Benedetto Croce e il racconto erudita

O si fa della scienza, dunque, o si fa dell’arte. Sempre che si assuma il particolare sotto il generale si fa della scienza; sempre che si rappresenti il particolare come tale, si fa dell’arte. Ma noi abbiam visto che la storiografia non elabora concetti, e riproduce il particolare nella sua concretezza; e perciò le abbiamo negato i caratteri della scienza. È dunque facile conseguenza, è un sillogismo in tutta regola, il concludere; che se la storia non è scienza, dev’essere arte.

(Croce, Il concetto della storia nelle sue relazioni col concetto dell’arte).

Benedetto Croce

Che cos’è il racconto erudita? Si può dire in generale che è la forma letteraria dello storico antiquario, per lo più un perdigiorno che si occupa di cronache municipali. Intreccia la forma del racconto di finzione e il contenuto del saggio storico. Le componenti possono sostituirsi: la documentazione, spesso cavillosa, è nello stile dello storico, mentre certe sintesi di interi scartafacci possono risultare al limite della fiction. Tuttavia, se vi è intreccio, si tratta sempre di un incontro esasperato: il racconto è di maniera, narrato in stile tra la bella lettera e il burocratico; la cronaca è archivio puntiglioso.

Benedetto Croce è forse il massimo esponente italiano di questo genere. Ci si immagina il giovane Croce, curioso di uomini, fatti e date, immerso in ricerche bibliografiche e archivistiche, ammucchiando memorie, opuscoli, articoli che lo hanno lasciato con la testa piena di aneddoti e notizie. Entro il 1908 pubblicò la Storia del Regno di Napoli, La rivoluzione napoletana del 1799, I teatri di Napoli; più avanti, tra le altre cose, Storie e leggende napoletane (1919). Del primo periodo fanno parte la maggior parte dei racconti eruditi pubblicati di recente da Giuseppe Galasso in Un paradiso abitato da diavoli. Ma alcuni di questi racconti sono stati scritti dopo il 1908. Uno, su Maria Bashkirsteff, perfino nel 1950. Si può dunque ben dire che Croce non abbia mai smesso di scrivere racconti eruditi; anzi, si potrebbe sostenere che il racconto erudita sia stato il suo modo di fare letteratura, in uno stile a volte pesante, in altri casi piacevole, financo autoironico.

Ecco un brano tratto dal Monsignor Perrelli nella storia (1893) – e presente nella raccolta curata da Galasso:

[Alfonso Perrelli] Era pronipote ex fratre di monsignor Filippo. Il consigliere Francesco Antonio Perrelli, duca di Monasterace, ebbe, figliuolo primogenito, Domenico, il quale verseggiò arcadicamente e drammatizzò metastasianamente sotto nome di ‘Frondesio Marateo’. Di lui conosco, tra le altre cose, alcuni melodrammi, stampati nel 1777, e un volume di Opere, anche teatrali, pubblicati in Napoli presso il Raimondi nel 1789. (p. 178)

Questo brano non può appartenere né al racconto di finzione né al saggio storico. Se si trattasse di finzione, potrebbe trovarsi in un racconto di Borges, altro autore di spicco del genere erudita, o in quella letteratura italiana laterale, della linea Tommaseo-Imbriani, o ancora più minore, nella rubrica dei mattoidi italiani (vedi Paolo Albani, I mattoidi italiani, Quodlibet, 2012). Lo stile è aulico (“era pronipote ex fratre”), abbondano i particolari (“Francesco Antonio Perrelli, duca di Monasterace”, “pubblica in Napoli presso il Raimondi nel 1789”); in più, nella vivificazione del fatto antico, a volte la presenza di certi personaggi, o il luogo dell’accaduto, contano più della sua narrazione. Rispetto al saggio storico il tema particolare e la discesa nei dettagli, che, come vedremo, caratterizza il racconto erudita, richiede spesso l’enunciato in prima persona (“di lui conosco”), enfatizza il dato conoscitivo (“tra le altre cose”), per lo più libresco, secondo un inciso ricorrente, che in Borges è spesso accompagnato da un’iperbole fantastica (aggettivi come “remoto” o “ignoto”, composto avverbiale come “mai più”).

Dal duplice confronto emerge l’importanza del soggetto scrivente, che si pone in prima persona. Il racconto erudita è nel più malaugurato caso puro sfoggio di erudizione, racconto manierato, grandinata archivistica. L’erudita sottolinea la sua presenza, anche con prese di distanza dal lettore (come con gli incisi di cui sopra), in quanto direttore della messa in scena della curiosità che lui ha scoperto e rivivifica. Indica l’opera, d’arte o non d’arte, la commenta minuziosamente, quasi che bastasse osservare il suo indice per esserne edotti (l’indice che spesso accompagna Philippe Daverio nel suo prezioso vagabondare culturale nel piccolo schermo).

Spesso all’origine di un racconto erudita non vi è un programma di ricerca ma una quisquilia. L’incipit de Il tavolino dell’impiccato (1902) è un litigio tra due impiegati cui Croce assiste nell’Archivio di Stato. Oggetto della disputa è un tavolino appartenuto a don Dima Ciappa, che si dice porti fortuna e di cui entrambi gli impiegati vogliono impadronirsi. Udito il nome, e la ragione della sua condanna a morte per impiccagione, Croce scrive:

Mi ricordai allora di avere tra i miei libri un opuscolo acquistato su un muricciolo e che non avevo ancora letto, contenente appunto la requisitoria contro il Ciappa. (p. 169)

Segue il titolo per intero e il nome della stamperia. Leggendolo, Croce non lesina considerazioni generali, del tutto inadeguate a un saggio storico (si vedano le riflessioni di Paolo Rossi in Storia e filosofia: saggi sulla storiografia filosofica):

Storia edificante, in verità; colorita con sfoggiata eloquenza e adorna di citazioni filosofiche dal Procuratore generale. (pp. 169-170)

La ricostruzione della curiositas funge comunque da incipit. Può trattarsi di un detto, di un ricordo, di un opuscolo, magari di recente riedito, di una parola, di un canto popolare, di una composizione di secondo rango di un importante poeta, di una fotografia, di un edificio storico. Come detto, l’occasione che fa nascere il racconto può essere casuale (è questa l’origine anche del racconto erudita sui due Perrelli). Del resto l’erudita è sistematico nella conoscenza bibliografica e archivistica del suo oggetto: si è erudita sempre di uno o pochi oggetti – in questo, è chiaramente imparentato con il collezionista, essendo lui stesso un bibliofilo; ma, all’interno di questo ambito, l’erudita non ha scopo, almeno non sembra averne uno, se non il perdersi nella minuzia, nel dettaglio, nel particolare. L’incipit de Una passeggiata per la Napoli spagnuola (1917, ma ricomposto a partire da due testi del 1894 e del 1895) è esemplare:

Per me che soglio andare volentieri in giro guardando e fantasticando per le vecchie vie di Napoli ed entrare nelle sue chiese e leggere le scritte delle tombe e contemplare tutti gli altri svariati monumenti della città, è un singolare piacere ritrovare le vestigia, che rimangono qua e là ancora impresse, del popolo straniero che così a lungo convisse con noi, e quasi udir rimormorare dalle pietre la storia, che ho di sopra narrata. (p. 28)

Diversamente dallo storico, che segue un percorso di ricerca e lungo tale tracciato cerca informazioni, l’erudita passeggia mosso dalla curiosità per fatti, persone, date di un palazzo, di un vicolo, di un quartiere. Non sfoltisce il taccuino da informazioni secondarie raccolte, ma lo infarcisce di aneddoti e particolari che è in grado di riesumare e mettere in scena. Non si accontenta di note filologiche, ricerca anche detti, leggende, proverbi. Mescola cultura dotta (alta) e cultura popolare (bassa).

Benedetto Croce, Un paradiso abitato da diavoli, a cura di Giuseppe Galasso, Milano, Adelphi, 2006, pp. 315

Il racconto erudita è dunque di stile barocco. Quello di Croce ricorda il barocco napoletano e anche certe architetture liberty (se ne incontrano spesso in alcune città del Meridione, soprattutto Bari). Del resto la storia antiquaria è il trionfo dell’atto raffinato che tenta di rappresentare il passato, come è accaduto nel cinema con La regina delle piramidi (1955) di Howard Hawks o con Teodora, imperatrice di Bisanzio (1954) di Riccardo Freda. Si pensi anche a certa pittura accademica dell’Ottocento italiano.

Tuttavia, il racconto erudita ha un dato in più del film raffinato o della tela accademica: la presenza verbale del narratore, il tempo presente del racconto, dichiarato, rispetto al tempo passato della storia. Per questo non si tratta solo di rappresentazione, bensì, più intensamente, di rivivificazione. Nel leggere questi racconti, bisogna badare più ai fronzoli e alle minuzie, a ciò che apparirebbe superficiale in un saggio storico, piuttosto che al “fatto”. Non sono solo tratti artistici o d’archivio. L’erudita osserva il fatto storico farcito di linguaggi (talvolta linguacciuti), espressioni del volto, gesti, colori e vestiti della tradizione, oggetti vari, dalla reliquia al cibo allo stemma (si sa che Croce era appassionato di araldica). Ci fa da cicerone, profondo conoscitore di ogni viuzza e narratore di molteplici circostanze, che sembrano non rivivere, ma rivivificare nello spazio, appartenenti a un altro tempo che rende, ormai, quegli eventi impresentabili (non più presenti). E’ la veste del fantasma, colui che è rappresentabile ma non presentabile. I fantasmi esistono nel fatto storico, nella commistione di elementi dotti e popolari, non nel luogo dove l’erudita ci guida. È la morale della famosa storia di Palazzo Sansevero, e il racconto sui seggi di Napoli (1920), dove, per esempio, si rammenta:

E chi ora faccia un giretto per la città a riconoscere i luoghi degli antichi sedili, trova al posto di questo di Porto l’albergo che fu collocato nelle nuove fabbriche, l’Hotel de Genève, di cui fu già proprietario e direttore il letterato Marc Monnier; al posto del seggio del Nido, una casa di quattro piani, con entrata nel vico Donna Romita, n. 20, con quattro botteghe, una di statue sacre, una di pompe funebri, una terza di pasticceria e la quarta di farmacia; (…). (p. 118)

Oppure si prenda il racconto sul palazzo Cellamare a Chiaia (1891), che è il luogo della messa in scena dei personaggi che ivi hanno dimorato.

Se l’oggetto del racconto appare spesso verbale, la passeggiata avviene in archivio. Da un detto su Napoli e i suoi abitanti, si ricerca tutta una storia di dispute nel tempo; se si tratta invece di una parola, in particolare di un termine che ha goduto di ampia fortuna e risonanza, come lazzaro, o se si tratta anche di canti popolari, di un carme satirico di Leopardi, la cornice è quella della storia antiquaria, del lavoro erudita in archivio, e dentro vi si può riportare qualche storia, pur piacevole e avvincente, come quella di Nicola Fasulo ne I “lazzari” negli avvenimenti del 1799 (1935). Oppure l’oggetto verbale può consistere in un opuscolo la cui recensione si trasforma in rivivificazione tutta narrativa, dentro la quale s’innestano tratti eruditi: la curiositas attrae lo studioso e muove al racconto sulle Scene di vita dei soldati spagnuoli a Napoli (1926):

Senza dire che esse [le autobiografie di soldati spagnoli] si leggono con molta curiosità già per sé stesse, per la varia e avventurosa vita che descrivono, su e giù pel Mediterraneo, tra il mondo cristiano e il mondo maomettano, e anzi nel miscuglio di quei due mondi. (p. 49)

In altre circostanze la messa in scena del passato si focalizza più sui personaggi, che hanno preso parte all’evento, che sulla narrazione degli eventi, come nel racconto sul Palazzo Cellamare a Chiaia. Qui la descrizione prevale sulla narrazione; ma, a ben vedere, questo è carattere proprio dell’aneddoto, come nel racconto su Nicola Fasulo quando questi, catturato dai lazzari, diventa loro giullare facendoli divertire, si colloca al centro della scena e si prende gioco dell’ignoranza di quelli, fornendo nomi di persone morte o già esuli accusati di giacobinismo.

Questo criterio risponde anche al piacere della digressione, per cui accade che l’erudita, invece di limitarsi a una nota o a una sintetica citazione, estrapola interi brani di cui magari importano poche parole, secondo un atteggiamento che mi pare appartenere anche allo stile di certe conferenze di Umberto Eco (autore anche lui di racconti eruditi). Apoteosi dell’ipotiposi (di cui Eco ha tessuto l’elogio). Sempre per il gusto del superfluo e del fronzolo, che, nei casi più vivaci, può diventare anche forma stravagante, bizzarra. L’aneddoto, del resto, è sempre piccola deviazione da un percorso centrale, magari edificante o metaforizzante, ma pur sempre forma deviante e derivata. Non a caso può diventare, laddove autonoma, reputato sfoggio di erudizione, o, nei casi più conviviali, barzelletta.

Il tratto peculiare del racconto erudita potrebbe essere quello di mettere in scena l’aneddoto, di costruire racconti concatenando aneddoti, scendendo, fin dove è possibile, sempre più nel particolare, seguendo la potenza della curiositas. L’antiquario ha grandi difficoltà a decidere cosa deve stare in primo piano negli scaffali, a meno che non ha già in testa il progetto di una Wunderkammer; per lui quasi tutti gli elementi che possiede, come su una bancarella di libri, si collocano sul medesimo piano, chi sopra e chi sotto, in un ordine ogni volta nuovo, forse casuale, e ancora modificabile. Da antiquario, l’erudita sfoggia la propria ricostruzione, infarcita di minuzie, dunque precisissima nelle date, nei nomi, nei luoghi, ma anche nel riportare i detti popolari: ricostruisce da un personaggio un intero albero genealogico, soffermandosi sulla partecipazione di qualche rampollo ad eventi di portata storica; oppure elargisce piccoli ma significativi gesti, come quando rammenta l’antico nome di una via, altrimenti ignota ai suoi ascoltatori.

L’erudita rivivifica i fatti dell’archivio senza rimetterli in vita, li resuscita quali fantasmi che dimorano racconti, per il piacere della conoscenza per la conoscenza, il piacere dell’erudita. Francamente, lo si potrebbe dire, conta più la passeggiata archivistico-bibliotecaria che la stesura del racconto. Dare forma scritta alle curiosità, lui lo sa, significa rivolgersi a ben pochi lettori. Ma forse è il solo modo con il quale lui stesso può riprendere vita, venir fuori da una raccolta di morti, differenziarsi dal becchino.

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One Response to Benedetto Croce e il racconto erudita

  1. Davide ha detto:

    Erudit«a»?

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