Dubbi su certe analisi su Berlusconi e il berlusconismo

La decadenza di Berlusconi dalla carica di senatore viene a sinistra salutata come “la fine del Ventennio”. È chiaro il riferimento all’altro Ventennio, quello storico. Tuttavia, il voto sulla decadenza non doveva essere che la presa d’atto della sentenza definitiva di condanna, alla quale si deve aggiungere la legge Severino sull’incandidabilità e l’immediata decadenza dei condannati all’ultimo grado di giudizio. Di per sé, la data del voto non ha nulla di storico.

Ciò che più mi preoccupa è l’analisi svolta dall’intellettuale di sinistra. Costui sembra credere di aver finalmente vinto una battaglia, durata venti anni, che combatteva con le sole armi della Ragione, della Giustizia, della Verità. Prendo la riflessione di Angelo d’Orsi, Berlusconi va, il berlusconismo resta.

Ora posso dirmi soddisfatto. […] Smettiamola di parlare e di auspicare una conciliazione impossibile. Io e qualche altro milione di connazionali che cosa abbiamo in comune con gli esagitati che urlano sotto il grande schermo, Silvio, Silvio, Silvio…?

L’intellettuale di sinistra ha in comune con gli esagitati innanzitutto il fatto di essere italiano. Solo per questo, dovrebbe proporre una riflessione più approfondita. Non partire da uno stato di “guerra civile” che contrappone i giusti (di sinistra) e i corrotti (di destra), non distinguendo coloro che guardano il grande schermo (banale allusione a Orwell, Citizen Kane, Mediaset ecc.) e colui che osserva i telespettatori. Non mi interessa proporre alcuna guerra civile o pacificazione nazionale. Mi importa soltanto segnalare che i due fronti opposti, essendo composti di persone varie e molteplici, potrebbero avere in comune molte cose: da certi programmi televisivi, alla passione per certo cinema, per un qualche tipo di evento, per un certo modo di comportarsi ecc.

Da quali caratteri dipende il berlusconismo o la berlusconite? Da quali, invece, l’antiberlusconismo o il vaccino contro la berlusconite? Se l’intellettuale di sinistra crede di essere puro e oltremodo purificato grazie a un voto sulla decadenza, finalmente arrivato dopo mesi di rinvii, si sbaglia di grosso. Non può che essere coinvolto in questa faccenda, sebbene cerchi di distanziarsene.

Così, proprio perché intellettuale e di sinistra, il giudizio politico mostra tutta la sua insufficienza:

Troppi italiani ne sono diventati portatori sani, ossia sono stati contaminati, e diffondono a loro volta quel virus [il berlusconismo].

Parla un cattivo medico che non è in grado di fare una buona diagnosi. Che cos’è il berlusconismo? Si tratta solo di voler imitare Berlusconi? Qui si tocca un punto cruciale, sul quale gli analisti del berlusconismo, a mio parere, sbagliano. Berlusconi non è assimilabile al fascismo e a Mussolini almeno in un punto: a differenza di Mussolini, Berlusconi ha costruito la propria fortuna politica soprattutto con la retorica del vittimismo. “Io sono vittima dei giudici di sinistra”, “Io sono vittima dei poteri forti dei salotti”, “Io sono vittima del complotto internazionale”. Dichiarandosi vittima, e subendo attacchi continui, non può che spaccare in due la società (“Berlusconi è vittima” VS “Berlusconi è colpevole”). Così facendo, tiene sotto scacco il discorso antiberlusconiano dell’intellettuale e della sinistra.

Una vittima, inoltre, può dirsi imitabile? Si crede che qualche milione di italiani, che continua a sostenere Berlusconi, ne imiti il vittimismo? Non credo. Al più, può generare rabbia, malcontento, rancore. Si crede che questa rabbia appartenga soltanto all’elettore di centrodestra, o, più precisamente, al berlusconiano? Non penso sia così ristretta la gamma degli incazzati. L’incazzatura fine a se stessa è comportamento tipico dell’italiano. Qualcuno dovrebbe scrivere una Storia dell’italiano incazzato sotto la Repubblica: troverebbe molto materiale su cui lavorare.

La degradazione sociale e culturale oltrepassa Berlusconi. Le qualità del carattere italiano sono qualcosa di più profondo che trascende questo ventennio. Forse si cementifica e assimila nell’altro Ventennio, quello storico. Il fascismo sarebbe l’espressione biopolitica più prossima al carattere italiano: godimento dell’inattività politica, pur di potersi occupare del proprio quotidiano; remissività all’adunata nazionale, sopportata, un tempo, come oggi si sopportano le tasse alte, la cattiva amministrazione, gli sperperi, l’insulsaggine del chiacchiericcio parlamentare – ci si lamenta in privato, o nel grande privato che è la televisione, si urla e ci si incazza, per sfogarsi, e, in fondo, accettare tutto (compito storico: come si sfogavano gli italiani durante il fascismo, quello più pervasivo degli anni Trenta?).

***

Berlusconi ha tenuto le redini del Belpaese per venti anni, con furbizia e mezzi finanziari. È furbo anche colui che ottiene un grande vantaggio personale alle spese di tutti gli altri, avendo loro fatto credere che avrebbero ottenuto solo vantaggi. Questa non è nient’altro che vecchia propaganda. Con quali mezzi Berlusconi è stato contrastato? Si è accettata la sua figura politica, sebbene questa, all’inizio, per il potere finanziario e mediatico che deteneva, fosse un’anomalia. Se un Murdoch decidesse di candidarsi alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, non godrebbe di un troppo largo vantaggio in partenza? Tutto questo, in Italia, è stato col tempo accettato; come ci si è fatta l’abitudine al comportamento squilibrato, in pubblico e in privato, di Berlusconi, o, per esempio, di Bossi (e di numerosi altri personaggi). I comici della televisione hanno, involontariamente, stemperato il clima: hanno mostrato i governanti del Belpaese come una scalcinata compagnia di maschere e burattini (compito, in realtà, piuttosto facile in partenza). Ma hanno dimenticato di rappresentare l’italiano medio. Con questo, hanno fatto credere che solo la parte politica del Paese è malata, mentre c’è una gran fetta della società civile sana e robusta.

Ma, allora, come è possibile che Berlusconi abbia vinto così tante elezioni? Come è possibile che si sia stati così politicamente passivi nei suoi confronti? Come è possibile che si sia permesso, e tuttora si permette, a Berlusconi, ma, direi allargando il campo, a tutti i politici, di rilasciare dichiarazioni e interviste senza ricevere controargomentazioni da parte del giornalista? Il giornalista come reggi-microfono: esempio chiaro e diffuso della facilità italica alla remissione. Ma anche il giornalista agguerrito, bellicoso, improvvisamente, di fronte al nemico, non affila il coltello, non sguaina la spada. Si ricordi la tragicomica puntata del programma di Santoro con ospite Berlusconi, nei giorni della campagna elettorale. Marco Travaglio, di solito combattivo, sembrava dire “è inutile parlare di lui, ora che lo vedete tutti: è colpevole, tutti lo sanno, non serve ripeterlo ancora una volta”. Santoro, invece, sembrava affascinato dal comportamento istrionico di Berlusconi, pregustando forse il boom di ascolti. Quel programma segnò l’inizio della risalita di Berlusconi alle elezioni.

L’italiano nel giusto non è meno remissivo del suo opposto. “È colpevole, non c’è dubbio”. Gli altri italiani, quelli che nella guerra civile si trovano dall’altra parte della barricata, sono altrettanto colpevoli, o difendono il loro leader sapendo che questi è colpevole: ma, o vogliono nascondere la verità, o la diffondono con arroganza. L’italiano giusto protesta, s’inalbera, va in piazza, firma appelli. Perché non con-vince gli italiani? Ma quali italiani potrebbe con-vincere? Non i propri nemici: con questi, tutti a loro modo berlusconiani, non c’è nulla da spartire. Allora, bisognerebbe con-vincere i propri amici? Ma così ci si chiude in un circolo vizioso! Si va in piazza per dirsi l’uno con l’altro di essere con-vinti: di sapere che “Berlusconi è colpevole”, e, nello stesso tempo, di essere vinti da questa colpevolezza. Berlusconi, infatti, con il suo vittimismo, non dice altro che: “Io sono vittima di questi signori che mi dichiarano colpevole”. E gli antiberlusconiani lo dichiarano colpevole. Si è sempre dentro la dicotomia Giusto VS Ingiusto. Basta rovesciarla in un modo o nell’altro, così da ottenere il quadro morale dei berlusconiani e degli anti-berlusconiani. Con questa analisi non si va da nessuna parte. Si rimane prigionieri del discorso di Berlusconi.

***

Ecco un esempio di circolo vizioso. Una riunione di varie decine di persone. Un’assemblea, un convegno, un incontro qualsiasi, per esempio la presentazione di un libro. I relatori e coloro che siedono in prima fila sono intellettuali o persone che si autodichiarano tali. Gli altri, l’uditorio, hanno la consuetudine di ascoltare. Si dice che bisogna rispolverare il senso critico. Si dice che bisogna tornare a fare della critica. Si dice che l’incontro è un modo per ricominciare a fare questa critica. Si smontano ideologie, menzogne, si denuncia il falso. Si va via soddisfatti, chi convinto di essere stato convinto, chi felice di aver convinto qualcuno. Ma il convinto era già convinto: non avrebbe partecipato all’incontro, se non fosse già stato convinto di parteciparvi; e il relatore non convincerebbe nessuno, se non parlasse attraverso mezzi e canali che gli permettono di raggiungere persone già, in qualche modo, convinte. Non si esce dal circolo vizioso. È lo stesso circolo vizioso della sfera pubblica. Coloro che argomentano e controargomentano restano delle loro posizioni, magari solo un po’ smussate. Si raggiunge un accordo, o l’uno vince sull’altro, solo se dall’accordo dipende una qualche azione congiunta, o ne va della relazione stessa tra i due argomentanti. Tutta la normatività della teoria dell’argomentazione serve a creare delle regole del gioco; ma si tratta di regole secondarie, che si possono anche non seguire. Quel che è certo, è che queste regole non servono a vincere una diatriba.

Del resto, se si esamina l’uso della propaganda (sia quella totalitaria, sia quella militante), si potrà vedere come questa non serve che a cementificare le opinioni, non a crearle, e come, per questo, non sfrutti tanto l’attività dello spettatore, bensì proprio la sua passività all’ascolto, la sua accondiscendenza. Generalmente, per la gran parte di opinioni che crediamo di avere, non facciamo altro che cercare di viaggiare su strade sicure, di avere quei pareri che non possiamo non avere. Non si tratta propriamente di quel che “vogliamo sentirci”, sebbene ci sia anche nella volontà una qualche componente passiva. Si tratta, piuttosto di quel che non possiamo non sentire.

Questa passività è comune e un tratto necessario della nostra esistenza. Ma, a volte, può diventare un ostacolo allo sviluppo. Non si riesce a procedere oltre perché si è troppo abituati al già-detto, al già-noto. Questo atteggiamento può addirittura diventare nocivo quando si diffonde a un aggregato sociale di opinioni.

***

L’intellettuale di sinistra non fa che ripetere quello che tutti già sappiamo da venti anni, e che si vorrebbe ripetere per altri venti anni ancora. Ma, per poter restare sicuri delle proprie idee, è necessario costruirsi la strada. Allora, stereotipi e mali che affliggono il Belpaese da tempo, o che sono da esaminare con più attenzione, diventano conseguenza del berlusconismo. Le lotte interne in un partito sono effetto del berlusconismo:

Basta guardare al PD – così prosegue l’ultimo estratto citato sopra – nella sua nomenclatura, nei nuovi quadri intermedi, i T-Q ascesi a cariche interne, o pseudo-elettive, sgomitando dopo essersi collocati nelle caselle degli aspiranti alla Segreteria, tifando il proprio leader di riferimento, che, ove vinca, saprà poi ricompensare i sostenitori.

Tutta “l’affare politico” diventa conseguenza del berlusconismo. L’alternativa è

ridare a tutti noi il gusto e il senso della partecipazione, ossia, il piacere della politica, quella nobile, che nasce nell’agorà, e seleziona dal basso le sue dirigenze; e, così, far rinascere, faticosamente, dalle sue ceneri la democrazia italiana.

Cose che, in realtà, storicamente, non sono mai accadute. Al grande schermo che ipnotizza, si oppone il sogno vacuo.

Berlusconi non è solo l’untore che sparge veleni. Come estirpare il virus del berlusconismo? Il medico-politico lavora a questo compito più alacremente di un ricercatore in laboratorio. Ma è come cercare di mostrare che l’omeopatia ha una solida base scientifica. Allora, l’intellettuale di sinistra ritiene, forse, che non c’è modo di guarire dal berlusconismo coloro che ne sono stati contagiati. Non resta che la guerra civile con le armi della democrazia. Ma con quali armi combattono l’intellettuale e la sinistra? Con le armi della con-vinzione? Si è visto che, in questo modo, ci si chiude in un circolo vizioso. Con le armi della partecipazione? Puro sogno vacuo. In verità – sostengono l’intellettuale e la sinistra – il virus ha contagiato anche coloro che non sono berlusconiani. È un virus potente, difficile da ostacolare – forse perché ineffabile. Si è sempre di meno a opporre resistenza. Si comincia a dare i numeri, non si riesce a fare la conta. Si credeva che tutti coloro che avevano votato per i referendum sull’acqua, i beni pubblici e contro il nucleare, fossero anti-berlusconiani; tutti coloro che scendono in piazza sono anti-berlusconiani; le migliaia di firmatari delle decine di appelli (quasi uno a settimana) sono anti-berlusconiani. Coloro che cliccano “mi piace” sul Facebook di Micromega, della Repubblica, di Travaglio ecc., sono anti-berlusconiani. Ma dove sono, allora, i berlusconiani? Si nascondono, girano in Ferrari, prendono gli aerei privati invece dell’autobus?

In realtà, l’intellettuale e la sinistra temono di essere in minoranza. Sebbene dichiarino di essere “milioni” contro dei supporters, hanno paura di essere milioni ma meno degli altri milioni. Tuttavia non si sa chi siano questi milioni. E, soprattutto, non si sa come avvenga la riproduzione, il contagio. “È colpa della televisione di Berlusconi”. In quanti hanno visto “Drive in” senza diventare berlusconiani? Quanti spettatori che si dichiarano di sinistra, o che non votano Berlusconi, contano “Le Iene” e “Striscia la notizia”? Il programma dei pacchi di Rai Uno è meno berlusconiano di Maria De Filippi? E non lo è, forse, un poco, anche il talent show di scrittori in provetta? E come poter cambiare rotta? Come guarire dal berlusconismo? O, meglio ancora, come impedire che il virus contagi coloro che non sono berlusconiani, per esempio le giovani generazioni? Non assomiglia un po’ a Berlusconi la maschera di V per vendetta?

***

Il contagio si diffonde, giunge facilmente a lambire l’isola sperduta della sinistra e degli intellettuali. Il Pd cerca il suo Berlusconi e, secondo l’intellettuale e la sinistra, lo ha trovato in Renzi. Un altro ventennio ci attende, un ventennio renziano? “Il Renzi, berluschino rottamatore”. L’analista deve trovare il nuovo Berlusconi per dare continuità alla propria lettura della società italiana, per poter ancora osservare con quei pochi strumenti di cui crede di disporre, lo smascheramento della menzogna, la critica dell’ideologia ecc. Per poter esistere, l’intellettuale e la sinistra devono trovare un nuovo Berlusconi. Ci hanno variamente provato:

  • “Di Pietro è il nuovo Berlusconi”,
  • “Vendola è il nuovo Berlusconi”,
  • “Grillo è il nuovo Berlusconi”,
  • “Renzi è il nuovo Berlusconi”.

Qualcuno sosteneva anche che “Monti è un po’ come Berlusconi”. Vedono dei berlusconi dappertutto, forse perché non riescono a vedere i cosiddetti berlusconiani, se non come macchiette e stereotipi, veri solo in minima parte. Sono ossessionati da Berlusconi.

Per poter esistere, per poter ancora credere di avere la convinzione di essere nel vero e nel giusto, bisogna credere nella venuta di un qualche nuovo Berlusconi, bisogna credere in un berlusconi. Solo così, l’intellettuale e la sinistra, forse sempre di meno, ma non si sa in quanti, possono tenere in vita il loro circolo vizioso.

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