Storia e filosofia 2. Paolo Rossi

PAOLO ROSSI, UN ALTRO PRESENTE. SAGGI SULLA STORIA DELLA FILOSOFIA

Due affermazioni possono inquadrare le riflessioni di Paolo Rossi, contenute in questa raccolta di saggi pubblicata nel 1999: in La storia della filosofia: il vecchio e il nuovo

Questi miei tentativi sono di conseguenza condannati, dalla loro stessa natura, ad insufficiente sistematicità. Finiscono per apparire più come ‘documenti’ di una esperienza intellettuale che come analisi in una qualche misura oggettive (pp. 112-113)

e

il pluralismo, la varietà degli approcci, il rifiuto del parrocchialismo degli specialisti, una certa dose di ‘opportunismo’ metodologico non sono mai stati, almeno per gli storici di professione, un pericolo reale (p. 132).

Due rifiuti accompagnano queste affermazioni: il rifiuto di riflessioni sistematiche e il rifiuto di una proposta metodologica.

Riguardo al primo rifiuto, Rossi ricorda (p. 126) di non aver già accettato consigli sulla stesura del suo libro su Bacone. Riguardo al secondo rifiuto, rammenta (p. 127) l’importanza di richiamarsi a studiosi diversi fra loro e di diverso campo disciplinare come Lovejoy, Wright Mills e Momigliano, dei quali aveva parlato in Storia e filosofia.

Mi sembra giusto riferire qui il consiglio di Delio Cantimori, riportato in Filosofia e storia della filosofia (p. 96):

Se vuoi essere un buono storico devi essere uno specialista molto agguerrito in uno specifico campo, e devi contemporaneamente essere un dilettante assai curioso in molti altri campi.

Nel saggio d’apertura, Apologia di un mestiere, Rossi afferma (p. 12), contro le critiche che gli rimproverano di non aver provato che la storia della filosofia abbia una qualche utilità per la filosofia, di non credere che quella abbia una qualche rilevanza di diritto, “il che non esclude che possa avere una grande rilevanza di fatto”.

***

Vorrei fare un breve inciso, nel quale esporre l’idea che mi ha orientato in questa lettura dei saggi di Rossi.

I filosofi rimproverano agli storici della filosofia e agli storici delle idee di occuparsi di simili materie per incapacità di fare filosofia. Un po’ come quando si schernisce il critico letterario di essere uno scrittore mancato. Qualche critico letterario sembra (o è sembrato) a volte dare manforte a questo pregiudizio, e suppongo che ciò possa valere anche per gli storici della filosofia. Tuttavia sembra un’ingiusta stigma perché uno scrittore, se è davvero interessato a quel che fa, non disdegna il lavoro critico; e un filosofo, per quanto accusi gli storici della filosofia, qualunque sia la sua estrazione dottrinaria, è raro che filosofi per intuizioni personali e guardando le stelle. Voglio dire che, negli studi, nella ricerca, durante le lezioni, nei seminari, ciascun filosofo fa, a suo modo, una storia della filosofia.

Non si fa filosofia – in generale, direi: non si fa scienza umana – senza costruire un percorso storico. Lo storico della filosofia è semplicemente colui che interviene approfondendo elementi che il filosofo, per disinteresse, pur accennandoli, lascia nel non-detto o nel non-finito. Non è il filosofo che può validare gli studi storici, viceversa è lo storico della filosofia che lavora grazie ai filosofi, senza, ovviamente, dare giudizi di valore sui lavori di questi ultimi. Si può dire che a un filosofo non importi punto del lavoro di uno storico della filosofia; ma nel suo piccolo, ciascun filosofo ha una sua portatile storia della filosofia. Ed è proprio ciò che, considerato in relazione al lavoro di tale filosofo, suscita l’interesse dello storico della filosofia.

Ecco rovesciato il rapporto: non bisogna chiedersi se la storia della filosofia possa interessare il filosofo, piuttosto chiedersi in cosa e secondo quali aspetti (perché questi non mancano mai) un’opera filosofica interessi lo storico della filosofia.

***

Torniamo ai saggi di Paolo Rossi.

Rossi chiama storie di comodo (p. 15) quelle storie che “i cultori di discipline”, quando acquistano una qualche autonomia, costruiscono “ad esclusivo o prevalente loro uso e consumo”. L’autore fa l’esempio della storia dell’ermeneutica (pp. 16-18). Queste storie codificate, oltre a essere manualizzate, e dunque per ciò stesso vere, hanno la caratteristica di essere ben ordinate, e “servono come cemento per l’unità di un gruppo intellettuale”. È quanto lo stesso lavoro teorico è solito costruire: un proprio emporio di categorie, concetti, opere, studiosi, correnti disciplinari.

Lo storico interviene a complicare le cose: sottolinea che non è tutto così chiaro e ordinato, facile e incastrabile, che si può essere bricoleurs quanto si vuole ma ciascun pezzo aveva un valore lì dove è stato strappato. Il teorico spesso commette errori di sufficienza: utilizza per il passato definizioni di oggi (p. 22), come se un concetto o una disciplina (è il caso della filosofia: una storia della filosofia da Talete a Derrida!) fosse la stessa cosa per secoli, crede che i termini abbiano lo stesso significato anche quando passano di mano in mano, non bada alle sfumature semantiche che spesso fanno la differenza tra autori o in opere di uno stesso autore, ecc. Ecco dunque un altro esempio di come il lavoro teorico sia di fatto interessante per lo storico.

Lo storico lavora nel passato, in uno specifico tempo passato che lui considera come un altro presente. Il titolo della raccolta di saggi riprende una frase di Giulio Preti. Si tratta di lavorare sul presente storico come attuale di cui non si può ancora definire il dopo. Lo storico parte dal suo presente, ma gli è inevitabile porsi da una certa prospettiva epistemologica, o convergere verso problemi di un certo tipo. Tuttavia non è corretto ritenere che si debba cercare nel passato la filiazione di una teoria o rintracciare lì i dati di un problema, come volendo vedere quale risposta è stata data allora a un problema ancora in voga. La storiografia (p. 23) dà risposte nel passato a problemi che sono unicamente nel passato. Non bisogna giudicare il passato con le misure di cui lo studioso dispone nel presente: bisogna collocare ciascuna cosa nel suo tempo.

Qui si può cogliere una delle più importanti distinzioni (sulla quale mi soffermerò più avanti), tra storia storica, o storia filologica, e storia epistemologica, o storia filosofica. Quest’ultima fa della storia della filosofia, a sua volta, una filosofia, tende a valutare i pensieri del passato con parametri presenti, dunque a vagliare soltanto ciò che è pertinente secondo tali parametri: l’idealista sarà interessato unicamente alle essenze, un neopositivista alle scienze. Può non essere sbagliato come tipo di approccio, ma, considerato in quanto tale e nella sua espressione più estrema, è fondamentalmente errato in almeno tre sensi:

  1. la storia epistemologica presuppone un teleologismo di fondo, che sia quello del progresso scientifico lineare o dello stadio ultimo della filosofia, o un altro: dietro la storia epistemologica c’è sempre una filosofia della storia;
  2. tale storia si concentra su autori pertinenti con i propri parametri (opera un’astrazione), quindi trascura una storia di lunga durata, quella di cui parla Lovejoy quando ricorda l’importanza dello studio delle opere minori;
  3. mentre lo storico filologico è interessato alla formazione di un modello, di una categoria o di un concetto, non alla descrizione del sistema quando è stato fatto, e pertanto procede nella direzione tale da mostrare questo lavoro; lo storico epistemologico sembra più interessato a una coerenza interna, spesso formulabile nel metalinguaggio (opera una formalizzazione) che quello adotta per individuare i principi validi di un pensiero, dunque tendenzialmente procedendo dalla fine, e non dall’inizio.

Così la storia epistemologica può cadere in numerosi ulteriori errori: per esempio, non chiedersi prima se vi è qualche differenza tra la propria concezione del problema e quella che legge nel passato, o se i termini adoperati nel presente e nel passato vogliono davvero dire la stessa cosa.

Nella raccolta di saggi Storia e filosofia Rossi aveva già criticato la divisione tra una storia interna e una storia esterna, la prima concepita come la “vera storia”, quella filosofica, la seconda come la storia occasionale. Tale concezione appartiene, per esempio, a Koyré (p. 149). Tutta una serie di coppie concettuali può discendere da quella: tra le altre, per esempio, evento / evenemenziale. Io ritengo che la separazione tra due storie siffatte, l’una privilegiata rispetto all’altra (i filosofi, idealisti o scientisti, privilegiano la storia interna; i relativisti e i sociologisti la storia esterna), sia conseguenza di due questioni aperte e non adeguatamente discusse:

  1. il rapporto struttura / storia;
  2. il principio di immanenza rispetto all’uso del termine contesto.

La questione (1) emerge già quando si parla di storia delle forme, o, meglio, di studio dell’evoluzione delle forme. Come approcciarsi a un simile studio? La questione (2) emerge quando ci si pone dinnanzi all’oggetto di studio e alle procedure di descrizione. Se c’è contesto, allora si presuppone necessariamente che ci sia testo. Delimitazione dell’oggetto di studio e procedure di descrizione dipendono da cosa si intende con testo e contesto.

Paolo Rossi sostiene la necessità di avvicinare ciò che si è collocato in dualismi non giustificabili, di abbattere il muro di cemento che divide idee e teorie e trasformarlo in una membrana semipermeabile (p. 54), evitando altresì di avanzare critiche superficialmente gramsciane al termine “idea” che non concilierebbe con un’analisi delle teorie storicamente e socialmente determinate (p. 124). Rossi parla di meccanismi, intendendo con ciò l’oggetto privilegiato di studio delle storie epistemologiche, tutte concentrate nel testo, e di circostanze, oggetto invece privilegiato dalle storie sociali, tutte concentrate sul contesto. Se si rimane a una dicotomia meccanismi VS circostanze non si fa alcun passo avanti nella disciplina storiografica, radicandosi del resto nel mito della onnipotenza dell’epistemologia o della storia, che è onnipotenza della “explication du texte” o della “explication du contexte”, ovvero incapacità di venire a capo delle proprie formazioni concettuali. “Le circostanze sono importanti quanto i meccanismi” e la conoscenza delle une si deve dare integralmente con la conoscenza degli altri (p. 54, 189). Si riveda, a tale proposito,  in Storia e filosofia, l’opposizione storia integrale (+) VS storia totale (–), la prima concetrata sui problemi, che tagliano in trasversale i compartimenti disciplinari, la seconda chiusa sui sistemi, vincolata ai limiti della disciplina filosofica.

La coppia meccanismi – circostanze orienta teoricamente lo studio dei problemi nel quadro di una storia integrale, che coincide con una storia delle idee intesa nel senso più generale (non come qualcosa limitato alla filosofia o a un ramo filosofico). Da lì discendono una serie di coppie, tutte da considerare spogliate di valorizzazioni dicotomiche:

  • morfologia – evoluzione: tale coppia rimanda a una storia delle forme, ovvero a due questioni parallele: (A) il rapporto evoluzione delle forme – condizione delle forme, (B) la differenza analogia – omologiaGiustamente Rossi richiama la radice biologica della questione (p. 203): non solo le ricerche sulla natura umana, dove convergono discipline diverse (linguistica, scienza cognitiva, neuropsicologia, genetica), ma proprio i dibattiti sul problema dell’evoluzione delle specie, delle forme, sui rapporti tra spinta genetica e spinta ambientale. A mio avviso non si tratta di far riemergere alcun determinismo, ma di procedere nella direzione di un approccio che chiamerei multi-funzionalismo. Noto, di sfuggita, che si tratta di un approccio importante anche nella ricerca archeologica, e che quindi può coinvolgere lo storico.
  • La coppia sincronia – diacronia richiama direttamente la coppia struttura – storia: a tale proposito sarebbe interessante riprendere gli argomenti di Lévi-Strauss contro Sartre, per una separazione netta dei due orientamenti, di Braudel come storico della lunga durata, e soprattutto ricordare con Saussure che la linguistica generale non si oppone alla linguistica storica, ma si propone di studiare un metodo più rigoroso per affrontare i problemi storici. Lo stesso si può dire, a mio avviso, dei tentativi in campo folclorico di Propp, la cui morfologia della fiaba di magia russa si assegna lo stesso compito.

Un problema non può essere studiato che nella sua attualità. Dal presente dello storico, ci si muove verso un altro presente: la preoccupazione epistemologica del proprio tempo può condurre verso un problema e non verso un altro, ma ciò non toglie che lo storico deve essere in grado di valutare quel problema nella sua attualità. Ritengo che il concetto di attuale vada analizzato perché permette di considerare meglio le coppie evento – evenemenziale e testo – contesto. Ma ciò riguarda solo lo storico? O si può dire che, rispetto ai numerosi studi sul presente, bisogna distinguere quegli studi sull’attuale che ci parlando della condizione e dell’evoluzione del nostro tempo?

Lo storico deve essere in grado di spogliarsi dei propri pregiudizi, che derivano spesso dal tempo in cui lavora. Non esiste un punto di vista privilegiato per guardare la storia, né una metafisica che ne garantisca lo sguardo verso un’origine o verso il futuro. Piuttosto che imparare metodi, che poi spesso non servono a nulla, Rossi (p. 30) consiglia di cominciare subito a lavorare direttamente sulle fonti, leggendo qualche libro esemplare di qualche storico e scegliendo di seguire un qualche approccio che si ritiene, almeno in partenza, più opportuno. A tale proposito è interessante il saggio su Alexandre Koyré, Dimenticare Bacone. Koyré, scrive Rossi, ha una concezione della scienza come prodotto storico (p. 148), che assume però tratti storicisti – il “matematismo platonizzante” (p. 151) della scienza come “itinerarium mentis in veritatem” (p. 150), di per sé non negativi – che tuttavia sono sviluppati da Koyré in una storia della scienza fatta solo di teoria, mai di esperimenti, come invece oggi unanimamente accettato (p. 157).

In Le credenze, la scienza, le idee Rossi (p. 36) afferma di essere dalla parte della storia storica di Jacques Roger, in particolare secondo i seguenti punti (pp. 36-39):

  1. il lavoro storico non consiste nel raccogliere esempi, come affermano il filosofo o l’epistemologo (che poi, rilancia Rossi, è esattamente ciò che costoro fanno);
  2. non esiste un metodo storiografico elaborato da un qualche filosofo (per quanto possa avere successo un metodo o uno pseudo-metodo);
  3. lo storico storico non rivolge la sua attenzione alla struttura delle teorie già costruite, ma piuttosto al momento della loro genesi o all’emergenza delle teorie;
  4. pur supponendo che vi siano criteri razionali oggettivi, tuttavia non è in base a criteri universali che si possono valutare le opere del passato;
  5. non bisogna affidarsi al criterio di selezione proposto dai manuali in uso.

E’ importante sottolineare che lo stesso Rossi si guardi bene dal celebrare la potenza dello storico delle idee. Scrive (p. 54) che tra idee e teorie la linea di confine è una “membrana semipermeabile”, non un muro di cemento; poi aggiunge che bisogna stare attenti a forzare la mano o a favore del contesto, decretando l’onnipotenza della storia (p. 55), come se nell’attualità del suo tempo esistesse davvero un contesto così chiaramente definito per tutti i suoi partecipanti (magari coniando espressioni teoriche o compartimenti disciplinari, non giustificati dai documenti), o l’onnipotenza della teoria, che guardano al solo momento formale od oggettivo dei sistemi. Bisogna trovare una via di mezzo tra impostazione storica e impostazione logica, che non sia invasiva dell’uno rispetto all’altro, ma equilibrata e coerente. Mi pare che questa sia la lezione che si può trarre dal brano di p. 105:

perché filosofi e storici della filosofia dovrebbero essere costretti a scegliere fra la tesi di una onnipotenza delle teorie e quella di una onnipotenza della storia? Perché non sarebbe lecito scegliere di muoversi su uno di questi terreni con la consapevolezza di assumere un punto di vista parziale, che è suscettibile di integrazione e che può utilmente confrontarsi con altri punti di vista?”

Uno dei saggi più lunghi e importanti contenuti nel volume è Filosofia e storia della filosofia. Il saggio si apre con una lunga disamina (pp. 57-62) dei filosofi o pensatori (Galilei, Hobbes, Cartesio, i più recenti Husserl e Reichenbach) che hanno rifiutato o denigrato la storia della filosofia; poi (pp. 62-65) dei filosofi (Kant e Hegel) che hanno impostato la moderna formulazione della storia epistemologica (soprattutto Foucault). A questi Rossi (pp. 65-68) oppone l’importanza della storia del pensiero, anche come storia degli errori o idola, secondo Bacone, quindi (pp. 68-76) di coloro che hanno sottolineato la necessità di non sovrapporre il proprio presente al passato e di assumere lo sguardo distante come valore coscientemente fondante dell’opera storica. Tra i primi, tra i più recenti, conviene ricordare Guido Calogero, Giulio Preti, Antonio Banfi, Alexandre Koyré, Walter Pagel, Thomas Kuhn – si potrebbe aggiungere Ludwig Fleck (v. p. 91); tra i secondi: Jean Starobinski, Larry Laudan, Steven Shapin e Simon Schaffer (questi ultimi due autori dell’importante saggio Il Leviatano e la pompa d’aria); infine, sempre tra questi ultimi, Clifford Geertz.

Rossi (pp. 72-73) sottolinea l’analogia tra l’antropologo che entra in contatto con civiltà altre o primitive e lo storico che viaggia nel tempo verso altre epoche dell’uomo. Le riflessioni sul discorso antropologico hanno grandemente contribuito ai dibattiti sui paradigmi, sulle traduzioni, sul problema del soggetto ricercatore[2]. Più avanti (p. 86) la prevenzione epistemologica di certi filosofi, o di certi storici ben muniti di metodo, è significativa proprio sotto questo aspetto: è come se ci si vestisse di un’armatura per immunizzarsi contro l’imprevedibilità del passato.

A p. 80 c’è il paragrafo che porta lo stesso titolo della raccolta dei saggi. I tre autori di cui si parla sono indicativi: Skinner, di cui si era detto nella pagina prima di come sia importante

capire ciò che quel filosofo [che si sta studiando] intendeva significare argomentando nel preciso modo in cui argomentava, di capire che cosa stava facendo nel presentare il suo argomento;

Prosperi, che ha scritto una relazione sulla sua esperienza di ricerca negli archivi del Sant’Uffizio, dove si dice

bisogna cercare di ricostruire, nella misura del possibile, quel passato come un presente (…) cancellando dalla nostra prospettiva la consapevolezza di quel che di fatto doveva succedere di lì a poco,

il che vale non solo per lo storico vero e proprio, ma anche per lo storico delle idee (e per questo può essere nocivo circondarsi di fantasmi, se questi fanno la sintesi, già interpretando ciò che invece l’analista, con scrupolo scompositivo, deve studiare); l’ultimo è Giulio Preti, da cui è tratta l’espressione “un altro presente”.

Ciò mi rimanda al saggio dedicato a Mario Dal Pra (Dal Pra e la storia della filosofia), dove un paragrafo (pp. 179-182) è un omaggio a Giulio Preti, al suo modo radicale e spregiudicato di filosofare. Preti, scrive Rossi, non aveva la stessa fiducia di Dal Pra

nella possibilità che una qualche posizione filosofica potesse offrire una sicura garanzia ad una ‘buona’ storia della filosofia (p. 180);

in particolare, Preti criticava i giudizi paradigmatici di coloro che prendevano “un settore del passato come paradigma o modello di come si svolgono” i problemi filosofici (p. 181). Nel corso della storia questi possono restare formalmente, ma non sostanzialmente costanti (p. 182). Mi sembra un interessante messaggio inviato agli storici filosofi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: