Storia e filosofia 1. Paolo Rossi

Paolo Rossi, Storia e filosofia. Saggi sulla storiografia filosofica

La questione su cui mi interessa riflettere riguarda il rapporto (sia come congiunzione, sia come disgiunzione) tra storia storicastoria filosofica. Due mi sembrano le coppie concettuali sulle quali concentrarsi:

storia interna / storia esterna

approccio storico / approccio formale

nell’ambito della più vasta opposizione tra

logica della scoperta scientifica / sociologia e storia della scienza

 che tuttavia, così enunciata, sembra delimitare in modo troppo energico le due prospettive nei rispettivi ambiti, senza possibilità di dialogo.

In questo primo intervento, mi concentrerò su alcune pagine della raccolta di saggi Storia e filosofia. Saggi sulla storiografia filosofica (1975) dello storico della filosofia e della scienza Paolo Rossi.

***

Nei saggi Sulla storicità della filosofia della scienza (pp. 201-226) e Problemi e prospettive nella storiografia della scienza (pp. 252-280), Paolo Rossi discute della divisione storia interna / storia esterna.

Nel primo saggio, nota come, secondo un pensiero che distingue una concezione filosofica della storia dalle storie particolari (Rossi cita, a p. 213, il neoscolastico Gustavo Bontadini), la storia interna, ossia delle discipline (biologia, arte, diritto, religione) investite della forma filosofica, sia autonoma rispetto ai rispettivi campi del sapere. Addirittura si può sostenere che questa, in quanto storia della filosofia e filosofia della storia (la formalizzazione logica ne è solo l’aspetto più cristallizzato), si configura come

un processo omogeneo, continuo e unitario (p. 214).

Comunque si può rielaborare la distinzione in, da un lato,

storia della filosofia come ricerca delle implicazioni logiche fra le dottrine

e, dall’altro lato,

studio della genesi e della ambientazione delle dottrine

o studio del rapporto delle teorie

con il più largo contesto sociale in cui tale pensiero è nato ed è stato concepito (p. 215).

Quest’ultima affermazione è del sociologo della conoscenza William Stark. Dunque l’opposizione storia interna / storia esterna riconferma

la validità delle tradizionali storie, autonome e separate, della filosofia e della scienza (p. 216).

Il secondo saggio illumina sul carattere contrastivo dell’opposizione: se una concezione teleologica della scienza (la nascita della scienza nel XVI secolo) polemizza con la storia esterna che ebbe ampia diffusione nell’Inghilterra intorno agli anni ’30 del ‘900 (p. 268), si può altresì dire che la sociologia della scienza si sviluppa negli anni ’70 e ’80 per reazione alle architetture logiche e formali sul progresso e sul lavoro dello scienziato.

L’opposizione può essere radicalizzata nella figura della biforcazione di due orientamenti circa la storia del pensiero: epistemologia / storia. Tuttavia, si ritiene che alla storia interna pertiene il primato, poiché stabilisce, sul piano logico, cosa è teoria scientifica e cosa non lo è; al contrario la storia esterna è una “sociologia delle istituzioni scientifiche” che trascura l’analisi delle teorie (p. 272). La distinzione corrisponde all’ermeneutica differenza di due contesti di studio: la storia esterna si occupa di come è stata formulata un’ipotesi e delle relazioni tra scienziati e ambiente culturale: questo è il contesto di scoperta; la storia interna studia se l’ipotesi, in base a procedimenti logici e razionali, è corroborata dai fatti, ovvero soddisfa condizioni di verificabilità e falsificabilità: questo è il contesto della giustificazione. Se ne ricava un’analogia tra le seguenti opposizioni:

storia interna / storia esterna

epistemologia / storia

approccio formale / approccio storico

contesto della giustificazione / contesto della scoperta

In questo modo i due orientamenti sembrano poter convivere, essendo separata la prospettiva sull’oggetto di studio.

***

Paolo Rossi propone una sintesi delle due prospettive mantenendo come punto di partenza la storia storica. Alle divisioni di cui sopra, oppone gli studi di Yehuda Elkana, in particolare il concetto di immagine della scienza. Da un lato, il contesto sociale esercita una certa influenza sui problemi da risolvere, sulla probabilità di un’ipotesi, sul valore di una teoria; dall’altro lato, gli sviluppi teorici, sperimentali, di ricerca esercitano una certa influenza sull’immagine della scienza in un periodo storicamente determinato (pp. 274-275).

Di sfuggita, noto che il concetto di immagine della scienza ha il merito di evidenziare la biunivocità tra scienza e contesto storico-sociale, pur definendosi più su quest’ultimo polo, ovvero sul ruolo della scienza in un certo periodo storico, nel quale bisogna altresì definire cosa s’intende con “contesto sociale”.

***

A mio avviso, il limite più evidente dell’opposizione storia interna / storia esterna consiste nel separare studio formale / studio storico senza constatare quanto sia problematica questa stessa scissione. Da una simile separazione, ne conseguono due distorsioni:

  • l’indagine sul pensiero scientifico presuppone come quasi universali delle condizioni logico-razionali che sono però il frutto di ricerche logiche moderne;
  • si dà per scontata una parcellizzazione in discipline che è arbitrio tutto contemporaneo.

Su questo punto, concordo con il privilegio della storia storica:

  • un’implicazione logica non può decidere oggi della validità scientifica di una teoria di ieri;
  • niente ci dice che due discipline siano separate oggi come lo erano ieri.

È necessario, scrive Paolo Rossi, tagliare in trasversale l’incrocio tra storia totale – storie particolari per un lavoro di storia integrale. Con quest’ultima dicitura non s’intende un insieme composto di blocchi autonomi, in grado anche di settorializzare il pensiero di un autore, bensì uno studio transdisciplinare, o per meglio dire che procede oltre una mera e arbitraria divisione del sapere in compartimenti. Su questi punti Rossi si concentra nei due saggi citati e nelle Considerazioni sulla storia delle scienze.

***

Fulcro di questo approccio, prima che l’acquisizione di un metodo d’indagine, è la comprensione del problema e della sua funzione in una determinata epoca. Tale riflessione poggia sugli studi di Arthur O. Lovejoy e del gruppo di ricercatori sulla storia delle idee – ma anche sulla lezione che Momigliano ha tratto dall’antropologia e dalle opere di sociologia della scienza di Robert K. Merton (pp. 218-219).

Il concetto di problema risulta innovativo in due direzioni: rispetto alla storia interna non contempla un’unica risoluzione logica (pena la fine del problema) ma una possibile molteplicità di aspetti in cui può manifestarsi; rispetto alla storia esterna risulta ancora più evidente come l’analisi teorica e istituzionale debba essere sincretica. In secondo luogo, un orientamento al problema si propone come un taglio trasversale in luogo della storia totale e, negata altresì la sua soluzione in senso lineare, ricusa qualsivoglia tendenza teleologica (di filosofia della storia).

Con questo non intendo negare che un problema filosofico possa trovare soluzione, quantomeno risposta scientifica; penso però che questo non debba escludere precedenti tentativi di risoluzione come formule non-scientifiche.

Nel saggio Teoria e storia nel razionalismo critico (pp. 92-107), Paolo Rossi discute alcune riflessioni di Antonio Banfi (in particolare Concetto e sviluppo della storiografia filosofica, raccolto in La ricerca della realtà), che andrebbero lette insieme alla Crisi delle scienze europee di Husserl e all’Archeologia del sapere di Foucault. Mi interessa sottolineare come il concetto di verità per Banfi sia anti-dogmatico: la verità

non può mai essere pensata come effettivamente e definitivamente realizzata e conclusa nella parzialità di una sintesi determinata (p. 93),

bensì “è un’idea limite”,

una determinata sintesi teoretica assunta come valida in funzione di determinati rapporti o problemi pragmatici, culturali, teoretici (p. 94).

Ma è qualsiasi concetto che va ripulito di qualsiasi carattere dogmatico, compreso il concetto di “filosofia”. Per Banfi il sapere in quanto storicamente determinato è antidoto contro

ogni tentativo di fissazione realistica dei concetti (p. 95);

da qui si capisce come la ricerca speculativa sia per lui innanzitutto

il riconoscimento del processo di evoluzione dei concetti, dei problemi, delle strutture sistematiche (p. 94).

Ma è necessario anche evitare il rovescio della medaglia, il relativismo e lo scetticismo in cui rischia di configurarsi il sapere storico (p. 96). Tra sistema metafisico (ogni sistema filosofico è fuori della storia) e relativismo culturale (ogni sistema filosofico è figlio del suo tempo); per una lettura più complessa del rapporto delle teorie con il loro tempo, “nella vitalità complessa e dialettica del sistema” (pp. 96-97): la sola via che a Banfi appare percorribile è quella della “struttura trascendentale”, intesa in senso metodologico, non metafisico,

di un sistema di leggi che sia in grado di caratterizzare l’universale realitività dinamica dei fenomeni storici (p. 97).

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