Enzo Paci. Una riflessione su architettura e filosofia

Enzo Paci

Non si pensa l’architettura in uno spazio vuoto. L’urbanistica che costruisce da zero non può fungere da guida del pensiero. L’architettura non può che essere pensata nello spazio in quanto luogo vissuto. Si può porre l’architettura come “effetto singolare” dell’urbanistica e l’urbanistica come “effetto collettivo” dell’architettura. Urbanistica e architettura sono strettamente intrecciate; delineandole come “effetto” è possibile pensarle a partire dal punto di vista della percezione, dunque nello stesso tempo in quanto dato soggettivo e oggettivo, e in termini di costruzione, ovvero in quanto prodotto umano.

Il carattere soggettivo e oggettivo implica una riflessione sull’architettura in quanto insieme arte, o forma, e funzione; è forse una delle domande più ricorrenti sull’architettura. Il suo aspetto artificiale, invece, non comporta un tratto di arbitrarietà, bensì un secondo dualismo, ponendo l’architettura, in quanto forma e in quanto funzione, tra cultura e natura: delineando un certo stile, seguendo una certa moda, e nello stesso tempo confrontandosi con l’intorno, città o campagna che sia; progettata secondo una qualche utilità e definendo vecchie o nuove condizioni della propria funzione.

Quest’ultimo punto conduce a un secondo assunto: non si può pensare l’architettura in un tempo vuoto, bensì in un presente storico. Essendo ciò che si determina in uno spazio-tempo pieno, che non è solo ciò che pre-esiste intorno, ma anche quel che accade altrove e nel mondo, l’architettura non può non guardare al passato, in termini di prospettiva e di costruzione, per trarne il proprio orientamento nel presente, e con ciò stesso svilupparsi nel futuro: un nuovo modo di concepire la forma di se stessa e dell’intorno, un nuovo modo di pensare la sua funzione o la funzione stessa che esercita. Qui si collega il lavoro dell’architetto: la scelta e la disposizione dei materiali. Un lavoro sia di forma sia di funzione, e che non può non scandirsi nel tempo; perché l’architettura va pensata anche sul medio e lungo termine, alla propria ristrutturazione e a come possono cambiare le condizioni di esistenza del luogo vissuto (vecchie e nuove costruzioni, tasso e tipo di popolazione, modi di uso e di fruizione).

“Enzo Paci. Architettura e filosofia”
Aut Aut n. 333, 2007

Posti questi assunti, si può comprendere l’importanza della riflessione fenomenologica e relazionista di Enzo Paci, di cui la rivista “Aut Aut” ha ripubblicato nel 2007 (n. 333) cinque scritti della seconda metà degli anni Cinquanta. Si tratta di articoli scritti per riviste di architettura, in particolare per “Casabella”, in cui Paci riflette con gli architetti, sia con le loro opere sia con i loro scritti, sull’architettura come fenomeno della vita sociale. A partire da questa rilettura, si possono trarre alcune riflessioni sui dualismi che l’architettura vive, in quanto fenomeno storico e dinamico, e che nelle singole effettuazioni cerca di riparare. Queste riflessioni muovono intorno a quattro riferimenti già presentati: spazio, tempo, forma, funzione.

Spazio

La città è di fatto un punto di incontro tra il chiuso e l’aperto, tra la delimitazione e la relazione. Il suo cuore, come ogni cuore, non ha soltanto un movimento centripeto di diastole, ma, contemporaneamente, un movimento centrifugo di sistole. Ha un movimento di aspirazione dall’esterno verso un centro ma ha anche un movimento di espansione dal centro verso l’esterno. La città è un nodo di rapporti, un momento focale della relazione.

(Il cuore della città, 1954, p. 8. NB: i numeri di pagina rimandano sempre all’articolo in “Aut Aut”)

L’architettura, rispetto alla città, si pone come un punto in un processo dinamico. In termini di prospettiva, ciò dovrebbe indurre a pensare il come e non il che cosa di questo rapporto tra punto statico e intorno dinamico (Ibid. p. 11). Ma la città è anche

una forma che si determina in funzione di rapporti spontanei e aperti di comunicazione.

(Ibidem.)

Come si può pensare l’integrazione dell’architettura? Paci sottolinea l’importanza del concetto di espressione nella riflessione degli architetti:

Esprimere, in architettura, un nuovo modo di vivere, non è un fatto passivo.

(Ibid. p. 12)

Qui entrano in gioco tutti i riferimenti in un pensiero sintetico e articolato:

Un nuovo edificio, di cui la struttura è in contrasto con strutture di fatto esistenti, e tipiche di situazioni sociali superate, è la dimostrazione vivente che un nuovo modo di vita è possibile e, sia pure limitatamente, il nuovo edificio è già attuazione di una vita nuova. La funzione non è soltanto la rispondenza a una situazione data. In quanto estetica è creatrice, pone, cioè, con la sua forma, modi di vita non ancora realizzati e, spesso, non realizzabili in date situazioni.

(Ibidem.)

Riprenderò questo punto parlando della funzione. Si può notare che Paci non cerca di spiegare o di dare una norma di comportamento: si limita a sottolineare il ruolo, complesso e decisivo, che un edificio può ricoprire in rapporto all’intorno in termini

  • di spazio (“dimostrazione vivente”)
  • di tempo (“attuazione di una vita nuova”)
  • di forma (l’articolazione del concetto di espressione come “modi di vita non ancora realizzati”)
  • di funzione (non rispondenza a una situazione data, ma realizzabilità in date situazioni).

L’architettura può così svolgere un compito anti-economico: laddove s’intenda la forma economica dell’espressione di un’utilità come risposta a un bisogno, Paci oppone una forma differente, una forma in formazione, l’espressione di un modo possibile realizzabile. In questo senso, l’architettura partecipa di tutti i dualismi della città:

permanenza / mobilità

aperto / chiuso

statico / dinamico

Si potrebbe ritenere che tali dinamiche valgano per la sola città. È chiaro che la “città” è idea astratta per eccellenza del luogo vissuto. Ma l’espansione della città oltre i propri confini (del resto sempre porosi), così come la sperimentazione architettonica in altri ambienti, dove le dinamiche sussistono, sebbene secondo differenti gradi di attualizzazione, non può che far sospettare della dicotomia

città VS campagna

preferendole i concetti di

  • luogo vissuto per il generale
  • intorno per il particolare

certamente generici, ma tali da significare una presenza passata, presente e prossima.

Il gruppo BBPR: Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers

Se ne può trarre un nuovo spunto di riflessione sulla correlazione tra architettura e urbanistica. Si potrebbe, infatti, pensare l’urbanistica come una procedura di scrittura dello spazio, che vive la condizione duale di sussistere tra reale e potenziale. È chiaro che le dinamiche dell’urbanistica vanno lette su una scala differente, il che consegue l’assunto dell’urbanistica come “effetto collettivo” dell’architettura. In una parola, l’urbanistica si intreccia con forme, funzioni, procedure di governo e di amministrazione, dunque con tutte le dinamiche resistenziali che a queste, inevitabilmente, si correlano.

Riguardo all’architettura, conviene sottolineare un altro punto. Paci afferma il carattere organico dell’architettura (Ibid. p. 14), per es. in un articolo dedicato al gruppo BBPR (Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers): La “coerenza” del BBPR, che si rivela anche in opere distanziate nel tempo, è affidata a una concezione dinamica dell’architettura che tende a integrare i vari problemi secondo l’idea di una sintesi organica nella quale sono continuamente ripresi i vari rapporti che la costituiscono” (Continuità e corenza dei BBPR, 1959, p. 50). L’architettura condensa i problemi urbanistici: per esempio, lo Stabilimento dell’Unione Manifatture a Nerviano “condiziona le variazioni di struttura dei diversi padiglioni” (Ibidem.).

In tal senso l’architettura organica si oppone alla costruzione razionale: la prima si delinea rispetto all’intorno, la seconda a partire dallo spazio vuoto. La città umanistica, nella sua perfezione formale, “costruisce un ordine astratto”, secondo formule che sono “meccaniche e convenzionali” (Il cuore della città, p. 14). Da qui, si potrebbe ragionare sugli architetti per opposizione: per es. Wright opposto a un certo Le Corbusier, o quest’ultimo opposto a un certo Gropius.

Ma quel che importa è come organizzare queste opposizioni, riflettendo intorno al concetto di misura umana. Paci si concentra sul dualismo natura-cultura che lo compone:

La forma è già immanente al sensibile: la direzione del sensibile verso la forma è anzi uno degli elementi costitutivi della stessa sensibilità, non imprigionata in realtà chiuse e fisse, ma vibrante in un processo aperto, nel quale, se noi ci immergiamo, la natura cerca, con noi, di definire, nella nostra opera, le forme in essa potenzialmente presenti e che noi potremmo realizzare, con mezzi naturali, nell’arte. Di conseguenza, la tecnica non è un fatto estrinseco, non è la maschera esterna di un fatto spirituale interno, ma è, viceversa, la sintesi concreta della natura e dell’arte, il realizzarsi delle forme suggerite dalla natura in mezzi tecnico-naturali nei quali soltanto prende forma l’opera d’arte.

(L’architettura e il mondo della vita, 1957, p. 41)

La natura è intesa come

gli stessi materiali, l’ambiente geografico e sociale di cui facciamo viva esperienza, nel quale ci immedesimiamo, che si muovono in noi e noi ci muoviamo in quella natura e in quell’ambiente, fino al punto che non sappiamo più se sono la natura e la storia che in noi cercano nuove forme o se siamo noi che cerchiamo le forme verso le quali la natura e la storia sembrano dirigersi.

(Ibid. p. 40)

Nel termine della “percezione autentica” (Ibidem.), la natura è ciò che è interno e intorno rispetto all’architettura, ed essa si intreccia con la storia, così come con la cultura e con la tecnica, al punto che questa forma intrecciata dell’artificiale non può non contenere, nello stesso tempo, del naturale e del culturale.

L’architettura non è espressione del tutto convenzionale. Vi è un ineliminabile aspetto naturale dello spazio (la struttura), della forma (i materiali), della funzione che si congiunge con gli aspetti culturali. Non si intende la natura come ambiente incontaminato; ma non si deve pensare al dualismo natura-cultura come a un’articolazione sul “fondo invariabile” delle “varianti effettive”. Nel caso della forma o della funzione, per esempio, si può intendere la natura semplicemente considerando i materiali di cui l’architettura è fatta, o facendo caso alla semplice utilità che è la ragion d’esistere dell’architettura.

Natura e cultura si intrecciano laddove non basta l’interpretazione economica per leggere la funzione, ma è necessario pensare alla funzione nell’attuazione di un modo possibile realizzabile. Nell’esigenza della funzione stessa non è data la sua nuova possibile attuazione: nulla è storicamente pre-definito, l’orientamento presente non è che una presa storica, nello stesso tempo soggettiva-oggettiva. Pertanto, la natura può altresì essere intesa, con Wright, come la

natura nella quale l’uomo vive e dalla quale emergono le sue opere veramente concrete (…) mondo della vita.

(Wright e lo “spazio vissuto”, 1957, p. 45)

Milano, Torre Velasca

Tempo

L’architettura esiste nel presente storico. La città si determina in funzione di rapporti spontanei e aperti, ai quali l’architettura partecipa, sia se li ingloba sia solo se vi risponde. Tale partecipazione può configurarsi in diversi modi: come rapporto tra storia e contingente, tra lunga durata e qui-ora, tra orizzonte largo e autocentralità, tra contestualismo e tendenza al nuovo. Nel processo spaziotemporale

l’architettura è, insieme, realtà economico-sociale che risponde a bisogni concreti ed espressione di nuove relazioni e di nuove forme. Nel processo le forme sono relativamente permanenti ed emergenti,

laddove la permanenza è

il durare di una costruzione nel tempo secondo determinate strutture e un determinato relativo equilibrio,

e l’emergenza è

il rinnovamento, l’apertura al futuro e alla possibilità.

(Problematica dell’architettura contemporanea, 1956, p. 16)

Vi è dunque un tempo intorno e un tempo interno (la durata della struttura, le sue possibilità di restauro o di degrado), non pienamente divisibili: il primo influisce sul secondo, sulla “apertura” e sulla “possibilità” di rinnovamento, il secondo influisce sul primo, sul “relativo equilibrio”, rispetto alle dinamiche d’insieme, tra città ed architettura. Permanenza e rinnovamento riguardano direttamente l’architettura:

Da un lato, l’arte risponde a un’esigenza storica determinata, ha una particolare coerenza formale, è un particolare modello e, nel caso dell’architettura, si presenta, in modo specifico, come soddisfazione di necessità economiche e sociali; dall’altro lato, in quanto ha un valore e non è soltanto ricerca di nuove tecniche, di nuovi schemi, di nuove vie, esprime nel finito la possibilità di una relazione “cosmica”, conquista un’armonia di cui il valore permane anche quando si devono creare nuovi schemi, nuovi modelli, nuove tecniche.

(Ibid. p. 17)

Qui si può osservare bene la particolare struttura del dualismo: non si tratta di opposizione né di contrasto, ma di una compresenza. Questa compresenza riguarda la posizione degli stessi riferimenti: non è possibile pensare lo spazio senza tempo, e viceversa; non è possibile pensare la forma senza funzione, e viceversa. Nella percezione sintetica e articolata, i dualismi sono compresenti, distinti e congiunti .

Qui si presenta la difficoltà di conciliare le “necessità” di base e la creazione del nuovo, posto che entrambi rispondono a uno stesso criterio di valore: la soddisfazione duplice, del bisogno e del nuovo, di qualcosa che, realizzato, può essere modo possibile realizzabile. L’architettura sembra delinearsi come un duplice paradosso: di un punto fisso dello spazio ma dinamico del tempo, di un fenomeno temporalizzato la cui riflessione bisognerebbe collocare più sul piano del tempo che sul piano dello spazio.

In questa direzione è possibile ripensare alle dialettiche classiche

tradizione – modernità

ambiente storico – razionalismo moderno

come fa Nathan Rogers, citato da Paci:

Non è opera veramente moderna quella che non abbia autentiche fondamenta nella tradizione, epperò le opere antiche hanno significato odierno finché siano capaci di risuonare per la nostra voce; così, fuori dalla cronologia e da un idealismo meno astratto, rotti gli argini convenzionali, potremo esaminare il fenomeno architettonico nell’attualità dell’essere: nella sua storica concretezza.

(Continuità e coerenza dei BBPR, p. 52)

Milano, Monumento ai morti nei lager tedeschi

Forma

L’eccesso di forma si chiama formalismo. Tuttavia il formalismo non ha connotazione dispregiativa se l’eccesso di forma è proporzionale al minimo di funzione. Proprio ponendo il problema di questo doppio movimento è possibile comprendere meglio il rapporto che sussiste tra la forma artistica, o a vocazione artistica, ovvero lo stile personale e la moda di un certo genere, nonché la forma come espressione in rapporto al luogo vissuto.

Il formalismo è arbitrarietà radicale. La nozione di tecnica in quanto sintesi di natura e arte, di oggettività e soggettività, vi si oppone: questa sintesi è, infatti, possibile

perché le forme razionali sono esprimibili e realizzabili soltanto con mezzi empirici, fisici e naturali,

(L’architettura e il mondo della vita, p. 41)

soltanto in quanto la sintesi si determina già a partire dell’esperienza vissuta quale sua condizione.

Paci colloca l’esperienza in modo particolare: al marxismo volgare, che esalta l’esperienza della sola struttura economica (o della struttura ridotta alla sua veste economica), poiché nell’architettura si danno molteplici modi esperenziali (materiali, funzione, situazione intorno, modi e mezzi di comunicazione ecc.), la struttura si può definire come

il mondo dell’esperienza (…) dell’esperienza viva,

(Ibid. p. 37)

del mondo naturale e storico di cui l’uomo fa parte

Se si pone tale esperienza come contenuto, ne consegue che la forma, intesa come tutto ciò che fornisce ordine e misura alla formula architettonica,

può nascere soltanto se si ritorna al contenuto e in esso ci si immerge facendone nuova e viva esperienza.

(Ibid. p. 39)

L’esperienza vissuta condiziona la forma. Qui è chiaro l’assunto realista: non è natura solo ciò che la scienza definisce come tale; il che significa che la forma plasma la materia, non la crea.

Sempre secondo questa prospettiva, si comprende come Paci preferisca rivolgersi alla biologia (concetto di organico) che alla fisica (concetto di meccanico): solo la prima prospettiva può porsi concretamente il problema del senso, laddove la seconda prospettiva si concentra solo sulle procedure di elaborazione dei significati. In questo secondo caso, la forma scrive le linee che organizzano il significato; nel primo caso, la forma è, con il contenuto, suscitata dalla domanda sul senso. La domanda sul senso è più generale delle domande sulla forma o sulla funzione. Può sembrare frivola la domanda sul senso di un’architettura. In realtà, non è altro che la stretta formula di quanto ci si è posto finora nelle sue diverse declinazioni.

Torino, Torre BBPR

Funzione

La funzione, entrando in relazioni dinamiche, cambia configurazione, si amplia, diviene funzione aperta, funzione molteplice. La funzione può avere l’espressione del modo possibile realizzabile: non è più funzione chiusa e univoca. Di più, la funzione può essere immanente al progetto e non solo trascendente, in quanto dipende dal modo di instaurare il rapporto tra l’architettura e l’intorno.

Ma, come detto sopra, la funzione non risponde solo alla situazione data: pone la possibilità di modi realizzabili, dunque formula un’immanenza orientante. L’architettura, allora, è l’espressione di una funzione possibile.

L’architettura cerca, rispetto alla funzione, l’integrazione nell’intorno; ma si tratta di un intorno inteso in quanto dinamico. Lo stesso vale per la natura, dove la ricerca di sintesi non può darsi che in termini di un “relativo equilibrio”. Pertanto nella funzione, che si può dire la ragion d’essere dell’architettura, si concentrano tutte le problematiche dualiste. Ciò perché la stessa funzione, nella particolare determinazione storica delineatasi, pone il problema della percezione dell’architettura nel suo tempo.

Non si tratta solo di verificare i criteri economici, ma di leggere le novità essenziali (ovvero: non arbitrarie) che espressioni non-funzionali (ovvero non direttamente contingenti alla situazione data) rendono possibile. Ovvero di aprire l’architettura alla storia, e nello stesso tempo, all’avvenire.

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