L’esperto come intellettuale, come scienziato e come politico

L’esperto come intellettuale: un novello engagé?

L’intellettuale può dirsi soddisfatto quando si sente il bisogno di conoscere la sua opinione su di un qualche fenomeno. Bisognerebbe distinguere tra l’esperto e la tradizionale figura dell’engagé: il primo è, per esempio, il docente della disciplina “A” di cui si desidera conoscere il parere circa un fenomeno inscrivibile nel suo campo di studi, o sul quale ha delle pubblicazioni; il secondo può di solito identificarsi con il maitre à penser, il quale non si limita ad analizzare il fenomeno, o meglio ancora non lo analizza affatto, bensì snocciola guidizi di valore.

Questa distinzione non è esaustiva:

  • L’esperto non è solo un docente universitario. Il parere di un docente universitario non è verità oggettiva, ma dovrebbe comportare un contenuto meglio argomentato di quanto possa un non esperto. Brunetta è (era) un docente universitario, ma il suo parere sull’Imu non vede affatto concordi la gran parte degli economisti. L’esperto può essere definito “colui che ha esperienza, e pertanto è competente, in un determinato campo”. Ma, considerando Carlo Petrini un esperto di questioni riguardanti la coltivazione, ci si imbatterebbe in una nutrita contestazione scientifica (vedi il recente e ottimo Le bugie nel carrello di Dario Bressanini).
  • L’intellettuale engagé è una caratteristica storica del secondo Novecento (vedi il recente Dimenticare Pasolini. Intellettuali e impegno nell’Italia contemporanea di Pierpaolo Antonello). Questa figura va analizzata in una determinata epoca storica, di riviste e battaglie culturali, spesso con scarsa presa del reale (per esempio, molte discussioni intorno all’operaismo e alla neoavanguardia).

Dario Bressanini, Le bugie nel carrello

Quando ci si imbatte nell’intervista a X su un argomento B, o si è davanti all’articolo di X su B, bisognerebbe sempre chiedersi:

  • “perché dovrei leggere il parere di X su questo argomento?”

Basterebbe questa domanda per scartare numerosi articoli o editoriali che ogni giorno vengono pubblicati sulle gazzette o in internet. Non è dunque

  • “qual è la cornice?”

la sola domanda che converrebbe porsi, se ci si attenesse al manuale del critico-critico (per es. alla lezione di Chomsky); in effetti questa domanda non sembra aver prodotto buoni risultati: l’interrogativo sorge confrontandosi con un articolo su un quotidiano della parte politica nemica o navigando in internet? La questione della cornice rimanda a un qualche contesto quando, invece, converrebbe porsi delle domande sul testo.

  • “Cosa vuole costui?”

a me pare l’interrogativo più sensato, come quando suona il campanello o il telefonino squilla e sul display appare un numero sconosciuto. Si tratta di un interrogativo scettico, e per questo non può che fare bene. Dinnanzi a un esperto che dà la sua opinione su un argomento si può rispondere:

  • “Oh, finalmente qualcuno che può dire la sua su una questione così spinosa!”;

oppure:

  • “Grazie, non mi interessa”.

Tra stampa e web, esperti e novelli engagés dispongono di numerosi spazi per poter fabbricare opinioni. Di solito l’esperto si contraddistingue da un asterisco sul cognome che rimanda a fine articolo dove viene enunciata la sua qualifica, oppure sul titolo dell’intervento, che rimanda all’occasione della sua prima enunciazione, della sua pubblicazione, al libro dal quale sono stati estrapolati dei brani.

L’esperto è persona distinta e corretta non interviene se non quando lo ritiene strettamente necessario: per es. perché qualcuno l’ha sparata grossa, o perché ritiene di poter proporre qualcosa di pubblica utilità, o perché il dibattito è di grande importanza.

Il novello engagé, invece, desidera intervenire sempre. Per questo si traveste da giornalista, opinionista, scrittore, attore, sociologo, filosofo, pubblico cittadino. Assomiglia a quel tale che talvolta si incontra in treno o sull’autobus, con il quale capita, per sbaglio, di scambiare qualche parola, e ci si accorge ben presto che a quello importa solo parlare, non ascoltare, e che non riesce a rimanere su un argomento per più di due minuti, trasvolando con rapidità inaudita a un problema che si troverebbe dalla parte opposta in un fittizio mondo di idee logicamente concatenate. Chi non vorrebbe scendere alla fermata successiva, pur distante chilometri dalla propria, per liberarsi di questa disgrazia?

Pierpaolo Antonello, Dimenticare Pasolini

Oggi i novelli engagés si sono orribilmente moltiplicati a causa di internet e del suo abuso. Dal medico fai-da-te all’economista che possiede il metodo per uscire dalla crisi, non c’è campo (non c’è scampo!) in cui non si possa diventare dei falsi esperti in cinque minuti. I ruoli si confondono:

  • l’esperto, vedendo invaso il proprio campo, non cerca di affermare la propria egemonia facendo comprendere agli engagés che è necessario studiare prima di poter munirsi di guidizi di valore, ma a volte preferisce invadere i campi altrui, trasformarsi a sua volta in engagé;
  • in altre circostanze l’esperto sobilla l’engagé a intervenire, o assecondando una sua personale credenza (“l’intelligenza collettiva”), o nostalgico di tempi in cui si voleva combattere la guerriglia semiologica (il desiderio del ’68).

Accade che l’esperto dei fenomeni X esprima opinioni sui fenomeni Y su un quotidiano, su un sito, sul suo blog personale, pur non sapendone un accidente. Si prenda il caso dell’economia: chi è rimasto fuori dal gioco di provetti professori che impartiscono lezioni da novelli Keynes o giudicano dal loro tribunale morale il “pensiero unico” degli economisti, da buoni umanisti o marxisteggiando? Si sostiene:

  • “è necessaria la filosofia per comprendere i nostri tempi di crisi”;

ma, a parte che “crisi” è un fenomeno temporale piuttosto consueto (è facile trovare della “crisi” dappertutto), ben vengano i filosofi, purché studino l’economia.

Ecco, invece, la parola magica per poter parlare di tutto: critica. “Critica di X”, “Critica di Y”. Ma prima di fare della critica – poniamo – dell’economia politica, bisognerebbe fare dell’economia politica. Marx ha studiato sodo l’economia politica prima di fare la critica dell’economia politica. Perché nessuno vuole diventare in questo senso marxista?

È facile individuare i luoghi di produzione dei nuovi intellettuali. Prima di tutto i festival delle filosofie e delle letterature, poi i salotti televisivi, quindi la carta stampata. Nessuno avrebbe voglia di ascoltare un esperto parlare dell’analisi fenomenologica in Husserl o delle geografie letterarie delle riviste italiane nel primo XX secolo; quello stesso esperto terrà una conferenza su un tema d’attualità “scottante” come

  • “il corpo in vendita e il femminicidio”

o su un tema classico e del tutto fasullo come

  • “dove va la letteratura italiana?”

riscuotendo un successo tale da indurlo ad accettare la rubrica sul quotidiano, il blog personale sul sito di informazione culturale, poi a modificare il contenuto dei suoi insegnamenti universitari e a dedicarsi a simili pubblicazioni, grazie alle quali giungeranno proposte per convegni, nuovi appuntamenti televisivi e festivalieri. L’università sforna opinion leaders, leaders di opinioni sul nulla, che però possono in questo modo avere una fulminea carriera.

I novelli engagés meriterebbero un’attenta analisi, non del contenuto delle loro opinioni ma della loro funzione istituzionale. È interessante notare come non esistano rapporti di forze in questo quadro: il docente universitario engagé, per quanto disprezzato, attira finanziamenti e nuovi iscritti. Qualsiasi dibattito nasca sulla stampa e nel web (tra i più recenti: “New Italian Epic”, lo scrittore e il suo ruolo nella società, il “new realism”) è stucchevole caricatura letteraria. Non c’è ragione valida per cui si dovrebbe ascoltare o leggere un intellettuale opinare su un qualsiasi fenomeno. Non c’è ragione valida per cui l’ennesima raccolta di firme “per salvare l’Italia” debba riportare in prima pagina (o in home page) le adesioni di personaggi famosi. O meglio: la sola ragione valida è proprio in quel nome.

L’esperto come scienziato

Nei Saggi scettici di Bertrand Russell si trovano delle considerazioni interessanti sull’esperto. La proposta avanzata nel primo saggio, Sul valore dello scetticismo, è la seguente (p. 3):

  • “sarebbe opportuno non prestar fede a una proposizione fino a quando non vi sia un fondato motivo per supporla vera”.

Ciò presuppone che si sia in grado di ridurre un insieme di enunciazioni (argomento, proposta, protesta, lamentela ecc.) in una proposizione. In più, ci si chiede, come averne fondata ragione?

Più avanti (pp. 4-5), Russell avanza 3 suggerimenti scettici:

  • (1) quando gli esperti concordano nell’affermare una cosa, l’opinione opposta non può essere ritenuta certa;
  • (2) quando gli esperti non sono d’accordo, nessuna opinione può essere considerata certa;
  • (3) quando gli esperti affermano che non esiste motivo sufficiente per un’opinione positiva, bisogna sospenderne il giudizio nella sede che è di competenza dell’esperto.

Bertrand Russell Saggi scettici

Ecco di nuovo il problema enunciato all’inizio:

  • Questi suggerimenti presuppongono che si sia in grado di riconoscere gli esperti.

Si può definire un esperto

  • Un soggetto qualificato a prendere parola su di un certo argomento.

La qualifica proviene da un’istituzione solidamente certificata, funzionante secondo procedure le più consolidate e oggettive che l’istituzione stessa si possa dare. È il caso della comunità scientifica nelle sue effettive espressioni.

Rispetto a quel che dicono questi esperti, gli scienziati, è facile individuare i seguenti casi:

  • di (1) ne è un esempio il caso Vannoni;
  • di (2) ne è un esempio la costruzione della Tav in Val di Susa: gli esperti non concordano circa gli effettivi benefici economici e di velocizzazione dei trasporti su rotaia che recherebbe il progetto, in rapporto ai tempi e ai costi di realizzazione, e circa le conseguenze sull’impatto ambientale;
  • di (3) ne è un esempio il caso del terremoto. Di questo fenomeno, le leggi di evoluzione esistono ma non si conoscono. Pertanto un’evacuazione preventiva è ad arbitrio della pubblica sicurezza: è solo in questo ambito che la scelta di una simile procedura può essere oggetto di valutazione.

Conviene aggiungere due note a questi consigli scettici.

  • (A) Lo scetticismo che Russell intende suffragare non è una forma di pirronismo: ne consegue che l’uomo comune sa benissimo di non poter giudicare pienamente dell’affermazione dell’esperto, ovvero di non possedere gli strumenti necessari, adeguati e coerenti per una sua verifica. Non si vive quotidianamente in condizioni di sperimentazione e di controprova.
  • (B) La nota precedente ha una conseguenza: l’uomo comune non presta fiducia nell’affermazione dell’esperto: egli sa che l’esperto ha prove e ragioni per fare una certa affermazione. Non esiste la “fede nella scienza”: questa è un’espressione falsa, buona solo negli ambienti dei baciapile. Non si presta fiducia nell’esperto in quanto scienziato, bensì si può solo avere consapevolezza, acquisita per studio e personali conoscenze, che il mondo è leggibile in linguaggio matematico.

Si potrebbe interpretare questo scetticismo come una sfiducia nei confronti della conoscenza critica che una collettività può apprendere in una determinata circostanza, o come una vecchia proposta rispetto ai mezzi tecnologici che permettono a una collettività, o a un singolo individuo, di poter apprendere una simile conoscenza. Ma una “scienza fai-da-te” non è equivalente alla scienza vera, allo stesso modo in cui la divulgazione più o meno scientifica è cosa differente dall’articolo scientifico o in generale accademico. Altrimenti devo sospettare che anni da spettatore di Superquark mi hanno reso, a mia insaputa, uno scienziato.

Questa non è sfiducia nei confronti delle conoscenze che una collettività o un singolo individuo può sviluppare, semmai una doppia presa di realismo:

  • (A) queste conoscenze sono “di parte”, nel senso che le circostanze che ne determinano l’apprendimento derivano da condizioni d’interesse: si pensi a tutti i casi di cittadini o interi paesi in rivolta contro un inceneritore, una centrale energetica ecc.; ciò non significa che questa resistenza non va bene o è deleteria; ne rimarca solo il limite, ovvio, per chi, osservando gli eventi, non prende posizione a prescindere con una parte o contro l’altra parte;
  • (B) esistono casi in cui la collettività ha avuto ragione rispetto ad altri fenomeni, ma casi in cui non ha avuto ragione, o quanto meno ha procurato svantaggi, sia economici sia sociali, a se stessa. Esempio, di nuovo, la disperazione collettiva che ha permesso l’ignobile finanziamento di un qualcosa propinato da un ciarlatano pericoloso come Vannoni.

Su questo problema, si veda anche quanto scrive Gilberto Corbellini in Scienza, quindi democrazia (pp. 25-26). Corbellini argomenta contro Sheila Jasanoff, secondo la quale i rapporti tra scienza e politica inducono ad avere un atteggiamento critico nei confronti della scienza, rispetto alla quale devono prevalere i bisogni sociali. Corbellini sostiene che vi sono quattro possibili combinazioni delle coppie “Scelta politica pro società / Scelta politica contro società” e “Vantaggi sociali / Svantaggi sociali”:

  • una scelta politica che va nella direzione di accontentare o di essere in sintonia con il bisogno sociale può procurare (1) vantaggi o (2) svantaggi futuri (affermando o negando una decisione politica);
  • una scelta politica che va nella direzione di scontentare o di non essere in sintonia con il bisogno sociale può procurare (3) vantaggi o (4) svantaggi futuri (affermando o negando una decisione politica).

Soprattutto, ciò che conta, scrive Corbellini, è

  • “come fare scelte il più possibile condivise, perché sono informate e razionali, vale a dire perché sono fondate in modo trasparente sulle prove migliori disponibili circa la loro validità immediata e sul piano delle conseguenze di lungo periodo. Pronti a rivedere o modificare le decisioni, non appena vi siano prove più solide che lo consiglino”.

Si può giustamente obiettare che resettare o modificare una decisione non è cosa ovvia, se questa, per esempio, comporta la costruzione di pesanti infrastrutture sul territorio. Tuttavia l’approccio di Corbellini, con tutte le riserve che si possono avere per un naturalismo troppo radicale, è interessante per almeno due ragioni:

  • considera il politico non come uno scienziato, ma come un bricoleur che sperimenta nuove possibili forme sociali, a partire da una materia composita, e per mezzo di un insieme complesso di informazioni, dati, prove empiriche. E’ chiaro che si tratta di un’immagine ideale del politico, utile come modello di riferimento, nello stesso modo in cui la struttura grammaticale di una lingua funge da modello di questa;
  • riposiziona lo scienziato come figura di riferimento per una società liberaldemocratica ad elevato tasso di complessità. Ciò non implica la fine di ogni dibattito, come nei sogni di qualche filosofo del passato, ma la definizione di un modello di informazione come conoscenza attraverso i metodi e gli strumenti più collaudati, prima che come “spoglio di notizie”.

Gilberto Corbellini, Scienza quindi democrazia

L’esperto come politico

Bertrand Russell è interessato a delineare i limiti dell’attività dell’esperto. Questi limiti si colgono analizzando il rapporto tra il politico e l’esperto. Due premesse sono necessarie:

  • (A) qui si può sostituire a “esperto” la qualifica di “tecnico”, nel generico e inadeguato senso in cui nella comune opinione si costruisce l’opposizione tecnico VS politico;
  • (B) si evince più chiaramente che l’esperto, o tecnico, è un intellettuale.

La massima è la seguente: l’esperto, scrive il filosofo inglese (p. 130), di fronte a un problema politico riflette

  • su “ciò che sarebbe vantaggioso”, piuttosto che su “ciò che sarebbe popolare”.

Per poter svolgere queste riflessioni, deve essere dotato di una competenza, di una qualifica, di un certo corso di studi e di esperienze. Ha tuttavia dei difetti correlati (pp. 130-132):

  • (1) è portato a sopravvalutare l’importanza della sua competenza: se un uomo comune si recasse da più specialisti, avrebbe da ciascuno ottimi consigli su come mantenere una buona salute, ma, nell’arco delle giornate, gli resterebbe ben poco tempo per usare questa buona salute;
  • (2) è portato a sopravvalutare la possibilità di convincere la gente a essere ragionevole, magari procedendo prima a convincere i loro rappresentanti politici, azione che di certo gli è più congeniale, senza tuttavia rendersi chiaramente conto che i politici spesso sono indotti a prendere provvedimenti di particolare importanza senza davvero rendersi conto di cosa stiano facendo;
  • (3) se l’esperto si candida alle elezioni, è evidente la sua incapacità di comunicare con la gente e di giudicare le passioni popolari; anzi si potrebbe dire che ritiene ingenuamente che la gente parli di politica e voti con la ragione piuttosto che secondo passioni: pertanto, un volta che ha ottenuto l’approvazione di importanti provvedimenti, tali ritenuti da persone illuminate, certe persone, credendosi minacciate, agiteranno i sentimenti popolari contro quei provvedimenti;
  • (4) è portato a sottovalutare il consenso della pubblica opinione e a ignorare le difficoltà di far entrare in vigore un provvedimento impopolare.

Il ruolo dell’esperto si complica quando si relaziona al politico. Può perfino condurre a dubbi. Certi esperti economisti, per esempio, conoscono la realtà più attraverso teorie e modelli matematici che grazie a casi concreti.

La principale lezione che si può dunque ricavare dalle lezioni scettiche di Bertrand Russell penso sia quella che davvero conta in democrazia:

  • non dovrebbe contare che la ragione.

Per questo l’esperto ha un suo compito di rilievo come opinion leader, intermediario, non come uomo di comando. Anche se Russell scriveva negli anni Venti del XX secolo, penso che la qualità di questa lezione, oggi, non sia venuta meno.

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One Response to L’esperto come intellettuale, come scienziato e come politico

  1. […] Da un lato, lo “specialista” richiama una folla di personaggi: l’esperto, il tecnico, lo scienziato, il docente universitario, il compotente, il politico, l’intellettuale. Ciascuno può dare la propria lettura storica e la propria definizione di queste qualifiche. Io ho riflettuto su alcune coordinate storiche e teoriche della figura dell’esperto – come intellettuale, come tecnico, come politico. […]

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