di vicende in archivio. In questo, tenta di far acquisire alla storia un indirizzo simile a quello archeologico. Ora, di fronte a un lavoro microstorico dentro la Storia della Resistenza, non si può che provare un certo disagio. Tuttavia solo una ricerca microstorica è in grado di ridare senso umano a vicende che la sacralizzazione quasi pone fuori del corso del tempo, tra la fine di un regime e l’inizio di una democrazia zoppa. Come nella celebre sequenza utopica di Novecento, alla fine della guerra, del tutto fuori del tempo.

Si possono a questo punto evidenziare due elementi propri di questa ricerca. Il primo è il metodo di studio, il pennarello con cui si tracciano i percorsi ingranditi sulla mappa, si visita il luogo, si pedinano le persone. Non è lo “stile” di Luzzatto, né bisogna confondere questo con una strategia narrativa. Troppo spesso si è rischiato di ridurre le prove, i dati, gli argomenti dei microstorici a pezze di una finzione. Rimango sempre insoddisfatto dinnanzi ad analisi dei “racconti storici”: non è negli artifici retorici che si cela la finzione, sebbene bisogna prestare attenzione al “presente storico”, che è il modo linguistico indispensabile; la finzione appare luminosa nell’organizzazione stessa del materiale, nel momento in cui lo storico decide di seguire gli avvenimenti “da dentro”, facendo come se ciò che è stato dopo non sia, recidendo quel futuro “passato”, che lo storico già conosce, evitando ogni movimento di presupposizione, cancellando il rapporto causa-effetto per stabilirsi nell’accaduto, nel già-stato come se sia qui-ora. È paradossalmente una finzione necessaria al metodo stesso dello storico, il solo modo per entrare e uscire del documento e compiere una vera e propria ricostruzione storica. In questo senso si può ben dire che non esiste alcuna realtà storica.

Mi pare che nel saggio di Luzzatto si proceda in due direzioni, secondo due fasi di ricerca. Queste fasi non corrispondono davvero ai tempi di studio; questa mia rilettura vuole solo essere un ripercorrere, pedinando, la struttura del saggio. In un primo tempo ci si cala nello spazio dell’azione, il territorio interessato dall’avventura partigiana di Primo Levi, dentro il quale si può effettuare una duplice ricognizione, storiografica e geografica. Questa fase copre un lasso di tempo breve, quale è la durata dell’avventura partigiana del grande scrittore. La scoperta e l’arresto dei componenti della banda conduce necessariamente a una seconda fase: disperdendosi i protagonisti, deflagra l’insieme chiuso, diventa necessario seguire i personaggi, i loro percorsi fino al punto in cui conviene, secondo “giustezza storiografica”. Non si tratta solo dei percorsi di vita, per es. la deportazione degli ebrei, ma anche di percorsi di dettaglio, come la pistola posseduta da Primo Levi, o percorsi di memoria, come il ricordo monumentale conferito ai due giovani partigiani, uccisi dai loro stessi compagni con “metodo sovietico” e, alla fine della guerra, glorificati come martiri del fascismo.

Sono numerosi i nodi della materia storica che vengono in questo modo attraversati: la differenza, all’arresto, tra essere considerato disertore e nemico o ebreo innocuo, il dettaglio di un’arma posseduta che avrebbe potuto cambiare la direzione di un percorso di vita, la documentazione facile per ottenere il riconoscimento di “partigiano”, l’amnistia generale, i monumenti al ricordo. La figura di Edilio Cagni taglia in trasversale le due fasi: è lui tra gli autori dello scompaginamento della coerenza del luogo, nonché protagonista di uno dei più interessanti e curiosi percorsi di vita che intreccia vicende da spy story – l’uscita facile dal carcere, la ricostruzione di un movimento fascista, il lavoro per i Servizi Segreti americani, un probabile ruolo nel nascondere l’oro di Dongo.

Il secondo elemento riguarda la condizione di chi si trova dalla parte dei destinatari. Una volta riannodati dei fili sparsi, più o meno conosciuti, ricostruite delle vicende secondo una coerente ricerca, sistematica e valida, si sono acquisite o approfondite nuove conoscenze ed è impossibile ignorarle. Al destinatario non si chiede di conoscere ogni dettaglio, ma di comprendere il senso dell’insieme. Questo è il punto più delicato, in cui certamente entrano in gioco la morale dell’autore, il saggio civile, l’etica della lettura.

Primo Levi

La conoscenza del nuovo o del riannodato (che non è il già-detto) deve essere posta come principio. Essa rompe fin da subito due interdetti: quella della Storia Sacra e quella della Memoria Personale, la Resistenza come mito fuori del tempo e il segreto di un grande scrittore, di un’elevata coscienza morale come Primo Levi. Ma la conoscenza deve essere posta come primo punto perché questo è lo scopo di un qualsiasi percorso di ricerca, di una ricerca storica, soprattutto di una ricerca microstorica – la quale è in grado di sconfinare nei tragitti giudiziari, nei sopralluoghi geografici, nella ricostruzione archeologica, senza però venire meno alla sua “giustezza storiografica”.

In questo senso sbaglia chi attacca Partigia in quanto opera revisionista o che fa sembrare grande qualcosa di piccolo. In questo modo non si fa altro che opporre la “storia ridicolmente piccola” alla Grande Storia della Resistenza, che andrebbe sottratta al lavoro storico e imbalsamata nel Museo della Memoria.

Ma sbaglia anche colui che colloca Partigia accanto ad altri saggi che hanno ben altri intenti di conoscere, ricercare, accostando il lavoro di Luzzatto a quelli che mostrano il dente avvelenato. Cacciandosi nel campo dello scontro assiologico tra i guardiani del sacro e i profanatori non si fa più storia, s’imbrattano di inchiostro i giornali.

E sbaglia anche chi confonde la memoria con la storia (Gad Lerner) sostenendo l’esistenza quasi di un tabù di natura pressoché religiosa, che non un appassionarsi, bensì solo un accanimento, un’ossessione, quasi una perversione, desidererebbero squarciare. Non esistono limiti della memoria che lo storico, equipaggiato di valori morali, non possa oltrepassare. La conoscenza è l’obiettivo di qualunque percorso di ricerca.

Bisogna uscire da questi steccati ideologici. Un lavoro storico serio non deve essere né ispirato da un puntiglio ideologico né appoggiarsi o schierarsi con una delle squadre che si contendono l’opinione pubblica. C’è molta presunzione e superficialità in coloro che alimentano lo scontro tra i guardiani della Resistenza e i profanatori del tempio, non molta meno idiozia degli imbrattatori di monumenti storici alla memoria. Bisogna porre come primo punto la conoscenza, la curiosità di indagare, la voglia di approfondire, di scendere sempre più nei particolari, nei dettagli, senza verità pre-ordinate, pre-acquisite, la ricerca stessa come valore di un percorso di ricerca.

Questa conoscenza, una volta trovata e dispiegata, non può più essere bandita: essa possiede un valore al di fuori degli schemi assiologici in campo perché sudata, combattuta, non senza rischi e pentimenti. Lo studio non è una facile camminata in linea retta e per giunta su di una strada asfaltata. Punti di tormento, quasi di rottura, di riflessione, di emozione, di amarezza ricorrono nel libro, nei corpo a corpo dello storico con gli eventi e i personaggi di cui racconta, in un percorso che intreccia continuamente oggettivo e soggettivo. Così il saggio morale alimenta il saggio storico e spinge a conoscere, a ricercare. Come nell’incontro con i nipoti di Luciano Zabaldano, o presso l’avvocato reduce della partigianeria con Primo Levi, o durante il sopralluogo a Col de Joux. Non si può dimenticare il valore civile di questi momenti, e come questo valore civile alimenti la ricerca storica, la indirizzi, quasi divenendo suo soggetto conduttore.

Si possono individuare numerosi difetti dell’opera: un eccesso di dettagli in certi passaggi, un approfondimento eccessivo di particolari in altri, l’uso dell’immaginazione per individuare possibili soluzioni di un qualcosa su cui i documenti tacciono. Difetti, dunque, anche microstorici. Forse, però, il difetto più grande è credere che quest’opera possa contribuire alla riflessione delle giovani generazioni, spesso indifferenti alla Resistenza, o che fanno di questa una Cosa Sacra, più a parole che meditando. Se si oltrepassa, infatti, la banale dicotomia pubblica, ci si trova dinnanzi a qualcosa di più complesso e localizzato: delle scelte di vita, delle occasioni o delle costrizioni, dei casi.

La “giustezza storiografica” andrebbe intesa in un senso critico della morale, come ciò che è giusto raccontare e, innanzitutto, ricercare. Anche quando, come nel caso di Luzzatto, sembra muovere da qualche traccia disseminata nelle opere di Primo Levi, rischiando, all’inizio e in certi altri punti, di ridurre l’impresa a una critica “verosimilista” dell’opera letteraria, cioè fondata sulla verifica del narrato con ciò che “realmente è stato, è accaduto”. Ciò che è giusto, allora, non è semplicemente un racconto, una chiave dello stile individuale. Si dovrebbe aggiungere: “ciò che è giusto nei limiti e nella condizione della ragione”; dunque ciò che è giusto conoscere, sapere. Non per farsi portabandiera di un’ideologia, magari manipolando o amplificando l’oggetto di studio, ma per un senso veramente civile e morale del percorso di ricerca – dunque, del percorso di vita.

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